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 PURIFICATA/ Dai suoi seguaci, dopo un soggiorno negli Usa, la dea - bambina Sajani Shakya... di giuseppe
 
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"...Contro tutto questo voi non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare...”.

Pier Paolo Pasolini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
E’ il 18 del mese di novembre del 1989, a Cosenza un calciatore della locale squadra di calcio, all’epoca in serie B, esce di casa sua, dove non farà più ritorno, a bordo della sua macchina, per raggiungere i compagni in vista della prossima partita. E’ Donato Bergamini, ferrarese di origine, che in Calabria, a 27 anni, sta attraversando il periodo migliore della sua carriera, benvoluto dalla società, amato dai tifosi. Viene ritrovato poche ore dopo sulla statale 106 jonica, nei pressi di Roseto Capo Spulico, nell’alta costa jonica calabrese, verso Taranto, morto, travolto da un camion. L’autista del mezzo e la fidanzata che lo accompagnava dicono che si è buttato volontariamente, indagini praticamente non ce ne furono, l’inchiesta viene rapidamente archiviata come suicidio. Peccato che Donato Bergamini non avesse mai dato segno alcuno di una presunta volontà in tal senso… All’ipotesi non credono né i dirigenti, né i compagni, né i tifosi. La famiglia men che mai e comincia una lunga battaglia in cerca della verità. Nel 2001, un libro di Carlo Petrini, “Il calciatore suicidato” (Kaos Edizioni) riapre il caso. La trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” inizia ad occuparsene e negli anni seguenti non lascerà mai cadere nel dimenticatoio la vicenda, anche perché continua ad essere seguita dai tifosi del Cosenza. In seguito ad un esposto presentato il 14 giugno 2011 alla Magistratura da alcuni di essi, sulla base delle incongruenze della versione ufficiale, intanto ristudiata, con tutte le sue lacune e omissioni, dopo pochi giorni dalla richiesta, dopo ventidue anni dai fatti, la procura della Repubblica di Castrovillari decide di riaprire le indagini. Il resto è cronaca degli ultimi mesi, e degli ultimi giorni. Perizie specialistiche cominciano a gettare luce sui fatti e a produrre prove, che demoliscono rapidamente la versione ufficiale del suicidio, una persona riceve il primo avviso di garanzia. *** La mattina del 15 novembre 2000 una Croma è ferma, parcheggiata a lato della carreggiata sopra il viadotto Generale "Franco Romano" dell’autostrada Torino -Savona, nei pressi di Fossano, in provincia di Cuneo, sopra il fiume Stura di Demonte: ha il motore ancora acceso e il bagagliaio socchiuso, sul cruscotto una patente socchiusa, sopra, dentro e fuori – lo rileveranno i rilievi compiuti dalla Polizia, quei pochi che furono compiuti nei giorni seguenti – nessun segno, nessuna impronta, niente di niente, perfettamente ripulita. A bordo non c’è nessuno. Ottanta metri sotto, sul greto del fiume, c’è invece un cadavere. E’ quello di Edoardo Agnelli, rampollo, unico figlio maschio ed erede di Gianni Agnelli, quindi della famiglia più potente d’Italia, la vera famiglia reale italiana, a capo di un impero economico e di un potere finanziario immensi. Il magistrato di turno arriva arzillo proclamando di non voler tralasciare nessuna pista, ma dopo poche ore fa rimuovere il cadavere, non ne dispone l’autopsia e avvia indagini sommarie, di mera routine, che dopo pochi giorni portano a formulare la versione ufficiale del suicidio. Però, anche soltanto a leggere quelle carte, senza altro, si vede subito che l’inchiesta fa acqua da tutte le parti. Ma a lungo nessuno vede, tranne pochi sussurri e tranne un amico di Edoardo, marco bava, che chiede subito di non archiviare il caso. Invano. Poi, lunghi di silenzio e quel velo impietoso su una figura ritenuta ancora