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 RISOLLEVATA/ Maria Luisa Bene... di giuseppe
 
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Sandro Giovannini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 27/08/2013 @ 20:29:47, in blog, linkato 826 volte)
Radio 1, Radio Irib, Gr Parlamento, Radio Maria, Rtl e Rete Italia – aggiornamenti radiofonici e multimediali C’era chi cantava di amarla per tante ragioni, elencate in una canzone di quegli anni Settanta in cui le radio, cioè le radio libere, operarono una vera e propria rivoluzione dell’informazione e soprattutto della comunicazione. Poi le cose cambiarono, soprattutto per l’avvento delle televisioni commerciali e, come si disse, e anzi si cantò ancora, il video uccise le stelle della radio. Infine, arrivò internet e tutto fu diverso da prima. Oggi sulla modulazione di frequenza – ed è il motivo della mia denuncia – vige una confusione paurosa, al solito un po’ per difetto di regolamentazione, un po’ per la degenerazione del sistema, in cui tanta creatività è stata riassorbita, come prosciugata, e i potentati tecnici, o commerciali, anche diffondendosi sull’intero territorio nazionale, hanno imposto la legge della jungla. Non capisco perché le uniche radio che si sentono bene e in ogni zona con un normale apparecchio siano “Gr Parlamento”, cioè un inutile quanto dispendioso megafono della noia dei lavori parlamentari, cui è difficile interessarsi, così come è fatto; e, con tutto il rispetto, quando pregano (un rispetto che però viene meno quando la notte pontifica di politica prendendosela preferibilmente con il M5S uno che non ho capito come si chiami, ma che ha la voce di quei preti pedanti e saccenti, che sono agli antipodi dell’amore evangelico) “Radio Maria”. Per tutte le altre è una lotta a sovrapporsi e annullarsi a vicenda, a meno di non avere un ricevitore sofisticato, che non tutti possiedono, o di non compiere estenuanti tentativi di riposizionamento fisico, che non tutti hanno voglia di fare. Io per esempio, per trovare e poter sentire Radio 1, la mia abituale compagna di ore di lavori di varia natura, o di viaggi, sia geografici, sia intellettuali, per tenere il segnale, grazie all’antenna, o all’auricolare, sono costretto a stramberie fisiche, che danno adito a ovvie perplessità, ma nel contesto giustificate congetture sulle mie facoltà psichiche, in chi ignaro mi veda in posizioni assurde, quando devo lottare per sentirmi le notizie, o i commenti, soverchiato da due fonti di emissione di “Radio Maria”, sempre con tutto il rispetto, ma insomma… Non manco mai di aggiornarmi sull'attualità estera da Radio Irib, che si può seguire anche su internet e anzi pure qui da Facebook: con i complimenti ad Amani Razie, attenta quanto affascinante divulgatrice di notizie altrimenti irraggiungibili, l'edizione italiana, ricca e puntuale, della radio dell' Iran è un'ottima occasione di stimoli intellettuali che consiglio a tutti. Comunque sia – ed è il motivo della mia curiosità degli ultimi mesi, da studioso dell’informazione e della comunicazione, soprattutto di tutto ciò che è autenticamente popolare – le radio stanno cambiando ancora. Oggi l’ultima frontiera, dopo l’approdo sul web, dagli esiti tutto sommato modesti e confusionari delle così dette web – radio, è proprio la televisione. Mi spiego meglio. Emettere soltanto dal web e per il web non produce risultati apprezzabili: emettere anche dal web, o meglio ancora sfruttarne le sinergie, accanto all’emissione tradizionale in modulazione di frequenza, invece amplifica le potenzialità del mezzo. Ma il risultato notevole si ottiene andando in tv, cioè trasmettendo, oltre che sempre dalla modulazione di frequenza per gli apparecchi radio, anche da un canale del digitale terrestre, in televisione. Oramai lo fanno in tanti, con discreti riscontri: quello che si sente per radio, si vede anche in tv, con le riprese dallo studio, dei conduttori, alternate ai video dei brani musicali mandati in onda, che, ovviamente, chi ascolta in radio sente soltanto, mentre i telespettatori vedono pure. Qualcuno potrebbe storcere il naso e ne avrebbe ben donde. E’ un po’, anzi un tanto, snaturare il mezzo. Dove saranno più così le fantasie, dove le voci che ti facevano sognare? Il mitico Nicolò Carosio, che ti faceva vedere la partita meglio che dalla tribuna dello stadio, arricchendola con i suoi impareggiabili commenti? Ma pure un altro mitico come Sandro Ciotti, con quella sua voce che avresti riconosciuto fra centomila e con i vocaboli straordinari che sapeva trovare, dove sarà mai più? Ma tant’è! Cosa non si fa in nome dell’audience? Dell’ultima frontiera, l’esito migliore è quello ottenuto da Rtl, adesso cercherò di esprimere il perché. L’emittente è riuscita a creare una specie community, come si dice adesso, un po’ come nei social network, ma con un maggiore e proprio assai elevato grado di fidelizzazione: insomma, i suoi ascoltatori si sentono parte di una vera e propria comunità, cui partecipano attivamente, grazie al sistema degli sms telefonici – quindi, ancora, si noti l’interazione multimediale – che vengono ripresi e diffusi per iscritto nelle trasmissioni televisive, di cui si diceva prima, in sovraimpressione durante i video musicali. In più, spesso vengono ospitati interventi in diretta, via telefono, nella normale diffusione radiofonica. Nell’uno e nell’altro caso, quasi sempre ognuno tiene a ripetere diligentemente: “Rtl è anche mia!”