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 BUONTEMPONE/ Il Cardinale Tarcisio Bertone... di giuseppe
 
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“Nessuna meta è irraggiungibile, quando ho qualcosa da dire”

Nicola Vacca
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 13/08/2011 @ 14:54:39, in blog, linkato 1590 volte)
Le recenti dimostrazioni popolari, sia pur a vario titolo e a vario livello, registratesi su scala planetaria, ma con il denominatore comune della protesta contro l’esclusione, l’emarginazione e lo sfruttamento della globalizzazione, sono un segnale degli sconvolgimenti epocali che stanno montando. Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente, per la rivolta contro il mondo contemporaneo. Si ripropone dunque e in tutta drammatica evidenza l’interrogativo di fondo di tutti i grandi momenti rivoluzionari: che fare? In Italia, in primo luogo: partecipare e protestare. Ma non con i post su Facebook, o, meglio, non solo. Azione fisica, nella non violenza; disobbedienza civile, pacifica, ma risoluta. Chiediamo che tagli e sacrifici colpiscano i grandi patrimoni finanziari e immobiliari, pubblici e privati, le banche, le banche d’affari, le assicurazioni, le multinazionali, a cominciare da quelle petrolifere e farmaceutiche e così sia appianato il deficit di bilancio. Poi, lo dico ai miei “amici” del Pdl e ai miei “nemici” del Pd, serve a poco indignarsi, se poi, quando torneremo a votare, voteranno di nuovo per il Pdl, o per il Pd, che è la stessa cosa. Bisogna individuare i soggetti politici realmente estranei, antagonisti, alternativi. Uno, piaccia, o non piaccia ( e specifico: a me, estraneo alla sua genesi, non piace ) c’è già: i grillini. La speranza, che nei prossimi mesi si aggreghino ( sottolineo: aggregazione, non frammentazione ) altre ipotesi credibili. Intanto, chiediamo l’abolizione del Senato ( ché è anti - storico, inutile e anzi d’impiccio ), la riduzione a metà dei deputati, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, anche quale rimborsi elettorali, la cancellazione di tutte le così dette Authority e di ogni altro ente di parcheggio dei politicanti in esubero. La politica recuperi un senso attraverso la partecipazione popolare, sottraendo lo Stato alla sovranità limitata e anzi negata dall’Europa dei mercanti e dei banchieri e dalla Banca Centrale Europea. In primis, immediato recupero della funzione di battere moneta. Poi, nazionalizzazioni, e non privatizzazioni. Avvio di un lungo piano di edilizia popolare, che crei al tempo stesso lavoro per diverse professionalità, non con nuove costruzioni, ma col recupero dei centri storici, delle periferie degradate, del territorio, all’insegna del Bello. Turismo, agricoltura, energie alternative, gli altri settori da mobilitare attraverso il coordinamento statale. E si rimetta in moto l’economia erogando immediatamente, mese per mese, nelle buste paghe di impiegati e operai, le quote ora sottratte per pensioni, contributi vari e trattamento di fine rapporto: visto che continuano ad alzare la soglia di anzianità, per portarla direttamente nella toma degli Italiani, facciano di non darlo proprio, ma di erogarlo mese per mese: gli stipendi raddoppierebbero, le famiglie italiane tornerebbero a vivere. Regioni e Comuni neghino i debiti contratti con le grandi banche dell’alta finanza internazionale: usino una metà di quanto non più versato agli speculatori per i servizi sociali ( trasporti, asili nido, centri di aggregazione sociale ) e l’altra metà lo lascino ai lavoratori, che così otterrebbero uno stipendio più che raddoppiato. Partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione delle imprese. Poi taglio immediato di tutte le spese militari, richiamo in Patria di tutti i nostri contingenti in guerra al servizio degli Usa e destinazione d’uso contro mafia, camorra e ‘ndrangheta al Nord come al Sud. Usciamo dalla Nato. Usciamo subito dall’Euro, causa prima di tutti i nostri guai oramai decennali. Servire il popolo.