inquieta, insoddisfatta, velleitaria, tormentata, disperata e disperante. Ma qu i mi fermo e faccio parlare una fonte neutra come Wikipedia: Nel 2009 esce il libro Ottanta metri di mistero - La tragica morte di Edoardo Agnelli di Giuseppe Puppo (prefazione del magistrato Ferdinando Imposimato) nel quale viene rilanciata l'idea dell'omicidio di Edoardo Agnelli: nessuno lo ha visto buttarsi da quel viadotto in un tratto di autostrada dove transitavano otto vetture al minuto. Inoltre Edoardo in quel periodo zoppicava e utilizzava il bastone, quindi è probabile che abbia impiegato almeno due minuti per arrampicarsi sul parapetto dell'autostrada per gettarsi di sotto, aumentando quindi le probabilità di essere visto. Altre perplessità vengono sollevate dalle condizioni del corpo, ritrovato con bretelle allacciate e mocassini ai piedi, nonostante il volo di ottanta metri e la mancanza di indicazioni dei suoi ultimi spostamenti da parte della sua scorta. Seguono poi la rapida rimozione e sepoltura del cadavere, senza effettuarne l'autopsia. Puppo afferma infine che per ultimo, da ben tre fonti diverse ha raccolto una notizia inquietante: poche settimane prima della morte di Edoardo, qualcuno cercò di fargli firmare un documento in cui gli si chiedeva di rinunciare ai tutti i suoi diritti di gestione in Fiat, in cambio di denaro e immobili. Edoardo, dopo essersi consigliato con alcuni amici, si rifiutò di sottoscrivere.[3] In realtà ci sono almeno una ventina di fatti concreti che ostano alla versione ufficiale del suicidio. Seguono in questi ultimi anni tre libri di altri giornalisti e scrittori che sia pur indirettamente affrontano l’argomento; un centinaio di articoli di giornale; un docu – film; tre trasmissioni televisive, fra cui un’intera puntata de “la storia siamo noi” di Giovanni Minoli. Se non altro, l’opinione pubblica grazie a tutto ciò comincia a farsi un’idea corretta e certo migliore di Edoardo Agnelli, pacifista convinto, critico dell’economia capitalistica, contrario alle speculazioni finanziarie, convinto ricercatore di nuove fonti di energia e nuovi modelli di sviluppo, assertore della necessità di una Fiat al servizio dello Stato e non viceversa, ansioso di mettere fine a scandali, tangenti, evasioni fiscali e fondi occulti. Niente, nonostante – unico – Marco bava continui a presentare istanze per la riapertura delle indagini. Arrivano altri fatti nuovi, rimbalzando dalle cronache. Un pastore afferma di aver visto il corpo di Edoardo di mattina presto, facendo crollare di botto e solo per questo tutta la versione ufficiale. Ancora, assumono toni clamorosi le rivelazioni sul patrimonio di famiglia occultato all’estero, cioè nei paradisi fiscali. Altri fatti nuovi, oltre alla ricostruzione puntigliosa e precisa di tutta la vicenda, arriveranno fra breve, col mio nuovo libro “Un giallo troppo complicato?” in uscita fra poche settimane, per un ottimo editore, dopo che per due anni era stato rifiutato da tutti gli altri (ma opportunamente aggiornato e con una puntuale esposizione delle ulteriori, sconvolgenti novità che ho trovato sul caso) *** Scusate l’auto - pubblicità e le auto - citazioni. In realtà, voglio dire soltanto questo, voglio fare soltanto una domanda: perché la magistratura di Castrovillari ha riaperto le indagini su Donato Bergamini, con gli esiti che abbiamo visto e che quindi dimostra come in caso di presunto omicidio – reato che non cade mai in prescrizione – si possano scoprire fatti importanti anche a distanza di anni, e quella di Cuneo no, pur in presenza di novità eclatanti? Siamo felici per i familiari, gli estimatori, i cittadini adottivi di Donato Bergamini, sia chiaro, se la verità sulla sua fine comincia almeno a delinearsi compiutamente. Ma resiste un altro mistero italiano, che riguarda tutti noi Italiani, per la rilevanza impressionante delle