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 OMAGGIATO/ in maniera finanche sconveniente il leader libico Gheddafi, da Silvio Berlusconi, pochi m... di giuseppe
 
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"Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui".

Ezra Pound
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 22/05/2007 @ 10:51:34, in blog, linkato 38264 volte)

Lecce. Sbuffa la signora anziana, ma curata e distinta, elegante pure sotto al sole già caldo, che appesantisce le borse della spesa, all’ennesimo tentativo di consegnarle un depliant elettorale: ne ha già fatto la collezione, girando fra le bancarelle e poi a casa ogni mattina – protesta – deve svuotare la cassetta delle lettere.

Al mercato del lunedì e del venerdì si misura meglio che altrove la temperatura di queste elezioni amministrative: un febbrone ormai, che è andato gradualmente montando in questi ultimi mesi e, a pochi giorni dal voto, esplode. Cinque aspiranti alla carica di sindaco; tante liste, vecchie e nuove; cinque quartieri, cioè le circoscrizioni da eleggere anch’esse, con conseguente esplosione di candidati e la lotta continua fra parenti, amici, conoscenti, colleghi e vicini, un tutti contro tutti che non risparmia nessuno. Sorridono i faccioni, pure quelli attraenti e aggressivi di belle ragazze più da miss Italia, che da Consigliere, dai manifesti, dalle scenografie mobili, dai locali a piano terra sul viale alberato adattati pomposamente a comitato elettorale: sui muri tante facce si sovrappongono e si confondono, mentre, a terra, si accumulano i santini, che il vento fresco del mare solleva e rimescola, esattamente come le carte di questa campagna elettorale.

Lecce, che già era bella, città d’arte, di cultura, pulita e garbata, che da sola smentisce secoli di luoghi comuni sul Sud, in questi ultimi dieci anni è diventata bellissima. Ha valorizzato il proprio patrimonio antico, quel Barocco unico al mondo, sintesi di esuberanza e di armonia e ha rinnovato ed esaltato la tradizione di identità e di comunità condivisa. Ma in più ha compiuto un vero e proprio sforzo di modernizzazione: i viali ora scorrono maestosi, sistemati, ripuliti, dì un rinnovato decoro; le vie di accesso sono europee, internazionali, nella loro maestosa articolazione; i bus, comodi, numerosi ed ecologici; la raccolta dei rifiuti è differenziata, l’attenzione all’ambiente estrema; i punti di qualificazione, di incontro, di assistenza, numerosi ed efficienti. Nel gomitolo di stradine di un centro storico riqualificato completamente, caso più unico che raro, fino a notte fonda impazza una movida esuberante, a volte persino esagerata, eppure armoniosa, eppure equilibrata: come quel barocco che gronda da ogni portone, da ogni balcone, da ogni finestra, tutto intorno.

Dieci anni di Adriana Poli Bortone sindaco: quando cioè la politica sa amministrare e in un modo o nell’altro, coi fondi della comunità europea, con il concorso dei privati, comunque sa fare e sa far bene e i risultati si vedono, a colpo d’occhio. Ex ministro dell’agricoltura del primo governo Berlusconi, europarlamentare di lungo corso e, appunto, già due volte sindaco, votata un po’ da tutti e uniformemente stimata, sempre in testa alle classifiche specializzate sul gradimento dei politici, se si fosse ripresentata Adriana Poli Bortone avrebbe vinto con una percentuale bulgara. Ma la tanto attesa legge sul così detto terzo mandato non è arrivata e così, sia pur a malincuore, ha dovuto lasciare, sparigliando le carte.

Qualcuno, anzi, nel centro destra prima, proprio in Alleanza nazionale poi, le carte le ha sollevate, rimescolate, buttate all’aria e ripigliate. Non sono mancati giochi di prestigio. E così, un risultato sicuro ed anzi eclatante per il centro destra, è diventato invece incerto e, probabilmente, si deciderà al ballottaggio, all’ultima scheda, preziosa e pesante, come quelle che le decine e decine di candidati si stanno strappando l’un l’altro in queste ore. Adriana Poli Bortone guida la lista di Alleanza nazionale, come quando cominciò la sua prestigiosa carriera politica. Il centro – destra è apparentemente compatto, CDU, Pensionati, Mussolini e Fiamma Tricolore inclusi ( ovviamente, qui la Lega Nord indipendenza della Padania non esiste ) dietro la candidatura di Paolo Perrone, il delfino designato.

L’onorevole Alfredo Mantovano ha poi ispirato una lista civica, che, sempre per Paolo Perrone sindaco, raccoglierà consensi oltre l’elettorato di Alleanza nazionale: “La Città”, così si chiama, sembra destinata ad essere la novità più significativa, per il peso specifico dei candidati che presenta, fra i quali, per esempio, l’entusiasmo creativo di un imprenditore, anzi, di artista della pubblicità, quale Valerio Melcore, ritornato dopo tanti anni, dopo le esuberanze giovanili, a fare politica attiva.

Per Paolo Perrone sindaco, sì. Già assessore nella amministrazione uscente, curriculum di tutto prestigio da trentenne rampante, Perrone è perfetto per Forza Italia, che lo esprime, con tanto di laurea alla Bocconi, di logica aziendale e di mentalità legata al “fare” come imperativo categorico. Ma la politica è un’altra cosa, forse.

