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 DISASTRATI/ I treni di Trenitalia... di giuseppe
 
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"...Contro tutto questo voi non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare...”.

Pier Paolo Pasolini
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Di giuseppe (del 19/04/2013 @ 21:08:46, in blog, linkato 867 volte)
Per gentile concessione dell’editore Etimpresa, pubblico qui di seguito una parte del capitolo VI - Non smettere di sognare – del mio saggio del 2011, “Metafisica del bunga bunga”, con l’aggiornamento dovuto all’attualità di questi ultimi giorni. …Una brutta storia, che ha causato drammi privati e sofferenze a più persone, coinvolgendo il presidente, anche in seguito alla successiva separazione fra la donna e il marito, in tutta una serie di ripercussioni, faticosamente messe a tacere. Causa di divorzio il presidente è stato pure a suo dire del giornalista Giovanni Porcelli con la moglie, consigliere regionale della Campania, Antonia Ruggiero, da lui accusata di aver avuto per anni una relazione clandestina proprio con Silvio Berlusconi. A margine delle polemiche, definite dalla donna “vergognose strumentalizzazioni politiche”, la notizia di una consulenza di diciottomila euro elargita nel 2010 dalla presidenza del consiglio alla sorella di Antonia, Dora. Un contributo pubblico però certo più facile da spiegare dei tanti privati di cui ogni tanto e sempre più spesso si apprende, per una ragione, o per l’altra, dalla stampa, e che la presunta generosità con cui vengono superficialmente e sbrigativamente sempre spiegate, quando vengono spiegate, dal presidente, nei confronti di chiunque e per qualsiasi motivo gli chieda aiuto, convince sempre meno. Come i ventimila euro che, fra altri e diversi bonifici , risultano agli atti processuali della procura di Milano nei confronti di Anna Palumbo, madre di Noemi, quella Noemi causa a sua volta – o meglio, goccia che ha fatto traboccare il vaso – del secondo divorzio di Silvio, quello da Veronica Lario, la quale, come visto, lo accusò nella circostanza scatenante, di frequentare minorenni e di essere malato. *** Noemi, Noemi Letizia, Noemi di nome e Letizia di cognome, napoletana, all’inizio della storia minorenne, è stata invece la prima “papi girl”, dall’appellativo -vezzeggiativo “papi”, come tutte presero a chiamarlo affettuosamente da allora in avanti, dopo di lei, nel privato e anzi nell’intimità, come pure fra di loro, specie quando ne parlavano al telefono, con la paura di essere intercettate e dunque con l’accortezza di celarne l’identità, almeno formalmente, per quanto “nonnino” sarebbe stato almeno anagraficamente più corretto. Ad essere precisi, però, pure il “copywriter” del termine è oggetto di contesa: secondo la velina Elisa Alloro, il volto buonista e adorante del velinismo con ambizioni politiche, che ha scritto una mielosa lettera a Veronica Lario, per giustificare e lodare l’ex marito, lo avrebbe creato durante una trasmissione televisiva la modella brasiliana Renata Teixeira, festeggiando da par suo un gol del Milan, per rimarcare la familiarità con il Presidente, senza peraltro mai averlo conosciuto di persona. Ad un’altra brasiliana, Michele Conceicao, questa fin troppo coinvolta negli avvenimenti berlusconiani, spetta poi l’onore di averlo ufficiliazzato in forma scritta, nel suo fenomenale e irresistibile lessico italo -portoghese, immortalandolo nella memoria del telefonino come “Papi silvio beluscone”. Di sicuro Noemi Letizia è la prima insomma delle tante frequentatrici di cui si sono occupate a profusione le cronache rosa, rossa, bianca e nera degli ultimi due anni, a cominciare dall’aprile del 2009. Pure, la prima buccia di banana su cui egli è rovinosamente scivolato. La prima che ha dato adito