implicazione che sottende e che nasconde. Non ci consola averne recuperato ed onorato la memoria. Edoardo Agnelli attende ancora la verità. Questo ci anima, senza per questo voler diventare, o voler essere screditati come complottisti a tutti i costi. A meno che non si creda ai complotti e per questo si creda che l’aereo di Ustica sia caduto da solo, che Sindona e Calvi si siano suicidati, che l’ 11 novembre del 2001 i fatti siano andati come ce li hanno raccontati gli americani e così via. *** Chiudo con un barlume di speranza. La magistratura- ed è notizia di poche settimane fa, importantissima, al di là del singolo caso, ma in quanto pronunciamento di merito su tutta quanta la faccenda– ha assolto “per non aver commesso il fatto” Marco Bava dall’accusa di diffamazione intentatagli dalla Fiat per alcune sue affermazioni pubbliche riguardo la morte di Edoardo Agnelli. Il giudice Maria Sterpos scrive infatti nella sentenza assolutoria:” E' chiaro che se qualcuno si era assunto il compito di tutelare Edoardo Agnelli, non lo ha svolto in modo adeguato, sia che egli sia stato ucciso sia che si sia suicidato…Da sempre Bava ha sostenuto che Edoardo Agnelli è stato ucciso a causa presumibilmente di un suo scomodo ruolo negli equilibri di potere interni alla Fiat…Dubbi sulle circostanze della morte del figlio dell'Avvocato sono stati sollevati da molti". Queste adesso non sono più chiacchiere di bar, o articoli di giornali. Queste sono parole scritte da un giudice. Il caso è di nuovo riaperto. Ci manca soltanto la riapertura delle indagini. Che sia la volta buona?
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Di giuseppe (del 19/05/2013 @ 17:44:37, in blog, linkato 835 volte)
(g.p.) Le strade arrivano dalle campagne disegnando curve, incroci e giravolte fra i muretti a secco nella terra rossa dove stanno piantati da secoli, contorti e sofferenti, ulivi a vista d’occhio. Quelle dentro sono talmente strette per le tante macchine, che nemmeno il nutrito dispiego di sensi unici, fra le case basse, bianche, con le stanze conseguenziali, riesce a liberare. L’aria sbattuta spesso dal vento a volte fa un’eco smisurata e vagamente inquietante, come se portasse miti e leggende tornate all’attualità del presente, e riscaldata, o arroventata, a seconda della stagione, dal sole forte e chiaro che si accanisce sulle pietre e profonde luce tutto intorno luminosissima. Spesso, ci sono le luminarie, perché le feste municipali sono qui gli avvenimenti principali. In tutti gli altri giorni, gli avvenimenti bisogna inventarseli: se il chiacchiericcio che scorre come una colonna sonora senza posa segnala che è tornato qualcuno, o qualcuno è partito, perché poi – è sempre così, come una condanna biblica di questa terra, di questa provincia difficile - chi rimane vorrebbe andare via, e chi è andato via spera di tornare presto, e in tutto ciò consuma l’esistenza. Quando torna Emma, la Emma nazionale, che qui mosse i primi passi canori, altro che amici, è sempre un’altra vera e propria festa cittadina. Ma intanto comunque sempre un avvenimento lo si trova. Come se arrivano i turisti dai vicini bed & breakfast, dalle spiagge del mare un po’ più lontano, oppure se partono i lavoratori precari, o gli studenti fuori sede. Magari se una coppia scoppia, se una vita nasce, o un’altra muore, se si inizia a frequentare una scuola di danza, un corso di lingue, una bottega d’antiquario. Pure un avvenimento è, se vai nella pizzeria straordinaria che è alle spalle del teatro, dove fanno la pizza più ricca di ingredienti possibile e immaginabile. Oppure, se vai dal barbiere, o dalla Ggina, la parrucchiera… *** Ad Aradeo, ombelico del Salento, la vita scorre senza fretta. I vecchi che stanno seduti in piazza portano nel viso le rughe delle sofferenze del passato. I giovani che si ritrovano al bar di