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 ISPIRATA/ La Santanchè, nel momento di massima azione politica di cui è stata capace i... di giuseppe
 
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“Nessuna meta è irraggiungibile, quando ho qualcosa da dire”

Nicola Vacca
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 13/07/2008 @ 12:44:12, in blog, linkato 1979 volte)

HO APPENA INIZIATO OGGI UNA NUOVA EDIZIONE DEL MIO "VECCHIO" E CARO SAGGIO "RITRATTI DEL NOVECENTO", COL TITOLO DI "MAESTRI DEL NOVECENTO", PERCHE' VOGLIO TRASFERIRLO IN EDIZIONE CARTACEA, DA PROPORRE AD UN EDITORE ATTENTO E LUNGIMIRANTE.

“Maestri del Novecento” presenta in maniera divulgativa ventuno protagonisti che hanno segnato con il loro pensiero e la loro opera il secolo scorso, in cui si trovano le nostre radici.

Lo ritengo fondamentale, nella mia creatività e nel mio impegno, perché didattico, ma non accademico; e perché divulgativo, quale testimonianza preziosa, ma soprattutto quale opportuna valorizzazione, di tutto un patrimonio culturale, in cui affondano le radici mie e di tutta una generazione, che se ne considera erede.

Come detto, la redazione si è sviluppata attraverso molti anni.

Con il titolo di “Ritratti del Novecento”, fu pubblicato on line per la prima volta nel 2002 sul sito di Antonio Maconi e successivamente anche sul mio sito, opportunamente “segnalato” in modo multimediale, nella convinzione di aprire così nuove strade alla diffusione e alla divulgazione editoriale, di cui lo sterminato pubblico di internet costituisce una meta esaltante.

Si tratta di un esperimento riuscito, di una scommessa vinta. Come documentato in maniera ufficiale e incontrovertibile dai sistemi automatici di rilevamento delle presenze sul web, durante tutti questi anni, in cui, fra l’altro, il testo è stato continuamente corretto, integrato e aggiornato, giungendo, a giugno 2006, alla quinta edizione, ha avuto centomila consultazioni: un risultato eccezionale!

L’opera, appunto alla quinta edizione, fra l’altro arricchita da numerose e, in alcuni casi, rare immagini, che permettono una conoscenza anche visiva, a livello multimediale, rimarrà comunque per mia decisione ancora su questo sito in lettura libera e gratuita, consultabile, fra l’altro, in diverse soluzioni, che, benché siano passati alcuni anni, da quando furono così rese disponibili dal grafico e web master Stefano Stradella, rimangono ancora all’avanguardia nel campo dell’editoria elettronica.

Nell’editoria cartacea, tradizionale e perenne, questo saggio vuole escire adesso, completamente riveduto, corretto e ampliato nel testo. Non ha, per scelta editoriale, la galleria fotografica delle edizioni on line, ma ha guadagnato in completezza, organicità e, magari, anche comodità di consultazione. La decisione di cambiare il titolo rispetto all’originale è dovuta al fatto che nel frattempo è uscito un altro volume che lo ha inopinatamente usato, fra l’altro senza occuparsi di nessuno dei protagonisti qui trattati, ma di altri personaggi e perché, anche per lo sforzo di definitiva integrazione e sistemazione, un nuovo titolo magari comunque meritava.

Questi ritratti sono in effetti e a tutti gli effetti ritratti di Maestri, di vita, prima ancora che di arte e di pensiero, le cui lezioni rimangono vivissime, preziose per illuminare il cammino di chi in futuro vorrà conoscerle, meditarle e seguirle.

 
Di giuseppe (del 12/07/2008 @ 14:44:41, in blog, linkato 1934 volte)

Adesso ne sono convinto.

I ragazzi di oggi non sono né migliori, né peggiori dei ragazzi di ieri. Sono i giovani di sempre: deboli, indifesi, senza certezze, ma con tante speranze, portati a bruciare le esperienze e a sbagliare.

Oggi in più e in peggio ci sono però i mass – media, vecchi e nuovi, dai video di youtube, alle mode delle gazzette anche di importanza nazionale, che sono i veri responsabili dell’imbarbarimento dei giovani, perché riportano, propagano e amplificano certi comportamenti disdicevoli, certo, anzi squallidi ed esecrabili, ma che finiscono lì e che non hanno niente, proprio niente, di tutto quello che giornalai, sapientoni e parrucconi ci scaricano sopra, dentro e tutto intorno, dimentichi di quando anch’essi ebbero sedici anni, perché a sedici anni siamo stati tutti “zozos”, come si chiamava un bel film del cinema francese delicatamente intimista degli anni Settanta.