Piccoli Berlusconi crescono e però senza carisma, con la condanna che poi il carisma non si trova sul mercato e non si può comprare neppure con Mastercard: come il coraggio di don Abbondio. se uno non ce l’ha, non se lo può dare.

Peggio, quanto a carisma, sta messo il centro sinistra, che, dopo primarie – farsa, presenta Antonio Rotundo, un oscuro funzionario di partito, da onesta carriera comunista, dal PCI al, quando si farà, Partito democratico, compensato così, sistemato così, per un seggio in Parlamento negatogli. Con tutta la buona volontà di Pietro Fassino, pure con la simpatia del Presidente della Regione Puglia, Niki Vendola: ma ce ne vuole, eh! E’ dura, è proprio dura, far brillare, colorare, quanto meno, una candidatura così scialba. Ma l’uomo è, nei suoi limiti, che diventano invece meriti, preparato politicamente, accorto, avile. Poi, il centro – sinistra, è unito. Tutti dietro Rotundo, abbracciati, coesi, almeno apparentemente monolitici, ricompattati prima dalla catastrofe annunciata, ringalluzziti poi dalla prospettiva di un clamoroso exploit.

Già, perché ci sono ben altre tre candidature a sindaco che toglieranno voti alla coalizione di centro - destra. Su due di esse e liste collegate, le cui logiche scompaiono appena escono dal pieno locale e sono comunque riconducibili a personalismi ed affarismi, è inutile soffermarsi.

Ma sulla terza, bisogna farlo. Perché si tratta di quella di Mario De Cristofaro, ora cane sciolto, o pecora matta che dir si voglia, novello tribuno della plebe, alla testa del suo neonato movimento “socialpopolare”. Beh, nel bene, nel male, Mario De Cristofaro da oltre quarantenni è la destra a Lecce. Dai tempi della Giovane Italia, come si chiamava allora il Fronte della Gioventù, Azione giovani di oggi, insomma, passando per anni di piombo e anni di governo, fino ad adesso: dai banchi, della scuola, tirati all’aria nel Sessantotto talentino, ai banchi del consiglio regionale della Puglia, di cui fino a due anni fa è stato esuberante Presidente. Fin troppo esuberante. Memorabile il giorno in cui De Cristofaro se la prese niente di meno che con Bush e il presidente della Giunta, Raffaele Fitto, da Bari, dovette chiedere scusa all’ambasciatore americano a Roma, scongiurando un caso istituzionale. Adesso, tra comizi improvvisati e feste a sorpresa, a ritmo di taranta, Mario De Cristofaro è l’incognita di queste elezioni: come quel pacco x del programma televisivo “Affari tuoi”, che non si sa quanto valga, fino a quando non lo si apre.

A proposito di “affari tuoi”. A ben vedere, tutto questo gran fervore partecipativo di liste e candidati non è qualcosa di bello. Dietro, si cela l’incapacità dei partiti di gestire le scelte e regolare la partecipazione, di educare, di mediare, di far crescere; dietro, si nasconde il fallimento della politica come gestione, cogestione e capacità propositiva di contenuti ideali.

Poi, c’è come una cesura evidente, una frattura netta, fra la carica dei candidati, i diretti interessati, gli addetti ai lavori, da una parte e dall’altra i cittadini elettori semplici, tirati per i capelli da parenti, amici e conoscenti, contesi al mercato della politica, assaliti al mercato delle bancarelle dai distributori di volantini, come l’anziana, ma elegante signora di prima, che, con quella carica polemica, orgogliosa e strafottente, nel portato genetico dei leccesi, si congeda dall’ennesimo tentativo di abbordaggio, con una frase stentorea: tradotta in italiano, “tanto adesso che arrivo a casa li butto tutti nel secchio della spazzatura”, dice, sbuffando, e poi sorride. 

 

Domenica 27 maggio si voterà in alcune città per il rinnovo dei consigli comunali.

In una geografia dell’anima, in tre di esse ci sarò anche io. No no, tranquilli, mica mi candido! Ho smesso di fare politica dai tempi di “Andare oltre”: io mi sono fermato lì. Da allora in poi, la politica non la faccio, la studio; comunque, me ne interesso, memore dell’insegnamento del mio Maestro, anch’egli non andato oltre, il quale diceva una frase bella, quanto vera: “Certo, tu puoi anche non interessarti di politica” – ripeteva ogni volta che incontrava qualche agnostico, o qualche ignavo – “Ma tanto la politica si interessa di te”.

Certo, oggi la nostra democrazia è ridotta per lo più a una partitocrazia feroce; a un indistinto grigiore, dopo che sono finiti non solo gli ideali, ma pure le idee; a una incapacità progettuale; alla gestione, per giunta clientelare, dell’ordinaria amministrazione, inseguendo gli sconvolgimenti epocali, subendo gli eventi, anziché anticiparli e deciderli.

Ma tranquilli, non voglio parlarvi nemmeno di questo sconfortante contesto, anche perché poi le eccezioni, per quanto rare, non mancano e, prima o poi, per dirla con un verso di Ezra Pound, uno dei pochi in italiano: “Torneranno i fanti, torneranno le bandiere”.

