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 ALTERNATIVO/ Il cartello elettorale e politico preparato oggi a Torino. ... di giuseppe
 
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"Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui".

Ezra Pound
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 30/10/2013 @ 19:59:52, in blog, linkato 684 volte)
Da poche ore è stato reso noto che il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, sono indagati dalla Procura di Taranto nell'inchiesta sul disastro ambientale dell'Ilva. A Vendola è contestata la concussione verso il direttore generale dell'Arpa Puglia, Giorgio Assennato, a Stefàno, invece, l'omissione di atti d'ufficio. In sostanza, secondo i pm, Vendola avrebbe fatto pressioni sull'Agenzia regionale per l'ambiente affinchè cambiasse il tiro sull'Ilva. Fra gli altri indagati con imputazioni differenti, figurano l’attuale assessore regionale all'Ambiente, Lorenzo Nicastro, l'ex assessore regionale e oggi deputato di Sel, Nicola Fratoianni, e diversi dirigenti regionali, tra cui l'ex capo di gabinetto di Vendola, Francesco Manna, dell'attuale capo di gabinetto, Davide Pellegrino, e del dirigente del settore Ambiente della Regione Puglia, Antonello Antonicelli. *** Dopo quelle clamorose dei mesi scorsi, che hanno, in un modo o nell’altro, sopperito all’incapacità e alle inadempienze dolose decennali dei politici, dalla sinistra alla destra, tanto per usare categorie di riferimento, artefici e primi responsabili dello scandalo immane, di una città ridotta allo stremo e dei morti e dei malati, nelle ultime ore nuove iniziative dei magistrati, i quali hanno notificato ipotesi di reati direttamente ai vertici istituzionali, dalla Regione Puglia al Comune di Taranto, da Vendola a Stefano. Ora, al di là delle vicende giudiziarie, di quelle che sono stati e saranno gli esiti processuali, a noi interessa l’evidenza delle cose, “rerum cognoscere causas” e da buoni intellettuali, da semplici e bravi cittadini, non dobbiamo aspettare le verità processuali: abbiamo già un quadro abbastanza chiaro, siamo abbastanza vicini, alla verità, di come stanno le cose. *** Dice: tanto si sapeva. Sapevano tutti a Taranto in qualche modo, e hanno taciuto, i più in cambio del posto fisso, stipendio sicuro, liquidazione e pensione assicura, come se già quel lavoro non fosse una vera e propria rappresentazione della condanna biblica e dovesse diventare pure un’alternativa alla salute; gli altri, tutti gli altri, dai servitori dello Stato ai servitori di Dio, giornalisti compresi ed è una vergogna nella vergogna, in cambio di mazzette, vantaggi mafiosi, carriere, favori . *** Dice: ma tanto era già inquinata, dai tempi dell’ arsenale militare all’amianto, dell’Italsider, dell’ospedale per la cura dei tumori appositamente previsto e saggiamente sistemato a 20 km e pure in tutt’altra direzione anti – correnti aeree: come se al peggio non debba per forza esserci mai fine e qualcosa che è pericolosa non possa essere risanata, ma debba essere fatta diventare letale, la rappresentazione dell’altra condanna divina, della morte sicura anticipata, a credito e a saldo di una vita appena elevata a quelle soglie minimo di benessere, da ceto medio vecchio stampo, quel ceto medio che prima era emergente e ora è immerso e anzi affondato, pagato a caro prezzo. *** Dice: ma a Lecce che ce ne frega, fino a Taranto sono 78 km e poi quelli hanno un altro passato, un presente diverso e niente futuro. Come se i fumi e gli scarichi velenosi della E321, l’altissima ciminiera di ben 210 metri, non arrivassero anche nel Salento, magari unendosi a quelli della centrale di Cerano dall’altro lato. Per non dire dell’ultimo sfregio ipotizzato alla nostra terra, da quel gasdotto transoceanico con approdo previsto a San Foca che in un modo o nell’altro bisognerà bloccare, nonostante siano soltanto i comitati spontanei e il M5S a lottare contro, gli stessi – e non è un caso – comitati spontanei di cittadini e M5S unici estranei allo scempio operato dall’Ilva a Taranto e che si battono per la chiusura, il risanamento, la nazionalizzazione e la riconversione in sicurezza. *** Come se la vicenda non fosse una vera e propria rappresentazione emblematica della fine della nostra Seconda Repubblica: riteniamo infatti, pur senza voler fare i profeti da strapazzo, che come Tangentopoli distrusse la prima, così Ilvopoli ha già minata le fondamenta su cui si reggeva. *** E così ora ne sappiamo abbastanza. Avevamo fatto cattivi pensieri, ma la realtà si è rivelata peggiore. C’è un’azienda di importanza strategica che invece di essere risanata, resa compatibile con l’ambiente e valorizzata, viene ceduta dallo Stato, che si accolla i debiti, a un privato, che si accolla gli utili: ok, il prezzo è giusto. Correva l’anno 1995: lo Stato era, agli inizi già abortiti della seconda Repubblica, il presidente del consiglio Lamberto Dini, il privato che acquista a credito e in comode rate un suo parente acquisito, l’industriale di lungo corso Emilio Riva, con la benedizione dei politici di ogni