. La tendenza si è diffusa negli ultimi mesi, dopo il boom politico del M5S; come si è visto e sentito, i militanti, gli attivisti, gli elettori sovente ripetono: “Il M5S sono io”, oppure “Ho votato per me, perché il M5S sono io” e insomma, se Beppe Grillo è debitore di chissà quanti mila rosari di penitenza – anche se non si è capito per quali colpe – nei confronti del prete – padrone notturno di “Radio Maria”, è in buona sostanza creditore di una nuova, forte e formidabile tecnica di aggregazione, mutuata dal “politico”, al “personale”, da Rtl 102.5. Gli sms telefonici diffusi in televisione 24/7 sono poi uno spaccato reale dell’Italia contemporanea, una specie di vita in diretta quotidiana, un puzzle composito, ma altamente rappresentativo, delle opere e i giorni della gente. A volte, nei miei momenti di solitudine, sto molto tempo a guardarli, e a congetturare su di essi. Leggendoli, si possono fare ripetizioni di geografia, esercitazioni di sociologia, approfondimenti di cronaca, oltre che riflessioni illuminanti – ed è ovviamente l’argomento principale – su quelle che abbiamo imparato a chiamare le conseguenze dell’amore. Neanche nella fattispecie, però, quelli di Rtl hanno inventato nulla. Il sistema degli sms telefonici mandati in sovraimpressione è collaudato da anni da Rete Italia, durante i suoi programmi musicali, più o meno orientati verso la terza età, che di sera e di notte inondano l’etere di atmosfere a metà fra le balere di provincia e le sale di periferia anni Sessanta e Settanta. Qui però – alla faccia della terza età – l’interesse principale dei telespettatori è “cuccare”, come si diceva in gergo giovanilistico, insomma, è quello di stabilire relazioni, anche se a colpi di sms anonimi e senza possibilità di allegare recapiti di qualsiasi genere. Gli esiti sono da romanzo da appendice Ottocentesco, a suo modo avvincente e appassionante; a volte, fanno pure sorridere, superando l’amara constatazione che è questa la community di chi non sa o non può collegarsi ai social network, che insomma non sa o non può collegarsi a internet; questa è l’opportunità residuale per vedove, badanti, esclusi ed emarginati, che però non si arrendono e sono capaci di sperare ancora, e che è tanta la solitudine, tantissimo l’anonimato dentro con la sua amarissima angoscia che ci perseguita, quella sensazione disperata e disperante da lenire in qualche modo.
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Di giuseppe (del 19/08/2013 @ 23:29:43, in blog, linkato 978 volte)
La classe operaia va in Eataly DAY BY DAY di Giuseppe Puppo – Martedì 20 agosto 2013 – La classe operaia va in Eataly Eataly è una formula imprenditoriale di collaudato successo. E’ stata preparata nel corso degli ultimi anni da tutta una serie di iniziative, chiamiamole così, culturali, che nelle premesse sarebbero pure giuste, se non fossero diventate poi occasioni modaiole e sfarzi consumistici, con tanto retrogusto, è il caso di dirlo, di estremo snobismo. Ma non è questo il punto, fatte salve le riserve mentali per chi fa cinquecento chilometri per andare a Colonnata a prendere il lardo, o mille per andare a Tropea per le cipolle, no; nemmeno – ma qui faccio già fatica – per chi spende in una sera al ristorante – inutilmente, devo aggiungere – quanto basta a una famiglia normale per la spesa di un mese; insomma, avrete letto pure voi le recensioni di cui abbonda la stampa radical - chic e saprete già che cosa voglio dire. Ma il punto è un altro: l’ultimo sviluppo, in terra di Bari, che ci costringe a fare un po’ di storia, tanto per capire meglio di che stiamo parlando e poi di affrontare il tema del lavoro, al tempo del regime Pdl e Pd meno l. L’inventore delle formule originarie è il fervente comunista piemontese Carlo Petrini, detto Carlin, che ai tempi delle giunte di Enzo Ghigo alla regione Piemonte, fra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, con i soldi appunto elargite a piene mani dalle amministrazioni di Forza Italia prima e Pdl poi, mise su un impero multimediale e multi – imprenditoriale, a colpi di richiami all’agricoltura originaria e originale, al corretto rapporto con la terra madre, al mangiare lento e non veloce, e soprattutto a colpi di saloni del gusto e tavole rotonde e quadrate, manifestazioni in cui i visitatori masochisti sono costretti a notevoli esborsi di denaro, per guardare e non toccare le primizie provenienti da ogni dove (per toccare e mangiare, bisogna in loco mettere mani al portafoglio con altri ingenti esborsi pronto cassa), il tutto all’insegna del – si chiama così, comunemente inteso, anche se l’espressione al solo scriverla mi dà il volta – stomaco, tanto per restare in tema, “politicamente corretto” . Benissimo. E perché allora non fare una specie di “salone del gusto” permanente nelle principali città, visto che c’è un pubblico numerosissimo, per quanto masochista, disposto a pagare cinque-sei volte tanto di più gli spaghetti, o il caffè, o la mozzarella, e pure l’acqua e insomma un po’ tutto? Detto fatto. Presa subito la palla al balzo dell’amico Carlin, il