tendenza portano nell’anima le rughe dell’inquietudine del futuro. Se passa l’assessore politicamente rampante, perennemente attaccato al telefonino, è un altro motivo per parlare dell’amministrazione, delle iniziative, dei problemi, dei conti che non tornano, dei bilanci che quadrano mai. Andare a Lecce, la “capitale”, per una ragione o per l’altra, al di là dei quaranta chilometri di strada, è sempre un altro avvenimento, di cui si progetta, o si racconta. Se no, c’è da parlare dell’ultimo spettacolo, nel caffè davanti al teatro, un vero e proprio moderno teatro comunale, intitolato al cantore di quest’amara terra sua, Domenico Modugno, con tanto di locale compagnia, di cui un artista poliedrico come Michele Bovino, attore, regista, poeta, pittore, musicista, è – è proprio il caso di dirlo – il deus ex machina, che inventa e risolve. Come nella copertina realizzata per il libro della concittadina Antonella Musardo. *** L’ultimo spettacolo sarà venerdì prossimo 24 maggio. Open…Si dice così, no? All’aperto e dunque di cultura popolare, nobilissimo genere, o, meglio, di cultura portata al popolo, che ne dovrebbe essere sempre, a scapito delle elite degli addetti ai lavori, il vero destinatario. Davanti al teatro, ci sarà una serata di performance teatrali e di esposizioni di quadri, alla presenza degli artisti dell’ Accademia di Belle Arti di Lecce e dei loro lavori. Fra gli altri eventi previsti dalla manifestazione, denominata “Cadeaux d’artista”, l’attrice salentina Sandra Maggio, e gli attori proprio di Aradeo Michele Bovino e Mirko Gabellone interpreteranno alcune scene teatrali adattate proprio dal libro di Antonella Musardo “Bigodini sparlanti”, Aletti editore, Roma, 2012. *** Scrivere, così, già di per sé, è sempre un esercizio meritorio. A volte, serve per aiutare sé stessi, per ricordare, o ricordando per dimenticare, per mettersi in ordine le idee, per creare una forma espressiva; a volte, per mettersi al servizio degli altri; altre volte ancora, così, semplicemente, per esprimere qualcosa che dentro urla per uscire; oppure, ancora più umilmente, soltanto per poter trovare una mano da stringere nell’oscurità. Non esiste “Amici” per aspiranti scrittori. Eppure, come la sua compaesana cantante, anche Antonella Musardo ce l’ha fatta, a far parlare di sé, partendo da Aradeo, e anzi, a differenza di quella, rimanendoci. Nella sua bottega di parrucchiera, che televisivamente si chiama “Il bello delle donne”, ma allusivamente richiama altre cose, anche perché qui la fiction è la vita in diretta di tutti i giorni. Perché Antonella, alias la Ggina, non è una scrittrice, è una parrucchiera, anzi: una “scritturiera”, come si definisce lei, che continuerà a fare la parrucchiera, ma che scrittrice è diventata, coronando il suo sogno. E’ partita dai blog della rete, terra terra, per raccontare, a modo suo, con le sue capacità, semplici, senza virtuosismi letterari, ma con una buona dose di ironia, nobilitata dall’auto – ironia, se non sarcasmo, quello che ogni giorno avveniva nel suo negozio, mentre lavorava, fra una messa in piega e qualche extension; la sua prosa è cresciuta; in qualche modo è stata notata; dal mondo della rete, è venuto fuori un bel libro, in carta e ossa, ancora fresco di stampa, per un editore nazionale. Una grande vittoria, una bella soddisfazione. Soprattutto, un bel libro, godibilissimo. Allora - e indosso per un attimo, come non avrei voluto fare, le paludate vesti del critico, o l’abito buono del professore - a dirla tutta: qua e là, qualche caduta di stile c’è; di una spontaneità eccessiva cioè, non mediata, come le occasioni avrebbero meritato. Anche l’editing presenta qualche lacuna, pur con la lodevole profusione professionale di Donatella Imbastari della Aletti editore. Detto ciò, ripetiamo e sottolineiamo: proprio un bel