schieramento, un sistema che poi si consoliderà ulteriormente, a tutti i livelli, con il futuro ministro dell’Industria Bersani, per esempio, finanziato con tanto di dichiarazione pubblica dallo stesso Riva. *** L’inferno, invece che essere regolato, si surriscalda. Nel mondo impianti simili vengono messi a norma, perché l’acciaio è strategico per tutti, anche se così il costo di produzione aumenta; a Taranto non si investe né in sicurezza né in bonifica, in maniera da rendere il prezzo del prodotto finito competitivo sul mercato internazionale, nella logica dell’aziendalizzazione che tanti danni e anzi sconquassi ha prodotto nell’epoca nostra. Gli altri altoforni chiudono, quelli di Taranto aumentano, come i profitti del gruppo, che vanno a occultarsi chissà dove, ma che stime attendibili, le ultime disponibili, quantificano in un’entità in euro compresa fra un miliardo e un miliardo e mezzo negli ultimi tre anni, una cifra, scusatemi, che non solo non riesco a scrivere, ma non riesco nemmeno a concepire. Concepisco però quello che sta emergendo adesso, in questi giorni, di ore in ore: soldi pagati a tutti, in primis i politici della casta, di tutti e due gli schieramenti, e tutti coinvolti, tutti asserviti, in un modo o nell’altro, dai vertici aziendali, di cui come l’ex prefetto Ferrante alcuni provengono: da quella sinistra per giunta considerata nuova e bella, che nella migliore delle ipotesi ha assecondato in buona e cattiva fede, ai vertici istituzionali, dai ministeri interessati, dall’industria, all’ambiente, a quelli regionali, agli enti locali: come ha scritto un magistrato in uno dei provvedimenti principali “Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Tutti sapevano, tutti coinvolti. Mentre a Taranto si muore e ci si ammala molto di più che in ogni altra parte, non vogliamo metterci a giocare con le cifre e con la medicina: fosse soltanto una vita in più, rispetto alle cause chiamiamole naturali, non varrebbe un miliardo e mezzo di euro di profitto di Emilio Riva, e purtroppo non è una sola, sono decine, centinaia nel corso degli anni, migliaia oramai fra trascorsi e prospettive, come le malattie degenerative chiaramente e direttamente indotte dalla fabbrica dei veleni. Mentre a Taranto la fabbrica dei veleni continua a riversare nell’atmosfera sostanze altamente nocive, tossiche , letali e le correnti aeree le spargono ai quattro venti, compresi quelli che le portano qui nel Salento. *** Ma poi ora, soprattutto, a Taranto: che fare? Che fare della fabbrica – mostro, vera e propria città nella città, anzi doppiamente città smisurata, di binari, macchinari, altoforni, ciminiere e depositi, a ridosso dell’abitato e dei due mari? Mentre in tutto il mondo le produzioni di acciaio venivano messe in sicurezza, dalle protezioni coreane, alle ricostruzioni americane, o tedesche, e venivano adottati controlli attenti e precauzioni estreme, a Taranto e nel Salento intero l’Ilva continuava a inquinare, scaricando ogni giorni le sostanze mortali evidenziate, con altre emissioni nocive: come se ogni cittadino fumasse dalle decine, alle centinaia, alle migliaia di sigarette al giorno, a seconda dell’esposizione alle ciminiere, bambini compresi. Inoltre nella zona è estremamente elevata, fuori da ogni norma, la concentrazione di altre sostanze letali, come mercurio, arsenico, piombo 210 e plutonio radioattivo. *** Quella che era un’oasi bucolica, cantata infatti pure da Virgilio, fra l’altro ricchissima di acque, è stata depredata e continua ad esserlo, con tutto il territorio circostante, dove sono inquinati oramai in maniera pressoché irreversibile le bestie da allevamento, i prodotti caseari, la frutta e la verdura, oltre naturalmente ai pesci e ai molluschi, dal momento che, oltre a quella dei fiumi viciniori, finanche l’acqua meno salata del Mar Piccolo viene aspirata e restituita inquinata, con grave danno per l’ecosistema, l’intera natura, insomma. Soprattutto perché nella zona ci si ammala con una frequenza dal 20 al 40% in più della normale incidenza di malattie tumorali e degenerative: sono centinaia di morti all’anno direttamente collegate alle emissioni dell’Ilva, oltre alle terribili malattie che insorgono attaccando direttamente il dna delle persone con la stessa frequenza impazzita. *** Che fare, allora? Più che pensare a provvedimenti – tampone, bisogna invece necessariamente partire dal ripensare l’attuale modello di sviluppo e orientarsi verso un nuovo modello di società, passando dall’individuazione delle risorse da adibire al risanamento ambientale fra le spese militari, opere pubbliche inutili, pensioni d’oro, privilegi della casta dei politici, fino a una vera e propria ridiscussione dell’Europa Unita, del sistema dell’euro, del debito pubblico internazionale. Occorrono soluzioni radicali, ma efficaci, fino ad adesso classificate come utopiche, o aleatorie, sostenute soltanto da pochi considerati nella migliore delle ipotesi eretici improponibili, ma che sono diventate nel frattempo vere e proprie idee – forza e protagoniste del reale dibattito politico e sociale di massa.