non solamente a pettegolezzi, il che sarebbe stato il minimo, ma pure a pesanti interrogativi sulla opportunità, di più, sulla liceità di simili comportamenti. Ora, siamo tutti uomini di mondo. I più colti di noi hanno letto poi “Uno nessuno e centomila” di Luigi Pirandello e sanno che non esiste la verità, esistono sempre tante verità. Infine, i più sofisticati hanno pure letto “Lolita” di Vladimir Nabokov e sanno già come possono andare certe cose. Non staremo quindi qui a indulgere in una impossibile quanto velleitaria e pure inutile ricerca di come siano andati effettivamente i fatti, tanto meno in un accanimento dei risvolti sentimentali e sessuali, che non sono emersi nelle variopinte cronache di cui dicevamo prima. Fatto sta che Veronica Lario, appreso che il marito era andato a Napoli alla festa del diciottesimo compleanno della sua “figlioccia”, anziché stare a Milano in famiglia alla festa della sua vera figlia, decise di divorziare in tronco e, come si dice in questi casi, certo avrà avuto i suoi buoni motivi. Sicuramente, richiesto di doverose spiegazioni sugli avvenimenti, Silvio Berlusconi ha ripetutamente mentito alla così detta “opinione pubblica” nel ricostruire i fatti, per giunta spergiurando: ha raccontato cioè bugie a profusione. Val la pena di ricordare che gli Americani non perdonarono a Billy Clinton non quello che aveva fatto, o, per meglio dire, si era fatto fare, bensì le bugie che disse per cercare di giustificare quanto era successo con Monica Lewinsky. E non venitemi a dire che non siamo Americani, siamo Italiani e qui siamo pure a Napoli, paisà, in quanto comunque è stata per Berlusconi, tout court, una figuraccia, nel voler difendere l’indifendibile, che ha aggravato la sua già ampiamente compromessa posizione. La storia si è snodata nel tempo ed è continuata fino a entrare nel gran calderone degli scandali, feste o festini che siano. Tre buoni motivi, per approfondire, alla ricerca dei significati ultimi di questi fatti, di quanto va al di là del fisico: quello che appunto fa la “metafisica”. Il mio Maestro Julius Evola, tanto per citare un altro libro, scrisse nel 1957 un saggio che ha la mia età e che mi è particolarmente caro, “Metafisica del sesso”, lo chiamò, per cercare di capire e far capire i significati più profondi, anzi, più elevati, fino al sacro, dei comportamenti sessuali. Più modestamente io mi sono dato il compito di ricercare che cosa ci sia dietro, sopra o sotto che sia, a tutto quello che bunga bunga abbiamo oramai imparato a definire. *** Sognava pure Noemi, ancora adolescente, tentando di entrare in qualche modo nel mondo dello spettacolo, il sogno insomma del velinismo che accomuna gran parte delle ragazze e ragazzine italiane. A lei è andata ancora meglio: a parte le promesse più o meno esplicite ricevute di aiuti per una carriera nello spettacolo, o nella politica (ma meglio: “e”, non “o”, perché nell’universo berlusconiano dilagante i due piani sono sovrapposti e saldati, fino a costituirne uno solo) come da lei stessa raccontato nell’aprile del 2008 in una ingenua e per molti versi profetica intervista rilasciata subito dopo che la frequentazione divenne di dominio pubblico, Noemi è diventata la preferita, a suo dire, “la cocca di papi”, come la definivano le altre del grande giri delle feste o festini, con malcelata invidia, avviando una ininterrotta serie di presenze nelle varie dimore del Presidente, testimonianza tangibile di una relazione protrattasi nel corso degli anni, dall’autunno del 2008, alla primavera del 2011, ad adesso, quando sono spuntati fuori bonifici bancari che testimoniano i risvolti economici delle frequentazioni. “Cresciuta alla luce del Vangelo e al culto di Silvio”, secondo sua madre, in realtà Noemi Silvio l’ha conosciuto per strade molto meno evangeliche e nient’affatto