Dei miei sedici anni e dei miei splendidi anni Settanta riporto un solo, significativo ed emblematico, episodio "intimista".

Durante una noiosissima assemblea di sezione, il corso B, al liceo classico, un mio compagno di classe, poco interessato ai problemi del Cile e del Vietnam, pensò bene di ravvivare la mattinata, insieme ad una delle mie bellissime, procaci e- diciamo così, per adoperare un eufemismo – “esuberanti” compagne di classe, alla quale rivolse esplicite allusioni e proposte implicite. Subito dopo, con un “tranello” – in cui la ragazza sapeva benissimo di cadere e anzi di voler cadere – la attirò nell’aula rimasta deserta, mentre altri due facevano la guardia all’entrata, dall'interno, vicino la porta socchiusa, ma al tempo stesso, quale ricompensa del servizio reso ai folli amanti, potevano liberamente guardare che cosa avveniva a pochi metri di distanza sopra, sotto e intorno alla cattedra e così - sempre per usare un eufemismo - in qualche modo partecipare all'evento: e che cosa avveniva più o meno ognuno se lo può facilmente immaginare senza bisogno che lo racconti io qui adesso.

Sfortuna volle che però dal lato opposto dell’edifico, dal piano più in alto, passasse proprio in quei momenti il Preside e che vedesse, trasecolando, dalle ampie vetrate, in quali pratiche i miei due compagni di classe si stavano alacremente esercitando.

Venne dunque velocemente verso l’assemblea e tanto bastò – “Arriva il Preside! Arriva il Preside!” – perché chiunque fosse in tutt’altre faccende affaccendato, compresi i due erotici, si ricomponesse velocemente e si mostrasse tutto intento a seguire la noiosissima discussione non mi ricordo nemmeno più intorno a che cosa, se era Cuba, il Vietnam, il Cile o che cosa.

Rimase lì e, finita l’affollata riunione, però subito il Preside convocò me urgentemente nel suo ufficio.

Ah, giusto, ero io il rappresentante di classe e di sezione.

Pensavo chissà quale questione politica dovesse sottopormi, o rimproverarmi…

Mi aspettavo chissà chè...Mi chiedevo che cosa avessi detto 'stavolta nel mio intervento per suscitare i suoi rimbrotti e magari la solita sparata antifascista...

E invece…Eh già, perché, come si diceva in quegli anni, “il personale è politico”…

Il Preside mi fece rimanere in piedi davanti alla sua scrivania e in piedi si alzò anch’egli. Era rimasto pure col cappotto addosso: sì, proprio il mitico loden verde. Assunse l’aria solenne dei momenti difficili. Rosso in viso, per il furore e la vergogna, mi disse quanto aveva visto e mi invitò a provvedere: io, non lui, perché aveva deciso che dovevo pensarci io…a parlare con i due fedifraghi, a dir loro quelle cose che egli non aveva bisogno nemmeno di spiegare, tanto erano chiare e precise e nemmeno minacciò, annunciò semplicemente, annunciò a me affinché riferissi, che se si fossero ripetuti episodi simili, un qualunque episodio del genere, egli avrebbe così, senza bisogno di dire o fare altro, senza spiegazioni, senza niente, immediatamente, decretato l’espulsione a vita, non solo dalla nostra, ma da tutte le scuole del regno, degli eventuali reprobi e colpevolmente recidivi.

Mi ricordo che disse proprio così: “ Chiunque sia, la prossima volta li piglio e li caccio da tutte le scuole del Regno!”.

Quando parlai con i due erotici, e poi con tutti gli altri, che a seguire appresero quanto successo, non ci fu bisogno di molte parole: mi bastò riferire quanto.

Nessuno mandò i video a youtube: certo, perché all’epoca non c’erano i telefonini e internet: ma avete pensato che oggi si mandano i video a youtube, perché youtube li pubblica e che se non li pubblicasse non solo nessuno li manderebbe, ma nemmeno li farebbe?

Nessuno scrisse articoli di giornali. Nessuno ne parlò ai giornalisti, della carta stampata e della tv.

Nessuno intavolò discussioni, oppure organizzò tavole rotonde e quadrate, sul razzismo, sul maschilismo, sul bullismo, sulla mancanza di valori e di ideali e tutte queste robe qua che quasi sempre a sproposito oggi vengono ogni volta evocate.

Fatto sta che quell’anno e pure l’anno dopo certi episodi non si ripeterono più, almeno a scuola, il glorioso ginnasio – liceo di Stato “G.Palmieri” di Lecce, e, proprio secondo le volontà del saggio e forte Preside, trovarono luoghi più consoni per manifestarsi, tipo le cantine buie delle case private e gli angoli remoti dei giardinetti pubblici.