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Di giuseppe (del 23/10/2013 @ 20:59:18, in blog, linkato 780 volte)
LA POLEMICA/ A margine di “Salento fuoco e fumo”, il libro di Nandu Popu “FUMO” DI LECCE Anche nel romanzo di uno dei componenti dei Sud Sound System, come nelle canzoni, un’implicita sottovalutazione dell’uso di sostanze stupefacenti, se non un’ esplicita esortazione al consumo. Pericolosissime. di Giuseppe Puppo _________________________________________________________________ Ho scoperto dopo che il libro è di più di un anno fa, essendo uscito, fra l’altro per i prestigiosi tipi della casa editrice Laterza. Ma che importa? La vita dei libri ha tempi e modi imponderabili, e poi i libri sono di chi li legge, non di chi li scrive. A me “Salento fuoco e fumo” di Nandu Popu si è materializzato capitandomi fra le mani pochi giorni fa, per caso, nel paese della provincia dove abita una parente, che l’aveva appena acquistato, con tanto di dedica dell’autore, durante una manifestazione di piazza, e lasciato sopra la poltrona di casa sua. L’ho letto in pochi minuti. Mi ha lasciato però da pensare molte cose, quindi è un ottimo libro. Ora proverò a esprimerne qualcuna, per condividerle con tutti voi, poiché le ritengo significative, lasciando per ultima indubbiamente la più importante. *** C’è una vera e propria fioritura di scrittura del Salento negli ultimissimi anni, ci sono tanti autori, giovani e meno giovani, che hanno dimostrato di avere talento e qualità. Purtroppo ognuno pensa a sé stesso, e nessuno pensa ad essi, per esempio a porre le premesse culturali per una specie di “nouvelle vague” narrativa salentina, che sarebbe da proporre, come stile, come scuola, come atmosfera, all’attenzione generale, con i mezzi appropriati (critici, mass media, intellettuali) per cui se cresce uno crescono tutti, e se crescono tutti cresce ognuno di essi. Invece, gli autori della “nuova ondata” sono colpevolmente lasciati a sé stessi, al loro disagio e al disagio che esprimono, all’improvvisazione continua, alla ricerca dell’attenzione, alla estenuante promozione, e infine, come detto, essi ci mettono del loro, auto - relegandosi nel proprio orticello, ben isolato e opportunamente recintato, dai muretti a secco. Dei tanti nomi che in un modo o nell’altro hanno pubblicato negli ultimissimi anni, dimostrando talento e qualità, Nandu Popu ha avuto i mezzi maggiori. Pubblicare per la Laterza è di solito un punto di arrivo, non di partenza, toccato in sorte all’autore, al secolo Fernando Blasi, all’esordio, perché già famoso quale componente dei Sud Sound System, gruppo che per primo ha portato il Salento all’attenzione generale e che da oramai oltre venti anni rappresenta una consolidata realtà, insieme a quelle che nel frattempo sono maturate e fiorite, dai Negramaro, agli Apres La Classe, dalla Notte della Taranta, ad “Amici”. Ecco, per la letteratura salentina, ci vorrebbe quello che è avvenuto per la musica dei Salentini. Invece… Benché pubblicato da una delle grandi case editrici italiane, come detto, a differenza degli altri scrittori salentini, come tutti gli altri scrittori salentini, anche Nandu Popu ha avuto poche e poco significative recensioni, e si è dovuto “sbattere” di persona, aiutato anche dalle associazioni di volontariato, nelle loro varie manifestazioni, per “promuovere” il suo libro. Operazioni di marginalità culturale, insomma, che non hanno inciso nella considerazione ufficiale, quella dettata, purtroppo, nei tempi e mei modi dai grandi gruppi e dai grandi mezzi che sono in grado di assicurare il così detto, mitico “successo”. *** Eppure, oggettivamente, è uno splendido esordio letterario. “Salento fuoco e fumo” è un romanzo breve, o un racconto lungo che dir si voglia, che si fa leggere volentieri, con diletto e trasporto e lascia, pagina dopo pagina, aromi di profumi e freschezza di sapori. A me ha ricordato “Chi rimane”, il romanzo breve, o racconto lungo, che apriva “Provincia difficile” di Giovanni Bernardini, a proposito di scrittori salentini, delle generazioni precedenti, nella fattispecie. Ma ha ricordato pure, per l’espressività delle dimensioni dei quadretti nei racconti, la Sicilia di Giovanni Verga e, per l’efficacia nella leggerezza della scrittura, quella di Elio Vittorini. Anche Popu, come Bernardini, Vittorini e, ovviamente, Verga, si rifà, consapevolmente, o, magari