E allora? Allora voglio accompagnarvi in viaggio nella geografia dell’anima, là dove, domenica 27 maggio, sarò anche io. Accanto a tre miei amici - e uso la parola in senso riduttivo - che affrontano il giudizio del popolo sovrano e che ho seguito e continuo a seguire, più o meno coinvolto e dei quali vi voglio parlare, più dal versante del “personale”, che del “politico”.

Venite?

Non importa che nemmeno voi siate elettori di quelle città…Ma se conoscete qualcuno che invece lo è, ricordatevi i nomi che sto per farvi e le storie che sto per raccontarvi, grazie!

Andiamo? Il nostro viaggio comincia là dove, dopo Chivasso, seguendo una stradina che corre accanto alla ferrovia, lentamente, gradualmente, la provincia di Torino diventa Canavese e sto dando ora in escandescenze con questo correttore automatico che chissà mai perché si ostina a cambiarmi “Canavese” con “Canadese”, mannaggia a lui!

Benché si chiami così, comunque a Montanaro non ci stanno i montanari e pure i monti al massimo, nelle giornate terse, si vedono all’orizzonte.

Un paesino di casette antiche e villette moderne, a raggio intorno alla piazza principale, con i portici, il bar, la farmacia e il mercato la mattina.

Qui arrivò tanti anni fa, dalla natia provincia di Salerno, fresco di laurea in medicina, a fare il medico condotto, Antonio D’Ambrosio.

Se Cristo si è fermato, sempre in provincia di Salerno, a Eboli, lui si è fermato a Montanaro.

Dopo un bel po’ però cominciò pure a fare politica e sul finire degli anni Ottanta le nostre strade si incrociarono: lui avanti e io dietro. E se non di strada, da allora ne abbiamo fatte di strade!

Pure lui ricorda con affetto romantico la mitica campagna elettorale del 1992 quando era candidato al Senato, in cui, su una scassatissima “Uno” grigia con altoparlante incorporato, ricoperta da manifesti e stracolma di “santini” girammo tutti i paesi del Canavese ( io questo correttore automatico lo uccido! Ma come si fa a levare? Me lo dite per favore? Visto che mi fa soltanto danni! ) e del Monferrato e la gente assisteva ai nostri comizi volanti in un misto di incredulità, stupore, indignazione e partecipazione affettuosa, guardandoci come se fossimo marziani.

Poi nel 1995 diventò assessore alla sanità della Regione Piemonte e io con lui addetto stampa dell’Assessorato. Ho detto “stampa”, ma potrei dire tante altre cose ancora..

Per quasi sette anni, le mie giornate, spesso sabato e domenica compresi, cominciarono con lui alle otto di mattina e finirono alle otto di sera, quando finivano, se non c’era qualche convegno dove andare, qualche tavola rotonda o quadrata cui partecipare, per cui si facevano le ore piccole. Per ricominciare poi il giorno dopo sempre alle otto di mattina.

I paesi, le città, le strade del Piemonte, le abbiamo fatte tutte, con Ciro o con Sergio, i fidati autisti, che pigiavano il piede sull’acceleratore, perché, magari da Ovada, bisognava essere poi a Domodossola in mezzora, provateci un po’ voi a riuscirci, ed eravamo perennemente in ritardo.

E quanti guai, quanti problemi, quante storie, pure quanti litigi e quante incazzature, in tutti quegli anni senza fiato! Dove fra l’altro – e vedete quanta ragione aveva il mio Maestro? – la politica decideva non di un parcheggio, o di un’aliquota dell’Ici, ma proprio la salute, cioè il benessere psico-fisico, a volte la vita o la morte stessa, delle persone.

Ora, capitemi: come faccio a non volere bene, ma tanto tanto, a un uomo così? Con Antonio D’Ambrosio abbiamo mangiato nello stesso piatto. Ma è meglio spiegare. Attenzione: in un assessorato che muoveva interessi giganteschi, di miliardi e miliardi delle vecchie lire e milioni e milioni dei nuovi euro, non abbiamo preso nemmeno dieci lire in più del nostro stipendio ( il suo più consistente del mio, a dire il vero ).

Ma non è una frase fatta. Infatti, Antonio D’Ambrosio, al ristorante, ha due bruttissimi “vizi”: il primo, appunto, che con la forchetta ti viene sempre a “rubare” assaggi e assaggini di quello che stai mangiando tu, intento magari a parlare, chè se non ti stai attento, in un minuto non ti ritrovi più niente nel piatto; il secondo, che all’improvviso decide che è arrivato il momento di andare via, e ti fa lasciare il dolce, se va bene, il secondo e il contorno se va male, per seguirlo a ruota, “Neh Giusè jam ampress”.

Ora Antonio D’Ambrosio invece che il pensionato vuol fare il sindaco del suo paese. E’ a capo della coalizione “Uniti per il cambiamento”, che sfida il capo del soviet supremum dell’amministrazione uscente, anzi, non uscita mai.

Cambiamento, già. E’ passata l’Urss, pure in Cina è cambiato tutto, è caduto il Muro di Berlino, ma non quello di Montanaro: là, come direbbe Silvio Berlusconi e una volta tanto avrebbe pure ragione, “i comunisti” ci stanno ancora e durano imperterriti!

Sono proprio belle le elezioni in programma domenica 27 maggio?

