Immagine
 FOTOGRAFATA/per la campagna della Sud Pubblicità, diventata un caso nazionale, Sara di Calime... di giuseppe
 
"
"...Contro tutto questo voi non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare...”.

Pier Paolo Pasolini
"
 
\\ Home Page : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 26/02/2013 @ 20:27:33, in blog, linkato 809 volte)
Le rivoluzioni non accadono un giorno preciso e non accadono mai per caso, ma sono preparate e anzi provocate da un lungo processo di ragioni e di motivazioni. Per esempio: la rivoluzione francese NON avvenne il 14 luglio 1789, ma durò decenni e fu generata da cause concrete e da ispirazioni ideali che si prepararono per molto tempo prima. Ho ripetuto nelle ultime settimane che in Italia ci sarebbe stata una vera e propria rivoluzione e che la giornata del 25 febbraio 2013 sarebbe stata una giornata storica: me ne sarete tutti testimoni. Infatti. Altro che sondaggi passati ed exit poll di ieri, nei confronti di cui– anche per questo in molti potrebbero testimoniare- a caldo ho espresso la mia incredulità, e infatti! Poi, evidentemente bisogna essere tecnici e scienziati, per di più lautamente retribuiti, per sballare completamente i sondaggi e le proiezioni! Peggio. Bisogna essere politici della così detta seconda repubblica per non avere più non soltanto radicamento sul territorio, ma pure radicamento sulla realtà, per sottovalutarla e minimizzarla, e dunque mistificarla completamente. Il vero intellettuale sa essere lungimirante: non dico di prevedere il futuro, perché di tale genio profetico oramai non ce n'è più, ma di capire almeno quello che sta avvenendo, beh questo sì. Poi, alla cultura spetta il primato sulla politica, deve saper essere per essa fonte di ispirazione, di idee-forza, di riferimento concreto. Alla luce di tutto questo, ma a lume (delle televisioni, coi i loro sondaggisti, opinionisti e politicanti) spento, proviamo, guardando i fatti, a capire che cosa cambia, nel bene, nel male, intorno a noi e pure dentro di noi, nella nostra società, nella nostra identità stessa di contemporanei, perché è vero, forse sì, tanto il mondo non lo cambi, ma certo la tua esistenza, la vita tua, la puoi cambiare, e migliorare. Ieri è stata una giornata storica, ribadisco. Preparata da un processo sempre più diffuso e generalizzato di sfiducia nella politica tradizionale, fino a una preciso e motivato, più che giusto sentimento di rancore; provocata da una lenta, faticosa, ma sempre più precisa proposizione non di uno dei soliti programmi elettorali, da libro dei sogni e da promesse mendaci, bensì di una vera e propria proposta di rigenerazione radicale. Altro che sterile protesta! Altro che mancanza di programmi! Tutto ciò, non calato dall’alto, in maniera verticistica, ma costruito dal basso, in maniera comunitaria. Ieri è diventato partito di massa, il primo partito di massa al mondo, e il primo – ma è un dato marginale, per quanto pur fondamentale, e questo la dice lunga sull’importanza dell’evento – per consenso popolare in Italia, costruito dal basso, grazie a internet e che grazie a internet sarà gestito, per crescere ancora e prosperare, a vantaggio di tutti. La forma-partito postmoderna, su cui legioni di politologi e accademici si sono esercitati a lungo, senza riuscire a prevederlo, nemmeno a definirlo, è poi una comunità. Ieri ha incontrato il grande consenso di massa, è diventato il primo partito al mondo di questo genere, e il primo per importanza in Italia, un Movimento che è poi una comunità, una vera e propria comunità costruita e gestita da tutti insieme, città per città, paese per paese, per migliorare in primo luogo sé stessi, e così facendo contribuire a migliorare gli altri; una comunità in cui ci si confronta, ci si aiuta, ci si mette in discussione e ci si migliora giorno dopo giorno. Ieri la frase vuote e rese prive di riscontro, della politica come servizio per gli altri, come interesse e carico dei bisogni, dell’interesse e del disinteresse, che tante volte e da tanti abbiamo sentito ripetere in questi anni, hanno ritrovato la propria dignità e la propria autentica ragione di essere nei fatti. Ieri ha ritrovato la sua dignità lo Stato, il senso dello Stato, lo Stato come comunità, che era stato negato, vilipeso e tradito in questi ultimi due decenni dai particolarismi, dai localismi, dai processi di disgregazione, di privatizzazione, di aziendalizzazione. Ieri sono morte per sempre le etichette di una destra e di una sinistra che non hanno più ragione di essere e che sono ora e ripeto ora per sempre categorie storiche, come lo sono da decenni la destra e la sinistra storiche. Superando antichi pregiudizi ideologici nella pratica quotidiana che ho cercato di delineare prima, da quel po’ che ne ho capito io frequentando e da studioso, da giornalista, la comunità leccese del Movimento 5 Stelle, e che ho cercato di sintetizzare fin qui adesso, antiche scuole, percorsi diversi, professionalità differenti e le più disparate suggestioni, si sono incontrate e si sono armonicamente fuse su idee e progetti buoni e validi per sé stessi e per gli altri. Propria come sognava Antonello Venditti oramai quarant’anni fa ina canzone all’epoca famosa, Nietzsche e Marx si sono dati la mano e hanno parlato insieme dell’ultima festa, ma pure adesso del banchetto per tenere pubblica l’acqua, della raccolta di firme contro le devastazioni ambientali, della chiusura dell’Ilva, della scuola e della sanità da riconsegnare al pubblico e alla efficienza e all’efficacia. Parleranno pure fra poco della ridiscussione del debito, della sovranità monetaria, della decrescita felice, e si daranno ancora la mano, si sorrideranno; ma siamo già davvero oltre, oltre la destra e la sinistra, come sembrava non dovesse succedere mai. Dopo la fine dell’ultima guerra, dopo un interminabile Dopoguerra, in Italia soltanto durato sessantotto anni, siamo usciti dal tunnel delle ideologie e ci siamo ritrovati felici alla luce delle idee – forza. A proposito di guerre, il Movimento è il primo e unico partito di massa, che è contro la guerra, contro le guerre del neocolonialismo e della globalizzazione, e finalmente: qui si sono dati la mano, benedicendolo, Ezra Pound e Giorgio La Pira. Ieri è rinato nella pratica quotidiana l’esempio del Mahatma Gandhi: perché questa rivoluzione è pacifica, non violenta, tranquilla e semplice, come sanno essere tranquille e alla fine semplici le cose davvero forti e sentite e che sono per questo premiate e fatte diventare inarrestabili prima e vincenti poi dai processi storici. Ieri è diventata realtà possibile il mito delle democrazia partecipativa, realizzato e pure parzialmente solamente duemila e cinquecento anni fa nell’antica Grecia, in cui l’agorà e la rete, e, come mi disse dieci anni fa il professor Stephen Coleman, consulente del governo inglese per i nuovi mass-media in una frase diventata profetica nel corso di un’intervista, “i giovani saranno i veri democratici di domani grazie a internet”. Ieri ha ritrovato la sua dignità lo Stato, il senso dello Stato, lo Stato come comunità, che era stato negato, vilipeso e tradito in questi ultimi due decenni dai particolarismi, dai localismi, dai processi di disgregazione, di privatizzazione, di aziendalizzazione. Ieri hanno vinto i giovani: le giovani generazioni hanno reclamato il loro diritto a uscire dalla precarietà e a riprendere in mano le redini della loro vita. Io li ho guardati in faccia, questi ragazzi condannati al precariato, all’avvilimento, alla mancanza di prospettive, in un sabato italiano fatto di noia, di mancanza di entusiasmo, di penuria, da affogare nell’alcool, se non da alleviare con il peggio: ragazzi che la politica aveva abbandonato a un’esistenza da precari e da gregari, se non da sudditi e da schiavi; ho chiesto loro per chi avrebbero votato; ho sentito una risposta univoca e visto i loro occhi illuminarsi, e io mi sono stropicciato i miei. Ecco, amici che avete votato Movimento 5 Stelle: voi ieri non avete fatto soltanto una croce su di un simbolo, voi avete votato tutto questo, voi siete stati non solo testimoni, ma protagonisti di una data storica, per tutto questo vi siete pronunciati e tutto questo avete imposto. Poi, avete scelto persone che vi chiedono aiuto, di non lasciarli soli, di stringervi intorno a loro. Ora, non mollate, continuate non a votare, ma a partecipare e a seguire e, davvero, nessuno resti indietro. Questo Movimento non si ferma più nemmeno se diventerà segretario del Pd il Grande Puffo, nemmeno se Berlusconi prometterà di restituire l’Irperf. E’ rinata la speranza ieri, è tornato l’entusiasmo, è venuta la Bellezza ed è arrivata la giovinezza al potere!