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Di giuseppe (del 11/08/2011 @ 21:53:05, in blog, linkato 1290 volte)
Sostenere che la così detta “comunità internazionale” ( egida sotto cui si mascherano gli interessi occidentali, quindi americani ) dovrebbe a questo punto intervenire sul governo inglese per impedirne le violenze sui rivoltosi non è una provocazione: è lo stesso ragionamento con cui lo si chiede per la Siria, o lo si è chiesto per la Tunisia, o non lo si è chiesto- preferendfo direttamente l’intervento armato – per la Libia. Del resto la definizione data dei dimostranti dal primo ministro inglese David Cameron – “criminali” – è la stessa che ha dato per quelli di casa sua il presidente siriano Assad, o che aveva dato il deposto presidente della Tunisia Ben Ali: e così via. Pure per gli avvenimenti di Londra e ora pure di altre città inglesi – ma è ancor più grave - come al solito, mancano informazioni dirette ed esaurienti. Ho potuto vedere solamente un breve passaggio – rilanciato da Rai news 24, dei servizi che Al Jazeera, l’emittente araba, ha dedicato agli avvenimenti, con gli inviati sul posto: una lezione di sano giornalismo, della tv araba, a quelle “nostre”, che si sono ben guardate dal farlo. Mi risulta infatti che sia al momento l’unico tentativo di capire e far capire in presa diretta, andando a verificare. Invece – il contrario del buon giornalismo – e sempre al solito, tanti commenti, basati sul niente: cosa vuoi commentare, se non hai conoscenza dei fatti? Puro esercizio di superficialità e di autocelebrazione, protagonismo, personalismo, ideologia distorta, sociologia all’acqua di rose, politica da bar dello sport. Ora, non voglio caderci anche io: sono costumi che non indosso. Ma un’ipotesi voglia farla, e sottolineo ipotesi. Può darsi che gli avvenimenti di queste ore in Inghilterra siano fenomeni isolati, ciclici, fini a sé stessi, destinati a esaurirsi da sé, come la storia ci ha abituato a conoscere, dalle rivolte degli schiavi dell’ antica Roma, al tumulto dei Ciompi, in Italia; dai contadini al tempo della Guerra dei Cent’anni, ai ragazzi immigrati, in Francia: qualche gazzarra, un po’ di violenza, proteste e saccheggi e poi repressione e tutto come prima, non è successo niente, abbiamo scherzato. Ma trovo eccezionale che gli avvenimenti di queste ore in Inghilterra avvengano a pochi mesi, poche settimane di distanza da quelli del nord Africa, del Medio Oriente e alle proteste popolari montanti in Europa. Credo che un denominatore comune ci sia, questa è l’ipotesi: è un Sessantotto globale, contro la globalizzazione. E’ la rivolta di chi dalla globalizzazione è stato escluso dai vantaggi ( ammesso che ne porti e mi riferisco ovviamente ai beni materiali ) ed è stato incluso negli svantaggi: primo fra tutti, motore formidabile di malcontento e anzi rabbia, quello di non avere futuro, di essere condannato a un destino di subordinazione, penuria e sfruttamento. Una rivolta contro il mondo contemporaneo, che non ha ideologie di fondamento, né leader di riferimento: è la rivolta dei poveri, emarginati ed esclusi, contro i ricchi, i benestanti e i potenti, in nome e per conto delle asfissianti sperequazioni sociali che la globalizzazione ha apportato. Un’ipotesi, al momento. Primi segnali di un’indicazione precisa, che presto diventerà dirompente su scala planetaria, pur senza un disegno organico, con la sola forza della rabbia, quindi della violenza, di chi rivendica migliori condizioni di vita, in luogo di povertà, e partecipazione, in luogo di esclusione? Oppure semplici coincidenze, accidenti in compartimenti stagni, destinate a esaurirsi a una a una, senza lasciar traccia, caso per caso? Stiamo per ora ai fatti. Prima di quello inglese, di cui conviene seguire attentamente gli sviluppi, alcuni incendi sociali sono già scoppiati, anche se presto spenti, in tanta parte del mondo. Ma quanto fuoco cova già sotto la cenere.
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Di giuseppe (del 10/08/2011 @ 19:52:49, in blog, linkato 2994 volte)
Ho visto soltanto oggi sul web l’ “intervista” rilasciata da Vasco Rossi a Vincenzo Mollica del Tg1 andata in onda lunedì sera. Si tratta di uno spezzone di un ben più lungo spazio pubblicitario regalato dalla tv pubblica, attraverso il suo sito, al cantautore, nel corso di una videochat quanto mai opportuna in vista della ripresa del tour annuale... Definire questo spezzone, in cui l’intervistatore sarebbe un tremebondo per l’emozione Vincenzo Mollica, che sorride come un ebete e venera l’intervistato come un dio, un’”intervista”, è un’offesa alla deontologia professionale, dal momento che ancora c’è qualche giornalista che ne è consapevole e la esercita, o almeno si sforza di farlo; il documento però è prezioso: andrebbe acquisito dall’ordine, se esistesse in maniera sostanziale e non solamente amministrativa e burocratica e spedito a tutti gli iscritti, per ribadire come NON si fa un’intervista a chicchessia. Ma veniamo al sodo. Ho visto questa “intervista” perché avevo letto delle proteste riprese, sia pur timidamente, dalla stampa, di Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega in materia, e di Giovanni Serpelloni, capo del dipartimento antidroga del governo: il primo, l’ha definita “fuori luogo”; il secondo si è detto preoccupato per il “messaggio” che può arrivare ai ragazzini. Infatti. Capita nella vita pure di essere d’accordo con Giovanardi…Sorrido, ma inizio e finisco subito di scherzare. Infatti è proprio “fuori luogo” che il così detto “servizio pubblico” offra per ragioni di audience i suoi spazi migliori a una stella, per quanto decadente, del rock, permettendogli di dire e di fare quello che vuole, nel contesto di uno spazio informativo, di un servizio giornalistico, acriticamente, anzi, con sottomissione fideistica. Ed è altrettanto vero che il “messaggio”, neanche