Ecco, faccio punto.

Aggiungo solamente che tutto questo discorso mi è venuto fuori perché ieri ho letto una valanga di articoli, su quotidiani pure i più importanti e prestigiosi, lunghi, documentati, con le interviste ai protagonisti, ai loro genitori, ai parroci, agli educatori, agli psicologi, ai filosofi, ai politici e meno male che non è stato convocato sull’argomento il consiglio di sicurezza delle nazioni Unite, su quanto accaduto in un paese della provincia di Torino, Ciriè, dove alcune ragazzine hanno costretto una di loro, colpevole di essere più bella e perciò di farsi la figa, a strisciare ai loro piedi, in segno di sottomissione, mentre erano in centro, vicino all’oratorio.

Roba che non solo non era da pubblicare – l’unico effetto è quello di ingenerare simili tentazioni, a comportamenti più stupidi che insignificanti – su quotidiani importanti, tanto più con tale dispiego di spazi e di mezzi, ma neppure un rigo e neppure sul bollettino parrocchiale.

Ma anzi, che dico pubblicare? Una bella lavata di testa, da parte del parroco, due parole serie e pesanti, quattro schiaffoni e tutto sarebbe finito lì. E invece… Perché sì, i ragazzi sono sempre quelli, altro che storie, ma evidentemente non ci sono più i parroci di una volta. E nemmeno i Presidi, di una volta. Oggi ci sono i giornalai, i sapientoni e i parrucconi.

 
Di giuseppe (del 07/07/2008 @ 18:44:53, in blog, linkato 2035 volte)

Ad Asti, aull'autostrada e sulla ferrovia, a cinquanta chilometri da Torino, verso sud est, c’è la Cattedrale, che da sola vale un viaggio, o una deviazione: una piazzetta del centro – storico e davanti l’imponente e superbo edificio, che dal romanico attacca nella sua ricostruzione il gotico, di cui costituisce un rappresentativo esempio italiano.

Architettura e arte a parte, ad Asti c’è il palio, che rifà il verso a quello di Siena e si corre a settembre, con una festa che dura un mese, fra rievocazioni storiche, sfilate, fiere e mercati: e piazza del palio si chiama la piazza principale, un ovale altrimenti adibito a parcheggio, intorno al quale sembra ruotare tutta la città, e lungo il corso principale, che, ovviamente, porta il nome del più illustre concittadino, quel Vittorio Alfieri settecentesco grande esponente della letteratura italiana: città che poi è piccola, e tranquilla, schiva e riservata e di sé parla e fa parlare soltanto attraverso l’esasperato culto dell’enogastronomia.

Si mangia alla piemontese, all’astigiana propriamente e si bevono grignolini e moscati e gli altri vini, delle Langhe e del Monferrato, la vera regione, che si estende a cavallo delle province di Alessandria e, appunto, Asti.

Schiva e riservata, tranquilla e senza fretta scorre la vita di provincia, un po’ come le acque del fiume che la bagna, quel Tanaro scuro, limaccioso e mansueto, che però ogni tanto sbanda, si gonfia ed esonda, allagando tutto intorno.

 
Di giuseppe (del 06/07/2008 @ 16:01:26, in blog, linkato 2218 volte)
Questo blog non può essere riportato qui, nella sede normale: è direttamente sulla home page, in special blog
 
Di giuseppe (del 04/07/2008 @ 23:53:41, in blog, linkato 1356 volte)

Per alcuni mesi, più o meno dall’inizio dell’anno nuovo, ho scritto il mio nuovo libro.

Mi ero imbattuto nell’argomento per caso, mentre, per tutt’altre ragioni, mi occupavo di un fatto di cronaca.

Quando avvenne, nel mese di novembre dell’anno 2000, avvenne in maniera improvvisa e tutto si consumò rapidamente: nel giro di qualche giorno, nonostante la vasta e immediata eco mediatica, rapidamente, non se ne parlò più. Soprattutto passò indiscussa la tesi del suicidio, comunemente accettata, per spiegare la tragica morte di Edoardo Agnelli, uno dei due figli di Giovanni Agnelli, l’unico maschio ed erede della dinastia della importante azienda multinazionale Fiat e del grosso impero finanziario su di essa costruito nel tempo.