libro, godibilissimo. Come ben coglie Maria Anna Carlino, nella dotta prefazione al volume, in questa opera prima della Musardo risaltano gli aspetti più vivi e reali della quotidianità, dai problemi del sesso, a quelle che abbiamo imparato a chiamare le conseguenze dell’amore; dalle ipocrisie della realtà, alle finzioni del mondo virtuale. Direi, anzi di più: la nostra scrittrice autodidatta compie, pur magari inconsapevolmente, un’operazione nobilissima: ridare slancio e vigore alla letteratura popolare, immettere nuova linfa al paradiso perduto degli scrittori umoristi, da Giovanni Mosca, a Giuseppe Marotta. E’ un “nuovo neo – realismo”, mi si passi l’espressione, che riesce a dar forma letteraria all’atmosfera da strapaese che è poi la dimensione italica ancora più autentica. Antonella Musardo, da mattina a sera, lavorando chiusa dentro “Il bello delle donne”, scrivendo di notte a casa, ci restituisce, creandola, fissandola, l’atmosfera dello strapaese italico dei nostri anni confusi e contraddittori. E’ come se per tutto il giorno registrasse, quel cicaleccio indistinto, lutulento, magari ripetitivo, che dalle bocche delle sue clienti si riversa nel locale, e poi la notte, a casa, davanti al pc, riversasse sulla carta, nella riuscita della creatività espressiva, dalla bobina della memoria, le nobiltà d’animo, le meschinità umane, i piccolissimi eventi che diventano grandissimi. E’ un’altra cantautrice di Aradeo, Antonella Musardo. E’ la cantascrittrice della quotidianità, della colonna sonora della nostra identità di contemporanei, che rimane grazie a lei, nobilitata dalla letteratura, fra le pagine chiare e le pagine scure di un’opera prima per tanti versi straordinaria.
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Di giuseppe (del 03/05/2013 @ 18:03:38, in blog, linkato 753 volte)
Gli ultimi mesi di Silvio (aggiornamento di “Metafisica del bunga bunga”) Una mattina di due anni e mezzo fa, poco dopo l’uscita di “Metafisica del bunga bunga”( Etimpresa, Torino, 2011) , il primo tentativo di bilancio storico del “berlusconismo” – operazione culturale e di costume, prima che politica, che con esso ho tentato, per primo in Italia, e che necessita ora di un doveroso aggiornamento, che qui di seguito mi accingo a fare- trovai nella mia posta una mail di Mediaset. Pensavo fosse uno dei soliti comunicati – stampa, sui loro programmi, che mi mandano, e invece no. Conteneva, infatti, la spiegazione di come arricchirsi in tempi di crisi finanziaria, diceva proprio così e le istruzioni per l’uso di un’organizzazione che insegna a operare in borsa, specificatamente sul mercato dei cambi, con tanto di agevolazioni tipiche del marketing per i nuovi “operatori”. Mi sono stropicciato gli occhi. La mia prima reazione è stata di incredulità. Ma questi di Mediaset - pensai - allo stesso modo del loro partito-azienda, hanno allora perso completamente il senso della realtà? Farei un torto alle vostre intelligenze se spiegassi perché, in relazione a un invito del genere. La risposta alla domanda comunque non ce l’ho. E poi, comunque, mi è venuta nostalgia per quegli anni - gli anni di che belli erano i film - in cui Mediaset preparava e anzi conquistava gli Italiani a colpi di fiducia ben prima della discesa in campo, dell’amaro calice e della creazione incredibile del credibile partito-azienda. Eravamo fiduciosi, convinti che un mondo migliore fosse possibile e talmente trascinati dal “nuovo” che avanzava, da vivere in un mulino bianco, lavorando creativamente tutto il giorno, magari in una delle nuove professioni e dei nuovi mestieri nel frattempo sopraggiunti e poi la sera di corsa a casa, dal biscione che ci aspettava, per deliziarci di nuovi film e di nuovi prodotti. “L’Amerika” era già qui. Oggi, quasi vent’anni dopo, il richiamo da ultima spiaggia del comunicato aziendale