subliminale, ma proprio concreto, per quanto indiretto, che ne scaturisce è che si possono tranquillamente usare le sostanze stupefacenti, tanto se ne viene fuori: “abbiamo frequentato delle pericolose abitudini, ma siamo ritornati sani e salvi senza complicazioni”. Ora, le cose non stanno così, purtroppo, e vado subito al sodo, senza dar conto della replica alle accuse del Tg1, letteralmente risibile e demenziale, in cui si nega l’evidenza e anzi si aggrava la posizione, già abbondantemente compromessa, come succede ai comunicati – stampa, quando devono confutare, senza nessun appiglio: finiscono con l’ottenere l’effetto contrario. Se Vasco Rossi, come canta nella sua prossima canzone, è venuto fuori “sano e salvo” dalle sue “pericolose abitudini” ( di droga stiamo parlando, di cocaina in particolare ) io non lo so: comunque, se è vero, buon per lui. E’ guarito pure, grazie alle medicine, come ha raccontato, dalla depressione, questo male subdolo che ha colpito pure lui, ma altro non voglio aggiungere, perché riguarda la sua sfera privata e personale. Però voglio dire del significato pubblico e politico che le sue dichiarazioni e i suoi comportamenti assumono, per di più da uomo che a sessanta anni dovrebbe aver raggiunto almeno un minimo di responsabilità, o moralità, o maturità che dir si voglia: drogatevi pure, tanto se ne viene fuori, sani e salvi, appunto. No, no, no è vero, è una pericolosa mistificazione, un feroce inganno, sulla pelle dei ragazzini e dei giovani, già tanto duramente rincorsi dai pericoli e dalle facili sirene di droga, alcool, e altre devianze. In tutti questi anni Vasco Rossi non ha mai capito quanto male ha fatto ai giovani che lo hanno seguito, essi sì a ragione adoranti, propagando messaggi sbagliatissimi, non solo, quanto pericolosissime, per la salute e per il benessere psicofisico. Dalle droga non sì è mai salvi. Se se ne esce, se ne esce in casi che è difficile quantificare, ma che percentualmente sono comunque la nettà minoranza, rispetto a quelli in cui non se ne esce: e a costo di prove, difficoltà e sofferenze indicibili. Poi, comunque non se ne esce mai sani, “senza complicazioni”. Questi sono dati di fatto incontrovertibili. Spero che il mito dell’artista creatura speciale al quale tutto è permesso e che anzi si compiace delle sue pericolose abitudini sia morto definitivamente con Amy Whinehouse. Credo che a Vasco Rossi debba in qualche modo essere impedito, almeno sulla televisione pubblica, di continuare a fare del male ai nostri ragazzi e ai nostri giovani. Infatti, è recidivo. Altro che, se parla di droga! Un paio di anni fa ebbi l’occasione di vedere nella serata della “prima”, qui a Torino, un film che letteralmente mi scandalizzò: all’uscita, ero furente! Avrei come minimo voluto i soldi del biglietto indietro: ma non avevo neanche pagato e anzi mi avevano regalato pure un cappellino e non mi ricordo che altro! Avrei voluto comunque chiamare a uno a uno i ragazzi che erano usciti dalla sala, o quelli che aspettavano di entrarvi, in uno spiazzo sopraelevato di un grande centro commerciale e dire loro: ma avete visto che schifezza? / ma andate da un’altra parte! Avevo assistito per un’ora e mezzo a un ritratto della nostra peggio gioventù, propagandato come modello ideale, inframmezzato da continui spot/incitamento all’uso di droga. Lasciamo stare il confuso regista Stefano Salvati, responsabile di un ibrido indicibile fra thriller e commedia. Lasciamo stare per carità di patria il modello ideale dell’aspirante velina, intanto spacciatrice e a tempo perso recordwoman di “fellatio”, come dicono quelli che parlano bene l’italiano, perché conoscono il latino. Il guaio più serio è che la pellicola si esercita in una continua esortazione a far uso di droga, anche pesante, ostentata e magnificata. Quel film si chiama ( ahimè, non è stato distrutto ) “AlbaKiara” e Vasco Rossi l’ha pubblicizzato e indirizzato con carinerie varie e smancerie assortite al suo pubblico, per il quale, per tutta la pellicola, nella colonna sonora, canta le sue canzoni, a cominciare, naturalmente, da quella delle origini che dà il titolo anche al misfatto cinematografico. In realtà, a trenta anni di distanza, la romantica e pudica Albachiara è cresciuta. nel mondo fuori dalla sua stanza vede oggi la generazione successiva precaria e sconvolta, provata e degradata, disperata e disperante, allevata con i messaggi di tanti cattivi maestri, diventati, nel vuoto delle ideologie e nello sconforto delle idee, modelli di vita da imitare e seguire.
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Di giuseppe (del 09/08/2011 @ 20:09:01, in blog, linkato 1308 volte)
Anulus, anello, circolo. Il serpente che si morde la coda. Il dio serpente. Il mito dell’eterno ritorno. Agosto, capo dell’anno: Ferragosto, lo spartiacque, il punto ( simbolico ) di ciò che ha fine, e ricomincia. Ultimi giorni dell’anno, opportuni per pensare, ma non al passato, e nemmeno al domani, ma al dopodomani. Non c’è niente di più bello che progettare il futuro: è necessario però attrezzarsi, prima, e poi perseguire. Bisogna mettersi in ordine le idee, e poi muoversi verso la prossima indicazione così ricevuta. La felicità non sta in un sogno, ma in molti sogni. La conoscenza, la meta. Bisogna iniziare da sé stessi. Se conosci, vinci la paura, sublimi te stesso e l'esistenza. E ridi, come il Buddha orientale. Ridi, perché stai bene, nel corpo, e nell’anima. Stai bene tu, e stai bene col mondo intero. Ridi, perché scopri di non essere nulla e di essere tutto. E sei umile. Se non hai l'umiltà non hai compreso nulla. E ami le cose semplici che trovi nella vita di tutti i giorni. La differenza è che ne hai la consapevolezza e ricerchi quelle autentiche, davvero importanti, e sincere. In armonia col mondo intero, ying e yang, caldo e freddo, aspirazione e inspirazione, non sei nulla e sei tutto.