Così, io mi sono ritrovato davanti il “suicidio” di Edoardo Agnelli nello scorso inverno, quando, dovendo preparare un articolo, fra l’altro per una rivista culturale, sulla vicenda, questa sì conosciutissima e seguitissima da tutti i giornali e le televisioni, dell’eredità contesa della famiglia Agnelli, mi sono preliminarmente dedicato a ricercare la più ampia documentazione possibile.

A margine delle mie ricerche su questi argomenti, ho trovato alcuni siti internet, cinque o sei in tutto, che fra l’altro si rimbalzano l’un l’altro un paio di documenti, non di più, che parlano della morte di Edoardo Agnelli come “omicidio” volutamente perpetrato ai suo danni. Ma intanto, a questo punto, era scattata in me la molla che mi ha spinto a scrivere questo libro, a compiere cioè una vera e propria inchiesta giornalistica. E’ a questo punto che ho deciso di lavorarci personalmente e professionalmente.

Mettiamo pure che la tesi iraniana del complotto sia farneticante, mi sono detto: ma manca del tutto la spiegazione del perché si tratti di farneticazioni, di deliri; una ricostruzione puntuale e precisa dell’accaduto che a tutt’oggi manca può quindi ricondurla irrimediabilmente e definitivamente in tale ambito e pure dare una risposta esaustiva a chi certe domande non si è nemmeno mai voluto, o potuto porre.

Non sarebbe comunque fatica vana, se non altro perché indirettamente permetterebbe di ricostruire e consegnare alla Storia contemporanea una figura così emblematica come quella di Edoardo Agnelli, del quale nessuno ha mai diffusamente scritto, soprattutto nell’ aspetto “politico”. Se invece scoprirò qualcosa di poco chiaro, mettendomi sulle tracce della tesi del complotto, ne darò conto e ampia documentazione ai miei lettori.

Nella fattispecie, ragionando in maniera uguale e contraria, posso capire che il fanatismo religioso possa spingere a deliri ideologici. E’ successo, ed è successo a tutte le religioni, non soltanto a quella mussulmana.

Ma, mi sono sempre chiesto preliminarmente, in maniera simultanea, pensando che per l’ “incidente” occorso a lady Diana, come è noto insieme al suo nuovo compagno musulmano, della famiglia reale inglese, sono stati scritti decine di libri e riaperte due inchieste giudiziarie, perché niente di tutto questo è mai avvenuto in Italia per il “suicidio” di Edoardo Agnelli? Per semplice sudditanza psicologica dei giornalisti italiani nei confronti degli Agnelli, che fra l’altro controllano, direttamente, o indirettamente, anche tanta parte dell’informazione italiana e dell’editoria?

Invece adesso non sarebbe il caso, anche alla luce delle recenti rivelazioni, sull’eredità contesa, di operare urgentemente, in tal senso?

Come detto, però, a questo punto la molla era già scattata in me. Ecco, nelle ultime settimane, poi, questo lavoro mi ha preso tutto, assorbendo tutti i miei pensieri e tutte le mie energie intellettuali, ogni mia azione, insomma, tranne quelle strettamente connesse alla sopravvivenza biologica.

Ora, il mio lavoro è pressoché finito: manca ancora qualche altro contatto, il capitolo finale, forse. Ora, sto cercando un editore: ho già fatto la prima scelta e attendo la prima risposta. Trepido.

Non voglio anticipare niente: ma dopo mesi di lavoro, di ricerche, di colloqui, di interviste, di pensieri e parole e- fra l’altro – di tante nuove conoscenze, alcune delle quali penso si siano oramai trasformate anche in vere e proprie amicizie, ho scoperto quanto basta per offrire un libro interessante, ecco, diciamo questo. Fra cifre economiche e finanziarie astronomiche e la figura di un uomo completamente rivisitata rispetto a quanto comunemente si sapeva.

E anticipo soltanto quest’altro: interessante a tal punto da potersi e anzi doversi spesso stropicciare gli occhi, e anche altro. “Ottanta metri di mistero - La tragica morte di Edoardo Agnelli” è in fase di completamento. Mentre sta cercando il suo editore.

 
Di giuseppe (del 05/06/2008 @ 15:53:08, in blog, linkato 2020 volte)

Questa città ha una data e un motivo ufficiale per la sua fondazione, un fondatore pure. Siamo nel dodicesimo secolo, al tempo delle guerra di Federcio Barbarossa, contro i comuni italiani, alleati col Papa. Fu appunto Papa Alessandro III che la fondò, in funzione anti – imperiale e, nelle vicinanze, in funzione anti - Casale, che stava invece, appunto, con l’imperatore: quasi un secolo dopo di guerre e battaglie, Alessandria, alleata con Vercelli e Milano, distrusse l’odiata Casale.