Ma lasciamo Montanaro e andiamocene ad Alessandria. Una città piemontese soltanto per la carta geografica, fatta tutta a modo suo, che poi però proprio nella geografia, nella posizione strategica, a cavallo di cinque regioni, per cui in mezz’ora sei o in Lombardia, o in Liguria, o in Emilia, o in Toscana, ha il suo punto forte.

Poi, città nel mio cuore e nemmeno questa è una frase fatta, ma va beh, lasciamo perdere e andiamo piuttosto da un altro Antonio, Maconi.

Medico pure lui, figlio di un luminare della medicina, uno dei più giovani, promettenti e già brillanti chirurghi di tutta Italia quando, alla fine del secolo e del millennio, ecco qua, gli piglia la voglia irresistibile e irrefrenabile di fare politica, a tempo pieno. Un virus, che nessun medico è in grado di debellare. Una malattia inguaribile, che ti divora, ti assorbe tutto, ti fa pensare solo a quello e basta, come una droga che si alimenta e ti alimenta al tempo stesso in maniera irreversibile, in un dominio totale e incontrollato.

Di lui, proprio questo mi piaceva: il contagio terribile e passionale al tempo stesso (io, ne ero immunizzato! ) oltre che lo spirito di servizio, il senso di appartenenza, di identità, di comunità. Pure con Antonio Maconi ho fatto cose belle. Abbiamo, per dirne una, ritrovato nella biblioteca civica di Alessandria gli articoli di Ezra Pound per “Il popolo di Alessandria” e li abbiamo divulgati. Per dirne un’altra, abbiamo scommesso agli albori dell’era di internet sull’editoria on line e sulla comunicazione politica col web.

Da alcuni anni, anziché in ospedale – braccia rubate alla sanità! – Antonio Maconi opera in consiglio comunale e in consiglio provinciale.

Ora, se sarà rieletto in consiglio comunale, alla testa della lista di Alleanza Nazionale e se la coalizione di cui fa parte vincerà, farà poi il vicesindaco di Alessandria. La sua carriera farà un passo in avanti e in alto, insomma e io questo gli auguro. Perché ci ha creduto e perché ci crede. Se poi riuscirà ad accompagnarla con una maggiore serenità, ne guadagnerà anche in lucidità pubblica e tranquillità privata.

E andiamocene ora a mille chilometri di distanza, andiamo in un’altra città, andiamo nella sempre mia città, andiamo a Lecce!

Oh yes!!! Lecce, che già era bella, in questi ultimi dieci anni, Adriana Poli Bortone sindaco, è diventata bellissima: ha compiuto un vero e proprio processo di modernizzazione, senza per questo rinunciare alla propria tradizione, anzi, attualizzandola, valorizzandola, esaltandola. Vedete che poi la politica, quando giustamente interpretata, può e può far bene?

Ora però - dura lex, sed lex – dopo due mandati il sindaco uscente non si può più ripresentare, ché se no la Adriana avrebbe vinto con una percentuale bulgara: a disputarsi la poltrona di primo cittadino si fronteggiano le opposte coalizioni, con esito incerto, per tante ragioni.

Ma a parte questo, ‘stavolta a Lecce, direbbe sempre Silvio Berlusconi, “scende in campo”, candidato al consiglio comunale, in una lista civica denominata “La città”, pure Valerio Melcore.

E vai!

E io con lui! Anzi, almeno negli ultimi giorni di campagna elettorale, sarò con lui non solo idealmente, ma proprio fisicamente, a Lecce e questo è il minimo che potessi fare, oltre che un piacere.

Con Valerio, quando eravamo ragazzi, siamo cresciuti a pane e politica. Lui era il leader, io l’”intellettuale” del gruppo. Lui l’azione, io il pensiero. Lui l'estremista, io il moderato, almeno di questo venivo accusato all’interno. Però poi così ci compensavamo.

Vicini o lontani, molti dei protagonisti di oggi ci sono passati accanto e ne potremmo raccontare di storie!

Sono passati pure troppi anni, è vero, troppi.

Ma noi, novelli Dorian Grey, per un miracolo, quasi un rincorrersi del tempo e insieme un suo fermarsi, siamo ancora ragazzi. Pieni di tante cose da fare ancora e, soprattutto, di voglia di farle, pieni di entusiasmo, pieni di passione.

Ora a Valerio, diventato nel frattempo abile imprenditore e tecnico, anzi artista, della pubblicità, è rivenuta “la malattia” della politica.

Vedete? Che vi dicevo? Non si guarisce, non si guarisce proprio! Se ne può stare in letargo pure per quasi trent’anni, ma poi il virus si risveglia, si rimette in circolo e allora non c’è niente da fare! Lasci moglie, figli, collaboratori, lavoro, guadagni sicuri, attività avviate e ti rimetti a far politica, per cosa poi? Come un ragazzino, quando eri sempre in mezzo ai casini di ogni tipo, ah e ne potremmo raccontare pure di casini di ogni tipo!

Solo che non hai più venti anni, ne hai cinquanta. Beh, questo però soltanto per l’anagrafe: numeri che non hanno senso, no, ben altra è la verità!

Il già citato Silvio Berlusconi- e dagli! – direbbe – e soltanto per un’altra volta ancora avrebbe ragione- che la nostra “età biologica” è sempre di venti anni.

Forza Valerio, che la forza sia con te!