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Di giuseppe (del 08/08/2011 @ 18:39:50, in blog, linkato 1345 volte)
Quanto è attuale e pure profetica la lezione di Ezra Pound! E’ vero ed è giusto quello che hanno sostenuto in questi giorni alcuni autorevoli esponenti politici, che, cioè, i governi sono scelti dagli elettori, e non dai mercati. Però quello che sta facendo in questi giorni Silvio Berlusconi in persona è quanto farebbe un qualunque governo tecnico, scelto dalle banche. Come le decisioni per la guerra contro la Libia, adducendo come se fosse una scusante, mentre si tratta di un’aggravante, le pressioni ricevute, a presunta giustificazione del proprio operato, così le misure introdotte nelle ultime settimane sono state prese sotto la pressione dell’alta finanza internazionale, il che scredita comunque anche questo governo, in cui alcuni avevano intravisto, anzi, avevano voluto vedere, meglio: avevano creduto essi di vedere, anche per la storia personale del premier, margini di autonomia rispetto ai circoli finanziari, ai padroni dell’economia speculativa, ai banchieri, ai detentori del vero potere dell’emissione del denaro. Ora non ci sono più illusioni di sorta e la realtà appare evidente. Mi vengono in mente le parole del 1994, al primo governo Berlusconi, di Pinuccio Tatarella, il quale denunciò le manovre ordite dai “poteri forti”. Ora, per quanto moderato e armonioso, Pinuccio Tatarella era missino: veniva da un’antica scuola e da un’altra tradizione, che oggi eredi non ha. Oggi, da coloro i quali da quella scuola e da quella tradizione a vario titolo provengono, nulla si sente: e anzi sono assestati nelle evoluzioni centriste e grigio-amorfe di Forza Italia, dimentichi di tutto. A chi forse vorrebbe, ma non può, perché c’è il Presidente della Repubblica, perché c’è il Papa, perché c’è l’Europa Unita; a chi non sa, perché non ha mai saputo; a chi ha dimenticato, o finge per opportunismo di dimenticare; a chi è stonato dai mezzi di comunicazione di massa, che non spiegano mai nulla, vale allora ricordare alcune semplici, fondamentali, giuste verità di fatto. E’ la politica che deve dirigere l’economia, non viceversa. L’economia dirige se i politici sono asserviti, o sono incapaci: tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi c’è soltanto questa differenza formale, ma non c’è nessuna differenza sostanziale. I mercati non sono il paradiso, i mercanti ( i banchieri ), non sono gli dei ai quali rivolgersi con trepidante venerazione, rimanendo col fiato sospeso, aspettandone le manifestazioni delle imperscrutabili intenzioni che reggono le vite degli esseri umani e reggono le sorti del mondo. Le borse, i mercati sono l’esercizio di un’economia virtuale soltanto speculativa: sono le manovre dell’alta finanza internazionale, dei pochi che si arricchiscono e che arricchiscono i propri interessi, sulla pelle dei popoli, sulla precarietà dei giovani, sull’ingiustizia sociale. L’Europa unita nell’euro è un’associazione a delinquere, fondata sulla truffa del potere di emissione del denaro, svincolato dalla sovranità degli Stati e regalato agli speculatori privati. Tutto questo non è però una condanna biblica. In Islanda il popolo si è ribellato e si è liberato. In Grecia, in molti ci hanno provato. In Spagna, almeno si sono indignati. In Italia siamo alle solite: gran confusione, bombardamento massiccio di informazioni, dopo di che, con termini ostici e incomprensibili, sussurrati come entità divine, si capisce meno di prima; nessuna forza politica che spieghi come stanno veramente le cose, con qualche rara eccezione nel movimento di Beppe Grillo e in qualche altra associazione, purtroppo allo stadio di testimonianza, per di più ognuno per sé e ognuno per uno, peggio, credendo che fare politica significhi raccogliere figurine su Facebook. Rimane la speranza che chi sa riesca a spiegare, rimane l’illusione che le idee trovino sistemazione organica in una qualche forma del politico possibile e praticabile; e rimane l’auspicio che, ove ciò avvenisse, poi gli elettori capiscano, quando andranno nuovamente a votare.