conterraneo, piemontese, compagno, di fede politica comunista e collega, quale imprenditore, Oscar Farinetti, detto Oscar, ha messo – sempre per ..il gusto delle frasi tirate – le mani in pasta, si è messo insomma di buzzo buono e nel giro di pochi anni, ovvio, con i soldi delle banche, ma con l’appoggio delle amministrazioni del regime Pdl-Pd meno l, così prodighe nel concedere spazi e permessi pubblici, ha creato un impero imprenditoriale, sotto l’insegna di “eataly”, che è poi la catena di quei grossi supermercati specializzati di cui dicevo prima. Il primo, ovvio, a Torino. Tanto caro alla Torino radical – chic, della sinistra alla Chiamparino e alla Fassino, delle fondazioni bancarie e della grande famiglia. Se la Coop sei tu, la “Eataly” erano essi, quei rampolli della Torino bene, quelle famigliole privilegiate dal censo e dalla nascita, quelle dei quartieri esclusivi: le casalinghe annoiate, in cerca di mondanità, i single e le single di ritorno con la puzza sotto al naso, a zampettare il venerdì sera fra gli stand enogastronomici, o a spingere alacremente il carrellino con la spesa nobiliare, tutti infervorati per la discussione sull’annata di barolo migliore, e tutti eccitati per il pesto con il basilico dei colli sopra a Genova. Una Coop non popolare, per chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese; una Coop per i nuovi arricchiti, per i benestanti, per i privilegiati del regime: politicanti, portaborse, servi dei partiti, agenti di borsa, speculatori immobiliari e finanziari, membri delle fondazioni, dei quadri e dei dirigenti, tutti coperti per di più dal brivido dell’impegno culturale di sinistra e dalla benedizione del politicamente corretto, di sinistra e di centro – destra, tutti contenti dell’esibizionismo censitario ed elitario, nel pagare un prodotto anche dieci volte di più, sol perché viene da un determinata zona. Ecco, io che mi intendo di borse e di mercati, intendo dire di borse della spesa e di mercati super, mi e vi chiedo: cosa c’è che non va nella pasta Divella? Cosa ha in più della pasta trafilata e non so che altro di Gragnano? So soltanto che la Divella costa 52 centesimi, 34 quando è in offerta ed è buonissima: l’altra, pure due euro! E il caffè Quarta, a 2.14, non è forse buonissimo? Perché pagarne un altro il doppio, o il triplo? De gustibus non est disputandum, vero, se vogliamo sorridere; e se vogliamo non sorridere, le spiegazioni stanno tutte nelle premesse che ho cercato di riassumere fin qui, in quel consolidato regime venutosi a creare negli ultimi anni e a consolidare negli ultimi mesi: perché, come ha detto il ministro, torinese anch’essa, invece di protestare, mangiate pasta divella al sugo di pelati e state zitti, che avrete la pancia piena, e lasciate le prelibatezze ai nuovi ricchi del regime. Ma come dicevo il punto non è questo, de gustibus non est disputandum, vero e ognuno spende i suoi soldi come meglio può, se ce li ha. Il punto è un altro, il punto è che i tanto politicamente corretti e di sinistra di “eataly” hanno aperto pochi giorni fa un nuovo punto vendita a Bari e hanno fatto assunzioni di operai, commessi e quant’altri interinali, con tanti saluti al politicamente corretto, alla sinistra e a tante altre cose ancora. SottOlineo: pur in presenza di un investimento favorito, privilegiato e di sicuro ritorno economico Interinali, vuol dire in affitto; vuol dire la logica della parcellizzazione del lavoro, la logica dello “just in time”, del precariato, dello sfruttamento: tutto l’apparato para ideologico messo su in questi ultimi anni dai governi di centro – sinistra e di centro – destra, senza distinzione alcuna, cioè del regime – vedete? Proprio così, del regime – Pdl e Pd meno l cui hanno condannato senza scampo i lavoratori giovani e meno giovani all’incertezza, all’inconsistenza, all’impossibilità della promozione sociale. Ora, per quanto non se ne possa più del politicamente corretto di destra e di sinistra, non se ne possa più della favole degli imprenditori che creano posti di lavoro e danno da mangiare (dalla Coop, pasta e pelati Divella) alle famiglie…Gli imprenditori fanno profitti, poi speculano in borsa, questo fanno gli imprenditori, altro che allevare famiglie: e quando va male, scaricano tutto sulla collettività, tanto vendono e giocano in borsa, operano sui mercati finanziari e sui paradisi fiscali, questo fanno gli imprenditori, altro che storie del governo bi-letta! Invece, bisogna pensare alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, alla cogestione, a una diversa ripartizione degli utili, a un’economia sociale e non speculativa, e a tante soluzioni possibili, per quanto radicali. Invece di ripetere gli errori delle ingiustizie. Ora, per quanto non se ne possa più, intanto così, il regime Pdl e Pd meno l ha scritto un’altra vergognosa pagina del suo apparato dispiegato contro il popolo, mentre tutto sembra di nuovo seppellito da una coltre grigiastra e spenta di rassegnazione. Ma la rassegnazione è la cosa peggiore, rassegnarsi è la fine. La rivoluzione contro il regime va preparata, e il futuro per un mondo migliore possibile, fatto di soluzioni alternative, per il bene comune e non dei privilegiati, è già cominciato: quanto fuoco cova già sotto questa cenere di regime.