Articolo (p)Link Commenti Commenti (101)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di giuseppe (del 08/02/2013 @ 20:32:28, in blog, linkato 776 volte)
Ho risentito proprio oggi a telefono, per alcuni consigli inerenti le mie condizioni di salute, un mio caro e buon amico, del quale taccio il nome per rispetto della privacy e che adesso – si vede che è il suo giorno – mi è ritornato di nuovo in mente, a proposito del discorso che sto per farvi, se avrete come al solito al pazienza e la bontà di leggermi. Potrò indicare lui quale testimone del fatti, se qualcuno di voi vorrà un riscontro della veridicità dell’edificante storiella che mi accingo, sia pur in estrema sintesi, a raccontarvi, per aggancio e commento all’attualità di questi giorni, dominati dall’uso e dall’abuso dei sondaggi elettorali, in vista delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio oramai incombenti. Nel 1994, anno fatidico, quando si votava per la prima con il maggioritario e per la prima volta tante cose avvenivano, nel collegio per la camera di Chivasso si contendevano la vittoria il candidato di centro – sinistra, tradizionalmente vincete in quella zona, che si chiamava Oscar Bertetto e il candidato di centro – destra, che invece quella volta partiva favorito, in virtù dell’onda lunga della neonata Forza Italia e del proprio chiamiamolo così radicamento sul territorio e che poi era l’attuale vicepresidente del consiglio superiore della magistratura, Michele Vietti. Terzo incomodo, il mio amico e medico del vicino paese di Montanaro, Antonio D’Ambrosio – morto nemmeno un anno fa, pace all’anima sua e questo è anche un modo di ricordarlo con simpatia – che si presentava per il Msi: già, incredibile, al Nord Forza Italia e Msi erano divisi e contrapposti, al Sud uniti e compatti, ma va beh, questa è un’altra storia. Il buon Antonio D’Ambrosio aveva dunque, da solo, ben poche speranze di avere più voti degli altri due, ma ci teneva e si meritava di fare almeno bella figura, dal momento che era medico condotto stimato da tutti nella zona; che faceva politica davvero per passione e che aveva messi insieme praticamente da solo e trovato a uno a uno gli elettori missini, fino a due anni prima pochissimi e sconosciuti. Mi chiese consiglio sul da farsi in campagna elettorale. Gliene diedi alcuni e per lo più “cattivi”: gli spiegai che, poiché partiva chiaramente distanziato dagli altri due evidentemente più forti, avrebbe potuto avere qualche speranza di fare bella figura solamente se fosse riuscito ad accreditarsi come rivale alla pari, con uguali possibilità di vittoria. Faticai non poco a convincerlo, anzi, lo convinsi a fare solamente una cosa, che egli, vincendo la sua ritrosia e la sua rettitudine, si prestò a eseguire. Ma era la più importante. Poco più di quindici giorni prima del voto si sarebbe tenuto un confronto pubblico fra i tre candidati, organizzato dai mass media locali e il mio consiglio a D’Ambrosio era quello di asserire convinto che era proprio lui il favorito, come attestava un sondaggio sull’intero collegio, realizzato con il metodo delle interviste telefoniche. Siccome proprio non ne voleva sapere di barare, e voleva almeno una pezza d’appoggio, glielo realizzai davvero io il sondaggio, chiamando pro forma una decina di suoi pazienti e chiedendo per chi avessero votato: nessun valore scientifico, ma massimo valore ai fini della propaganda. La mattina del dibattito, al comune di Chivasso, di fronte al folto pubblico, gli misi in tasca il foglietto, con i risultati del così detto “sondaggio” che però nessuno, tranne me e lui, sapeva essere farlocco e su cui pure, essendo all’epoca la pratica agli albori, nessuno avrebbe potuto dubitare dell’efficacia. D’Ambrosio mi sorrise e si apprestò a recitare la parte: devo dire che fu pressoché perfetto e da buon giocatore di poker il bluff gli riuscì benissimo. C’era tanta gente, al confronto e la curiosità era alle stelle. Cominciarono i primi due, avanzando legittime aspirazioni di vittoria ed elencando i propri meriti di fronte all’elettorato che, a loro dire, li seguiva numeroso e convinto. Quando toccò a lui, D’Ambrosio sorrise e sorridendo, calmo e tranquillo, disse che i suoi avversari politici si sbagliavano, che le loro erano soltanto speranze e che invece gli elettori avrebbero premiato lui, a sorpresa. A differenza di loro, egli avrebbe potuto provarlo. “Ho fatto realizzare un sondaggio sulle intenzioni di voto” ( disse più o meno così; Bertetto smise la sua aria di sufficienza e Vietti strabuzzò gli occhi ). “Ho fatto fare alcune migliaia di telefonate, in cui è stato chiesto agli elettori di esprimere la propria intenzione di voto, cosa che quasi tutti hanno accettato di anticipare ben volentieri, e i risultati sono chiarissimi, anzi ora ve li comunico in anteprima” ( continuò più o meno in questo modo e tirò fuori dalla tasca della giacca il foglietto su cui gli avevo scarabocchiato alcune cifre; Bertetto si incupì e Vietti storse le labbra ) “Allora ecco quanto appare chiarissimo, dunque, io ho la metà dei voti: D’Ambrosio è al 50 %, Vietti al 25% e Bertetto al 15%; gli indecisi sono al 10%” ( Bertetto diventò viola e Vietti si accasciò sulla poltrona”). Ho finito di raccontare, amici cari. Quelle elezioni, per la cronaca, furono poi vinte da Michele Vietti, ma Antonio D’Ambrosio, sulle ali di quel “sondaggio”, ripreso con enfasi da tutti i mass media, arrivò al 12%, in una zona in cui il Msi, quando c’era, prendeva se pure l’1% e si accreditò come astro nascente, come avrebbe confermato di essere davvero nelle successive elezioni regionali. E a chi di quel “sondaggio” gli chiedeva conto, anche a distanza di tempo, raccontava sempre sorridendo, divertito e divertente, dicendosene ignaro e ovviamente dava la colpa a me, accusandomi di aver telefonato soltanto ai suoi parenti e ai suoi pazienti. Il perché io abbia riesumato adesso il simpatico aneddoto, amici cari, è lampante e comunque ve lo sottoscrivo rapidamente. Sono passati da quell’alba dei sondaggi quasi vent’anni, ma, credetemi, non è cambiato niente. I sondaggi non hanno valore scientifico alcuno: sono fatti a uso e consumo di chi li commissiona e servono a esclusivo uso di propaganda. Gli istituti che li realizzano hanno lo stesso peso specifico che avevo io, col mio per D’Ambrosio: il campione è sempre del tutto soggettivo, le risposte sono falsate, i risultati del tutto inaffidabili. Per dirne una: non tengono conto dell’enorme massa di risposte che dichiarano di essere del tutto indecisi. Nessuna campagna elettorale, pure la più intelligente, aggressiva e trasgressiva, può cambiare le carte in tavola e incidere sulle reali volontà dell’elettorato: può assecondarle, sollecitarle, coccolarle, ma mai determinarle. Lasciate perdere i sondaggi, con cui tentano con l’ultima possibilità rimasta loro di rimbambirvi e confondervi le idee su chi sia il primo partito e quale sia la prima coalizione, credetemi, amici miei e preparatevi alle vere sorprese, a urne aperte e a conti fatti, con le schede vere. Ne vedremo delle belle, ci potete giurare.