pure inconsapevolmente, ma, anche se così fosse, con maggiore rilevanza, al neorealismo, e dopo altri decenni applica un metodo di scrittura che esprime la realtà dell’ambientazione su piani molteplici. La semplicità dei costrutti giova all’armonia dell’insieme, in cui l’autore, oltre a fotografare il Salento, ne registra le voci e i suoni, ne cattura i profumi e i sapori, ne fissa personaggi memorabili, ne esprime le sofferenze e quelli che non sono neppure più problemi, ma vere e proprie emergenze. Ambientali. Tutto questo dispiego di sensi conferisce al neorealismo della scrittura di Nando Popu una sua propria caratteristica, una originale e riuscitissima identità, fascinosa e multi dimensionata. Inoltre, l’autore sa far diventare la materia autobiografica oggetto di considerazione generale, come sempre deve fare un bravo scrittore e come non mi stancherò mai di ripetere a chi scrive i propri dolori da non più giovane Werther e le sue ultime lettere da Jacopo Ortis, credendo con ciò di essere diventato uno scrittore. In “Salento fuoco e fumo” le vicende narrate scrivono la storia degli ultimi decenni di questa “provincia difficile”, i personaggi descritti ne evocano le trasformazioni e il lessico famigliare ne racconta il vissuto quotidiano. Infine, l’impegno civile, lodevolissimo, che questo racconto lungo sottende. Perché Nando Popu è impegnato attivamente, come gli altri dei Sud Sound System, contro le minacce dell’inquinamento e in difesa dell’ambiente. Attenzione, nota i lettori non di qui: le minacce dell’inquinamento sono nel Salento tangibili, hanno prodotto già effetti devastanti, di proporzioni bibliche, dal mostro dell’Ilva di Taranto, all’orco della centrale a carbone di Cerano; la difesa dell’ambiente è una priorità drammatica, in termini di tradizioni, identità, cultura, e pure economia, vista la vocazione artistica e turistica, mentre, dopo discariche e altri eco - attentati, stanno tentando di costruire qui il punto d’arrivo del gasdotto transoceanico, che sarebbe pure, ove realizzato, il punto di arrivo della distruzione di questa terra. Quindi non di impegno da salotti radical chic, né di vezzo ambientalista, si tratta, ma di una consapevole battaglia di civiltà in una vera e propria guerra epocale. *** E bravo Nandu Popu, allora? Sì, ma c’è nel suo libro, anche nel suo libro, come nella sua musica, come nelle sue canzoni, come negli altri componenti dei Sud Sound System, quella che non è neanche una scivolata su una buccia di banana, ma una grave e nefasta, rovinosa caduta, di stile e di sostanza: un’insana e consapevole libidine nell’ esaltazione dell’ uso della marijuana. In alcune delle pagine di questo romanzo si respira – è proprio il caso di dirlo - un’apologia del “fumo”, un’ affascinazione per le sostanze, una sudditanza psicologica per il consumo; allo stesso modo in cui in alcune canzoni dei Sud Sound System di tutto questo si fa una vera e propria, esplicita, dichiarata e anzi cantata esaltazione. Ora, a me sembra che comportamenti simili siano pericolosissimi. Un arista, un cantante, è un esempio, un modello. Che esempio, che modello danno i Sud Sound System alle giovani generazioni, ai minori, spesso ai ragazzini veri e propri, parlando, cantando e scrivendo di queste cose, con tale, approssimativa impostazione mentale, con tale leggerezza culturale e con una simile, distruttrice, apodittica assunzione di irresponsabilità? Aggiungerei, di chiedere loro, visto che essi hanno oramai la loro età, se non è il caso di “piantarla”, non l’erba, ma con codeste manifestazioni di tardo, ma assai tardo giovanilismo. Perché lo spinello a quindici, venti anni è una cosa, ma a trenta-quaranta è proprio un’ altra. Un po’ di maturità, no, eh? Qualche parola sugli effetti perniciosi per la salute psicofisica pure delle così dette droghe “leggere”, niente? Eppure, c’è una vasta letteratura scientifica in proposito. Sui pericoli che esse prima o poi non bastino più e inducano all’uso e all’abuso di altre , dagli effetti ancora più perniciosi, sostanze stupefacenti, ancora niente di niente? Eppure, c’è una sterminata casistica al riguardo. Questo, intanto, per mettere qualche puntino sulle u. Ma poi, senza voler fare moralismo da maionese, o sociologia all’acqua di garofano, Mando Popu e gli altri Sud Sound System si sono mai interrogati sui casi che la cronaca quotidiana, e