politiche, come ha rivelato quello che era il fidanzato di allora, un coetaneo operaio , prima che cominciasse la relazione e ben presto poi diventato un ex, raccontando di come la sua “Memi” sia cambiata, fino a diventare irriconoscibile: “Mi è stato quasi subito chiaro che tra me e lei non poteva andare avanti. Era come pretendere che Britney Spears stesse con il macellaio dell’angolo”. Le foto da modella che Noemi, per non smettere di sognare aveva mandato agli inizi del 2008 a un’ importante agenzia di Roma, “di quelle che fanno lavorare le modelle, le ballerine, insomma le agenzie a cui si devono rivolgere le ragazze che vogliono fare spettacolo”, vengono visionate da Emilio Fede in trasferta e tramite lui finiscono nell’abitazione romana del Presidente, il quale rimane folgorato dalla “purezza” del “viso angelico”, come le dice telefonandole personalmente. Oggi quella ragazza acqua e sapone non esiste più. Si è trasformata in una donna che dimostra venti anni di più della sua età di ventiduenne, assimilata al modello di fatalona esplosiva, di oca giuliva, di grandi fratelli e sorelle, di pupe e secchioni, purtroppo oggi tanto in voga. Migliaia e migliaia di euro di lifting spesi per imbruttirsi, anzi deturparsi. Ritorna ogni tanto agli onori delle cronache, anche se stancamente, perché qualcuno – l’ultimo, il suo agente del tempo, Francesco Chiesa Soprani – ha qualcosa da aggiungere di piccante, scottante, compromettente, alle già ampie rivelazioni esistenti sulla vicenda, e perché le ultime, in ordine di tempo, rivelazioni, fanno ogni volta ripartire, anche se stancamente, le polemiche politiche sulla moralità dell’uomo pure per le presunte spiegazioni date e non date sull’intera vicenda, tutte ampiamente contradditorie, di volta in volta smentite dalle nuove rivelazioni di turno, in un circolo mediatico che non sembra avere esaurimento, se non per inerzia, per stanchezza, per sfinimento. Papi intanto pare avere sempre nuove vite. Le età di Noemi, invece, sembrano essersi fermate per sempre.
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Di giuseppe (del 06/04/2013 @ 14:52:38, in blog, linkato 722 volte)
“Più chiara dell’alba, più limpida dell’acqua” - RITRATTO DI SIGNORA – Per gentile concessione dell’editore, Etimpresa di Sergio Chiarla, pubblico qui di seguito il capitolo VII di “Metafisica del bunga bunga”, Torino, 2011, dedicato a Ruby “Rubacuori”. Sollecitato dalle notizie di attualità dell’altro giorno – e in attesa di un primo esito delle vicende giudiziarie correlate – ho aggiunto in coda un breve aggiornamento. Anche tutto quanto il mio saggio, che risale oramai a due anni fa esatti, necessita di un aggiornamento, che dovrò, più prima che poi, preparare. Rimane comunque valido il motivo di fondo di tutto ragionamento di inchiesta da me dipanato in questo lavoro: tentare il primo bilancio storico del “berlusconismo”, perché, al di là degli alterni avvenimenti politici, quindi pure al di là delle storie umane, economiche e sociali di Silvio Berlusconi, è il “berlusconismo” stesso che rimane valido, nel senso che rimane operante tutto il sistema che in un ventennio intorno a lui si è sviluppato e di cui è necessario non soltanto fare memoria condivisa, ma pure fare una revisione operativa nelle forme del “politco”. *** La storia di Ruby, breve, ma intensa, è di una violenza dirompente e di una drammatica attualità, di questa Italia nostra povera, ma brutta, sazia e disperata, del nuovo secolo e del nuovo millennio, con i significati pesanti che si porta dietro, con le tristi riflessioni che sollecita. Al di là del vorticoso giro di dichiarazioni, esternazioni, affermazioni, ritrattazioni, negazioni, deduzioni e contro - deduzioni che da mesi si sviluppa intorno ad essa, cui in molti hanno partecipato, ma cui ha ovviamente