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 MARTORIATA/ Taranto, città bella e sfortunata, vista nel suo simbolo, ilponte girevole.... di giuseppe
 
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"...Contro tutto questo voi non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare...”.

Pier Paolo Pasolini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 19/12/2013 @ 19:57:58, in blog, linkato 1345 volte)
Quello che temevo, dal primo giorno, come impatto immediato, si è oramai materializzato, me ne sono convinto. E' una protesta autentica, quanto sacrosanta, ma guidata, o comunque sollecitata, da chi non sa offrire mete tangibili, con sbocchi concreti, né idee alternative effettivamente realizzabili, strumenti cioè che possano trovare lo sbocco nel 'politico'. Sono quelli che non si interessano di politica, senza sapere che tanto la politica si interessa di loro; quelli che non vanno a votare, senza capire che tanto gli altri, gli apparati dei partiti del regime, a votare ci vanno e le elezioni sono valide, qualunque sia la percentuale dei votanti; quelli che non si sono resi conto che invece una possibilità, autentica, da pochi mesi, dal nulla, invece adesso c'è e si sta articolando, pronta per quando, prima o poi, con qualsivoglia sistema, si tornerà a votare. A cominciare dall'Europa, per dire basta, a primavera, con questo comitato di affari dei banchieri dell'alta finanza internazionale e dei politicanti degli apparati secondari loro camerieri. Ecco, in pratica un referendum, per far crollare dal tetto alle fondamenta una costruzione sovranazionale che non ha senso, per riprendersi la sovranità; e per uscire da una moneta comune, per riprendersi pure la sovranità monetaria: tanto per cominciare, rinegoziando il debito; rilanciando l'economia reale con interventi mirati, dirottando su di essa la liquidità creata ad hoc, a ciò finalizzata, ed eliminando al tempo stesso i costi della politica, degli apparati dei partiti, cioè, dei finanziamenti pubblici diretti, o indiretti, con effetto immediato e totale, non le finzioni maldestre, quanto apparentemente compunte, del Letta nipote; delle risorse improduttive, delle agevolazioni per le banche e gli speculatori finanziari e, last but not least, come dicono quelli che parlano bene l'italiano, delle spese militari. In Italia, diceva quel genio inesauribile di Leo Longanesi, le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola. Già fatto, o quasi. La rivoluzione di questi giorni è cominciata sulle tangenziali e si sta dirigendo da Eataly di Oscar Farinetti, questo imprenditore radical chic, sedicente filosofo, che si perse Walter Veltroni, a suo tempo mutatis mutandis la stessa operazione di maquillage politico, ma che è stato pronto per Matteo Renzie: o almeno, questo è il pericolo che avverto, con quasi tutti i mass media tradizionali che eruttano bisogno, già adesso, per quando l'abusivo ci farà sostituire il parlamento delegittimato che ci ritroviamo.
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Di giuseppe (del 09/12/2013 @ 17:58:42, in blog, linkato 1368 volte)
C'è una vecchia foto che segna emblematicamente il passato e il presente – forse lo farà anche con il suo futuro – politico di Matteo Renzi. Testimonia un'amicizia, è proprio il caso di dirlo, nel preciso senso democristiano, antica, risalente ai primi anni Novanta, quando il giovane, allora davvero, ventenne, andava a lezione e grato imparava – come egli stesso ricorderà - ai congressi della Dc prima e dei Popolari poi, come si chiamerà in seguito, un partito che era per lui quello di casa, ereditato dall'impegno paterno, e pendeva dalle labbra di un intellettuale della Grande Irpinia finissimo quale Ciriaco De Mita, artefice primo dei fatti e dei misfatti della ultima parte della prima repubblica. Un sodalizio mai dimenticato. Se ne ricorderà infatti ancora più di dieci anni dopo, quando, da presidente della provincia di Firenze, invitò il suo Maestro di vita e di politica a tenere una manifestazione pubblica e nell'occasione si fece immortalare a braccetto del suo idolo. Certo, ognuno può avere i Maestri e gli ispiratori che vuole e forse ognuno ha quelli che si merita: ma certo c'è molto di ironicamente tragico in questo legame ideale fra il simbolo, giusto, del vecchio e dello sporco e il simbolo, sbagliato, del nuovo e del pulito. In ogni caso fa capire molto di quanto poco di vero ci sia nella “campagna di rottamazione” avviata a parole e diventata il suo “cavallo di battaglia” che lo ha reso famoso. Nuovo? C'è un' altra vecchia foto, anch'essa emblematica, sempre dell'anno di grazia 1994, che segna il destino di Matteo Renzi. Lo ritrae in compagnia di Mike Bongiorno durante una puntata del programma televisivo “La ruota della fortuna” cui partecipò come concorrente, vincendo fra l'altro una buona somma di denaro: un beneficiato del sistema televisivo berlusconiano, che si accredita poi come la risposta al “berlusconismo” risulta poco credibile. In realtà, del berlusconismo Matteo Renzi – oltre che utilizzatore iniziale – è un sostanziale continuatore, comunque ne è un prodotto, una produzione anzi, per usare più appropriato nella fattispecie, mal riuscita. Ne è la sintesi perfetta, ecco, dal lessico televisivo e spesso calcistico, all'approssimazione ondivaga su motivi e personaggi, dalla personalizzazione televisiva, alla falsa contrapposizione di due