leccecronaca.it appresso a essa, documenta, di ragazzi che le piantine se le coltivano davvero, sul balcone di casa, nell’orto del nonno o nei giardini pubblici e privati, e perciò finiscono in guai seri, grandi come montagne? Hanno mai riflettuto sulle scene di ordinaria disperazione che si incontrano nei lati oscuri dei paesi della nostra provincia, sui drammi personali e sociali che l’uso di sostanze stupefacenti comporta, causa e infligge? Hanno ragionato o fatto ragionare sulle implicazioni criminali che il fenomeno determina? E sulle conseguenze sull’equilibrio vitale di chi le assume? Sanno, ancora, che per le strade di Lecce – città si fumano spinelli oramai senza ritegno, come se fossero sigarette “normali”, con ostentato menefreghismo e scioccante disinvoltura? Infine, vorrei sapere che cosa avrebbero da dire, se a loro volessero rivolgersi, ai ragazzi, molti minorenni, alle ragazzine di tredici anni, che con regolarità vedo dalle finestre di casa mia, diuturnamente spinellarsi alle panchine dei giardinetti del quartiere popolare in cui abito. Quante domande! Sarei onorato di poter avere almeno qualche risposta. Giuseppe Puppo
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Di giuseppe (del 17/10/2013 @ 23:24:18, in blog, linkato 792 volte)
“Metafisica del bunga bunga”, (Etimpresa, Torino, 2011, sia nell’edizione cartacea, sia digitale) il mio saggio primo tentativo organico di bilancio storico del “berlusconismo”, risale a due anni e mezzo fa. Negli ultimi mesi ho pubblicato con regolarità su Facebook i necessari aggiornamenti dettati dall’attualità, raggruppati poi in maniera ordinata sul blog mio sito web, in attesa di una seconda edizione del libro. Qui di seguito potrete leggere l’ultimo aggiornamento, a margine degli avvenimenti di questi ultimi giorni, fra “pubblico” e “privato”: ma la mia educazione sentimentale avvenne negli anni Settanta, quando appunto si diceva “Il personale è politico”. IL SEGNO Raggiunto dalla condanna definitiva per frode fiscale, a Silvio Berlusconi è cominciato a franare il terreno sotto ai piedi. La prospettiva concreta di finire affidato ai servizi sociali per un anno, al netto della tara dei tre condonati– lungi dall’essere considerata un lusso, vista la sua situazione giudiziaria del tutto compromessa - si prospetta per lui come un incubo, cui sfuggire a tutti i costi, con in più il vero e proprio terrore di perdere l’immunità parlamentare, con la decadenza da senatore, prevista dalla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, quindi di poter essere raggiunto da un mandato di custodia cautelare in carcere, per uno degli altri processi, o istruttorie giudiziarie cui è nel frattempo sottoposto. Questo, esattamente questo, è quanto è in ballo e che egli cerca di impedire, al di là delle motivazioni addotte, sull’agibilità politica, che gli verrebbe sottratta, o sul destino cinico e baro. Vero, la Storia di Silvio Berlusconi, come è stato detto, non può essere ridotta a storia giudiziaria, e i miei lettori sanno che nel mio tentativo di bilancio non ce n’è traccia alcuna; però l’attualità di questo è fatta e allora, tanto quanto, sia pur senza entrare nel merito specifico processuale, dall’attualità giudiziaria bisogna pur partire. Quali margini di manovra aveva ancora per impedire di essere dichiarato decaduto da senatore, finire affidato ai servizi sociali e magari nell’immediato futuro essere spedito addirittura in carcere? Una situazione apparentemente senza via di scampo viene comunque messa in discussione da tutta una serie di manovre volte ad aprire prospettive diverse, che lo hanno occupato in diuturna agitazione nelle ultime settimane. Le direzioni intraprese vanno dal ritardare quanto più possibile la decisione del Senato sulla decadenza, con tutta una serie di iniziative, di un pretestuoso spesso sconfinante nel paradossale, al minacciare di far cadere il governo, con bluff degni del più spregiudicato giocatore di poker. Ma il vero e proprio asso nella manica sta in un patto, vero, o presunto, reale, o supposto, dichiarato, o frainteso, accettato, o estorto, assicurato o tradito – questo, con precisione, non possiamo sapere – raggiunto in primavera in occasione dell’elezione del capo dello Stato e/o della formazione del nuovo esecutivo, per cui, in cambio dell’appoggio a Giorgio Napolitano ed Enrico Letta, gli sarebbe stata concessa una