Rimase poi nell’orbita dei Visconti, quindi del ducato di Milano, per secoli, sia al tempo della dominazione degli Spagnoli , sia di quella successiva degli Austriaci, per poi seguire le sorti napoleoniche e sabaude.

Perchè rievoco tutto questo? Lo rievoco per dire che neanche la Storia, come la matematica, è un’opinione.

Insomma, voglio dire che non è un caso se oggi esiste la rivalità fra Alessandria e Casale, il grosso centro della provincia che ne fa parte, appunto mal volentieri: sono trenta chilometri di distanza geografica, ma sono tremila, due mondi diversi, distinti, distanti e diversi, di distanza reale.

Non è poi un caso nemmeno che sempre Alessandria gravita su Pavia, e quindi su Milano, e la Lombardia, anziché su Torino e il Piemonte. Del resto, Ezra Pound era a Milano, quando scriveva i suoi articoli per il settimanale locale “Il Popolo di Alessandria” e fu così per due anni, dal 1944 al 1945 e adesso quegli articoli stanno nella biblioteca civica di Alessandria, insieme al mio cuore, perchè la biblioteca di Alessandria d’Italia e più famosa della famosissima biblioteca di Alessandria d’Egitto.

Ancora, l’alessandrino più famoso, Gianni Rivera, andò a giocare nel Milan e va beh.

Terra comunque di confine: un’ora da Torino, un’ora da Milano, un’ora da Genova e vicinissima è l’Emilia, della provincia di Piacenza, che s’attacca nei monti di un Appennino impervio, solitario e isolato, a quella di La Spezia e vicina è pure la Toscana, quella alta, montuosa.

Centomila abitanti, città industriale, agricola, commerciale, un po’ di tutto e niente di particolare, se non strana e difficilmente catalogabile, etichettabile, inquadrabile. Profondo nord, moderno e contemporaneo.

L’orologio del palazzo sulla piazza ampia e profonda, davanti alla stazione. Un fiume, il Tanaro, che scorre fra i ponti vecchi e nuovi e un centro antico, pure di strade di ciotoli, fra vecchie costruzioni, con tutti gli enti, le associazioni e le istituzioni, fra pochi pedoni, a qualunque ora e molte biciclette.

Tutti vanno e vengono, in Alessandria, da qualche parte intorno ad Alessandria, nè vicina, nè lontana e d’inverno che il freddo gela, secco di vento tagliente e dura molto, fino a quando arriva l’estate, d’un caldo afoso e appiccicaticcio, a segnare le stagioni della modernità, anzi della contemporaneità, viste da quest’angolo d’Italia così normale e particolare, così tranquillo e strano al tempo stesso, anzi insieme.

 
Di giuseppe (del 29/05/2008 @ 12:52:37, in blog, linkato 1618 volte)

A Biella, di fretta, andata e ritorno, fra bretelle, raccordi e rampe autostradali, con l’ultimo tratto di statale, che corre dritta nel bel mezzo di un panorama piatto tutto di risaie e una serie nutrita di outlet e spacci aziendali.

Biella, una città antica, dei secoli scorsi.

L’Ottocento, soprattutto, la rivoluzione industriale; la lavorazione della lana. Il Novecento, la seconda rivoluzione industriale; il tessile, il manifatturiero. Una ricchezza diffusa e a vari livelli parcellizzata sul territorio.

Poi, negli ultimi decenni, una crisi progressiva, dagli esiti ancora incerti. Le case di muri di mattoni di stampo antico. I portici del centro, come tutti i centri delle cittadine del Piemonte. Un orrenda costruzione di sfere di cemento piantata nel tessuto, è il caso di dirlo, urbano come una violenza talmente inaudita, che bisognerebbe arrestare e gettare via la chiave della cella chi l’ha progettata e chi l’ha autorizzata.

Le colline che si alzano dolcemente, con i paesi, pochi, di questa micro – provincia, aggrappati sui pendii e sistemati nelle strette valli, verso i monti sempre più alti e sempre più isolati, tagliati fuori da tutti i giri, con le case di queste zone che hanno il poco o molto invidiabile primato – dipende dai punti di vista- di avere il costo a metro quadro minore di tutta Italia.

Conferenza – stampa con Telebiella, la prima, record assoluto, televisione privata italiana: ed è storia anche questa!

Senza poter nemmeno mangiare, per la fretta – degli altri – di tornare in una Torino ormai stremata nei nervi scoperti di quindici giorni di pioggia– che voglia... – giusto il tempo di piombare nel bel mezzo del traffico dell’ora di punta del pomeriggio che diventa sera e che porta altra pioggia, oramai con effetti disastrosi sulla psiche dei suoi abitanti.