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Di giuseppe (del 07/08/2011 @ 21:15:08, in blog, linkato 1069 volte)
E così ci siamo, agosto capo dell’anno, al primo fine – settimana del mese, segna in maniera ultimativa il periodo delle cosiddette vacanze, o “ferie” che dir si voglia, nell’accezione comune, corrente, generalizzata e, in fondo, scontata, banale ancor più in fondo. Beh, oggi, in un giorno con poca luce e gravoso nel clima, grigio - Torino e plumbea samsonite, il concetto appare ancor di più un’astrazione, più che un conformismo, o una tappa obbligata. Ma quanti sono quelli che non vanno in vacanza!?! A loro penso: ai pochi che rifiutano il concetto stesso; ai tanti che, pur accettandolo e volendolo assecondare, non possono permetterselo, in primo luogo per ragioni economiche; e a tutti quelli che sono soli, e spesso di solitudine dovuto alla penuria. Poi, penso al tema di attualità che ho visto variamente esercitato in questi giorni, per lo più con superficialità e all’acqua di rose, con chiacchiere da bar dello sport, più che da comunicati del Quirinale, o da articoli di giornale. Un ceto politico senza più dignità, né legittimazione, nella maggioranza della popolazione, crede di aver dati messaggi significativi fingendo di ridurre i compensi, o i giorni di “ferie”. Ora, la politica non è un lavoro: è una missione, e un servizio. E i costi della politica dovrebbero essere limitati a consentire a chi non ne ha i mezzi materiali ad accedere a questa missione e ad esercitare questo servizio, a favore del popolo sovrano. Come tutti sappiamo, la realtà è ben diversa: la politica è diventata una carriera, un circolo chiuso in cui si entra per cooptazione, un meccanismo di privilegi e di sfruttamento parassitario delle risorse, che finanzia i suoi esponenti e le sue organizzazione in maniera oltraggiosa, per quanto legale, col finanziamento pubblico, e in maniera addirittura esecranda, perché illegale, con le clientele e i comitati di affari, senza entrare nel merito di come si chiamino dal punto di vista del codice penale. C’è poco da dibattere: tutto il resto è demagogia, pour parler, flatus vocis. Meglio ricorrere ad alcune immagini, di cui sono stato a vario titolo, ma comunque testimone e che esporrò senza commenti, affinché possiate voi liberamente trarre le conseguenze, da quel che appare, e dunque è. Due sono vecchie, e due recenti. La prima – è vero, caro Sergio Chiarla, la ricordo spesso, perché mi sembra oltremodo significativa – è di Aldo Moro, il quale, quando scendeva in spiaggia, a Bari, andava in riva al mare in giacca e cravatta. La seconda, è la sua casetta, in realtà agglomerato di fortuna e rifugio alla buona, nemmeno spartano, in cui Amintore Fanfani trascorreva qualche giorno di riposo al fresco dell’Appennino toscano. La terza, è del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni che si fa intervistare per parlare di manovre economiche e sacrifici sullo sfondo di una località esclusiva, in cui evidentemente dimorava, fra il popolo dei grandi barconi di lusso e delle grandi evasioni fiscali. La quarta, del presidente della Camera Gianfranco Fini, che, agli inizi di luglio, nel bel mezzo dei guai e delle questioni che tutti sapete, se ne era andato al mare, chissà dove e se ne è tornato tutto abbronzato, come Obama, chioserebbe da par suo Silvio Berlusconi.
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Di giuseppe (del 06/08/2011 @ 22:52:07, in blog, linkato 1255 volte)
Sarah e Yara, le differenze significative – 9 A CHE PUNTO E’ LA NOTTE Se gli inquirenti, ma, soprattutto, i magistrati hanno brancolato a lungo nel buio – l’impressione è che continuino a farlo ancora adesso, aggiungo subito, per le ragioni che ho già ampiamente illustrato e che cercherò qui di seguito di ripetere in sintesi estrema- la notte è ancora fonda ad Avetrana, e ormai è un anno, e a Brembate, e son nove mesi. Per la piccola, povera Sarah, la situazione è stata per così dire cristallizzata, ma forse sarebbe meglio dire incancrenita, dopo l’arresto anche di “zia Cosima”, su un’ipotesi che non ha movente plausibile, non è suffragata da prove e non pare, tout court, proprio plausibile. Lo stesso modo di operare – fidandosi dei rilievi scientifici e tecnologici, anziché delle sane, risolutive indagini poliziesche e rifiutandosi di allargare il campo investigativo a scenari più estesi e più complessi, per quanto più scomodi e più dolorosi – ha invece gelato la situazione per la piccola, povera Yara, con estenuanti test e controanalisi, che di proroga in proroga vanno all’incontrario sulla strada della verità, di cui non è stata data ancora nemmeno una direzione. Stando così le cose, al momento le due storie possono essere seguite e raccontate solamente o sulla base delle risultanze chimiche, biologiche, o sulla base dei tecnicismi legali, giudiziari: ma risultanze e tecnicismi che invece di spiegare e chiarire, confondono e ingarbugliano. Stando così le cose, il brunovespismo, o salvosottilismo che dir si voglia dilagante, con il suo carrozzone di conduttori re dell’audience della vergogna, di reginette televisive e colonnelli in pensione, ha intanto trovato e già ampiamente sfruttato nelle more dei casi di Sarah e Yara il nuovo argomento da spremere fino all’inverosimile e sfruttare senza pudore in Melania Rea. Stando così le cose, la notte è ancora fonda ad Avetrana e dintorni, come pure tutto intorno a Brembate: di luce di verità, almeno un barlume, non è dato vedere. ( 6 agosto 2011 – 9 – continua – Le precedenti puntate sono sulla home page di questo sito )
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Di giuseppe (del 05/08/2011 @ 14:27:22, in blog, linkato 1081 volte)