sorta di impunità, o comunque una riduzione dei danni fino al massimo possibile compatibilmente con le cariche istuzionali e con il grado di sopportazione pubblica sofferta dal Pd per le sue successive, doverose “giustificazioni” Dopo la condanna in Cassazione, Silvio ha cominciato a dubitare. Da qui il forsennato attivismo antigovernativo, portato fino ai limiti del punto di non ritorno, a costo della sostanziale spaccatura del partito, una parte del quale avrebbe comunque assicurato la sopravvivenza dell’esecutivo, o di inverecondi dietro – front, che soltanto la mancanza di memoria nella gente, la distrazione e l’avversione rispetto al “teatrino” della politica, e l’assuefazione al surreale possono in qualche modo non giustificare, ma permettere sì. Tanto la gente non capisce e dimentica… Come non capisce e tanto dimentica le discussioni generate dall’iter parlamentare sulla decadenza, che farebbero impallidire le discussioni sul sesso degli angeli, o le procedure più bizantine, o più barocche reperibili nei codici medioevali. Cominciando a dubitare, comincia per Silvio l’attesa di un “segno” chiarificatrice sull’attuazione concreta, in un modo, o nell’altro, in misura più o meno considerevole, del “patto”. Un segno che tarda ad arrivare. La sinistra da vent’anni, con le proprie incapacità e per i proprio interessi, non ha saputo e non ha voluto sconfiggere Berlusconi, oltre a salvarlo più volte: lo farà (sconfiggerlo) adesso e proprio adesso (salvarlo) non lo farà più? Ma il “segno”, prima che sia troppo tardi, arriva e arriva dal massimo livello, quando in un messaggio del presidente della Repubblica si chiede un provvedimento urgente per ridurre il numero dei detenuti. Per quanto abilmente camuffato e intrecciato in un problema reale e oggettivamente da affrontare e risolvere concretamente, quale il sovraffollamento delle carceri, si capisce che l’appiglio offerto e anzi generosamente gettato in soccorso di Berlusconi passa attraverso il provvedimento da prendere in termini di grazia, amnistia e indulto per alleggerire la situazioni delle carceri, che ospitano un numero di detenuti superiore alle capacità ricettive, in una situazione umanamente insostenibile. Tale prospettiva permette al governo Pd-Pdl di reggere, e di evitare le elezioni politiche anticipate, con conseguente scioglimento del Parlamento, che, a sua volta, eviterebbe in un altro modo, per quanto estremo, la decadenza di Berlusconi. Mentre scrivo queste note, alla giornata di oggi, la situazione che scorre nell’alveo fin qui comunque delineato con sufficiente precisione è in divenire: ne vedremo presto gli sbocchi. *** IL SISTEMA Dragomira Boneva, in arte Michelle Bonev, ha parlato, anzi ha scritto molto in questi ultimi giorni. Chi voglia entrare nel dettaglio delle sue “rivelazioni” può agevolmente leggerle direttamente dal suo blog in rete, fra l’altro rese in maniera accorta e professionalmente presentate in maniera ineccepibile, o vederle direttamente raccontate dalle registrazioni delle interviste televisive reperibile su internet. Partita dall’indigenza della natia Bulgaria e dalle improvvisazioni dei primi tempi in Italia, piano piano è riuscita a imporsi quale attrice prima, sceneggiatrice e regista poi, entrando nel “cerchio magico” di Silvio Berlusconi, fino a pochi mesi fa, quando ne è stata esclusa, presumibilmente per l’intervento di Francesca Pascale, presentata dai media quale fidanzata ufficiale di Silvio Berlusconi La verità di Michelle smonta radicalmente la presunta verità accreditata pubblicamente: dice che il “sistema” della vita privata di Berlusconi continua imperterrito, nei modi e nelle forme oramai di comune acquisizione. Ma c’è molto di più. Dice che le vicende private si riversano in maniera dirompente in quelle pubbliche, con interventi diretti, a favore dei, anzi, delle privilegiate di turno, pagate con risorse sia personali, sia, soprattutto, dello Stato e destinate al mitico successo, comunque al benessere e all’agiatezza, in quanto, per usare un eufemismo, amiche intime del premier. Dice infine, in ordine morale, che il “berlusconismo” è un sistema di menzogne e di disvalori; e che tutto il successo, tutto il benessere, tutta l’agiatezza di chi lo alimenta e ne usufruisce, non valgono più niente, di fronte alla mancanza di dignità e allo svilimento etico in cui riducono i così detti “privilegiati”.