Articolo (p)Link Commenti Commenti (117)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Dedicato ai miei amici di Torino e di Milano, e ai miei amici di Lecce 1/LAVAVETRI A Lecce quando fai benzina in modalità “servito” quasi sempre il benzinaio si sente in dovere di pulirti il vetro dell’auto. Nelle città del Nord non esiste, neppure a pagare, o a pregare: all’uopo schiere di giovani e anziani immigrati extracomunitari presidiano in forze gli incroci e, a semaforo rosso, svolgono anche se non richiesti il servizio e pretendono un obolo. 2/ ROTONDE Anche a Lecce, come nel resto d’Italia, ovunque, il traffico automobilistico è caotico. Anche qui, se piove aumenta notevolmente, come se due gocce d’acqua sulla testa potessero essere letali. La differenza è che non è ordinato, anzi, ognuno fa un po’ quello che vuole, anche se nell’anarchia si cammina un po’ quasi sempre, anche se lentamente. Ciclisti e motociclisti sono i più indisciplinati di tutti, ma anche i pedoni non scherzano. Riguardo agli automobilisti, la carenza maggiore, la spia del menefreghismo, è l’omissione delle frecce, a destra, o a sinistra, in caso di svolta, pressoché sistematica. Luogo paradigmatico, le rotatorie. Oramai sono una caratteristica diffusa in tutta Europa: dicono che agevolino e snelliscano il traffico, anche se i dubbi nella pratica quotidiana diventano tantissimi in proposito. La differenza è che a Lecce celebrano pure il trionfo della prepotenza. Non passa chi impegna per primo il centro, come detta il codice della strada: passa il più prepotente, il primo che accelera e conta sulla frenata dell’altro, anzi, del nemico automobilista. A Londra, notato più volte nei sobborghi, succede invece che ogni auto senta il dovere di fermarsi e fare segno all’altro di passare per primo. Quando capita a Lecce un automobilista inglese, magari arrivando alla rotonda della superstrada per Brindisi e si comporta nel modo a lui abituale, vede dietro di sé gestacci e ode imprecazioni, che per fortuna non capisce. 3/ORARI Benché la deregulation sia stata introdotta per legge sull’intero territorio nazionale, anche se inosservata sulla carta, nel senso che per lo più si è rimasti fermi alla rigida normativa quo ante, a Lecce gli esercenti praticano sugli orari dei loro negozi la deregulation selvaggia, nel senso che aprono e chiudono quando vogliono, sistematicamente pure in contraddizione con sé stessi, cioè con gli orari esposti al pubblico, si capisce in via del tutto teorica, periodi di ferie e giorni di riposo compresi e anzi specialmente. Dalle 14 alle 17 circa, poi, vige una sorta di coprifuoco. I casi più emblematici sono i giornalai, che chissà perché fanno mezza giornata; i tabaccai, che non hanno neanche un minimo di abitudini e infine i farmacisti. Unico caso al mondo, a Lecce c’è una farmacia sola aperta di turno non di notte, ma nelle fatidiche ore pomeridiane del coprifuoco. 4/ CAFFE’ Stretto, scottante, possibilmente da seduto. Tre S compongono la ricetta della felicità, un attimo di puro piacere dei sensi, del caffè a Lecce, che, così servito, a meno di esplicita variante richiesta, sempre comunque con un bicchierino di acqua a parte, costa 70/80 cent. D’estate, comune il caffè in ghiaccio, o con la granita di caffè; oppure – tipicamente leccese – l’espressino freddo, con una crema fresca e rinfrescante dello stesso gusto. Al Nord in genere il caffè è abbastanza acquoso, inodore, insapore, tiepido; costa almeno un euro e se vuoi un bicchiere d’acqua devi chiedere, a Torino specificare pure se la vuoi di frigo, o fuori frigo, e pagarla a parte almeno 50 cent. D’estate, se chiedi un caffè in ghiaccio, ti guardano come se fossi un pazzo furioso e nella migliore delle ipotesi, pure dopo aver spiegato, malgrado ogni spiegazione, il barista ti fa uno shakerato insipido; a Milano aggiungono in silenzio “We, terun, va a dà via i ciap”, o frase simile, che non c’è bisogno di tradurre; dell’espressino freddo è meglio proprio non far menzione, per non scatenare ulteriori reazioni nel malcapitato barista. Unica superiorità nordista riscontrata in un caso più unico che raro, a Trieste, al bar nel piazzale davanti la stazione, lato sinistro, per andare in centro: caffè profumato e stretto, servito con panna fresca nella tazzina, pagato 70 cent. 5/ PASTI A Lecce si fa colazione al bar col pasticciotto, piccolo o grande che sia, o cornetto, o krafen, che è inutile descrivere; se l’orario è posticipato, magari col rustico, altra tipicità salentina, vera e propria bomba calorica e colesterolica. Il pranzo si fa mediamente verso le 14, 14.30, se non proprio più tardi e costituisce il pasto principale; si beve il vino rosso, o rosato, almeno qualche bicchiere, che d’estate, col caldo impossibile, diventano micidiali nel successivo riposino obbligatorio e danno le allucinazioni oniriche, provocando al risveglio un cerchio in testa fino all’arrivo delle prime ombre della sera. La merende non esiste. La cena, rigidamente a tarda ora, è frugale, un calzone, una frisella, un panino, una birra e poi. Se al Nord adottate con qualche ospite, o convivente, per quanto possibile, un simile regime alimentare, sarete subito etichettati come originali, se vi va bene, come dissociati, nella peggiore delle ipotesi. Spettacolare l’espressione di chi si vede servita per la prima volta una frisella, o, ignaro, incappa nel nocciolo dell’oliva della “puccia” Fa il paio con quella del meridionale che per la prima volta si vede servita la carne cruda. In Piemonte e in Lombardia si fa colazione con i biscottini, o i croissant. Il pranzo è alle 12.00/12.30 e si chiama colazione, il che ingenera sempre nel malcapitato meridionale dubbi amletici, quando viene invitato con la formula di rito “ci vediamo a colazione per un boccone”. Ci si vede cioè alla mezza per il pranzo, che è abbastanza frugale e viene adoperato anche per contatti, o conversazioni di lavoro. Il pasto principale è la cena, che – Dio, com’è complicata l’Italia! – si chiama pranzo: nelle case viene servita alle 18.30/19.00, un tantino più tardi se andate a mangiare fuori, mai comunque più tardi delle 21.00, quando cioè a Lecce alla cena si comincia appena a pensare, per consumarla sempre nelle ore successive. E abbiamo appena festeggiato pure il 151.mo anniversario dell’Italia unita. 6/ EXTRAPASTI A Lecce si fuma come in tutte le altre città, ma le cicche si buttano per terra, come del resto quasi ovunque, ma al Nord se qualche zelante passante vi coglie reo di simile nefandezza si sente in dovere di farvi la predica laica. Purtroppo a Lecce si fuma altro più che nelle altre città d’Italia, lo spinello è un rito consumato fin dalla più giovanissima età e protratto in età avanzata, in un assoluto, assolutorio e disarmate trionfo del tardo, ma molto tardo, giovanilismo di ritorno. Alcuni se lo fanno tranquillamente camminando per strada, come se fossero sigarette normali, diffondendo senza cura il caratteristico odore dell’erba. Sul resto, sul peggio, stendiamo quel pietoso velo. Sempre a Lecce, si beve fuori pasto poco e niente, la sera più che altro birra; rimane qualche osteria dove si celebra il rito collettivo di brigata della bevuta collettiva, che ha regole ferree e spietate; comunque, la birra non va mai servita al vicino con la schiuma, grave offesa. Agli antipodi il Veneto, il Nord-est in genere, dove si beve un grappino, anzi, si comincia a bere grappa con la colazione del mattino presto, il così detto “cicchettino”. Ma ho visto il vocabolo “cicchetto” pure sulla vetrina di un bar alla moda di Lecce. Fuori dai pasti, i giovani anche a Lecce masticano spesso gomma appunto da masticare, l’americana chewingum, che qui si chiama “gingomma”, in un mirabolante adattamento dialettale dall’inglese originale. La stessa, a Milano si chiama “cicca”, che non è dunque il filtro della sigaretta finita; a Torino, in maniera ancora più misteriosa, si chiama invece “cicles”. ( continua ) 7/ ETERO A Lecce l’italiano standard “scopare”, “trombare” nell’accezione giovanilistica, si dice abitualmente con un verbo che per i Leccesi è inutile ricordare e per i non Leccesi è meglio non dettagliare, perché stranamente e inopinatamente volgare, ma non nel senso etimologico, ma proprio volgare nel senso di bruttezza. Pure il nome dell’organo sessuale femminile è volgare-brutto, oltre che strano: le Brigate Rosse non c’entrano evidentemente niente, chissà qual è la derivazione. Strano, pur di difficilissima spiegazione, comunque non gastronomica, perché le margherite e le quattro stagioni non c’azzeccano proprio, però bello, il nome che a Lecce indica l’apparato sessuale maschile, anche perché permette disinvolte allusioni, in cui i Leccesi sono maestri, soprattutto quando parlano con altri, con la particolare cadenza, sulla bontà, sul gusto, se non sulla fragranza, della loro specialità personale. I Leccesi parlano sesso, pardon, spesso e volentieri di sesso, con compunta ironia, sagace sarcasmo e feroce brillantezza, tipica del loro portato genetico, che si esalta poi nelle allusioni di cui infarciscono i loro discorsi. Inoltre usano le varianti del verbo “mettere” ( facile capire cosa e dove ) con cui fanno la parafrasi dei verbi scopare/trombare, anche se così “te la metto”, oppure “ni la mise” denotano un inguaribile maschilismo di fondo. A Torino l’atto etero si dice “ciulare”, che è una specie di adattamento del “fottere” del Regno delle Due Sicilie, con tutta quella gentilezza, debordante nell’ipocrisia, con tutta quella cortesia sconfinata nella falsità, tipicamente sabauda. A