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Di giuseppe (del 14/08/2013 @ 18:28:01, in blog, linkato 1031 volte)
Chi mi conosce, chi è mio amico, chi mi legge sul mio sito, o su Facebook – e che io a mia volta considero come la mia grande famiglia – sa già che per me il giorno di ferragosto, questa festività tutta italiana, è un giorno speciale, perché lo ritengo il vero inizio dell’anno, quindi non si meraviglierà degli auguri. Non è una stramberia, bensì il calcolo di tutta una serie di considerazioni, che ora proverò a riassumere sinteticamente, non per convincere qualcuno, ma semplicemente per spiegare ai miei nuovi amici, che nel frattempo – e ne sono felicissimo, mi hanno dato forza in momenti di difficoltà ed entusiasmo in periodi di depressione - ho trovato in questi ultimi dodici mesi. Anno viene da anulus, cioè anello, circolo e l’idea rimanda al mito del serpente che si morde la coda, cioè, al dio serpente, che sta secondo le credenze più antiche, le une che rimandano alle altre e tutte quante collegate fra di esse, all’origine dei tempi e dei mondi, di tutti noi figli delle stelle. A sua volta esso rimanda quindi al mito dell’eterno ritorno. Anche per tutte queste considerazioni collegate le une alle altre, agosto, a metà, quando l’estate raggiunge l’acme, quando ci si prende un periodo di pausa, di riposo, in cui tutto comunque è allentato, ritardato, dilatato, con le italianissime (feriae Augusti) vacanze, prima di ritornare, prima di ricominciare, agosto – dicevo - dovendo fissare un punto di fine e di inizio, è il capo dell’anno: e ferragosto è lo spartiacque, il segno simbolico di ciò che ha fine, e ricomincia. Per tutte queste ragioni, di sostanza, ferragosto è il vero capodanno, non il primo di gennaio, che invece è semplicemente una convenzione formale del calendario. Poi, è l’osservatorio privilegiato per pensare al futuro, perché, prima di proseguire, occorre attrezzarsi, mettersi in ordine le idee. L’augurio a tutti i miei amici vecchi e nuovi, in questo giorno speciale, di riprendere subito dopo il cammino con rinnovato vigore e ravvivato entusiasmo. La conoscenza è la meta, iniziando da sé stessi, in armonia con le forze dell’universo, per raggiungere la consapevolezza delle cose semplici, sincere, importanti e con ciò realizzando l’equilibrio, che è poi una conquista quotidiana, perché forse un mondo migliore è impossibile, ma una vita migliore per ciascuno di noi sì, possiamo raggiungerla!
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Di giuseppe (del 10/08/2013 @ 15:15:01, in blog, linkato 837 volte)
Fra le notizie misconosciute e insondate di questi ultimi giorni, mi hanno colpito, nell’indifferenza generale, quelle riferite a discutibili, e anzi inquietanti, chiamiamoli così “investimenti finanziari” della famiglia reale britannica. Non ho potuto né verificare, né approfondire, per cui mi astengo dal riportarle. Ma qualcosa da dire sugli Inglesi, ce l’ho, e anzi l’occasione della circostanza è per me una specie di liberazione. Ecco, tanto per semplificare, li considero stupidi. Mi chiedo e vi chiedo che senso abbia – siamo nel Tremila– avere una monarchia, roba dei secoli scorsi, istituzione terribilmente datata e totalmente priva di senso. Poi – non ne potevo più, dopo giorni di spasmodica attesa enfatizzata da tutti i mass media e di dettagliati resoconti sulle manifestazioni di giubilo a tutti i livelli - ora lo grido: del figlio di quei due non me ne frega niente, non ce ne può fregare di meno, come dicono a Roma e tutto quello che gli Inglesi hanno detto, scritto e fatto al riguardo è una manifestazione di stupidità congenita. Va da sé che i giornalisti italiani che si sono accodati ad enfatizzare il così detto evento sono ancora più stupidi di loro, ma su questo non avevamo bisogno di conferme. E i cappelli, i cappelli che portano le inglesi, ma le avete visti bene, i cappelli delle inglesi? Non sono forse i cappelli delle inglesi e pure quelli degli inglesi uomini la prova definitiva e inappellabile della loro stupidità senza rimedio? Poi, però, nei giorni scorsi, proprio mentre tanto si sparlava del bambino reale, succedevano sulle piazze dell’ Irlanda del Nord scontri religiosi fra cattolici e protestanti. Ecco, dai: scontri religiosi! Cose da Medioevo, con tutto il rispetto per le manifestazioni di civiltà del Medioevo, eppure attualità da quelle parti, dove ci sono le divisioni per quartieri. A poi, pensateci un po’: questi hanno ancora adesso – nel Tremila - una specie di Impero in cui credono e in cui e con cui tengono a sé più o meno legati, a fini imperialistici, tanti stati e tanti popoli brutalmente dominati e schiavizzati nei secoli passati. Ma non c’è bisogno di andare tanto indietro, per ritrovare le nefandezze dell’egoismo neo e post capitalistico: non secoli fa, ma pochi decenni fa, ancora trenta, quaranta anni fa, gli Inglesi massacravano le popolazioni autoctone dell’ Australia, come i loro degni figli ed eterni, inossidabili alleati americani avevano fatto con gli Indiani circa un secolo prima. Poi però si scandalizzano per qualche parolaccia fra calciatori, che – questo, non quello dell’egoismo e dello sfruttamento di cui non si sono liberati – chiamano razzismo rabbrividendo. A Londra, infine, c’è proprio il cuore della globalizzazione, della finanza speculativa, dell’alta finanza internazionale, il volto nuovo dell’imperialismo, l’occulta dominazione monetaria senza volti e senza confini, i così detti “mercati”, cui i nostri politici – camerieri vanno a rendere omaggio Questi sono gli Inglesi, che non sopporto ancora di più da quando, qualche anno fa, nella mia personale interpretazione di “Fumo di Londra”, scoprii in loco che tutto l’Inglese che ci fanno studiare nelle scuole di ogni ordine e grado non serve a niente, perché gli Inglesi parlano una lingua tutta loro che non risulta compatibile con quella che studiamo noi e rimane a noi del tutto incomprensibile. Mi fa venire ancora il mal di stomaco l’addetta dell’aeroporto di Gatwick che non voleva farmi portare a bordo come bagaglio a mano la mia valigetta con il mio day by day cartaceo, con la quale ebbi un – chiamiamolo così – vivace quanto surreale scambio di opinioni in dialetto londinese da un lato e dialetto leccese dall’altro. Detesto gli Inglesi ancora di più da quando, qualche mese dopo, ritornato nello stesso aeroporto, presumo proprio per quell’insignificante episodio che io avevo pure dimenticato, fui prelevato dagli agenti della “security”, portato in isolamento e sottoposto ad interrogatorio, neanche fossi un terrorista di Al Qaeda. Mi fa venire l’orticaria Antonio Caprarica che vu fa l’inglese ed è nato a Lecce, e con lui tutti i corrispondenti da Londra dei nostri giornali e telegiornali. Financial Times, nun te regghe più; Economist, nun te regghe più; Sun, Sky, tabloid nun ve regghe più; Chelsea, Arsenal, Tottenham, Manchester United e City, nun ve regghe più; fish&chips, nun te regghe più, principe di Galles, nun te regghe più e Dio non salvi la regina!