trovato nella mia mail, mi è sembrato un chiaro segno dei tempi: il serpente, pardon, il biscione che si morde la coda, ma che non finisce e ricomincia, finisce e basta, allo stesso modo con cui aveva cominciato. Mi sono poi subito intristito: non so dire se perché avevo venti anni di meno ed ero ancora ragazzo anche io e vedevo Lady Oscar, Drive in e Happy days; se perché ci avevo creduto anche io, a tutto quanto; o se, semplicemente, perché è in tutta evidenza non solo la fine di un ciclo, ma il crollo di ogni illusione creativa e liberatoria al riguardo. *** Ci sono due frasi e una foto che caratterizzano e fissano storicamente le ultime fasi dell’ultimo governo Berlusconi, finito con le sue dimissioni nel novembre 2011. La prima è quella con cui egli commentò la propria rigida manovra fiscale, esprimendo lo stato d’animo di chi, a suo dire, sarebbe stato costretto dagli eventi di crisi planetaria e dalle pressioni ineludibili dei partner europei “a mettere le mani nelle tasche degli Italiani”, contrariamente a quanto sempre annunciato e sottolineato come motivo di vanto. Un altro dei segni della fine di un ciclo. Nella fattispecie, va a negare una delle caratteristiche di fondo del “movimento” del 1994: proprio come in tanti processi rivoluzionari, si parte in un modo e si finisce praticamente all’opposto. Con la mancata esemplificazione burocratica; con le liberalizzazioni a vantaggio di pochissimi e a danno di tutti i cittadini; con una partitocrazia diventata ancora più soffocante e sfacciata, di quella della così detta “prima repubblica”; con il senso dello Stato disgregato, il bilancio è catastrofico. La metamorfosi poi in un vero e proprio governo tecnico, che obbedisce da servo agli ordini dei banchieri, è la suprema mortificazione per la Politica. L’uomo appare decisamente stanco, appannato, provato, incapace di districarsi dal dissidio pubblico/privato in cui è sprofondato, impotente. Non si accorge poi che negli ultimi mesi – dagli accanimenti nei bunga bunga e alle bruttezze varie ad esso collegate, dall’intervento contro Gheddafi, a questa manovra finanziaria – sta praticamente contraddicendo il suo personaggio, il suo mito, il suo operato storico. Sta finendo per consunzione, in cui ogni passaggio è un degrado; con un cupio dissolvi; con una lagna, non almeno con uno schianto; con una vergognosa e pratica ritrattazione e contraddizione di quanto sempre sostenuto, una vera e propria esperienza storica, che si annunciava e pure di esserlo cercò seriamente, straordinariamente pulita e creatrice. *** La seconda, quella pronunciata in morte dell’amico Gheddafi, al quale aveva baciato le mani, per poi partecipare alla guerra ordita contro di lui: “Sic transit gloria mundi” Sento ripetere che Silvio Berlusconi non voleva ( non avrebbe voluto ) pochi mesi or sono la guerra contro la Libia e che la colpa sarebbe del presidente francese Sarkozy e di quello italiano Napolitano, i quali lo avrebbero tirato per i capelli. Mi risparmio la facile quanto efficace battuta, perché purtroppo non c’è niente da ridere. Il bilancio, pochi mesi dopo, comunque vadano a finire le cose, è già catastrofico e potrebbe diventare drammatico, e drammatico in senso epocale: l’Italia ha di nuovo negato la propria Costituzione; ha rinnegato la propria vocazione mediterranea, a lungo perseguita in passato con profitto, sostituendola con una atlantica, grigia e dannosa; ha fatto da servo degli Americani e dei Francesi; è andata contro i propri stessi interessi economici, già ben avviati in Libia; ha fatto l’ennesima figuraccia storica, andando a colpire un capo di Stato con il quale aveva appena firmato un trattato di amicizia, ricevendolo in pompa magna; si è trovata invasa dall’emigrazione non più controllata proveniente dalle vicine coste e ne sarà invasa sempre di più. Questo, per