contribuito, in buona, o cattiva fede, la protagonista stessa, che usa la menzogna come uno scudo, la mezza verità come una corazza e l’omissione come un pugnale, e che però alla fine rimane chiara e limpida, come si è definita in un dei rari afflati poetici, rivolto ad un dei tanti conoscenti occasionali, di cui è stata capace nelle sue esuberanti conversazioni telefoniche (“Puoi tornare a riprenderti i tuoi soldi, io sono più chiara dell’alba, più limpida dell’acqua”), è possibile ricostruirla con sufficiente approssimazione, è doveroso commentarla con lucida severità. *** Comincia diciotto anni fa in uno dei tanti paesini sperduti del Marocco, da dove si scappa se si può per sfuggire alla miseria e a cercare almeno la speranza di vita migliore, verso le coste vicine eppur lontane dell’ Italia e dove chi rimane non desidera altro che scappare e si dispera ogni giorno per non esserci riuscito. Anche Ruby è scappata, anche Ruby è andata veloce. Non ha avuto né infanzia, né adolescenza. Portava tutto con sé, tutto quello che aveva: la formosa e imponente bellezza del suo corpo. *** Altro che nipote di Mubarak! E pare che il capo di governo egiziano si sia arrabbiato non poco dopo aver appreso di essere stato tirato in ballo in una vicenda come questa, anche se poi ha avuto ben presto cose più serie cui pensare: in seguito ai rivolgimenti interni ha dovuto lasciare il potere e insomma certo questa storia gli ha portato sfiga. Karima El Mahroug ha lasciato prima la terra natia, poi la famiglia, e sono due segni che come ogni emigrante sa, per averlo provato sulla propria anima, prima ancora che sulla propria pelle, lasciano il segno. E’ sempre la fame che spinge chi lascia casa e famiglia, è sempre la disperazione lo spago che tiene insieme la valigia dei sogni, è sempre la speranza che ti fa andare avanti, in un modo o nell’altro, per poter riuscire un domani a dire: ”Ce l’ho fatta”. Gli inizi sono stati difficilissimi, né poteva essere diversamente. In una Sicilia sospesa fra tradizione e modernità, sono anni di giorni di comunità di recupero per persone a vario titolo in difficoltà, di notti senza tetto, né legge. Quella legge che pure i suoi vari ed eterogenei conoscenti hanno lo scrupolo di considerare, che, almeno questi siciliani, tutti sapevano bene di non poter, né dover infrangere, pur lottando con impulsi – è il caso di dirlo – corposi che provano a gestire in qualche modo, con tanta ipocrisia innanzi tutto verso sé stessi, con molta approssimazione verso gli altri. Le ospitalità soltanto apparentemente disinteressate, le proposte più o meno indecenti diventano ben presto una prassi che la ragazza impara a riconoscere e a sfruttare. Tanto, poi, c’è sempre un posto da commessa, o da barista, c’è sempre un giochino particolare da rifiutare, c’è sempre un telefonino da rubare, una oggettino d’oro di cui appropriarsi, una denuncia da collezionare, un affidamento da cui continuare a scappare. Il giorno più importante arriva a sedici anni, nel mese di luglio del 2009. Il luogo è Sant’Alessio Siculo, una località balneare, dove, come è costume ovunque nella stagione delle vacanze, si tiene uno dei tanti concorsi estivi, “Una ragazza per il cinema”, si chiama, cui, per circostanze occasionali e fortuite, era stata invitata a partecipare da uno degli organizzatori, che l’aveva notata per strada. Ha il numero 77 sulla fascia che le mettono addosso. Nella cabala del Lotto, le gambe delle donne. Oh sì, le gambe delle donne sono il compasso che misura la bellezza del mondo. Un numero profetico, poi. Qualcuno di importante, di molto importante, di lì a pochi mesi le dirà, subito dopo averla vista entrare per la prima volta a casa sua, come prima frase di accoglienza: “Che belle gambe lunghe che hai!”