‘Stavolta, in questa tua seconda vita in politica, non ci saranno più i Commissari di Polizia con i quali trattare i cortei non autorizzati. Non ci saranno più- e meno male! Anche perché adesso non saresti più così veloce come allora a scappare!- cinquanta agenti della Celere a inseguirti con i manganelli all’aria. Non respirerai più – ma è sicuro che non te ne dispiace? - il fumo dei lacrimogeni.

Ma avrai sempre tanti documenti da scrivere, tanti manifesti da preparare e mille e mille battaglie ideali e sociali ancora da intraprendere.

Poi, vada come vada. Come diceva qualcuno, a noi così lontano, eppure a noi così vicino, le battaglie non si perdono, le battaglie si vincono sempre.

 
Di giuseppe (del 29/04/2007 @ 12:45:19, in blog, linkato 36201 volte)

Poche parole, ma significative, sulla storia tragica di Annamaria Franzoni, la cui vicenda, del resto, è ben lungi dal concludersi, come purtroppo sono ben lungi dal finire i siparietti mediatici allestiti con una intensità oramai francamente insopportabile, partendo da quelle da lei pronunciate ieri al suo avvocato e saggiamente riferite, nella consapevolezza acquisita, di aver sbagliato, nel prestarsi al circo mediatico.

Speriamo almeno che ora tenga fede al suo ravvedimento. Non ne possiamo più dei vari bruni vespi - enrichi mentani - maurizi costanzi – ireni pivetti – barbare palombelli - avvocati taormini e criminologi bruni che ci hanno massacrato durante tutti questi anni.

Come la Medea di Euripide, in un empito vai a sapere di quale delle nebbie che talvolta offuscano l’umana ragione, è stata lei ad uccidere suo figlio, né poteva essere diversamente.

Esattamente questo: non erano date altre possibilità e quindi si è trattato di un esito scontato, sia in assise, sia ora in appello.

Questo, le gente lo ha capito subito, al di là delle logiche processuali.

La gente però non ha capito perché chi ha i soldi può influenzare, condizionare, dilatare fino all’inverosimile, orientare e modificare la giustizia.

La gente non ha capito, infine, perché chi ha i soldi, anche se viene giudicato colpevole, non va in carcere e in carcere ci vanno sempre e soltanto i poveri, gli emarginati.

Diciamo queste due ultime cose, al di là del caso di Annamaria Franzoni, sulla quale riversiamo invece tutta l’umana “pietas” di cui siamo capaci, sì, proprio quel sentimento di umana generosità, fratellanza, solidarietà e amorevole compartecipazione invocato in sede processuale dal pubblico ministero e che ha prodotto la pena scontata da trenta a sedici anni.

Ma è una palese in-giustizia, una delle bruttezze più amare della nostra Italia, il fatto che oggi chi ha i soldi manipoli la giustizia a suo piacimento e che di qualunque pena si sia macchiato, pure dopo esserne stato giudicato ripetutamente colpevole, non paghi mai nessuna colpa.

 
Di giuseppe (del 27/04/2007 @ 18:48:05, in blog, linkato 36853 volte)

A Milano, ieri, ho visto anche gli zingari infelici, che sul treno cercavano di sviare l’attenzione dei viaggiatori, per permettere ai loro figli minorenni, opportunamente addestrati, di arraffare qualcosa: uno spettacolo penoso.

…Ho visto la Centrale con il consueto carico di varia umanità, brutta come sono ormai irrimediabilmente brutte tutte le stazioni ferroviarie italiane, sempre battute dai profughi della vita, disperati e disperanti, senza tetto, né legge e sempre sconvolte da perenni lavori in corso, che non migliorano niente e peggiorano tutto.

…Come sempre mi succede quando sono fuori Torino, ho incontrato qualcuno di Torino, che a Torino, dove entrambi risiediamo, non incontro mai, per un sorriso, il reciproco- “Che ci fai qui?”- e una pacca sulle spalle. …

Come sempre mi succede quando sono fuori Torino, ho dato ripetutamente informazioni ai turisti che me le chiedevano, pensando che fossi del posto: devo proprio ispirare fiducia, se sono sempre a fermarmi per strada e domandarmi come si va per di qua, o per di là, e io che rispondo, con incredibile sicurezza, come se vivessi lì, pure con l’accento milanese, se sono, come ieri, appunto, a Milano, o con quello romanesco, se nella capitale, o infilando un “belin” ogni due parole se a Genova, e così via, e ogni volta a stupirmi che a chiedere informazioni siano sempre le donne e mai gli uomini: giustappunto, gli uomini che non devono chiedere mai.

…A Milano, ieri, seduto al fresco dei giardini intitolati alla memoria di Indro Montanelli, facendo finta di leggere i giornali, ho ricordato quando, ragazzo, gli scrissi, chiedendogli aiuto per poter fare il giornalista e lui mi rispose, prodigo di buoni consigli e adesso, adesso che nessuno ti risponde mai, quando gli chiedi qualcosa, nemmeno il capo di gabinetto di un ministero e il capo di gabinetto, nel senso di w.c. di un ufficio, non ci posso credere: ma sono queste le piccole cose che fanno i grandi uomini.