un presunto “intervento umanitario”, che ha causato immani carneficine, ha destabilizzato un paese sovrano, con una guerra civile e comunque un’instabilità che andrà avanti chissà per quanto ancora e ha giovato soltanto ai mercanti di armi e alle multinazionali del petrolio. Ora, dire, adesso, come sento da più parti, a fronte del bilancio impressionante, ma realistico che si è delineato in tutta evidenza e che però era facile prevedere, che Silvio Berlusconi non voleva ( non avrebbe voluto ) la guerra non significa giustificarlo, significa aggravarne colpe e responsabilità. E’ questa ( questo bilancio impressionante ) un’altra concausa che peserà molto e in negativo sulla valutazione storica dell’uomo e dell’opera. In Italia il Presidente della Repubblica non ha poteri reali ed effettivi. A volere la guerra erano “i comunisti”, come li chiama lui. Il Presidente francese non aveva nessun modo di obbligarlo a un atto autolesionistico. E allora? C’era una sola ragione per trascinare in guerra l’Italia contro la Libia? *** Di come i partner europei abbiano ripagato tanta abnegazione, più o meno volontaria, testimonia poi la foto celebre della Merkel e di Sarkozy che ridono di lui, dopo che, in conferenza stampa al termine di un loro vertice bilaterale, era stato loro chiesto in che considerazione lo tenessero. Intendiamoci: una foto che ha fatto male all’Italia, cioè che ha fatto male a tutti noi e solo per ultimo ha fatto male a Silvio; ma che è emblematica di quel cupio dissolvi, di quella lagna, con cui il suo astro si va spegnendo. *** Le ultime vicende sono note. Le ripercorriamo velocemente solamente per fissarne il significato in sede di bilancio storico. L’appoggio al governo – Monti dei così detti tecnici; la decisione di andare a votare qualche mese prima della naturale scadenza della legislatura che si era aperta cinque anni prima con la sua netta vittoria; l’impossibile rimonta, il risultato elettorale di oltre sei milioni di voti in meno spacciato per trionfo, soltanto perché quasi a ridosso di quello del Pd, che di voti ne ha persi dal canto suo “solo” tre milioni e mezzo; la insistita volontà di tornare alla maggioranza che sosteneva il governo Monti proprio con il Pd, con i “comunisti”, dopo aver pervicacemente richiesto e ottenuto la rielezione a presidente della Repubblica del “comunista” Giorgio Napolitano. Tutto incomprensibile, se analizzato con il metro dell’inizio del ciclo; tutto comprensibile, se con quello della fine, perché della fine, lenta, ma progressiva, si tratta, anche se il sistema, nei tanti perniciosi effetti prodotti, del berlusconismo, sopravvivrà all’uomo, come mi chiedevo già nel 2011 nel dodicesimo e ultimo capitolo di “Metafisica del bunga bunga”, “Cosa resterà dei nostri anni?”. Una lotta a qualunque costo, anche a quello supremo di rinnegarsi, di modificarsi diametralmente, di contraddirsi, di offendere gli Italiani riproponendosi come salvatore dai quei mali che o non aveva saputo evitare, o aveva addirittura direttamente provocato, e comunque con la propria incapacità acuito. *** Eppure aveva seriamente pensato per la prima volta di mollare tutto, di andarsene per le sue tante ville sparse nel mondo e magari di costruirne di nuove, di dedicarsi a tempo pieno agli agi del bunga bunga del resto mai cessati, l’eco mediatica dei quali fra l’altro non aveva mai cessato di abbattersi molesta su di lui. Poi, contro – ordine. Non lascia, anzi, da presidente del Pdl – di cui ancora nulla è dato sapere del presunto rinnovamento, tanto sbandierato e preannunciato, ma finora senza costrutto – pare voglia esaltare le proprie capacità di leader e di comunicatore. Le primarie per scegliere il nuovo candidato a premier tanto strombazzate, non si faranno, stavano scherzando. Ma come possono criticare in campagna elettorale i