 
Di giuseppe (del 21/05/2008 @ 17:55:25, in blog, linkato 1458 volte)

Viaggiare significa moltiplicarsi, prendere altre esistenze, altre identità e, soprattutto, altre conoscenze. Bisognerebbe però viaggiare senza fretta, lasciare il tempo a tutti tali effetti benefici di lievitare e di manifestarsi, non come, tanto per cambiare, abbiamo fatto pure oggi, schiacciati sull’appuntamento istituzionale.

Vercelli ci aspettava, tanto, visto che aspetta e incontra tutta quanta la Storia italiana, dalle origini delle popolazioni primitive, che manco italiane erano, ai nostri giorni, in cui si è inventata, per sfuggire alle limitazioni e all’isolamento della provincia, una vocazione artistica, con collegamenti internazionali in tal senso.

La tradizione industriale anche qui langue, mentre continua quella agricola, tipica, fortemente connaturata, del riso. Le risaie, gli acquitrini, i quadrati e i rettangoli arginati d’acqua stagnante, per la felicità estiva delle zanzare, cominciano appena si lascia l’autostrada e incidono fortemente, anzi in maniera totalitaria, sul paesaggio tutto intorno la città.

Fa caldo afoso d’estate, freddo pungente d’inverno. Soprattutto d’autunno, spesso e volentieri cala la nebbia, dal tramonto alle prime ore del mattino e allora buonanotte, amen, quando piglia spessa poi e ci sei in mezzo, perché sei stato talmente minchione da proseguire il viaggio, come una volta il mio assessore, sono cazzi tuoi: mi ricordo una serata allucinante, molti anni fa, in cui lui guidava e io tenevo la testa fuori dal finestrino dell’auto e a meno di mezzo metro non si vedeva la striscia bianca della carreggiata e nemmeno quella gialla dell’emergenza, poi, con la portiera spalancata, non si vedevano nemmeno a trenta centimetri di naso proiettato verso il basso e non so come facemmo ad arrivarci, a Vercelli, dopo ore e ore, per pochi chilometri di bestemmie e di preghiere alternate le une alle altre, a secondo del momento prevalente.

Oggi pioveva, a tratti, piove da una settimana qui in Piemonte, in maniera più o meno intensa: l’autostrada, anzi, le autostrade erano libere, malgrado gli eterni lavori, le risaie ancora più gonfie di acqua lutulenta.

Non abbiamo visto nemmeno la basilica di sant’Andrea, vicino alla stazione, la cattedrale di Vercelli, superbo esempio di romano – gotico, prima metà del tredicesimo secolo, che da sola vale una sosta, o una deviazione.

Per puro caso, siamo passati di lato allo stadio “Piola”, che ricorda gli albori del calcio e, come sanno i veri amanti di questo sport, la mitica Pro Vercelli dei tempi che furono.

Almeno, abbiamo mangiato a pranzo la panissa, che è il piatto tipico vercellese, a base di riso, ovviamente, ma poi con l’aggiunta di fagioli e lardo, tanto per restare leggeri a tavola, con vino e sugo in quantità che variano a secondo di una zona o l’altra dei dintorni, e poi prima lardo crudo, vitello tonnato, salamini e polenta fritta di antipasto, insomma, una tale botta di trigliceridi e colesterolo da far schizzare fuori gli indicatori dalle provette delle analisi, se le facessi, come dovrei, una tale quantità da vanificare in un giorno solo tutte le attenzioni che stavo prendendo da un paio di anni a questa parte, e va beh.

Ricomincio domani e fino a che tornerò a Vercelli la prossima volta, magari un’altra primavera, che, cioè, non sia d’autunno con la nebbia, d’inverno col freddo che ti stecchisce e nemmeno d’estate, con l’afa opprimente quanto le zanzare che ti seguono per colpirti a tradimento.

 
Di giuseppe (del 14/05/2008 @ 20:35:45, in blog, linkato 1548 volte)

E’ stata la prima giornata della nuova stagione propriamente calda, quando insomma il sole che ti batte addosso ti riscalda e non soltanto con la giacca e cravatta e basta stai bene, ma ti viene voglia di levarla, la giacca e di slacciare la cravatta.

A Torino l’aria passava dal tiepido al caloroso, due fili di umidità all’orizzonte, sul cielo velato, di nuvole leggere, evanescenti.

Autostrada deserta, o quasi, ma senza il mare, lasciato a Genova Voltri; senza la radio, che l’autista della Regione non ha voluto accendere; e niente sigarette mai spente, figurati se si poteva fumare.