. Ma questo allora non poteva saperlo, o neanche lontanamente immaginare. Quale “membro” della giuria del concorso, a Sant’Alessio Siculo quella notte c’è anche (E dagli! E va beh, dai, ma allora ditelo!) Emilio Fede: “Se vuoi fare televisione io ti posso aiutare”. *** Karima El Mahroug, in arte Ruby, ha fatto pochissima televisione (memorabile solo come pessimo esempio di giornalismo servile del suo intervistatore l’unico programma cui ha partecipato), non ha fatto cinema, almeno finora: ha fatto la pubblicità, la cubista, la ragazza immagine, l’accompagnatrice, l’ospite d’onore addirittura al gran ballo della nobiltà a Vienna e tante altre cose ancora, ma non ha fatto cinema. Però da quella notte la sua vita diventa un film, che si gira nella Milano da sniffare del Duemila, quantum mutata ab illa da bere dei socialisti degli anni Ottanta, che faceva scandalo con qualche serata allegra in discoteca, che si divertiva con le caricature degli stilisti, che marciava compatta verso la modernizzazione e che rubava, a detta di chi rubava, non per il piacer mio, ma per far piacere al dio partito. Oggi Milano di fretta brulicante di traffici e di affari, è sempre Milano col cuore in mano, “Ti capì bauscia”, è sempre, che banche, che uffici, Milano vicina all’Europa. Quella del Pirellone maestoso piazzato davanti la monumentale e ancora avveniristica stazione Centrale, della metropolitana che ti porta in ogni posto, della Madunina e della Scala, della cotoletta e del panettone, delle autostrade e delle tangenziali. Ma è una Milano ferita dall’integrazione non riuscita, devastata dall’uso della cocaina parcellizzato sul territorio, svilita dai così detti “pierre” che organizzano feste e festini, umiliata dalla mancanza di prospettive, incattivita dall’egoismo, da cui, dal venerdì pomeriggio, quelli che negli altri giorni ci stanno a correre dietro al profitto e al guadagno, non vedono l’ora di scappare e quelli che sono costretti a rimanerci, per lo più nei tanti sobborghi residenziali a nord e a sud, a est e a ovest, hanno davanti a sé la rappresentazione della malinconia. C’è la solitudine della povertà, della penuria, del bisogno. Ma c’è anche la solitudine dello sfinimento, dell’abbrutimento, della tristezza. *** E’ in questa Milano che Ruby arriva a girare il film della sua nuova vita, rigorosamente in notturna. Nell’immaginario individuale ha un solo nome, quello di una discoteca un po’ da sempre famosa. La conoscerà. Ma conoscerà pure le altre colonie della così detta “scuderia” di Lele Mora, le agenzie di reclutamento, i saloni di bellezza, gli alberghi a cinque stelle lusso, i ristoranti del momento, i capannoni fieristici, i centri commerciali, le stanze condivise con altre ragazze delle più disparate e disperate nazionalità. La Milano del bunga – bunga, insomma. Una di quelle notti, che un caso maldestro ha fatto coincidere con la notte di San Valentino, una sua più smaliziata e introdotta amica la va a prendere in taxi e la porta fuori la città, verso i sobborghi – bene della metropoli. Il taxi rallenta nei pressi di una imponente ed elegante costruzione, l’amica cerca sul telefonino il numero giusto di qualcuno là dentro. “Quella sera avevo un tailleur pantalone color panna e una camicia con il collo alto, i capelli raccolti a banana. Il taxi si è avvicinato ad un ingresso laterale. Priscilla ha chiamato in villa e i Carabinieri ci hanno lasciato passare. Quando ho visto quel villone ho chiesto alla mia amica dove fossimo. E lei mi ha detto- Dal presidente. Mi è preso un colpo. Io fino a pochi mesi prima dormivo su di una panchina in mezzo le strade di Catania”. Fu la prima di tante altre notti a villa San Martino, Arcore, Milano, Italia. La Milano del bunga bunga diventa per Ruby quella dell’ostentazione, forse per ingenuità, forse per confusione, forse per sfacciataggine, forse per rivalsa, forse per un po’ di