provvedimenti del governo Monti che essi per primi hanno promosso e sostenuto? Di quali capacità di rinnovamento daranno prova? Come eviteranno di essere sommersi dalle ventate di disillusione, scontento e sconforto che montano di giorno in giorno sempre più minacciosi? Delle mirabolanti novità, destinate a sconvolgere addirittura il modo stesso di fare politica, invece poi nessuna traccia. Gli ultimi mesi di Silvio sono stati agitatissimi, turbati da suggestioni movimentiste, ipotesi di aggregazioni elettoralistiche, invidie per Beppe Grillo, prima studiato e poi demonizzato in maniera apocalittico, da nuovo nemico principale; desideri di rivalse da un lato, e impossibili giustificazioni plausibili all’appoggio dato governo Monti sempre più massiccio e indistinto; appiattimento sulle posizioni dominanti della finanza internazionale; condizionamenti dei tanti più o meno autorevoli esponenti “consiglieri” che vivono di politica e non per la politica, su tutti sempre e comunque Gianni Letta, col suo “giannilettismo” vero e proprio uomo ombra del berlusconismo e primo responsabile di degenerazioni, storture e bruttezze varie di cui nemmeno giorno dopo giorno esso si è reso conto di stare perpetrando. Mentre monta il vento dell’antipolitica, o meglio, adesso della protesta popolare ragionata, ragionevole e giustissima, soffia in tutt’altre direzioni e, opportunamente alimentata dallo sbocco nel Movimento 5 Stelle, si gonfia minacciando di travolgere tutto e tutti, in una specie di tsunami e però salutare, Silvio Berlusconi decide che il giudizio della Storia, che pure nei mesi scorsi aveva cominciato ad articolarsi nei suoi confronti, può aspettare, decide di ambire a un nuovo giudizio della cronaca. Recupera un’altra volta il rapporto con la Lega Nord, travolta anch’essa da incapacità e scandali, e con tutta una serie di partiti e partitini che aggrega in coalizione, pur affermando che un eventuale voto ad essi sarebbe stato un voto inutile. Sfodera in campagna elettorale tutta una serie di colpi di teatro, anzi, di televisione, di cui è maestro, e arriva al sublime con la lettera agli Italiani sulla restituzione dell’Imu, la tassa sulla casa – un provvedimento introdotto dal governo Monti con il consenso determinante del Pdl - in cui una promessa, soltanto una promessa e per giunta molto campata in aria e del tutto improbabile, viene fatta passare per impegno preciso e concreto, con addirittura le indicazioni operative per la riscossione. Così, Silvio Berlusconi è di nuovo al governo, nella maggioranza, uguale a quella che si era scannata in campagna elettorale dopo aver sostenuto lo stesso governo, e sostenuta dallo stesso presidente, fortemente voluto ad un nuovo incarico. Il nuovo premier, Enrico Letta, il nipote del suo “uomo ombra”, Gianni, esattamente come lo zio esponente dell’alta finanza internazionale, per meglio dire servo politico dei banchieri dei veri poteri forti e autore nel 1997 di un libro profetico, “Euro sì. Morire per Maastricht”. L’appoggio di Silvio al nipote del suo uomo – ombra chiude poi una questione fin troppo a lungo dibattuta, in certi ambienti, che, credendolo, continuavano a manifestargli appoggio, se non simpatia: se cioè egli all’alta finanza internazionale sia stato estraneo, o anzi ne sia stato vittima. La risposta ora è chiara e peserà in maniera determinante nel bilancio storico, in maniera maggiore delle sentenze dei vari procedimenti giudiziari cui è sottoposto che continuano a vederlo imputato, o delle sue amanti che continuano a diventare ministro e sottosegretario di Stato: magari ne era pure estraneo, all’origine, ma progressivamente non ha saputo, né voluto, sottrarsi ai piani di dominazione e progressivamente ne è diventato prima organico, poi alleato e infine comp
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