“Laureata in filosofia e lavora con le parole”- dicono di Loredana De Vitis le brevi note biografiche in coda a “Storie d’amore inventato” ( www.ilmiolibro.it - 8 euro – oppure nelle librerie Feltrinelli ), un agile ed elegante volumetto, di cinque brevi racconti, il suo esordio nella narrativa. Forse perché con le parole ci lavora, ma delle parole la De Vitis ha un gran rispetto Sa- e lo dimostra – che esse possono diventare leggere e frizzanti, come le atmosfere che nella narrativa creano e dilatano, ma pure pesanti come pietre, come macigni, quando segnano la vita quotidiana: quindi, comunque, importanti. “Che vantaggi dà studiare filosofia? A che serve?” – chiede a un certo punto uno dei suoi personaggi, il più riuscito, delineato a tutto tondo in poche battute, il belloccio di turno, sedicente artista e falsamente alternativo, stiloso quanto in autentico, in fondo noioso e banale, perfetta attualizzazione dei vitelloni di provincia del nuovo secolo e del nuovo millennio. A pensare e a far pensare, a riflettere e a far riflettere, a cercare, a organizzare, ecco, a questo serve la filosofia, e scusate se è poco: a dare alle cose della vita, se non un senso, almeno una spiegazione, senza di cui tutto sarebbe più grigio e amorfo. Poi, la De Vitis sa- e lo dimostra – che parlano le cose, che divani, armadi, mensole, specchi, occhiali, libri, quaderni, collane, a saperle ascoltare, dicono di noi e degli altri più e meglio di quanto potremmo in altri modi desumere, parlano le strade, le stanze, gli appartamenti, le stazioni ferroviarie: ne colga più e meglio, l’autrice, senza paura, ché in tale capacità ha uno dei suoi punti di forza, quello che altrimenti potremmo soltanto meno efficacemente comprendere. Mancano invece i suoni, i rumori, ed è uno spunto di ulteriore conquista creativa, per la scrittrice, quando, in un futuro più o meno prossimo, giocoforza si cimenterà con la dimensione dilatata del racconto lungo, o del romanzo. Là l’aspettiamo, per un naturale assestamento del suo stile, che già c’è, ( riconosciuto di recente anche in un altro racconto da un premio importante per giovani scrittori, quale il concorso nazionale Subway-Letteratura 2011 ) ma che, per curiosità devo dire naturale, attendiamo al varco di situazioni più complesse e articolate. Se, come dice un’altra protagonista di questi racconti, ci inventiamo l’amore per sopravvivere, l’amore che descrive la De Vitis dal suo osservatorio privilegiato di trentenne impegnata e attenta tanto a guardare, tanto a riflettere su quel che vede intorno a sé, è quello “inventato”, appunto, leggero, frammentato, fluido, evanescente, dei nostri giorni, di una generazione di nuovo to young to die, to old to rock’n’roll; sono ragazzi già troppo vecchi per sogni adolescenziali e aspettative rivoluzionarie, ma pure troppo giovani per poter in qualche modo accedere a un’organica assunzione di responsabilità; e i loro amori sono precari come i lavori che sono costretti ad accettare. Aver saputo cogliere questa “educazione sentimentale ( cito a mia volta una citazione di un’altra protagonista, che ne ha paura però e quindi lascia subito cadere ) rimasta incompiuta, questo disagio di fondo, senza l’agio di porsi contro, in una sostanziale accettazione, con l’alibi dell’impossibilità a reagire, in una rassegnazione senza rimedio, è di Loredana De Vitis il merito principale, che ne fa già una buona scrittrice e ne anticipa potenzialità a lungo respiro e di lungo corso. Intanto – buona lettura! – l’invito è a godersi i cinque racconti di questa sua opera prima: fra le pagine chiare e le pagine scure, molto rimane della condizione esistenziale di un’intera generazione, della sua identità sminuita, della sua realtà parcellizzata. Una coppia che scoppia, ma, pur scoppiata, continua, neanche più per solitudine, o viltà, ma per disperazione. Una serata fra amici, che nella provincia profonda diventa “evento”, dall’insostenibile leggerezza dell’essere inappagato. Una relazione clandestina, di un’amante che scopre di colpo quanto essa sia squallida, ancorché romantica, o eccitante. L’amore al tempo della chat, dal virtuale, al reale, e ritorno. E l’ultimo racconto che non ho capito bene: ci riuscirete di certo meglio voi, ve ne lascio il compito, e la sorpresa.
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Di giuseppe (del 24/09/2010 @ 19:57:51, in blog, linkato 2411 volte)
Qui di seguito il testo completo del mio commento al programma di questa notte. Negli ultimi giorni, i media italiani ( Ansa, Sette, Corriere della Sera, Oggi, Libero e tanti altri, finanche “La Stampa”, non ci posso credere ) hanno riscoperto la complessa questione legata alla tragica morte di Edoardo Agnelli, su cui avevo condotto, dopo anni di silenzi e omissioni, la mia inchiesta giornalistica pubblicata dalla Koinè nuove edizioni, nel gennaio 2009 col titolo “Ottanta metri di mistero”: è un dato di fatto che essa, stante i numerosi riscontri avuti già allora, per quanto non eclatanti come gli ultimi, costituisce la vera riapertura del caso, con buona pace di quanti soltanto ora ne hanno rivendicato la paternità. Tengo a ribadire che io non avevo fatto un'indagine per dimostrare che Edoardo fosse stato ucciso: avevo cercato la verità per quanto possibile, con la limitatezza delle mie possibilità di giornalista e non di poliziotto, o magistrato e avevo scritto quello che avevo trovato, senza pregiudizi. Poi, che quello che avevo trovato converge inequivocabilmente, con almeno una ventina di elementi concreti e non ipotesi, o congetture astratte, verso la direzione precisa che smentisce la versione ufficiale del suicidio, è un altro paio di mani: se avessi trovato il contrario, avrei scritto il contrario, non mi stancherò mai di ripeterlo, anche adesso che, alla luce di nuovi sviluppi, molti dei quali ancora inediti, sto preparando