Torino però parlare di sesso, in qualunque tipo di discorso pubblico, viene considerato sconveniente, comprese ogni tipo di anche semplici allusioni. Se proprio non se ne può fare a meno viene adoperata l’espressione neutra e asettica “fare sesso” mutuata dai film e telefilm americani. “Andai ensema”, che sarebbe “andare insieme”, è l’espressione tipicamente meneghina: andare insieme a fare che cosa è implicito e non c’è bisogno di dirlo, per quanto a Milano ognuno costruisca sulla sessualità tutta una serie di implicazioni sociali e relativi modi di dire anglofoni, che vuole abbinare ed esprimere a tutti i costi, mettendoci così sempre, per esempio, del “fashion”, degli aperitivi after hour, della location della situazione e così via. Nel resto dell’antico Lombardo – Veneto, specie la zona di Brescia, il termine, di derivazione veneta, appunto, nella fattispecie è “ciapare”, che originariamente significava “pigliare/prendere” ( stupefacente: l’esatto contrario del leccese “mettere”): “te pià ciapà?!?” è la frase più usata, come domanda dalla risposta scontata, quindi inutile: una constatazione, insomma, più che un interrogativo. La cosa più piacevole, insomma, perfettamente connaturata ai disegni ancestrali della natura, che l’abbinava alla procreazione e dunque al perpetuarsi della specie, anche al Nord: solo a Napoli dicono che comandare sia meglio che fottere. 8/ Omosex A Lecce i gay sono detti “ricchioni”, come un po’ in tutto il Sud Italia; a differenza del Sud Italia, però, il termine non ha valenza offensiva, o, per meglio dire, è una specie di affettuoso insulto, scevro da significati sessuali, tanto è vero – “Na stu ricchione!- che viene adoperato nei confronti di chiunque compia qualcosa di strano, o sbagliato, o fastidioso. A Lecce hanno dato poi la cittadinanza onoraria a un regista gay, che, in preda alle sue ossessioni sessuali, ha dipinto la città come un piccolo paese d’anteguerra, vittima di pregiudizi e malvagità. Niente di più sbagliato e falso: non è per niente vero. Nella realtà odierna, i Leccesi dei gay, i quali, dal canto loro, né nascondono, né ostentano, come un po’ degli esponenti di tutte le altre categorie sociali, semplicemente se ne fottono, anzi, se ne strafottono: sono cazzi loro, pensano, è proprio il caso di dirlo, e amen. A Torino sono pieni di “Gay”, nel senso che ( pronuncia: come è scritto, non l’inglese “ghei”) è uno dei cognomi più diffusi in città, come i “Ferrero” o i “Pautasso”. L’omosessualità è vissuta in maniera coperta e sofferta, più che altro in una solitudine disperata e disperante, anche e soprattutto nelle occasionali compagnie. Il termine “omosessuale” nel dialetto piemontese è tutto un programma: si dice “cupio”, che rimanda subito al biblico “cupio dissolvi”. A Milano l’omosessuale ( il romano “frocio”, il palermitano “arruso”, termini a forte connotazione negativa e spregiativa ) viene definito con una colta figura retorica, la sineddoche, per la precisione, cioè l’indicare una parte per il tutto: “culatone”, si dice, e basta e avanza a esprimere bene il concetto. Qui i gay sono spesso una lobby potente, condizionante, che al loro interno e al loro esterno – vedi i settori lavorativi della moda, o della comunicazione – adoperano i criteri uguali e contrari degli etero nel resto d’Italia, cioè gli stessi condizionamenti discriminatori, sovente ricattatori, nei confronti di chi culatone non è. 9/ PROSTITUTE Fino a qualche decennio fa, a Lecce, città tradizionale, profondamente cattolica, ma non bigotta, intimamente perbenista e sostanzialmente garbata, la prostituzione svolgeva una duplice, precisa funzione sociale: di educazione sessuale, per i minori, e di valvola di sfogo salva-matrimoni per gli adulti. C’erano poche, sempre discrete, presenze di lavoratrici autoctone e autonome nelle ore serali, isolate in zone periferiche; il grosso dell’attività veniva esercitata in un’apposita zona della città, detta “La Chiesa greca”, che era una specie di quartiere in scala ridotta a luci rosse, dove le prostitute, alcune vere e proprie navi scuola, educatrici sessuali per intere generazioni di giovanissimi marinai al battesimo del mare, o riservate presenze fisse extraconiugali, sovente pressoché istituzionalizzate, svolgevano in tutta tranquillità, senza violenze, o volgarità di sorta, la loro professione, a prezzi proprio modici. I frequentatori adulti della Chiesa greca erano tranquilli per la loro riservatezza, nel senso che tanto potevano essere visti e riconosciuti solamente da chi poteva essere là per la stessa, unica, ragione e quindi non aveva nessunissima ragione a divulgare l’eventuale riconoscimento; al contrario, per i minori ogni visita nelle alcove del piacere, di solito stanze che affacciavano direttamente sulle stradine, con il lettone in evidenza fin da fuori, tanto per levare ogni dubbio ai passanti, era un’occasione memorabile per racconti estenuanti delle epiche imprese, che venivano ripetute e vivisezionate nei racconti ai coetanei per mesi e mesi interi, fino a una nuova prodezza di qualcuno del gruppo. Oggi a Lecce, dopo pochi decenni, non esiste più niente di tutto questo, né nella geografia, né nella sociologia. La prostituzione, completamente omologata, cioè globalizzata, viene attualmente esercitata da qualche decina di “trasfertiste” straniere in appartamenti anonimi, apparentemente uguali agli altri, disseminati a macchia di leopardo sul territorio cittadino; i clienti vengono reclutati tramite annunci espliciti, a volte pure di una comicità esilarante, per quanto involontaria, sul giornale locale, “Il quotidiano”, tanto per non fare nomi. Annunci, modalità, professioniste sono uguali a quelli e quelle di tutto il resto d’Italia, dal sud, al nord, senza distinzione alcuna: e se non è il Quotidiano di Lecce, è il Messaggero, o il Giorno, ma di quello, sempre uguale, si tratta. Fino a due anni fa, resisteva a Lecce una mini zona di prostituzione sulla strada, in una via laterale rispetto alla stazione ferroviaria, in orari notturni; poi polemiche e proteste varie ed eventuali l’hanno spostata quasi del tutto a qualche centinaio di metri più avanti, sempre lungo i binari, ma in aperta e deserta periferia e però pure ridotta a pochissime occasioni, fra l’altro soltanto con orario serale, e alquanto disturbata. Lo stesso per qualche intraprendete lavoratrice, che affitta all’uopo qualche stanza del centro storico nella zona delle così dette “giravolte”. Pure la strada di campagna sulla statale Lecce-Gallipoli, a chilometri dalla città, è stata oggetto di restrizioni di recente e sopravvive solamente per poche presenze di ragazze negre dalla mattina al pomeriggio. Nelle grandi città del Nord, la prostituzione, che oramai non ha più connotazione sociologica alcuna, se non nel trionfo della volgarità e della mercificazione, è dilagante, a tutte le ore del giorno e della notte. Annunci sui giornali a parte, che pure sono massicci e, come detto, uguali a tutto il resto d’Italia, la strada rimane la modalità di esercizio dominante. Soprattutto dalle 21 all’alba, ci sono presenze di prostitute straniere, di ogni etnia, per ogni specialità, per decine e decine di chilometri: un “puttan tour” completo, che voglia rendersi conto del fenomeno in maniera esaustiva, può durare ore e ore. A Milano le italiane, con la qualifica di ragazze – immagine, lo fanno solamente con le agenzie di escort, a prezzi stratosferici, o nelle discoteche, nei privee dei festini a base di coca, per ricchi scemi e anzi idioti. A Torino l’ultimo grido sono i saloni dei massaggi gestiti dai cinesi, anzi, dalle cinesi, le quali evidentemente sanno sopperire alla discutibile avvenenza con altre capacità tecniche. Ne sono spuntati a decine in ogni zona della città e sulla natura dei massaggi ivi praticati non ci sono dubbi, con tanto tariffario scritto esposto fuori, extra e specialità della casa a parte, come nei migliori ristoranti direttamente a voce al cliente coccolato e anzi venerato: dopo il tessile, la ristorazione e le Olimpiadi, un altro, clamoroso successo dell’economia rampante cinese all’estero. 