tutte quante queste cose messe insieme: del numero di telefono privato del capo del governo italiano da mostrare con un sorriso a destra e a manca; delle banconote da cinquecento euro usate per pagare pure l’acqua minerale e le sigarette; delle polemiche feroci e dei casini, in cui giostrare con sufficiente disinvoltura, serena sopportazione e lucida determinazione derivante dalla fame atavica a lungo patita: “Finché c’è lui si mangia”. *** AGGIORNAMENTO DEL 6 APRILE 2013 *** Due anni dopo, fatti di cronaca bianca, per la nascita di una figlia, rosa e rossa, e pure di nera, per via dei procedimenti giudiziari in corso che la vedono coinvolta, anzi a dire il vero sulla dirittura d’arrivo della sentenza del principale, Ruby ritorna prepotentemente alla ribalta una mattina dell’incerta primavera milanese. Anzi, scatena un vero e proprio putiferio mediatico. Gira la scena più forte finora del film della sua vita Davanti al Tribunale di Milano, alla presenza puntuale e dunque sospetta di giornalisti, fotografi e operatori, non sappiamo quanto di propria volontà e quanto da altrui ispirazione, Ruby declama la sua verità su alcuni aspetti degli avvenimenti di cui è stata protagonista. In estrema sintesi, sostiene di non aver avuto rapporti sessuali con Silvio Berlusconi; di aver subito “violenza psicologica” dai magistrati; di essere vittima dell’accanimento loro nei confronti del presidente: “Ho capito che è in corso una guerra contro Berlusconi e io sono rimasta coinvolta, ma non voglio che la mia vita venga distrutta”. Mentre in Italia la crisi da economica è diventata disperazione sociale, e quella politica, avvoltasi una specie di rebus irrisolvibile, non riesce ad articolare risposte concrete; e mentre nel mondo si levano vecchi e nuovi venti di guerra nucleare, la – come chiamarla? – “piazzata” di Ruby trova sui mass media la più ampia eco possibile e nemmeno immaginabile. Il Tg5 ci fa l’apertura serale, Studio aperto segue a ruota, il Tg4 esonda e non osiamo pensare che cosa sarebbe accaduto se ne fosse stato ancora direttore Emilio Fede; tutti gli altri telegiornali abbondano; dedicano ampio spazio tutti i giornali, sia nelle edizioni on line, sia cartacee ( i così detti grandi giornali, mica “Cronaca vera” e “Di più”); infine sui “social” si scatena una vera e propria tempesta mediatica. Tutto ciò ci consente una prima, amara riflessione, sulla nuova prova di superficialità, di servilismo, di pressappochismo – a essere indulgenti – data nella fattispecie dal giornalismo nostrano. La seconda è sulla nuova prova della volgarità trionfante oramai sui social network. I commenti sono stati tantissimi, ma pressoché tutti quanti tout court volgari, a cominciare dalle reazioni della così dette “Olgettine”, cioè le altre ragazze del “Bunga bunga”, sulle parole delle quali ci sarebbe da condurre uno studio specifico che dimostrerebbe come oramai sempre di più si ragiona meno e sempre meno si argomenta di più; di come si parli per slogan e frasi fatte; di come si vada avanti di fretta e di sensazionalismi; di come ci si liberi delle parole, anche quelle scritte, come nelle altre meno nobili funzioni corporali. Su tutto questo guazzabuglio pressoché inestricabile di personale e di politico, di vizi privati e di pubbliche virtù, di sussurri e grida, l’oscuro oggetto del desiderio di Ruby diventa ora la purezza, dopo il peccato: andata in onda proprio nella manzoniana e dunque sul tema ben preparata Milano, la scena più importante della sua vita, a ben vedere tutta quanta giocata proprio su simile drammatico conflitto psicologico, si chiude artisticamente con le sue lacrime, che non riescono a essere catartiche, ma sono almeno umanamente compassionevoli, perché spia del dissidio interiore che adesso la sconvolge.
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