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Di giuseppe (del 08/08/2013 @ 20:50:32, in blog, linkato 865 volte)
Dopo gli ultimi fatti di cronaca, UN ULTERIORE AGGIORNAMENTO. DAUN LETTO ALL’ALTRO E DA UN LETTA ALL’ALTRO – Gli ultimi mesi di Silvio (aggiornamento di “Metafisica del bunga bunga”, edizioni Etimpresa) Questo testo, nelle parti iniziali, è già stato pubblicato qualche mese fa qui, su Facebook, e sul mio sito, quale aggiornamento di due anni, del mio libro. Oggi lo ripropongo, con l'ultimo paragrafo che ho appena finito di scrivere ( e che, per chi fosse interessato soltanto agli ultimi sviluppi, si trova in fondo al testo, opportunamente segnalato ) *** Una mattina di due anni e mezzo fa, poco dopo l’uscita di “Metafisica del bunga bunga”( Etimpresa, Torino, 2011), il primo tentativo di bilancio storico del “berlusconismo” – operazione culturale e di costume, prima che politica, che con esso ho tentato, per primo in Italia, e che necessita ora di un doveroso aggiornamento, che qui di seguito mi accingo a fare- trovai nella mia posta una mail di Mediaset. Pensavo fosse uno dei soliti comunicati – stampa, sui loro programmi, che mi mandano, e invece no. Conteneva, infatti, la spiegazione di come arricchirsi in tempi di crisi finanziaria, diceva proprio così e le istruzioni per l’uso di una organizzazione che insegna a operare in borsa, specificatamente sul mercato dei cambi, con tanto di agevolazioni tipiche del marketing per i nuovi “operatori”. Mi stropicciai gli occhi. La mia prima reazione è stata di incredulità. Ma questi di Mediaset - pensai - allo stesso modo del loro partito-azienda, hanno allora perso completamente il senso della realtà? Farei un torto alle vostre intelligenze se spiegassi perché, in relazione a un invito del genere. La risposta alla domanda comunque non ce l’ho. E poi, comunque, mi è venne nostalgia per quegli anni - gli anni di che belli erano i film, gli anni dei Roy Rogers come jeans, gli anni di qualsiasi cosa fai, gli anni del tranquillo siam qui noi - in cui Mediaset preparava e anzi conquistava gli Italiani a colpi di fiducia ben prima della discesa in campo, dell’amaro calice e della creazione incredibile del credibile partito-azienda. Eravamo tutti fiduciosi, convinti che il mondo migliore della pubblicità fosse realmente possibile, e talmente trascinati dal “nuovo” che avanzava, da vivere in un mulino bianco, lavorando creativamente tutto il giorno, magari in una delle nuove professioni e dei nuovi mestieri nel frattempo sopraggiunti e poi la sera di corsa a casa, dal biscione che ci aspettava, per deliziarci di nuovi film e di nuovi prodotti. “L’Amerika” era già qui. Oggi, venti anni dopo, il richiamo da ultima spiaggia del comunicato aziendale trovato nella mia mail, mi è sembrato un chiaro segno dei tempi: il serpente, pardon, il biscione che si morde la coda, ma che non finisce e ricomincia, finisce e basta, allo stesso modo con cui aveva cominciato. Mi sono poi subito intristito: non so dire se perché avevo venti anni di meno ed ero ancora ragazzo anche io e vedevo Lady Oscar, Drive in e Happy days; se perché ci avevo creduto anche io, a tutto quanto; o se, semplicemente, perché è in tutta evidenza non solo la fine di un ciclo, ma il crollo di ogni illusione creativa e liberatoria al riguardo. *** Ci sono due frasi e una foto che caratterizzano e fissano storicamente le ultime fasi dell’ultimo governo Berlusconi, finito con le sue dimissioni nel novembre 2011. La prima è quella con cui egli commentò la propria rigida manovra fiscale, esprimendo lo stato d’animo di chi, a suo dire, sarebbe stato costretto dagli eventi di crisi planetaria e dalle pressioni ineludibili dei partner europei “a mettere le mani nelle tasche degli Italiani”, contrariamente a quanto sempre annunciato e sottolineato come motivo di vanto. Un altro dei segni della fine di un ciclo. Nella fattispecie, va a negare una delle caratteristiche di fondo del “movimento” del 1994: proprio come in tanti processi rivoluzionari, si parte in un modo e si finisce praticamente all’opposto. Con la mancata esemplificazione burocratica; con le liberalizzazioni a vantaggio di pochissimi e a danno di tutti i cittadini; con una partitocrazia diventata ancora più soffocante e sfacciata, di quella della così detta “prima repubblica”; con il senso dello Stato disgregato, il bilancio è catastrofico. La metamorfosi poi in un vero e proprio governo tecnico, che obbedisce da servo agli ordini dei banchieri, è la suprema mortificazione per la Politica. L’uomo appare decisamente stanco, appannato, provato, incapace di districarsi dal dissidio pubblico/privato in cui è sprofondato, impotente. Non si accorge poi che negli ultimi mesi – dagli accanimenti nei bunga bunga e alle bruttezze varie ad esso collegate, dall’intervento contro Gheddafi, alle manovra finanziarie – sta