10/ PERIFERIE Lecce in pratica non ha periferie, almeno nel senso delle grandi città del Nord. Non ha sobborghi degradati. Alcuni comuni si insediano, o lambiscono, i confini amministrativi della città, che arriva fino al mare, pur senza essere, sempre nel senso tradizionale, città di mare. E’ una città da amare. Negli anni Sessanta, c’era un conglomerato di palazzine degradate, in un’area marginale, che la perspicace fantasia popolare, forse memore della guerra allora non da molto conclusa, aveva denominato “Stalingrado”. Sempre in quegli anni, il piano INA del ministro Amintore Fanfani creò in campagna un quartiere “periferico” a regola d’arte – è proprio il caso di dirlo, per funzionalità, ordine e decoro – che diede una casa di proprietà a chi non avrebbe mai potuto permetterselo, tanto meno oggi e guarda se ci tocca rimpiangere – ma tant’è – il regime democristiano di una volta: quella ”Santa Rosa” che oggi è parte integrante, comoda e tranquilla, della città. Negli anni Settanta, il centro sinistra spostò, eliminandolo, Stalingrado, nella così detta zona 167, dal nome di un altro piano di edilizia popolare nazionale, architettonicamente e logisticamente, però, brutto e infelice: contro il degrado di quella e della limitrofa zona “167 bis”, Lecce lotta ancora, con esiti alterni, ma tutto sommato accettabili. La storia urbanistica di Milano è stata cantata – è il caso di dirlo – dalla celebre canzone del ragazzo della via Gluck che tutti conoscono. Oggi sta sempre là, poco lontano dalla stazione centrale, ma è diventata appunto quasi centrale, ed è abitata da cinesi e arabi, ammassati in quei casermoni anonimi, dove non ci passa nessuno, eccetto essi, a meno che non ci si voglia andare apposta. Negli anni Sessanta nacquero enormi, smisurati, squilibrati nuovi insediamenti urbani di palazzoni sgangherati già appena finiti di costruire e contro il degrado di queste e altre zone la metropoli lotta ancora, con esiti alterni, ma tutto sommato negativi. A Torino invece le periferie furono pensate e realizzate per contenere, o, meglio, isolare, le famiglie di meridionali venuti al Nord a lavorare. Del quartiere “Le Vallette” bisognerebbe fare un patrimonio dell’Unesco per la bruttezza. Ma ci sono altri quartieri, soprattutto nei grossi centri, alcuni fra i cinquanta e i settantamila abitanti, che si legano al capoluogo senza soluzione di continuità urbana, che sono architettonicamente e logisticamente peggiori: certi sono sopravvissuti alla fine dei regimi comunisti e stanno ancora là, dove pure il Pd, ex Pds, ex Pci, alle elezioni continua a prendere appunto percentuali bulgare. In uno di questi, Beinasco, c’è un centro commerciale, naturalmente della Coop, che è stato per anni e anni l’unico mega insediamento del genere, prima che essi iniziassero a diventare numerosi e ha scandito, specie nel rito della spesa operaia del sabato, la vita di due generazioni. Oggi a Torino c’è un altro iper Coop. Sta dentro la metropoli piemontese, nel mezzo di una zona ricostruita ex novo in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006, con i palazzi che incombono tutto intorno, con le loro luci e le dinamiche che sembrano quelli dei mattoncini della Lego, sullo sfondo, quando si vedono, in un calo di afa e smog, le montagne delle Alpi. Ci sono le rampe d’accesso, i mega – parcheggi dove se non ti orienti preventivamente poi non ti ci ritrovi più, le indicazioni per uscire e accedere alla viabilità ordinaria strampalate se non del tutto assurde, le ringhiere e gli scalini, i negozi delle catene più importanti di abbigliamento ed elettronica, sempre gli stessi, il cinema, o, meglio, tante sale cinematografiche tutte insieme, con i biglietti elettronici, i bar dei pop corn e i lecca lecca. Anche a Lecce c’è quell’ iper Coop, identico, anzi, che dico identico? Uguale, perfettamente uguale. Basta levarci lo sfondo dei palazzi della Lego e delle montagne, e poi è proprio del tutto uguale: medesimi e medesime, le rampe d’accesso, i mega – parcheggi dove se non ti orienti preventivamente poi non ti ci ritrovi più, le indicazioni per uscire e accedere alla viabilità ordinaria strampalate se non del tutto assurde, le ringhiere e gli scalini, i negozi delle catene più importanti di abbigliamento ed elettronica, sempre gli stessi, il cinema, o, meglio, tante sale cinematografiche tutte insieme, con i biglietti elettronici, i bar dei pop corn e i lecca lecca. Una paradigmatica esemplificazione di quella che abbiamo imparato a chiamare la globalizzazione. 11/ FESTA DEL SANTO PATRONO Il Santo Patrono di Lecce è Sant’Oronzo, anzi, per essere precisi sono tre, Sant’Oronzo – che appunto nella statua della piazza appare benedicente con le tre dita – San Giusto e San Fortunato, che si festeggiano a fine agosto, 24, 25 e 26. In quei giorni i leccesi che avevano lasciato la città per lo più per le seconde case per sfuggire alla canicola, o che si erano concessi una vacanza, fanno ritorno in città, o almeno questa era la tradizione; gli emigrati si trattengono apposta, prima di ripartire, mentre i turisti ci sono sempre e comunque, anche se già di meno. In quei giorni, che sono dunque un po’ lo spartiacque dell’anno solare, dopo il giro di boa di Ferragosto, il serpente che si morde la coda, come un cerchio, dell’anno, un anello, anulus, nell’eterno ritorno, in cui ciò che ha fine, ricomincia, il centro storico e dintorni sono chiusi al traffico, come dovrebbe essere sempre; le strade si riempiono di bancarelle, si accendono le luminarie, si sparano i fuochi d’artificio, si apre il luna-park, insomma, si snoda il solito repertorio di circostanza. In un progressivo tono minore, però. Lecce è rimasta ferma a queste cose qua, da strapaese anni trenta: le noccioline, la cupeta, bianca e niura ( il torrone ), la sempre più introvabile, quasi mitica oramai scapece ( pesce conservato nelle molliche di pane, con aceto e zafferano ), le sempre meno roboanti bande dei paesi, i giornali satirici dialettali. Senza andare troppo lontano – e non capirò mai perché non si tenga nel capoluogo – per esempio in quegli stessi giorni c’è un evento che attira centomila persone e viene rilanciato in tutto il mondo: La Notte della Taranta, ma va bene così. Qui invece ci sono i complessini a fare le cover dei successi, a livello musicale mezzo secolo di ritardo. Trent’anni di ritardo, le bancarelle che vendono i prodotti promossi dalle televisioni oramai ogni giorno a tutte le ore, anche e soprattutto notturne. I Leccesi sono sostanzialmente indifferenti a tutto questo ambaradan, lo considerano più congeniale ai “poppeti” della provincia, in pratica lo subiscono. Sarebbe opportuno ripensare radicalmente tutto quanto. Unica eccezione, per i credenti, la solenne processione del 24 a sera, che continua a perpetuare la tradizione religiosa. Nel caldo afoso della sera, con la temperatura di solito uguale a quella del giorno e acuita dall’ammasso di gente nelle stradine del centro storico, i fedeli vanno appresso alle statue dei santi, portate a spalla da veri e propri eroi e seguono tutto il percorso, con il sindaco, chiunque sia, sempre dietro, con la fascia tricolore. “San’oronzu nesciu, fanni la grazia” – pensano, vedendolo, perché ognuno ogni anno ha sempre qualcosa da chiedere e in cui sperare. A Torino la festa del Santo Patrono, San Giovanni, è il 24 giugno. La processione è più laica, con costumi storici, che religiosa; in una piazza del centro storico, viene acceso un falò, per trarre auspici dal modo in cui alla fine ne cade a terra la sommità, i caffè storici sono gremiti di “madamin” col tagliando di messa a punto per la festa, per il resto siamo sempre al repertorio abituale di simili ricorrenze. Ma lo spettacolo pirotecnico – il vero e proprio momento clou delle manifestazioni – è sempre eccezionale, anche perché, nella notte fresca, ha lo sfondo del Po, lungo le cui rive, per chilometri, si siedono sempre in tantissimi con naso all’insù. A Milano il Santo Patrono è sant’Ambrogio, talmente legato alla storia della città, da risultare ancora per tanti versi come vivo e operante. Il 7 dicembre a Milano fa già freddo, va bene se è ancora sopportabile, comunque si inaugura la stagione della Scala, le signore bene sfoggiano le loro pellicce e si va a fare acquisti ai mercatini già di Natale: infatti, si assaggia pure per la prima volta il panettone, che farà compagnia fino all’Epifania. Arrivare a mangiare il panettone, arrivare al 7 di dicembre, è per i tanti che gravitano da non residenti sulla metropoli lombarda durante l’anno una meta ambita, non solo un modo di dire. La Milano col cuore in mano si ricorda sempre dei suoi figli più poveri, sempre di più, con opere di carità tangibili. Si ricorda pure, nella circostanza, dei suoi figli che hanno fatto qualcosa di