un secondo libro sull'intera vicenda, per poterle dare una dimensione organica e abbastanza precisa, almeno nelle indicazioni di fondo. Credo che nel giro di qualche settimana finirò il nuovo lavoro, che vorrei intitolare “Chi ha ucciso Edoardo Agnelli?”, tanto per rendere l'idea: ma di questo si occuperà l'editore che, fra l'altro, devo ancora individuare. Vedremo. Nel frattempo, sollecitato, anzi, tirato per i capelli, da più parti, ho due, o tre cose da dire, che non possono aspettare, riguardo il programma di Giovanni Minoli per “La storia siamo noi”, andato in onda su Rai 2 giovedì 23 scorso, in seconda serata, come si dice in gergo, con un eufemismo, in quanto è iniziato poco prima di mezzanotte ed è finito a notte fonda, come di solito squallidamente avviene oramai per quei pochi programmi di qualità e di cultura che sono sopravvissuti alla Chernobyl generale prodotto dalla televisione, pubblica e privata che sia senza differenza alcuna. Ciò nonostante, ho appreso con grande soddisfazione che ha avuto oltre un milione di telespettatori, più di quanto fosse ragionevolmente aspettarsi e uno share lusinghiero, il che dovrebbe far riflettere i responsabili dei palinsesti, se ancora ne avessero la capacità propositiva. Non avendo altre possibilità, in quanto da alcuni anni non mi fanno più scrivere su nessun quotidiano, o periodico, della carta stampata, chiedo ospitalità ai blog e ai siti di contro-informazione di internet, che poi è anche meglio: e ringrazio di cuore chi vorrà pubblicarmi e i lettori che mi onoreranno della loro attenzione. Nella trasmissione in questione, sono stato definito di essere “un complottista” e mi pare di aver già risposto, ma mi permetto di aggiungere un elemento che non avevo mai rivelato. Nel novembre del 2000, facevo l'addetto – stampa dell' assessorato alla sanità della Regione Piemonte: mi sarebbe stato facile, dal mio osservatorio privilegiato, acquisire atti e documenti, fra l'altro e invece niente. Invece, anche io, come quasi tutti, non ebbi nessun sospetto: fui coinvolto dall'impostazione generale che era stata data, di “suicidio” senza ombra di dubbio, anche se viceversa, come scoprii soltanto in seguito, quando, nella primavera del 2008, fra l'altro per puro caso, iniziai a occuparmi del caso e ho già detto come, di ombre e di dubbi ce n'erano tanti. L'altra sera, anzi, l'altra notte, poi, mi sono sentito dire di essere una specie di speculatore, che si è fatto pubblicità, nonché di aver fatto col mio libro una “cazzata”, da parte di un raffinato intellettuale della Gallia Cisalpina, che, malgrado la sua ancor giovane età, sugli argomenti relativi a speculazioni, pubblicità e “cazzate” può evidentemente disquisire con autorità, dall'alto del suo magistrale curriculum vitae. Quindi va bene. Comunque caso mai io, prima di “Ottanta metri di mistero”, in oltre già trenta anni di attività pubblicistica, ho scritto una decina fra libri, saggi, romanzi e opere teatrali e centinaia di articoli di giornali. Poi, se un merito mi piglio, con “Ottanta metri di mistero”, al di là del poter forse un giorno stabilire se si tratti di suicidio, oppure omicidio, è quello di aver restituito ad Edoardo la sua vera dimensione di uomo attento e partecipe, convinto che un mondo migliore fosse possibile e intenzionato a dare il proprio esemplare contributo, intervenendo direttamente nella realtà dei fatti con i mezzi che avrebbe potuto avere, se non ne fosse stato estromesso. Questo, io penso che sia ancora più importante, del poter accertare se morì suicida, o assassinato. Come ho avuto già modo di sottolineare, Edoardo “..Era caratterialmente diverso da quello che in molti volevano far credere. Era sensibile, generoso, estremamente preparato in economia e in politica internazionale. Non è vero che non fosse interessato alla vita dell'azienda di famiglia. Al contrario, creedeva che le industrie dovessero essere al servizio della comunità e non viceversa. Per alcuni versi, è stato un precursore della finanza etica. Già otto anni fa, Edoardo aveva previsto, nei suoi scritti, la crisi del sistema americano che ora stiamo vivendo". Di questo anche l'altra notte qualche cenno è stato fatto, nel programma di Giovanni Minoli, che è poi il documentario – inchiesta firmato da Alberto D'Onofrio e Alessandra Ugolini. Non entro nel merito delle singole questioni, e sarebbero tante, che la visione ha suscitato in me. Dico che mi è piaciuto e lo dico senza ironia. Dico che ha giovato alla causa e lo dico con gratitudine. Però, Giovanni Minoli poteva risparmiarsi dal trarre le sue conclusioni personali, che andavano lasciate alla sensibilità di ognuno dei telespettatori. Poi, le ha tratte sulla base di molte lacune e omissioni, di merito, presenti nel programma: perché non è stato inserito quella parte del discorso di Marco Bava, che dimostra, letteratura scientifica alla mano, che le lesioni sul corpo di Edoardo NON sono compatibili con quel volo, da ottanta, o settantatré metri che siano? E invece è stato fatto affermare il contrario da altri, sulla base di esami compiuti su rilievi fotografici? Dai... Perché è stato omesso di riferire che sul certificato di morte è stato scritto che Edoardo era alto 1.75 e pesava 75 chili, mentre invece era quasi due metri e in quel momento andava oltre il quintale? E che zoppicava d'un piede? E come si fa a sostenere che il povero pastore supertestimone contrario alla tesi ufficiale è un pazzo visionario? E...Va bene, basta. Fra l'altro, io per primo credo che un programma televisivo non sia il modo più opportuno per fare discorsi specifici, che necessitano di ben altri contesti e ben altre sedi. Potrei continuare a lungo. Ma mi fermo qui: ho già abusato del vostro spazio e della vostra attenzione. Me ne scuso e vi ringrazio.