praticamente contraddicendo il suo personaggio, il suo mito, il suo operato storico. Sta finendo per consunzione, in cui ogni passaggio è un degrado; con un cupio dissolvi; con una lagna, non almeno con uno schianto; con una vergognosa e pratica ritrattazione e contraddizione di quanto sempre sostenuto, una vera e propria esperienza storica, che si annunciava e pure di esserlo cercò seriamente, straordinariamente pulita e creatrice. *** La seconda, quella pronunciata in morte dell’amico Gheddafi, al quale aveva baciato le mani, per poi partecipare alla guerra ordita contro di lui: “Sic transit gloria mundi” Sento ripetere che Silvio Berlusconi non voleva ( non avrebbe voluto ) pochi mesi or sono la guerra contro la Libia e che la colpa sarebbe del presidente francese Sarkozy e di quello italiano Napolitano, i quali lo avrebbero tirato per i capelli. Mi risparmio la facile quanto efficace battuta, perché purtroppo non c’è niente da ridere. Il bilancio, pochi mesi dopo, comunque vadano a finire le cose, è già catastrofico e potrebbe diventare drammatico, e drammatico in senso epocale: l’Italia ha di nuovo negato la propria Costituzione; ha rinnegato la propria vocazione mediterranea, a lungo perseguita in passato con profitto, sostituendola con una atlantica, grigia e dannosa; ha fatto da servo degli Americani e dei Francesi; è andata contro i propri stessi interessi economici, già ben avviati in Libia; ha fatto l’ennesima figuraccia storica, andando a colpire un capo di Stato con il quale aveva appena firmato un trattato di amicizia, ricevendolo in pompa magna; si è trovata invasa dall’emigrazione non più controllata proveniente dalle vicine coste e ne sarà invasa sempre di più. Questo, per un presunto “intervento umanitario”, che ha causato immani carneficine, ha destabilizzato un paese sovrano, con una guerra civile e comunque un’instabilità che andrà avanti chissà per quanto ancora e ha giovato soltanto ai mercanti di armi e alle multinazionali del petrolio. Ora, dire, adesso, come sento da più parti, a fronte del bilancio impressionante, ma realistico che si è delineato in tutta evidenza e che però era facile prevedere, che Silvio Berlusconi non voleva ( non avrebbe voluto ) la guerra non significa giustificarlo, significa aggravarne colpe e responsabilità. E’ questa ( questo bilancio impressionante ) un’altra concausa che pesa molto e in negativo sulla valutazione storica dell’uomo e dell’opera. In Italia il Presidente della Repubblica non ha poteri reali ed effettivi. A volere la guerra erano “i comunisti”, come li chiama (chiamava). Il Presidente francese non aveva nessun modo di obbligarlo a un atto autolesionistico. E allora? C’era una sola ragione per trascinare in guerra l’Italia contro la Libia? *** Di come i partner europei abbiano ripagato tanta abnegazione, più o meno volontaria, testimonia poi la foto celebre della Merkele di Sarkozy che ridono di lui, dopo che, in conferenza stampa al termine di un loro vertice bilaterale, era stato loro chiesto in che considerazione lo tenessero. Intendiamoci: una foto che ha fatto male all’Italia, cioè che ha fatto male a tutti noi e solo per ultimo ha fatto male a Silvio; ma che è emblematica di quel cupio dissolvi, di quella lagna, con cui il suo astro si va spegnendo. *** Le ultime vicende sono note. Le ripercorriamo velocemente solamente per fissarne il significato in sede di bilancio storico. L’appoggio al governo – Monti dei così detti tecnici; la decisione di andare a votare qualche mese prima della naturale scadenza della legislatura che si era aperta cinque anni prima con la sua netta vittoria; l’impossibile rimonta, il risultato elettorale di oltre sei milioni di voti in meno spacciato per trionfo, soltanto perché quasi a ridosso di quello del Pd, che di voti ne ha persi dal canto suo “solo” tre milioni e mezzo; la insistita volontà di tornare alla maggioranza che sosteneva il governo Monti proprio con il Pd, con i “comunisti”, dopo aver pervicacemente richiesto e ottenuto la rielezione a presidente della Repubblica del “comunista” Giorgio Napolitano. Tutto incomprensibile, se analizzato con il metro dell’inizio del ciclo; tutto comprensibile, se con quello della fine, perché della fine, lenta, ma progressiva, si tratta, anche se il sistema, nei tanti perniciosi effetti prodotti, del berlusconismo, sopravvivrà all’uomo, come mi chiedevo già nel 2011 nel dodicesimo e ultimo capitolo di “Metafisicadel bunga bunga”, “Cosa resterà dei nostri anni?”