…A Milano, ieri, seduto al fresco dei giardini intitolati alla memoria di Indro Montanelli, facendo finta di leggere i giornali, ho visto passare davanti la mia panchina, in nemmeno un’ora, nell’ordine: due pattuglie di “polizia municipale”, come si chiamano i vigili a Milano, in auto; due poliziotti municipali a cavallo; due vigilasse a piedi; un’auto dei carabinieri, una di vigilanza privata e infine un mezzo di volontari vigili del fuoco: e mi sono accorto che Letizia Moratti aveva vinto le elezioni da un anno. …

A Milano, ieri, ho visto prezzi assurdi nelle vetrine di via Turati, di via Manzoni, di via Montenapoleone: abiti e accessori, delle solite note marche, folli nei costi. Poi, con sconforto, le stesse vetrine, ho pensato, che avevo visto a Torino, a Roma, a Genova, a Londra, tutte uguali. …Pure in galleria, non c’è più “la” Motta, ma una catena che trovi sulle autostrade di tutta Italia.

…Ho letto i menù esposti fuori di ristoranti che necessitano, per una cena, della preventiva accensione di un mutuo bancario.

…Ho visto molte delle ragazze che passavano per strada con ai piedi ciabattine, infradito, ma proprio quelle che quando ero ragazzo noi portavamo sulla spiaggia, a mare e già di questo, di portarle solo a mare, ci vergognavamo e nessuno si sarebbe mai sognato di metterle per uscire normalmente in città: e invece adesso, ieri, a Milano, ho visto le ragazza a piedi nudi con le ciabattine sottili ciabattare a passeggio nel centro.

…Ho visto passare poi gente vestita da un accesso all’altro: da quelli jeans e maglietta fina a maniche corte, a quelli con giubbotto, giacca, gilè, camicia e cravatta ( beh, però non avevano più la sciarpa).

…Ho visto cinesi, tanti cinesi, tantissimi cinesi, fra residenti e turisti: e ho capito che la Cina è vicina.

…Ho preso tutti i giornali di free - press che ti danno alle fermate del metrò e mi sono sollazzato con un’edizione gratuita del “Corriere della sera” che esce al pomeriggio, con una del “Sole XXIVore” che si chiama ( dai, non ci posso credere! ) ”24 minuti” e con altri tre o quattro quotidiani gratuiti: e ho capito che l’informazione è cambiata.

…Ho pensato che ero vicino l’Europa e ho ricordato la Lecce lontana, le spiagge delle mie estati di città ancora più lontane, a quel Salento, di sole, di vento, di caldo, che “dell’Europa la Giamaica è”.

…Ho fatto la riunione di lavoro con venti persone per tre ore e mi sono sentito sempre solo.

…Ho pensato che volevo acquistare un attico con vista su piazza Duomo, da tenere come base per i miei soggiorni futuri, per un’occasione o per l’altra, e mi sono accorto che non mi erano rimasti neppure i soldi per il taxi.

…Così ho rifatto di nuovo sempre a piedi il tragitto da Piazza Duomo alla Centrale e sono ripartito, quando le prime luci della notte si accendevano ai lati dei binari, nel grande hinterland di banche, di fabbriche, di uffici e sempre più solo, in quel vagone anonimo e vuoto, mi son sentito, fintanto che sono arrivato a Porta Nuova e me ne sono tornato, sempre a piedi, stanco morto, dopo mezzanotte, a casa.

 
Di giuseppe (del 19/04/2007 @ 16:15:33, in blog, linkato 41162 volte)

Peccato che “Repubblica” sia in sciopero, in questi giorni...Dove scriverà adesso, prima ancora del che cosa scriverà, la sdegnata consorte?

“Oggi”, un nuovo capitolo della telenovela che il diretto interessato aveva cercato, l’ultima volta, in pubblica risposta, di minimizzare quali “bagattelle”, mettendoci un “t” e una buona dose di faccia tosta di troppo.

“Bagatelle per un massacro” è il titolo di un romanzo di Louis Ferdinand Celine. Qui le bagatelle sono per un incontro multiplo. Cinque più o meno belle ragazze nella mega villa sulla costa Smeralda, per Silvio Berlusconi, però sorpreso dalle foto che chissà come il fotoreporter Antonello Zappadu è riuscito a scattare e che il settimanale “Oggi” ha deciso di pubblicare. Ha fatto bene. Avrebbe fatto meglio a pubblicare pure quelle del tran-giro di Silvio Sircana, ma questa è un’altra storia.

Adesso, mentre la musa ispiratrice della prosa epistolare di Veronica pare non solo inaridita, ma schiantata dall’ultima rivelazione sulle attività...politiche del marito, fanno ridere – genere: comico – le dichiarazioni che si succedono in queste ore, di servitori politici professionisti e gentili intrattenitrici non professioniste del leader di “Forza Italia”.

Tentano ora di far passare quanto accaduto come una riunione, appunto, politica, una specie di “convention” di simpatizzanti! Strano modo di fare politica! Chissà quali...profondi...argomenti si possono toccare con le varie grandi sorelle e grandi presentatrici televisive ( avessero mai parlato di politica, nelle loro per altro limitate apparizioni in pubblico! Ma soltanto di tresche e spettacolini!  ) colte in dolce e affettuosa compagnia nella mega - villa privata! Passeggiando mano nella mano! Sedute sulle ginocchia del capo! Vestite in tuta di ginnastica! Tutti indici di ...familiarità, di intimità, insomma: ci siamo capiti!