bello, o di utile, nelle loro professioni, o attività, anche se sono fuori, o all’estero, e li premia con un’apposita cerimonia, con un riconoscimento ambitissimo, l’ambrogino d’ro. Lecce di solito li dimentica, abitualmente li ignora, al massimo li menziona nei giornaletti dialettali per prenderli in giro. 12/ MARE Ognuno ha il suo mare in fondo al cuore. Lecce è praticamente sul mare, eppure non è una città di mare, mai si è considerata tale. Le sue tre marine sull’Adriatico distano pochi chilometri dal centro, anzi, soprattutto negli ultimi anni, l’espansione, spesso senza criterio, edilizia è andata verso quella direzione, così che oggi, praticamente, fra villette, insediamenti abitativi, condomini e seconde e terze case, fra la città e il mare non c’è soluzione di continuità. I Leccesi vanno a mare così, sulle spiagge libere, oppure affittano la “gabina” in uno degli stabilimenti balneari di Torre Chianca, Frigole o San Cataldo, nei secoli fedeli, quasi per generazioni, allo stesso lido, se non addirittura pure allo stesso ombrellone. Oppure la seconda casa ce l’hanno nelle altre ben più rinomate località turistiche, tipo Otranto, Gallipoli, Porto Cesareo, e ci vanno a vivere ad agosto, tranne altri pochi giorni durante il restante periodo dell’anno. Poi, sanno tutti che quando è scirocco è calmo l’Adriatico, magari agitato lo Jonio, quando è tramontana il contrario. Ma le loro scarse conoscenze marine si fermano qui, pure i pescatori sono pochi e per lo più da terra, sugli scogli, con le canne. Come mai una città e il suo intero territorio interamente circondato dal mare, anzi, praticamente piantato tutto quanto dentro al mare, al mare siano tutto sommato indifferenti, è uno dei misteri irrisolti, forse irrisolv ibili di Lecce. Potrebbe provarci ora e ancora la politica, se sapesse progettare il futuro di una comunità, ma non ne pare capace. Senza fare sociologia all’acqua di rose e storia avariata, forse una spiegazione è nel fatto che dal mare nel Salento sono arrivati sempre e solo problemi, con le invasioni barbariche, la prima colonizzazione greca, la seconda bizantina, e poi via via tanti altri, soprattutto i veneziani. Ma soprattutto – “Mamma li Turchi!” è una frase rimasta intatta – per secoli e secoli il Salento ha dovuto subire le devastazioni e i saccheggi a opera dei Musulmani, truppe più o meno regolari, o pirati che fossero. Le due coste sono piene di “Torri” che ricordano i presidi posti a cercare di prevenire, o arginare il triste, anzi drammatico fenomeno. Poi, di là dal mare, per Lecce c’è sempre stato una specie di altro mondo. L’Albania è a pochi chilometri, si ci arriverebbe tranquillamente in gommone, nelle giornate più linde se ne distinguono a occhio nudo i rilievi, ma l’Albania per Lecce ha sempre significato un nemico da temere, una guerra da affrontare, un dramma da subire. Uno dei suoi figli più famosi, porta quel nome perché quando era in gestazione sua madre andava in spiaggia a cercare di vedere la costa opposta, dove il marito e futuro padre stava combattendo, e in quel nome ci sono tanti significati. Comunque sia, al di là delle ataviche paure, Lecce non si cura del mare, nemmeno delle sue tre spiagge: le ha dimenticate per decenni, non riesce a valorizzarle, non le sa curare, né progettare. Quasi le ha distrutte, le spiagge, ridotte al lumicino; aree verdi incolte e inaccessibili; nessun porto, nessuna attrattiva; e una gran puzza di fogna, sulla via del mare, specie la sera e la notte, subito dopo lo stadio. A Torino il mare non c’è, anzi è ben distante. I Torinesi, per tre quarti di origine meridionale, al mare vanno d’estate quando ritornano “al paese”, è stato così per decenni, con la città che d’agosto si svuotava quasi del tutto. Autoctoni o immigrati, per andare al mare con una toccata e fuga, in stile mordi e fuggi, insomma, per andare e tornare in giornata, i Torinesi vanno nella zona di Savona, in particolare a Loano. Sempre per decenni, caso più unico che raro, la via di collegamento è stata un’ “autostrada” diventata tristemente famosa per l’altissimo numero di vittime di incidenti stradali che provocava, essendo costituita da tre corsie, sì, ma non come le altre, tre per senso di marcia, bensì tre in tutto, una corsia per un senso, una per l’altro opposto e quella di mezzo per i sorpassi provenienti da tutte e due le altre, con esiti, come ognuno può facilmente immaginare, catastrofici. Chiusa alla fine a furor di popolo, i lavori di messa a norma sono durati alcuni anni, durante i quali – altro record mondiale – sempre quella stessa “autostrada” si era trasformata in un misto fra un percorso da rally, una gimkana da luna-park e una pista da mountain bike, con tempi di percorrenza biblici. Soltanto da poco l’autostrada è diventata normale e da Torino si può raggiungere Savona abbastanza agevolmente, dopo decenni in cui le alternative erano o i pericoli estremi e le lentezze esasperanti dell’”autostrada”, o i sentieri vorticosi ed estenuanti delle stradine appenniniche. Ma da Torino si può fare un’altra cosa. Si sale verso Cuneo attraverso una strada statale e dal capoluogo della provincia Granda si raggiunge la località montana di Limone Piemonte, con i campi da sci e le vette innevate anche d’estate. Da lì si prende un’autostrada vera che passa attraverso il territorio francese e poi scende tutto d’un tratto verso Ventimiglia: in mezz’ora si è dalla neve alpina, al mare della costa azzurra , ed è sempre un’esperienza. A proposito: a Ventimiglia, come da là in avanti in Francia, le spiagge sono grandi, accoglienti, libere, cioè gratis, curate, pulitissime, con tanti servizi igienici lindi e profumati, docce, assistenza ai bagnanti continua e gratuita, insomma, proprio come nelle tre marine di Lecce. Nemmeno a Milano c’è il mare, ma i Milanesi hanno sempre avuto la fissa di farsene uno loro. Non bastava loro la città attraversata tutta quanta da grandi canali, come se fossero tanti fiumi, i navigli, insomma, che anche nel nome il mare evocano; hanno provato a realizzare “Milano marittima” sulla riviera romagnola, ma risultava troppo distante e la cosa finì lì, cioè la località si è poi evoluta per fatti suoi. Si sono fatta un’autostrada apposita verso Genova, per le due riviere, ma soprattutto quella di ponente. Infine, si sono fatti il mare proprio dentro Milano, una specie di mega piscina, o iper lago artificiale, con tutti i servizi da spiaggia marina e l’hanno chiamato Idroscalo. Viaggio studio consigliato per gli amministratori della Provincia di Lecce; mentre quelli del comune di Lecce dovrebbero andare a studiare sulla riviera di Ponente, o in Francia, cosa si fa delle marine urbane. Ma il viaggio, se lo paghino di tasca loro! Vadano a studiare, vadano a riflettere, poi tornino e si mettano all’opera, se saranno riusciti a capire qualcosa del rapporto di sinergia e simbiosi, di arricchimento reciproco e non di impoverimento generalizzato, che dovrebbe esistere fra una città e il suo mare. 13/ GIORNALI Una particolarità di Lecce – città è che prendi due e paghi uno, insomma, la trovata di marketing del così detto “panino”, come si dice in gergo, altrove periodica, qui è istituzionalizzata, dai due quotidiani di Lecce. A dire il vero i Leccesi ne considerano uno solo, Il Quotidiano, perché reputano l’altro, “La Gazzetta”, storico, e unico fino a qualche decennio fa, “barese”, summa injuria, a torto, perché la redazione di Lecce, altrettanto storica, della centrale barese, mette spazio e investe risorse umane ed economiche per tutto il Salento, comunque tant’è e così sia. La particolarità è che il Quotidiano regala il Messaggero di Roma, della stessa casa madre proprietaria, con la forza delle grandi banche, con ciò auto – screditandosi, perché auto – ridottosi a succursale di periferia, come un’appendice locale, di provincia; e la Gazzetta, che in realtà ha una copertura informativa nazionale, quindi non ne avrebbe bisogno, regala La Stampa di Torino, della stessa concessionaria di pubblicità, di proprietà anch’essa della Fiat, con ciò anch’essa autoscrditandosi. Per di più, c’è da aggiungere che i Leccesi, approssimativi e pigri di natura, per quanto in regalo, La Stampa non la leggono proprio, e il Messaggero lo guardano al massimo, distrattamente, abbandonandolo, prima di dedicarsi al “loro” quotidiano. A completare il quadro, i due maggiori quotidiani nazionali: il Corriere della Sera, che ospita al suo interno un supplemento