La Gravellona – Toce scorre lenta e tranquilla come il fiume di cui porta mezzo nome e poi va a finire direttamente in Svizzera, da cui quella parte estrema di Piemonte intorno Domodossola è completamente circondata. Ma per andare a Verbania bisogna uscire prima, al casello di Baveno. Già, chè Verbania, da poco elevata pure al rango di provincia omonima, non esiste, se non nella burocrazia: esistono Baveno, Intra, Pallanza, Suna, Stresa e le altre frazioni di palazzine, ville, villette, posizionate sul lungo – lago, la strada che le unisce, dal panorama mozzafiato, con al fianco il marciapiede e poi subito l’acqua, dall’altro gli interni di negozietti, bar, ristoranti.

Zona turistica, sì, ma di un turismo strano, di anziani Tedeschi, Svizzeri e Austriaci, tranquillo, perfino sommesso e sommerso: per via del clima, penso, fresco d’estate e non rigido d’inverno, dovuto agli influssi del lago; o di chi vuole scomparire e starsene come nascosto, per un po’.

Li guardavo, oggi, camminare mano nella mano, teneri, innamorati, fieri dei loro capelli bianchi e c’era qualcosa di tenero, di particolare, in queste coppie anziane, regolari o clandestine che fossero, a passeggio all’ora di pranzo, impazziti nel sole, gli uomini vestiti con quei camicioni orrendi stile ( si fa per dire ) telefilm americani, le donne con improbabili gonnelline; mascherati, sì, si erano travestiti, affinché la vita ufficiale non li riconoscesse più e se ne andasse via, per qualche giorno.

Almeno tre grandi, ma proprio grandi, alberghi, a ridosso della strada, di quelli cinematografici, a chissà quante stelle e poi pensioni, con grande originalità chiamate “Bella vista” e affitta - camere, pure un campeggio. Sì, di quei campeggi tedeschi dei film di Fantozzi, ricordate quando il ragioniere Ugo e il fido Filini disturbano a ogni mossa che fanno e dopo un poco sono scacciati in malo modo, volgarmente? Dove, insomma, un Italiano con la chitarra in mano non potrebbe mai soggiornare, vietato insomma, in pratica, ai nostri connazionali.

La Svizzera, appena più avanti, proseguendo fino in fondo sul ramo principale del lago, che ci si infila proprio dentro, in profondità, a cominciare da Locarno. Ma intanto, di fronte, sull’altra sponda, la Lombardia, la provincia di Varese, a pochi chilometri di acqua, a pochi minuti di battello. Infatti, il quotidiano di Verbania, assai più che l’edizione locale della “Stampa”, è quello di Varese: si chiama “La Prealpina”, grande formato e piccole notizie, con la pagina più ricca e curata quella dei necrologi.

I battelli fanno su e giù, sul marciapiede i conducenti – marinai mi sembra esagerato – adescano – beh, anche questa parola forse è fuori luogo, ma rende l’idea – i clienti, peggio che i gondolieri a Venezia; con le rare ragazze si perdono poi addirittura a baccagliare, sfacciati.

Nel mezzo della distesa ci stanno le isolette, le isole Borromee e se a scuola non avete letto “I Promessi sposi” non è colpa mia; ma forse, conoscete la discendenza di adesso, la rampolla che ha sposato il rampollo dell’altra famiglia, ancora più famosa, la più famosa d’Italia, e la sorella, col pallino del giornalismo, che si inventa ora alla corte di Santoro improbabili interviste. Comunque sia, bontà dei Borromeo contemporanei, le isole possono essere raggiunte e visitate e la gita, sfuggendo alle trappole tese ai turisti per professione, vale la pena, non solo, ripaga ampiamente i prezzi dei biglietti.

Poi, c’era il sole, oggi, a Verbania, città che non esiste, c’era il primo sole estivo della nuova stagione e sembravano impazziti di luce i turisti, sembrava maestoso e possente, splendido splendente il lago ed ero persino allegro, andante, mosso, dalle nuove stagioni, l’animo mio.

Poi è successo.

Lo so, mi succede sempre al lago, qualunque esso sia mi fa questo effetto.

Mi succede sempre a Lugano, una volta mi vennero pure le lacrime agli occhi, col cameriere del posto dove pranzammo che aveva preso me e la mia combriccola per banchieri Svizzeri e invece con me poi finì a parlare in dialetto leccese; mi è successo a Lecco; a Como; mi succede passando il valico del Moncenisio, fra Italia e Francia, con una specie di grande distesa azzurra incastonata fra i monti; pure se ci passo appena mi succede ad Avigliana, che poi sono due laghetti vicino a Torino, appena comincia la valle di Susa.