 
Di giuseppe (del 17/04/2007 @ 15:39:28, in blog, linkato 42728 volte)
Ieri era la Cisnal, oggi è diventata l' Ugl, ma è sempre il sindacato nazionale, la confederazione sindacale dei lavoratori originale e alternativa e anzi ha conservato, attualizzato e rilanciato le grandi tematiche ideologiche della giustizia sociale e della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende. Qualcosa di unico e prezioso, che va al di là dell'etichetta di "destra" che comunemente le viene appiccicata. Venerdì prossimo, a Torino, nella sala "Principessa Isabella", di via Verolengo, n. 210, in un incontro organizzato dal centro studi "Araldo" ne discuteranno il segretario provinciale Giuseppe Failli, un ex sindacalista "storico" quale Bruno Labate e il dirigente d'azienda Leo Scandorra. Io ci sarò. E voi?
 
Di giuseppe (del 16/04/2007 @ 17:34:16, in blog, linkato 43070 volte)

Anche i giornali nascono, crescono e prima o poi, per una ragione o per l’altra, muoiono.

Ma i giornali qualche volta rinascono. A volte ritornano.

Dopo quaranta numeri, gli ultimi due dei quali bellissimi, monografici, dedicati al recupero della memoria delle iniziative culturali attuate in mezzo secolo dalla “destra” di alternativa culturale e politica italiana, “Letteratura-tradizione”, la bella e preziosa rivista edita da tanti anni a Pesaro da fine poeta e impagabile animatore culturale Sandro Giovannini, con la sua casa editrice “Heliopolis”, cessò le pubblicazioni l’ estate scorsa. I motivi: in primo luogo, le risposte inadeguate dell’area di riferimento in termini di riscontri.

Ora, a nemmeno un anno di distanza, “Letteratura-tradizione” ritorna, è questa la notizia.

Ricomincia da 41, anche se con una nuova veste grafica, in prezioso, importante, formato volume, un rinnovato entusiasmo editoriale e un necessario ripensamento di contenuti.

Nelle prossime settimane, una serie di incontri in tutta Italia segneranno la compiuta definizione del progetto operativo. Il primo appuntamento del genere, per il Settentrione, si terrà a Milano, nel pomeriggio di giovedì 26 aprile ( se qualcuno fosse interessato a partecipare, me lo comunichi via mail e andremo insieme alla riunione ).

Mi piace riportare qui di seguito alcuni passaggi della lettera con cui Sandro Giovannini ha chiamato a raccolta i responsabili di “Letteratura-tradizione”:

Abbiamo sempre desiderato il rinnovarsi delle nostre iniziative ed ora possiamo crederlo. La speranza è che, con alcune caratteristiche del tutto nuove, come formato, impaginatura e periodicità, questa nostra rivista possa raggiungere livelli ancor più alti e riconoscimenti maggiori.

...Permane anche l’immutata necessità che una voce come la nostra, nello specifico letterario ed artistico, abbia una possibilità espressiva che altrimenti andrebbe ad annullarsi nuovamente e definitivamente. Che abbia la possibilità di far provare e temprare energie fresche di giovani, nel solco di una compatibilità e di un’esperienza collaudata, nel segno dell’antinarcisismo e della sobrietà agente.

Certo non ci illudiamo di poter, da soli, rappresentare esaustivamente la complessa dimensione di valori e ragioni, riferite a quello specifico, che legittimamente si affacciano da tante iniziative, anche individuali, anche di gruppi, che privilegiano logiche del tutto propositive e metapolitiche, ma siamo anche certi che nessuna iniziativa ha mai raggiunto una tale organicità di proposta e di rappresentanza consensualmente contestuale delle idealità, alla fonte della dimensione espressiva.

Prendiamo anche atto però, definitivamente, dell’impossibilità di mantenere ancora una sorta di “ambiguità creativa” che, con il precipitare in una specie di imbuto epocale dello scatenamento mondialista e della relativa restaurazione repressiva del pensiero unico, si rivelerebbe per ambiguità pura e semplice.

Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano.

Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea.

Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Chiarezza quindi estrema nei riferimenti. Conseguente libertà, quindi, da ogni condizionamento politico o settario o di interessi, comunque, a noi, alieni.

Un luogo di pensiero in azione, giovane ma maturo, per quest’epoca drammaticamente inquieta, che necessita anche di una creatività che si esprima con forza e purezza.

 
Di giuseppe (del 03/04/2007 @ 16:33:22, in blog, linkato 39515 volte)

Come detto il 29 ottobre scorso, data in cui finì quel periodo “estivo” di validità, e - sempre in quel blog – come motivato logicamente, io non seguo l’ora legale, perché la ritengo una colossale cazzata, cui tutti si adeguano senza una ragione, né un motivo, senza niente, semplicemente per conformismo, per abitudine, per incapacità e rinuncia di e a ragionare, di e a battersi.

Come detto il 24 marzo scorso, nel momento in cui la famigerata abitudine imposta per legge è rientrata in vigore, ho richiamato e ribadito quanto ho esposto ripetutamente, non senza destare perplessità e sconcerto.