dedicato a tutto il mezzogiorno, con spazio puntuale anche per la città; e La Repubblica, che però porta l’edizione pugliese interamente dedicata a Bari, come le altre che fa in Italia tutte incentrate sul capoluogo regionale. Non a caso, nei bar , buttato sui tavolini per uno sguardo ai titoli degli avventori, fra un caffè e un cappuccino, si trova di solito il Quotidiano, e basta. Le edicole mettono le locandine di Gazzetta e Quotidiano, ma non li espongono in vista. La free – press praticamente esiste soltanto periodica, e a carattere estemporaneo, di marketing, pure grezzo, a esclusivo sfondo pubblicitario. A Milano di free press a carattere quotidiano – e completi quanto a informazione, per quanto sintetica – ce ne sono quattro, il più “simpatico” si chiama “Ventiquattro minuti” e fa da edizione serale al noto e prestigioso “Sole XXIV ore”: ma a Milano si viaggia in metropolitana – la sede ideale per queste letture – mattina e sera, e pure di notte, senza soluzione di continuità, con tantissimi pendolari, anzi, a Milano sono tutti e tutti i giorni pendolari. Poi, c’è “Libero” che viene spesso “liberato” in giro, e “Cronaca qui” che ha tentato di ripetere, con esiti alterni, il successo di Torino, ma non si è radicato e costa oramai quaranta centesimi, a fronte dei dieci iniziali di dieci anni fa, quando, nel capoluogo piemontese, iniziò la sua per tanti versi formidabile avventura, che spiegheremo subito. Il tempo di annotare che a Milano il “Corriere della sera” è un monumento, un’istituzione, un’abitudine quotidiana. Il Giorno, lo era, ma da anni si è svuotato nelle sue peculiarità. Il giornale più bello, nel senso di leggibile, godibile, coinvolgente, che usciva di sera e si chiamava “La Notte”, non esce più. Anche a Torino c’era un giornale della sera, Stampa sera, ovvio, che all’ora di pranzo era già disponibile, poi anch’esso, come tutti i simili, scomparso. C’era anche un altro quotidiano prestigioso, La Gazzetta del popolo, che però da tempo si è consunta e deceduta. Era rimasta soltanto La stampa, a parte i supplementi di Repubblica, ben fatto, e autorevole e del “Giornale”, fatto male e ridotto a bollettino di partito, La stamnpa, che i vecchi torinesi chiamano “bugiarda” e che a Torino è l’informazione stessa. Poi però Torino ha visto affermarsi fra lo scetticismo generale un quotidiano popolare, semplice e gradevole, “Torino cronaca”, che comprano in tanti e leggono in ancora di più, soprattutto coloro i quali un quotidiano non avevano mai letto in vita loro, né altrimenti lo avrebbero mai fatto, un vero e proprio caso, da studiare. 14/ GIORNALAI A Lecce i quotidiani sono gelosamente tenuti dentro l’edicola dai giornalai, per non permettere ai potenziali acquirenti di sbirciare i titoli, o di leggere gli articoli più importanti “a sgrascio”, come si dice qui. Una caratteristica peculiare è l’orario di apertura, nella maggioranza dei casi limitato alla mattinata, nel senso che alle 14.00, anche prima, gli edicolanti tirano giù le serrande, e chiudono. Non esistono altre forme di distribuzione. Tutto questo sviluppa enormi margini di intervento per vecchi e nuovi prodotti editoriali, per chi sappia trarre indicazioni operative dalla situazione dell’esistente. A Milano le edicole sono aperte dalle 6 alle 20.00, alcune tengono aperto pure di notte, per permettere ai nottambuli, o ai mattinieri di approvvigionarsi anzi tempo. La free – press, come abbiamo visto numerosa e abbondante, si affida a propri canali di distribuzione, alcuni lodevoli, come i ragazzini, o i pensionati, magari sotto ombrelloni colorati, per ripararsi dalle intemperie, altri deplorevoli, perché sviliscono il prodotto, come le cataste di carta stampata abbandonate sui marciapiedi, o agli ingressi della metropolitana, all’incuria del tempo e degli uomini. A Torino i giornalai mettono i quotidiani in bella fila davanti a loro e gli acquirenti – guai a chiedere, ti guardano storto e si rifiutano di farlo- devono servirsi da soli, e lasciare i soldi: al massimo, pure svogliati per il fastidio, ti danno il resto: una specie di edicola self service istituzionalizzata. Per leggere i giornali “ a gratis”, come dicono qui, bisogna andare nei bar, ognuno dei quali espone in libera lettura per i clienti sempre “La Stampa”, molti pure “Torino cronaca”, alcuni anche “La Repubblica”, e “Il giornale”. Indispensabile leggere quotidianamente l’ampia e ricca cronaca di Torino della “Stampa”. Una peculiarità di Torino è “il giornale del giorno dopo”. Infatti, appena passata la mezzanotte, verso le 00.30, o poco più, agli incroci più importanti della città si trova già “la Stampa” ed è abitudine dei Torinesi, quando fanno tardi, di solito nei giorni del fine – settimana, acquistare “il giornale”, come tutti qui chiamano “La Stampa”, di notte, prima di tornare a casa. Le edicole chiudono soltanto tutte la domenica pomeriggio, e la metà esatta, a turno, la domenica mattina, quando un’accurata organizzazione, affidata prima agli emigrati del Sud, ora agli immigrati extracomunitari, ma pilotata sempre dalla distribuzione aziendale, sopperisce al turno di riposo, e sono tanti che sono riusciti, e riescono, a campare in questo modo, da giornalai precari supplenti. 15/ NUOVI POVERI Nelle grandi città del Nord i nuovi poveri sono un esercito silenzioso, anonimo, disperato e disperante, che combatte quotidianamente la dura lotta per la sopravvivenza e che, di fronte ad essa, giorno dopo giorno, anziché assottigliarle, ingrossa le sue fila. Tranne pochissimi che lo fanno per scelta, la stragrande maggioranza è stata buttata in strada dalle avversità dell’esistenza e dalle ripercussioni della vita: sono quelli che sono venuti in cerca di fortuna e non ce l’hanno fatta, quelli che hanno perso via via il lavoro, la casa, la famiglia e infine pure la speranza; quelli che un lavoro, una casa, una famiglia e una speranza non hanno mai avuto. Dormono nelle vecchie auto, in edifici dismessi e abbandonati, in alloggi di fortuna presso amici e conoscenti, i più “fortunati”; nei locali del pronto – soccorso, sui treni fermi o direttamente sui marciapiedi, coperti di cartoni, anche d’inverno, tutti gli altri. Mangiano alle mense a loro dedicate: si mettono in fila ordinata verso le 11.30, consumano il pasto a testa bassa, ritirano un sacchetto per la sera. Fanno shopping con i vestiti usati regalati . Poi, ci sono quelli in bilico, che magari una casa hanno ancora, ma non riescono più a pagare l’affitto, o le bollette della luce e del condominio, e allora vanno ai mercati rionali quando smobilitano e frugano fra i resti accatastati per un po’ di frutta e di verdura, che non possono più permettersi; quelli che vivono con sei euro al giorno, quanto costa un “menù completo” offerto da alcuni negozi, o dai supermercati: un piatto di pasta al sugo, una scatoletta di tonno, o pesce surgelato, finanche uno yogurt, per scialare. Poi ci sono quelli che riempiono le ore del giorno, dall’alba al tramonto, vagando per i grandi viali, o le strade dei quartieri – bene, frugando nei cassonetti dell’immondizia, alla ricerca di qualunque cosa che possa essere recuperata, o in qualche modo riadattata: questo, esattamente questo, il loro “lavoro”. Sono legioni speciali dell’esercito dei disperati e disperanti: alcuni sono organizzati con contenitori speciali, e biciclette, soprattutto anziani, che dalla vita non hanno più niente di meglio da fare, per scontare la pena di vivere così. Lecce, invece, abbonda, soprattutto d’estate, di mendicanti “professionisti” e sembra che siano essi i poveri nuovi: no, non sono essi, per quanto disagiati, sono professionisti dell’elemosina, imprenditori della questua, no. I nuovi poveri non si mostrano, hanno il pudore dei sentimenti, l’orgoglio rimasto sufficiente a non chiedere nemmeno, fanno di tutto per non apparire come tali. Ma basta andare a San Vincenzo, a Santa Rosa, a Fulgenzio, a San Lazzaro e ai Salesiani, alle mense a loro dedicate dalle chiese, verso mezzogiorno, per trovarli. Non avevo mai visto invece qui quelli che frugano fra i cassonetti. L’altra settimana, per la prima volta, ne ho visto uno, un anziano in pantaloncini corti e sandali, sotto il sole cocente, e la scorsa settimana un altro, una signora di mezza età, livida in volto, terrea e smarrita, e mi si è stretto il cuore.
Articolo (p)Link Commenti Commenti (112)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Pagine: 1
Ci sono  persone collegate