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Di giuseppe (del 11/10/2013 @ 21:09:51, in blog, linkato 815 volte)
Mi capita spesso di ripetere che alcune questioni non sono semplici e non possono essere esaurite con semplificazioni, o banalizzazioni, come la questione dell’emigrazione, su cui ho riflettuto ieri. Vorrei condividere questa sera le mie riflessioni su di un tema consequenziale, che è il razzismo, partendo da un’altra considerazione che mi capita sovente di formulare, sulla disinformazione e la banalizzazione operata dalla così detta grande informazione, dai mass media dominanti, e partendo pure, allo stesso modo di ieri, dall’attualità. Il Milan è stato condannato – al di là dell’iter giudiziario ancora in corso – dalla “giustizia sportiva” per i cori intonati dai suoi tifosi durante l’ultima partita contro il Napoli, a giocare alcune gare in casa senza il suo pubblico, reo di “discriminazione territoriale”. Provvedimenti simili sono stai adottati per altre squadre per offese a giocatori di colore avversari, fra cui l’Inter i cui ultras hanno insultato i “neri” altrui, essi che hanno una squadra in cui non c’è nemmeno un calciatore italiano, e potrei continuare a lungo. Tutti o quasi d’accordo, su provvedimenti che in realtà banalizzano il concetto di “razzismo” e, facendo mettere l’anima in pace, distolgono la vera lotta che dovrebbe essere fatta al razzismo reale. Insomma, criminalizzando gli ultras, brutti e cattivi, siamo tutti convinti di lottare contro il razzismo. Invece no, le cose non stanno affatto così. Il “razzismo” negli stadi è un fenomeno inventato dai media e rivolto ad allontanare sempre più il pubblico dagli stadi, per ridurre il calcio a puro e semplice spettacolo televisivo, con gran comodità di tutti. Quando poi si parla di “discriminazione territoriale”, si parla di una balla colossale. E quanta ipocrisia! Tutti a prendersela sempre e soltanto con gli ultras!! Quando poi io ho visto distinti genitori di ragazzini delle medie fare a botte sugli spalti durante una partita dei campionati giovanili; ho sentito illustri professionisti adoperare un lessico da angiporto in tribuna d’onore; ho sentito nominare parenti e defunti di questo e quello dai colleghi giornalisti in tribuna – stampa. Ma questo va bene. Se invece gli ultras intonano cori goliardici e fischiano un avversario, sono “razzisti”. Quando poi questo aspetto goliardico è una caratteristica di umanità, di divertimento, di simpatia, quel poco che ne resta, in un mondo dominato oramai anch’esso dagli affari, dalle televisioni, dal dio denaro, senza più attaccamento alla maglia, lealtà, fede e bandiere. Schillaci che rubava le gomme, gli juventini che ciucciavano i piselli di tutta quanta la famiglia Agnelli, acqua e sapone per i Napoletani e così via sono un repertorio che con il razzismo non c’entra niente. Ai burocrati della Fifa, della Uefa e della Figc, indico io gli obiettivi della lotta al razzismo, quello che non fanno i nostri mass media. Tanto per cominciare, annullino i campionati del mondo del 2022 assegnati al Qatar, dove sono al lavoro migliaia di immigrati trattati come schiavi. Sollecitino all’Onu misure contro il Sud – Africa, dove pure hanno giocato nel 2010, e dove però continuano ad esserci leggi razziali. Si battano contro i governanti dell’Australia, dove i bianchi anglofoni i loro discendenti seguitano ad opprimere le minoranze etniche autoctone. Vadano a predicare nelle città degli Stati Uniti, dove le leggi razziali sono state in vigore fino a poco fa, e dove continua a dilagare i pregiudizi e le offese contro i neri, perché “negri” in Italiano non si può più dire, chissà perché è diventato un termine “razzista”, “negro” che viene dal latino “nero”…Vedete? Quanta ipocrisia! E allora, in cuor nostro, lottiamo davvero contro pregiudizi e offese, partendo da noi stessi, dalla nostra vita quotidiana. Se possiamo, cerchiamo di capire come stanno le cose, per indirizzare le nostre idee e le nostre lotte contro obiettivi reali. Aborriamo l’ipocrisia, forse del razzismo essa è anche peggio.