Quel che non vi ho detto, invece e che vi dico adesso è che “gli altri” considerano questa mia annuale abitudine – NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI –una stravaganza, se non – nella peggiore- tout court un sintomo di pazzia. Bene, bene, cari: né stravagante, né pazzo! Bensì, capace di ragionare e di battermi!

State a sentire.

Un anonimo lettore o lettrice del mio blog mi ha mandato appena ieri via posta elettronica una segnalazione di un articolo, che pure mi era sfuggito e che pertanto ho “recuperato” grazie a questa preziosissima segnalazione, di cui non finirò mai di ringraziare lo sconosciuto interlocutore.

Si tratta di un articolo, anzi due, di una pagina intera, insomma, dell’ultimo numero del popolare settimanale “Oggi”, in cui per la prima volta ho letto sul merito della questione qualcosa di illuminante, quanto di intelligente. Per la prima volta. Che – in buona sintesi – sostiene quello che da sempre sostengo io. Che l’ora legale non serve a nulla dal punto di vista economico. Che anzi poi fa male alla salute.

E dai! Sì!

Trascrivo qui di seguito integralmente gli articoli in questione.

Il primo è firmato dal giornalista scientifico Luigi Bignami, geologo, giornalista e scrittore scientifico.

Forse in realtà non ci sarà nessun risparmio. Negli Stati Uniti è iniziata con tre settimane di anticipo e durerà una settimana in più in autunno; in Italia invece e in tutta Europa, l’ora legale ha preso il via il 25 marzo. L?anticipo americano è l’ennesimo tentativo per capire se davvero l’ora legale può far risparmiare energia. Secondo Terna ( società responsabile in Italia della trasmissione e del dispacciamento dell’energia elettrica sulla rete ) l’anno scorso si sono risparmiati circa 73 milioni di euro. Ma studi molto approfonditi provenienti dall’ Energy Institute australiano sostengono che i risparmi sono soltanto apparenti. Secondo l’istituto, infatti, il risparmio viene sempre calcolato sulle ore interessate dalla maggiore quantità di luce( quelle pomeridiane , mentre se si fa il computo complessivo tra il risparmio pomeridiano e la maggiore richiesta di energia tra le 7 e le 8 del mattino e quelle più tarde perché, mediamente,si rimane svegli più a lungo, il risparmio risulta zero. L’ora legale crea poi problemi “psicologici”, oltre che all’uomo, alla zootecnica e all’ agricoltura. Cambiare l’ora di mungitura due volte l’anno è uno stress per gli animali. E per gli agricoltori è una forte seccatura, tant’è che in Giappone, dove l’ora legale venne introdotta dagli Americani subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1952 fu eliminata per le proteste degli stessi contadini”.

Il secondo è di Maria Grazia Parisi, medico e psicoterapeuta:

L’avvento dell’ora legale viene quasi sempre salutato come un fatto positivo, sia per il risparmio di energia e denaro che ne deriverebbe, sia perché coincide con l’arrivo della bella stagione. Alla maggior parte della gente fa piacere avere qualche ora di luce in più dopo l’orario di lavoro e nel tempo libero; è poi noto che, tra gli innumerevoli effetti benefici di una maggiore esposizione alla luce naturale, c’è anche quello di innalzare il tono dell’umore. Tutti contenti, dunque? Mica tanto. Perché c’è chi paga un prezzo non indifferente per questo apparentemente piccolo, ma in verità importante cambiamento. Soprattutto bambini e anziani, ma anche molti soggetti sensibili alle variazioni ambientali, possono ricavarne un certo disagio, che può durare anche qualche settimana. Disturbi del sonno, della digestione, dei cicli femminili, stanchezza, irritabilità, instabilità psicologica sono tra i principali sintomi che vengono riferiti da un numero sorprendente di persone. In realtà, benché civilizzati e apparentemente abituati a ritmi non certo naturali, , siamo probabilmente molto più dipendenti dai cicli stagionali di quanto non pensiamo. Il semplice slittamento di un’ora può quindi bastare, in questi casi, a creare uno sfasamento del normale funzionamento nervoso e ormonale a cui l’organismo deve poi far fronte, spendendo molte energie per un adattamento non previsto in natura”.

 
Di giuseppe (del 29/03/2007 @ 11:16:30, in blog, linkato 37422 volte)

Tutti invitati ( ingresso libero )

Associazione Culturale POESIA ATTIVA

Info: tel. 011 5176881 - Cell. 338 1534427 www.poesiattiva.it; e- mail: info@poesiattiva.it

Venerdì 30 marxo 2007 - Ore 20.00

Chiesa di San Dalmazzo Via Garibaldi 24 Torino

VIA CRUCIS di Papa Benedetto XVI

A cura di: Armando Santinato

Apertura Padre Giuseppe Colpani - Bruno Labate

Presenta Marcello Croce

All’organo: Stefano Rosso

Interpretano Francesca Altavilla, Bartolo Arnolfo, Maria Anna D’Antuono, Victoria Caniggia, Francesco D’Andrea, Lorenzo De Francesco, Paola Galliano, Mario Maglione, Daphnie Marino, Chiara Morrone, Giuseppe Morrone, Lino Morrone, Iolanda Rigo, Marisa Sacco.

 
Di giuseppe (del 25/03/2007 @ 10:44:39, in blog, linkato 36644 volte)

Guardate il blog del 29 ottobre 2006...

 

ORA LEGALE? No, grazie!

 
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