Mi è successo puntualmente anche oggi.

All’improvviso mi è presa la tristezza. Malinconia nemmeno, ché la malinconia è creativa, se fugace e leggera: proprio la tristezza, fortissima, arida, desolata, senza rimedio.

Vedevo i monti. Alti, massicci, solcati da sentieri impenetrabili, completamente coperti da boschi fitti e lussureggianti. Vedevo i passanti in abiti civili che definire bizzarri sarebbe usare un eufemismo, ubriachi nel recitare la parte dei turisti. Li sentivo parlare una lingua che non era la mia. Vedevo le poche ragazze, in jeans e maglietta, cercare la prima abbronzatura sul cemento fra la strada e l’acqua del lago. Vedevo tutte queste cose.

E io pensavo a casa; al mare che c’è fra San Cataldo e l’Albania; al profumo d’oriente che si sente, quando si sente, soltanto ad Otranto; alle distese di spiagge scomposte e ribelli; la sabbia che arde, il sole che scotta davvero, non accarezza, non rosseggia, brucia; i pescatori che preparano le reti sulla spiaggia, qualcuno che sbatte con violenza i polipi e i calamari sugli scogli e li ripone poi in un contenitore di fortuna,“ca lu purpu se coce cull’acqua soa stessa”; le ragazze con la pelle, tutta, dalla fronte del viso alle dita dei piedi, del colore che ha il pane quando è levato con un minuto di ritardo dal forno; le conchiglie che risuonano; il sapore acre dei ricci; le notti col fuoco in riva al mare, il cielo di stelle a cartoni animati.

A questo pensavo, è successo anche oggi, a Verbania, sul lago Maggiore e mi sono riempito di tristezza e non vedevo l’ora di andar via.

 
Di giuseppe (del 09/05/2008 @ 13:06:19, in blog, linkato 1801 volte)

Nome a parte – va beh, nessuno è perfetto – “3ndy”, così l’han chiamato i suoi proprietari, insistendo poi con la pomposa definizione di “club del buon vivere”, è un bel locale di ritrovo, di tante associazioni di varia natura, nella tranquilla ed elegante oasi pedonale del quartiere – bene della Crocetta, a Torino.

E’ questa la location della serata “Poesia è amore in musica” organizzata dall’Associazione Poesia attiva, che, come ben sanno le mie blogghine e i miei blogghini, io seguo da tanti anni nella comunicazione.

Ci sarò anche io, dunque, accanto, al solito, come in tutte le occasioni del genere - l’ultima il mese scorso alla esposizione libraria voluta dalla Città di Alessandria, occasione per cui siamo riusciti pure a litigare, ma “serenamente, pacatamente” - al mio amico Bruno Labate, che poi di “Poesia attiva” è il famoso Presidente.

Saremo sotto le luci della ribalta, eh sì. Perché il piatto forte della serata – in senso artistico, non culinario, ché la cena di gala è un discorso a parte – è l’esibizione di “poeti in scena”. Come si faceva anni fa ai congressi internazionali di “Poesia attiva” ed era bello anche quella babele di lingue e di performance teatrali - come non mi stancherò mai di riproporre - gli stessi poeti sfilano e leggono essi stessi i loro versi: giovedì sera, fra gli altri, Gino Pastega, Marco Chiari, Manlio Bichiri, Margherita Sabatini.

Pure Bruno Labate declamerà i suoi versi, o non so bene cosa farà, ma tanto lui è il Presidente e quindi... Io, che poeta non sono, leggerò invece le poesie contenute nel mio ultimo libro, ovviamente mi riferisco a “Breviario d’amore”, che, in un apposito capitolo, affronta appunto il tema di quali siano le più belle poesie d’amore e dunque leggerò i versi delle due da me individuate, nell’occasione, di Mario Luzi e Roberto Carifi.

La serata sarà poi allietata da altri versi e da altri brani artistici interpretati dalle attrici Patricia Le Goff e Mirella Rosso Cappellini, e dall’attore Marcello Plaviè.

La parte musicale prevede invece un vero e proprio “Concerto per Poesia attiva”, con i Maestri Andrea Musso al pianoforte e Paolo Musso alla tromba solista: in programma una fantasia a sorpresa, da Chopin, a Joplin, ai giorni nostri.

Appuntamento giovedì sera, giovedì 15 maggio, alle ore 20.

L’indirizzo preciso è corso Arimondi, 6a, infoline al 340 4737911.

 
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