. Una lotta a qualunque costo, anche a quello supremo di rinnegarsi, di modificarsi diametralmente, di contraddirsi, di offendere gli Italiani riproponendosi come salvatore dai quei mali che o non aveva saputo evitare, o aveva addirittura direttamente provocato, e comunque con la propria incapacità acuito. *** Eppure aveva seriamente pensato per la prima volta di mollare tutto, di andarsene per le sue tante ville sparse nel mondo e magari di costruirne di nuove, di dedicarsi a tempo pieno agli agi del bunga bunga del resto mai cessati, l’eco mediatica dei quali fra l’altro non aveva mai cessato di abbattersi molesta su di lui. Poi, contro – ordine. Non lascia, anzi, da presidente del Pdl – di cui ancora nulla è dato sapere del presunto rinnovamento, tanto sbandierato e preannunciato, ma finora senza costrutto –pare voglia esaltare le proprie capacità di leader e di comunicatore. Le primarie per scegliere il nuovo candidato a premier tanto strombazzate, non si faranno, stavano scherzando. Ma come possono criticare in campagna elettorale i provvedimenti del governo Monti che essi per primi hanno promosso e sostenuto? Di quali capacità di rinnovamento daranno prova? Come eviteranno di essere sommersi dalle ventate di disillusione, scontento e sconforto che montano di giorno in giorno sempre più minacciosi? Delle mirabolanti novità, destinate a sconvolgere addirittura il modo stesso di fare politica, invece poi nessuna traccia. *** Gli ultimi mesi di Silvio sono stati agitatissimi, turbati da suggestioni movimentiste, ipotesi di aggregazioni elettoralistiche, invidie per Beppe Grillo, prima studiato e poi demonizzato in maniera apocalittico, da nuovo nemico principale; desideri di rivalse da un lato, e impossibili giustificazioni plausibili all’appoggio dato governo Monti sempre più massiccio e indistinto; appiattimento sulle posizioni dominanti della finanza internazionale; condizionamenti dei tanti più o meno autorevoli esponenti “consiglieri” che vivono di politica e non per la politica, su tutti sempre e comunque Gianni Letta, col suo “giannilettismo” vero e proprio uomo ombra del berlusconismo e primo responsabile di degenerazioni, storture e bruttezze varie di cui nemmeno giorno dopo giorno esso si è reso conto di stare perpetrando. Mentre monta il vento dell’antipolitica, o meglio, adesso della protesta popolare ragionata, ragionevole e giustissima, soffia in tutt’altre direzioni e, opportunamente alimentata dallo sbocco nel Movimento 5Stelle, si gonfia minacciando di travolgere tutto e tutti, in una specie di tsunami e però salutare, Silvio Berlusconi decide che il giudizio della Storia, che pure nei mesi scorsi aveva cominciato ad articolarsi nei suoi confronti, può aspettare, decide di ambire a un nuovo giudizio della cronaca. Ma non si può espungere il giudizio dalla Storia, se espungessimo il giudizio dalla Storia, espungeremmo la Storia stessa. *** Recupera un’altra volta il rapporto con la Lega Nord, travolta anch’essa da incapacità e scandali, e con tutta una serie dipartiti e partitini che aggrega in coalizione, pur affermando che un eventuale voto ad essi sarebbe stato un voto inutile. Sfodera in campagna elettorale tutta una serie di colpi di teatro, anzi, di televisione, di cui è maestro, e arriva al sublime con la lettera agli Italiani sulla restituzione dell’Imu, la tassa sulla casa – un provvedimento introdotto dal governo Monti con il consenso determinante del Pdl - in cui una promessa, soltanto una promessa e per giunta molto campata in aria e del tutto improbabile, viene fatta passare per impegno preciso e concreto, con addirittura le indicazioni operative per la riscossione. Così, Silvio Berlusconi è di nuovo al governo, nella maggioranza, uguale a quella che si era scannata in campagna elettorale dopo aver sostenuto lo stesso governo, e sostenuta dallo stesso presidente, fortemente voluto ad un nuovo incarico. Il nuovo premier, Enrico Letta, il nipote del suo “uomo ombra”, Gianni, esattamente come lo zio esponente dell’alta finanza internazionale, per meglio dire servo politico dei banchieri dei veri poteri forti e autore nel 1997 di un libro profetico, “Euro sì. Morire per Maastricht”. L’appoggio di Silvio al nipote del suo uomo – ombra chiude poi una questione fin troppo a lungo dibattuta, in certi ambienti, che, credendolo, continuavano a manifestargli appoggio, se non simpatia: se cioè egli all’alta finanza internazionale sia stato estraneo, o anzi ne sia stato vittima. La risposta ora è chiara e peserà in maniera determinante nel bilancio storico, in maniera maggiore delle sentenze dei vari procedimenti giudiziari cui è sottoposto che continuano a vederlo imputato, o delle sue amanti che continuano a diventare ministro e sottosegretario di Stato: magari ne era pure estraneo, all’origine, ma progressivamente non ha saputo, né voluto, sottrarsi ai piani di dominazione e progressivamente ne è diventato prima organico, poi alleato e infine complice. ULTIMO AGGIORNAMENTO DEL 8 AGOSTO 2013 Rimane da risolvere la questione del rapporto con la magistratura, o, come da un po’ egli stesso ama precisare, “una certa parte della magistratura”, se cioè di persecuzione, o di accanimento si tratti, oppure se non ce ne siano affatto, alla luce