apparenti contrasti che in realtà si sostengono e si alimentano l'un l'altro. Lo aveva capito Silvio stesso, quando, già al declinare della sua parabola politica, lo invitò a casa sua, nella villa di Arcore, per una cena, non allietata come tante altre da Olgettine varie ed eventuali, perché quella era una riunione seria, per sondare il terreno davanti a un'idea che da tempo gli frullava nel cervello, di affidare a lui, cioè, la propria eredità politica, essendosi invaghito, come gli succede periodicamente, di tanto in tanto, per questo, o quello. Non se ne fece niente e per tanti motivi, però la circostanza rimane, significativa. Come la successiva apparizione del Nostro al programma televisivo di maggior impatto emotivo del berlusconismo, rivolto alle giovani generazioni, che, nella preparazione, nella gestione, del senso stesso, condotte da un'attenta regia politica, sembrò un'incoronazione, sia pur poi smentita dai fatti. Già, le cose sono andate diversamente, in questo senso, così, come nella prima impostazione, quella originaria, il sindaco di Firenze si ritrova a capo del Pd un partito del resto nato vecchio, con la fusione a freddo e perciò dilaniante fra le due anime dei due vecchi partiti un tempo di massa democristiano e comunista, e che continua a muoversi nelle vecchie logiche dei professionisti della politica, delle tessere, dell’'ordinaria amministrazione, per di più travolto e per primo dalla crisi dei vecchi partiti e in crisi di identità, di credibilità e di consensi. Non è un caso che, con l'abile operazione di marketing politico delle “primarie”, sia stato affidato a Renzi la “mission” disperata del “restyling”, in virtù del “nuovo che avanza” di nuovo. Nuovo? Ma no, lavato con Perlana. Tutto qui. Infatti, a ben guardare, a riflettere, a indagare, è la solita operazione, che periodicamente il Pci/ Pds/ Pd attua e consolida, soltanto questa volta un po' più radicale e più profonda. E poi, via, diciamocela tutta quanta, è un'operazione bacata fin dall'inizio, fin dal primo slogan, quello della rottamazione, di un pressapochismo micidiale, perché si rottamano le automobili e gli elettrodomestici, non si rottamano gli uomini e le idee: insomma, se proprio non ti ci ritrovi più, te ne va da un'altra parte, fai una nuova semina, ma non rimani per tagliare le radici, ché in politica, le radici, sono sempre importanti e uno le può coltivare, innestare, potare, ma mai recidere. Per il resto, con Renzi siamo al trionfo della melassa post comunista, post democristiana, post tutto, nel senso del peggio di tutto, già mangiata, bevuta, ma mai digerita, ché dà il voltastomaco, risultando praticamente intollerabile. In particolare, per quel che riguarda quel che rimane della sinistra, e del centro – sinistra, quarantacinque anni dopo, Renzi interpreta la solita storia dei figli dei padri vecchi e borghesi, che dicevano di voler rovesciare quel sistema, salvo poi soltanto volersi mettere al posto loro, sedendosi sulle poltrone di aziende, banche e giornali. Fa l'amico più grande, a metà strada fra il Garrone del libro “Cuore” e il Fonzie del telefilm “Happy day”; in un deja vù sofisticato, fa il compagnuccio di sagrestia, quello che sapeva tutte le canzoni di De Gregori, portava l'eskimo e la barba lunga, leggeva il Vangelo e Il Manifesto. Poi, sempre la stessa storia, è l'amico di Fabio Fazio, nelle reti pubbliche, di Maria De Filippi, in quelle private, come il suo predecessore Walter Veltroni, la medesima insostenibile pesantezza dell'essere. L'uguale insopportabile inconsistenza dell'avere, speriamo pure la stessa fine politica, con diverso soltanto l'ultimo epilogo rinnegato, di andarsene di Africa. E' l'erede di Donat Cattin, della sinistra di base, di forze sedicenti nuove, che sono poi le vecchie forze delle industrie, del grande capitale, delle banche, degli affaristi degli speculatori finanziari. E' la solita soia dei grandi gruppi, che coccolano il nuovo pupazzo, questo pure belloccio e cicciobomboso, lo allevano, lo svezzano, lo tutelano, con i loro grandi gruppi, grandi giornali, grandi servi e grandi schiavi, Carlo De Benedetti in primis, tanto per fare nomi e cognomi. Sono gli affaristi della vecchia politica, che al solito finanziano il nuovo e, ove non sembri che io dica le cose tanto per dire, basti andare a vedere (per quelli pubblici, è possibile consultarli su internet, soltanto di altri non è ato sapere, ma è possibile immaginare) chi sono i finanziatori della fondazione( già, proprio i vecchio modo di fare politica) che sostiene le attività di Matteo Renzi, con contributi in denaro richiesti, forse sarebbe meglio dire pretesi, e graditi: condannati in secondo grado per corruzione politica, affaristi, banchieri. E' un film già visto e anzi venuto proprio a noia, altro che nuovo, Matteo Renzi, che gronda di marmellata post - ideologica raccogliticcia e appiccicaticcia, alla fine consolidatasi: è il sommo sacerdote di quella chiesa che cantava il profeta Jovanotti nel 1994 - attenzione alle date, cioè all'alba del berlusconismo - “la grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, passando da Malcom X”. E' il sistema che cerca di difendersi cambiando, affinché nulla cambi, Matteo Renzi: per favore, cerchiamo tutti di capirlo e di non dimenticarcelo, quando, presto, arriveranno momenti decisivi per la nostra grande Storia.
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