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Di giuseppe (del 22/06/2010 @ 16:30:58, in blog, linkato 1811 volte)
L'amico di vecchia data Sandro Giovannini di Pesaro, dopo il fallimento del tentativo di ridar vita al glorioso periodico “L. - T., mi invita a seguire la redazione di un manifesto programmatico che insieme agli altri collaboratori della rivista vorrebbe al più presto redigere e diffondere. Concordo sul fatto che qualcosa bisogna pur fare, nello squallore culturale e politico in cui ci ritroviamo e devo dire nella quasi totalità di noi senza colpa. Politicamente, si sente l'esigenza di un soggetto unitario, al di fuori del Pdl e non per per navigazioni a vista di stampo elettoralistico, e ci vuol poco a capirlo, anche se sarà difficile arrivare a qualcosa di concreto, per quanti alcuni, dal basso, ci stiano provando, con l'unico risultato, finora, di aumentare la confusione e di dar ragione a chi nel Pdl c'è rimasto, o c'è entrato, pianificando la propria carriera in politica, o nella gestione dell'ordinaria amministrazione del proprio interesse individuale e particolare. Ma è culturalmente che sono ancora più preoccupato, perché abbiamo lasciato perdere tutto un patrimonio di valori, di di contenuti e di idee oggi più attuali, vive e creative che mai e per il resto navighiamo a vista nell'individualismo e nel menefreghismo più sfrenato, in cui, alla faccia della comunità, ognuno pensa soltanto a sé stesso nell'arrivismo più sfrenato e con tutte le occasioni, anche le più discutibili, possibili, e non ascolta gli altri, anzi nemmeno più li riconosce. Per citare un bel verso dello stesso Sandro Giovannini, non siamo più nemmeno un gregge di pecore matte, magari fossimo almeno un gregge, non importa come: siamo una serie di cani sciolti, inferociti dagli insuccessi, incattiviti dalla fame, la maggior parte; o stroncati dall'opulenza, sazi e disperati, pochi e che ormai si compiacciono di abbaiare al servizio del padrone, oppure contro alla luna piena, nella notte dei sentimenti e degli ideali. Siccome la mia educazione sentimentale è avvenuta negli anni Settanta, quando si diceva che il personale è politico, parlo per ragioni personali. Lasciamo stare i miei ultimi due libri, specie l'ultimo sulla tragica morte di Edoardo Agnelli, ché altrimenti il discorso sarebbe più lungo e più cattivo. Parliamo di una cosa nuova, per me e tutto sommato abbastanza rara nel mondo cui faccio riferimento, il teatro. Ho portato in giro Marinetti, ho fatto sentire la sua poesia, per tutto il 2009 con tutta una serie di contorcimenti, di svilimenti e di incazzature, per riuscire a mettere su sei o sette serate, dal costo di tre-quattrocento euro l'una, nel menefreghismo generale, là dove si spendono e si spandono centinaia di migliaia di euro per – non voglio dire altro – ben altri contenuti. Poi, ho scritto un testo teatrale completo, per una vera compagnia di attori, sull'incontro fra Pasolini e Pound, con tutta una serie di studi e rivelazioni inedite e non ho trovato uno, dico uno, che me lo prendesse in considerazione, che si prendesse il fastidio di leggerlo e poi di dirmi almeno che non lo avrebbe considerato per questo o quel motivo. O uno che avesse fatto da tramite, uno che si fosse impegnato a trovarmi una compagnia di attori, o un regista professionista e me ne dolgo, sia chiaro, a parte la mia autostima, per i contenuti, della nostra cultura, i nostri contenuti, che il mio lavoro su Pasolini e Pound rivaluta e vuol diffondere. Al lavoro, alla Regione Piemonte, anzi, al Consiglio Regionale, da giornalista e addetto alla comunicazione, mi hanno in tre-quattro anni, da quando sono cambiati gli amministratori retrocesso a facitore di fotocopie e attaccatore di etichette sulle buste, senza che ci sia stato nessuno che mi abbia difeso politicamente, o meta politicamente, o semplicemente sindacalmente. Mi fermo qui e sia ben chiaro che a richiesta posso fare nomi e cognomi, per dimostrare che mi riferisco a fatti precisi e non a semplici circostanze. Ora, me ne sono tornato a Lecce e ricomincio da me. Sono qui da quasi due mesi, in aspettativa ( non retribuita, sia ben chiaro ) e sto lavorando a un progetto di comunicazione multimediale, con un'agenzia di pubblicità. A luglio sarà di nuovo a Torino e aspetterò che mi arrivi il trasferimento dal Consiglio Regionale in qualche ente qui al Sud, almeno così mi hanno promesso, dopo tutte le domande che ho presentato, con documentazione che ne attesta il diritto, anzi, la necessità, ammesso e non concesso che arrivi, questo trasferimento e non si perda nei meandri della burocrazia. Ecco, pubblico e privato. Ho dato la mia adesione e per il futuro, non per il passato, al nuovo progetto di Sandro Giovannini. Ma quelle che ho descritto in estrema sintesi sono le mie condizioni psicologiche e materiali, che in questo particolare momento della mia vita mi condizionano pesantemente ed era giusto nell'occasione farne partecipe chi nel nostro mondo, che per con un'etichetta di comodità chiamiamo di destra, va parlando ancora di politica, di cultura, o, peggio, di comunità.
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