della sentenza della Cassazione che gli ha procurato la prima condanna definitiva, la prima cioè giunta da un terzo grado di giudizio. E’ proprio da risolvere sul terreno più nobile della storiografia, non su quelli accidentati delle verità processuali, o della cronaca, e, peggio, della politica. Ora, mi pare indubbio che alcuni dei procedimenti giudiziari avviati contro di lui siano per così dire traballanti, frutto di eccesso di zelo. Il primo, quello che provocò – ma per sua incapacità ad affrontare gli eventi, non per causa diretta – le dimissioni del primo esecutivo del 1995, addirittura inconsistente. Ma ci sono tutti gli altri, e sono tanti, sono troppi. Ora, è in questa sede impossibile addentrarsi nello specifico, caso per caso. Impossibile, ma prima ancora inutile. Qui non interessa la verità processuale, qui interessano i comportamenti politici diretti e indiretti, che ho ripercorso nei primi capitoli del mio libro, e nei primi paragrafi di questo aggiornamento. Che bisogna riformare la Giustizia, che essa funziona abbastanza male, è pur vero. Spesso poi della Giustizia in Italia si fa uso strumentale, a fini particolari, soprattutto a fini politici. Ma della Giustizia tutti, ma soprattutto chi fa politica, devono avere una profonda conoscenza ed un’alta considerazione, che invece a Silvio Berlusconi è sempre mancata, oltre a tutto il resto di nobilmente importante di cui ha ripetutamente dimostrato di essere privo. Cosa voglio dire? Mi spiego con un esempio minimo, l’ultima, certo futile ed effimera, se paragonata alle altre, grana “giudiziaria”, si parva licet componere magnis: ma a volte dalle cose minime si può cogliere il senso delle massime. Come è noto, dopo la sentenza, Silvio ha tuonato a destra e a manca, ribadendo la propria innocenza, davanti al suo popolo chiamato a raccolta, sotto casa sua – una delle sue tante case, quella di Roma – in una grande manifestazione politica. Ma nessuno, tanto meno Silvio stesso, almeno qualcuno dei suoi a nome del suo partito, aveva chiesto il permesso alle competenti autorità per montare il palco e tenere il comizio. Che cosa ci voleva a mandare un pezzo di carta firmato sia al Comune per i permessi amministrativi, sia al prefetto, almeno alla Questura, per le questioni di ordine pubblico? Ora, il Sindaco di Roma l’ha segnalato alla magistratura. Il povero, a questo punto, giudice che dovrà decidere in merito, cosa deve fare, essendoci l’obbligatorietà dell’azione penale? Ecco, io penso che molti dei guai giudiziari di Berlusconi nascano da ignoranza, superficialità, disinvoltura, incuria, spregio della prassi abituale, sicumera nel “tanto così fan tutti”. Ecco, io penso che così poi magari si arrivi a evadere il fisco, a corrompere, a stringere rapporti inopportuni, sia dal punto di vista politico, sia personale. A proposito di rapporti personali, l’ultima “fidanzata” ufficiale, tacitamente esibita nella fattispecie, anzi elevata dai giornali di famiglia a “first lady”, con quel suo passato da “papi girl”, con quei suoi trascorsi da “sposerò Silvio”, con quei suoi coinvolgimenti politici, e con l’abissale differenza di età, come volete che possa essere percepita, o valutata? *** In politica è già difficile ricostruire il passato e difficilissimo valutare il presente, figurarsi prevedere il futuro. Ma non è difficile capire che per Silvio Berlusconi siamo agli ultimi giorni di Salò, ma – ripeto – con una lagna, non uno schianto, una lagna, non uno schianto, se non altro in quella perspicacia di riaffermazioni quanto mai inopportune, perché in tante, troppe altre circostanze, smentite dai fatti. Il ritornello del mai non mollare mai, dell’io, io sono qui, che sembrava il testo di un ibrido fra Tiziano Ferro, Claudio Baglioni e Mariano Apicella; quella commozione di maniera, quell’esibizionismo ricercato, quell’ atmosfera artefatta che gravava su tutto quanto appesantendolo e appiattendolo; pure l’annunciata rifondazione forzista – che dopo vent’anni di tanti, troppo cambiamenti – appare improponibile proprio fin dall’inizio, che invece è la fine: ecco, tutto questo è la lagna con cui si spegne politicamente Silvio Berlusconi. Non è difficile prevedere che presto sarà anche peggio di una lagna, non appena andranno a sentenza gli altri processi, o già qualcosa in merito a questa condanna definitiva bisognerà pur fare. La ventilata successione dinastica - a metà fra un colpo di scena di una puntata fondamentale di “Dynasty”, appunto, o di “Dallas”, o di “Beautiful”- appare poi più una soluzione da soap opera, appunto, che da politica. Il vero enigma è invece quanto del berlusconismo sopravvivrà a Berlusconi. Da due anni a questa parte, per primo, ne tento un bilancio dell’uno e dell’altro, in sede storiografica. Ma ci vorrà molto tempo ancora per acquisire altre risposte.
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