< settembre 2017 >
L
M
M
G
V
S
D
    
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
 
             

Cerca per parola chiave
 

Titolo
blog (325)

Catalogati per sezione:
Novembre 2005
Dicembre 2005
Gennaio 2006
Febbraio 2006
Marzo 2006
Aprile 2006
Maggio 2006
Giugno 2006
Luglio 2006
Agosto 2006
Settembre 2006
Ottobre 2006
Novembre 2006
Dicembre 2006
Gennaio 2007
Febbraio 2007
Marzo 2007
Aprile 2007
Maggio 2007
Giugno 2007
Luglio 2007
Agosto 2007
Settembre 2007
Ottobre 2007
Novembre 2007
Dicembre 2007
Gennaio 2008
Febbraio 2008
Marzo 2008
Aprile 2008
Maggio 2008
Giugno 2008
Luglio 2008
Agosto 2008
Settembre 2008
Ottobre 2008
Novembre 2008
Dicembre 2008
Gennaio 2009
Febbraio 2009
Marzo 2009
Aprile 2009
Maggio 2009
Giugno 2009
Luglio 2009
Agosto 2009
Settembre 2009
Ottobre 2009
Novembre 2009
Dicembre 2009
Gennaio 2010
Febbraio 2010
Marzo 2010
Aprile 2010
Maggio 2010
Giugno 2010
Luglio 2010
Agosto 2010
Settembre 2010
Ottobre 2010
Novembre 2010
Dicembre 2010
Gennaio 2011
Febbraio 2011
Marzo 2011
Aprile 2011
Maggio 2011
Giugno 2011
Luglio 2011
Agosto 2011
Settembre 2011
Ottobre 2011
Novembre 2011
Dicembre 2011
Gennaio 2012
Febbraio 2012
Marzo 2012
Aprile 2012
Maggio 2012
Giugno 2012
Luglio 2012
Agosto 2012
Settembre 2012
Ottobre 2012
Novembre 2012
Dicembre 2012
Gennaio 2013
Febbraio 2013
Marzo 2013
Aprile 2013
Maggio 2013
Giugno 2013
Luglio 2013
Agosto 2013
Settembre 2013
Ottobre 2013
Novembre 2013
Dicembre 2013
Gennaio 2014
Febbraio 2014
Marzo 2014
Aprile 2014
Maggio 2014
Giugno 2014
Luglio 2014
Agosto 2014
Settembre 2014
Ottobre 2014
Novembre 2014
Dicembre 2014
Gennaio 2015
Febbraio 2015
Marzo 2015
Aprile 2015
Maggio 2015
Giugno 2015
Luglio 2015
Agosto 2015
Settembre 2015
Ottobre 2015
Novembre 2015
Dicembre 2015
Gennaio 2016
Febbraio 2016
Marzo 2016
Aprile 2016
Maggio 2016
Giugno 2016
Luglio 2016
Agosto 2016
Settembre 2016
Ottobre 2016
Novembre 2016
Dicembre 2016
Gennaio 2017
Febbraio 2017
Marzo 2017
Aprile 2017
Maggio 2017
Giugno 2017
Luglio 2017
Agosto 2017
Settembre 2017

Gli interventi più cliccati

Ultimi commenti:
cialis effe [...
24/09/2017 @ 01:24:18
Di Alenahex
hoe lang werkt ciali...
24/09/2017 @ 01:17:38
Di StephenWredy
trinitywiki.inscopei...
24/09/2017 @ 01:13:31
Di Maurine

Titolo
Bianco e nero (194)

Le fotografie più cliccate

Titolo
Ti piace questo blog?

 Fantastico!
 Carino...
 Così e così
 Bleah!

Titolo
Listening
Musica...

Reading
Libri...

Watching
Film...


Titolo


24/09/2017 @ 01:27:10
script eseguito in 410 ms