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Di giuseppe (del 10/10/2013 @ 23:40:22, in blog, linkato 853 volte)
“Scappo dalla devastazione lasciata dalla guerra. Cerco una vita migliore. Cerco un lavoro. Ho vissuto per anni nella paura. Tutti cerchiamo il futuro in un mondo senza guerra, dove c’è pace. Sono fuggita dalla mia terra per questo, anche se ho lasciato la mia famiglia”. Le parole di una delle donne sopravvissute al disastro di Lampedusa, nella loro drammatica semplicità, sono, a proposito di immigrazione, di cui tanto e per tanti motivi si sta discutendo, ma in maniera frammentaria e disordinata, la sintesi migliore di quello che più che un problema, è una vera e propria emergenza epocale. Proviamo insieme a capirci veramente qualcosa, invece che dividerci su questo o quel provvedimento, o sul che fare? per fronteggiare l’emergenza, prima di abbandonarci alla sterile polemica, mal affidata a vecchie categorie interpretative, ai luoghi comuni, o, peggio, ai pregiudizi. Se alziamo un po’ lo sguardo dal contingente, riusciamo a guardare alla Storia, prima di tornare a considerare l’attualità. L’Impero romano finì, in un processo graduale, durato alcuni secoli, come sappiamo tutti, per effetto delle invasioni barbariche; quello che dovremmo sapere, invece, è che esse furono grandi migrazioni di massa, di popoli poveri, rozzi, ma esuberanti, cui invano i benestanti e i privilegiati dell’antichità cercarono di far fronte, oscillando dalla repulsione, all’accoglienza, ma fallendo in tutti i modi. E’ esattamente quello che sta avvenendo con sempre maggiore evidenza in questi anni e che con forza sempre maggiore e sempre più dirompente avverrà nei successivi, dal Nord Africa e dal prossimo Oriente, devastato dai processi di oppressione ideologica, fanatismo religioso, globalizzazione imperante, desertificazione distruttrice. I popoli poveri e affamati, ma demograficamente esuberanti, vanno all’assalto di quelli per così dire ricchi, o comunque agiati rispetto agli altri, ma in crisi di identità, sazi magari, ma certo disperati per altri versi e in fase di regressione demografica. In questo drammatico processo storico, l’ Italia, per sua stessa natura geografica, si trova in prima linea. Chi ci governa, da decenni avrebbe dovuto almeno tentare di prendere una posizione univoca, per provare a fronteggiare l’emergenza, secondo una linea chiara e possibilmente condivisa, comunque logica. Invece, abbiamo ondeggiato fra l’accoglienza indiscriminata, e la repulsione forzosa, con, nel mezzo, il non fare proprio niente e lasciar fare agli eventi, spesso con esiti catastrofici per tutti. Ora, d’accordo, non è mai troppo tardi, ma purtroppo si continua a ondeggiare. Che senso ha, per esempio, invocare, come, nella loro incapacità e nella loro impotenza, hanno fatto in questi giorni i nostri governanti del bi-Letta, l’intervento dell’Europa? Quell’ Europa che esiste soltanto per gli speculatori e i banchieri. E comunque, di quale politica europea? Il multiculturalismo tentato dagli Inglesi, o l’assimilazione provata dai Francesi? Entrambi poi con risultati assai deludenti… Avremmo dovuto fare una nostra politica, italiana, mediterranea, cercando di dare sviluppo e opportunità economiche, con reciproco vantaggio, ai paesi del Nord Africa e del vicino Oriente, e invece abbiamo seguito gli interessi degli affaristi e dei politicanti europei. In ultimo, abbiamo contribuito attivamente a distruggere il governo libico, e minare quello tunisino, per dirne una sola, col risultato che da lì partono indisturbati i barconi della disperazione. Non è mai troppo tardi. Ma non si può continuare a prendere provvedimenti estemporanei. L’emigrazione va gestita, o comunque bisogna provare a farlo, se la politica ha ancora un senso, come capacità di governare gli eventi, soprattutto quelli più importanti, e di educare. Gli Italiani sono stati gli extracomunitari dei secoli scorsi e degli scorsi decenni. Gli Italiani del Sud hanno sperimentato sulla loro pelle l’emigrazione, sia pur all’interno, ma con uguali esiti di sfruttamento e di disperazione, verso il Settentrione. Perché poi è sempre la fame, la disperazione, la penuria di mezzi, che spinge a mettersi in viaggio, con le valige di cartone, o i sacchi di plastica al seguito. Gli Italiani, quelli che arrivavano a New York e finivano “disinfettati” in gabbia, quelli sepolti sotto la miniera di Marcinelle, quelli dei ghetti di Torino e di Milano, conoscono il problema. Invece hanno avuto politici che hanno fatto prosperare l’egoismo di tanti che sull’emigrazione hanno speculato e costruito e gonfiato i loro interessi, nella maniera più sfrenata; il menefreghismo generalizzato; il razzismo di un partito politico intero che ha costruito le proprie fortune sui pregiudizi contro i Meridionali prima e gli extracomunitari poi; l’incapacità di integrare, di accogliere, ma pure di respingere, quando e se necessario, e di dare opportunità comuni. Che senso ha rendere reato, o non reato, l’immigrazione clandestina, quando in realtà non sappiamo sostanzialmente che fare? Già, che fare? La drammaticità storica e anzi epocale non deve essere un alibi per l’impossibilità ad agire. Gli sbarchi della disperazione vanno fermati. I profughi, fra l’altro tutelati da convenzioni internazionali, vanno accolti, gli altri, tutti gli altri, vanno inquadrati e indirizzati e, ove decidano di rimanere, indirizzati, da una sia pur minima, per quanto problematica, possibilità di integrazione. Va combattuto lo sfruttamento con ugual rigore di quanto vanno prevenuti e repressi il disagio prima e la criminalità tout court poi. Vanno indirizzate attività di sviluppo economico in quei territori da dove l’emigrazione parte, con reciproco vantaggio, va premiata e valorizzata la cooperazione internazionale. L’immigrazione va gestita, con misure semplici, tutto sommato, ma efficaci, e soprattutto univoche, nel loro indirizzo e nel loro dispiegamento. Possiamo almeno provarci.
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