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 DESERTA/ Una piccola spiaggia vicino Bargeggi, lambita da un pauroso incendo... di giuseppe
 
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Sandro Giovannini
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Di giuseppe (del 07/09/2011 @ 20:32:10, in blog, linkato 1157 volte)
Quanto di significativo e anzi di importante spesso può essere colto da un dettaglio apparentemente insignificante e anzi banale! Nella posta di questa mattina ho trovato una mail di Mediaset. Pensavo fosse uno dei soliti comunicati – stampa, sui loro programmi, che mi mandano, e invece no. Conteneva, infatti, la spiegazione di come arricchirsi in tempi di crisi finanziaria, diceva proprio così e le istruzioni per l’uso di un’organizzazione che insegna a operare in borsa, specificatamente sul mercato dei cambi, con tanto di agevolazioni tipiche del marketing per i nuovi “operatori”. Mi sono stropicciato gli occhi. La mia prima reazione è stata di incredulità. Ma questi di Mediaset - ho pensato - allo stesso modo del loro partito-azienda, hanno allora perso completamente il senso della realtà? Farei un torto alle vostre intelligenze se spiegassi perché, in relazione a un invito del genere. La risposta alla domanda comunque non ce l’ho. E poi, comunque, mi è venuta nostalgia per quegli anni - gli anni di che belli erano i film - in cui Mediaset preparava e anzi conquistava gli Italiani a colpi di fiducia ben prima della discesa in campo, dell’amaro calice e della creazione incredibile del credibile partito-azienda. Li ho rievocati nel mio ultimo libro appena uscito, scusate se mi auto-cito di nuovo: ma “Metafisica del bunga bunga” ( Etimpresa ) è il primo tentativo di bilancio storico del “berlusconismo” e ogni giorno trovo un segno della validità dell’operazione culturale e di costume, prima che politica, che con esso ho tentato e che i miei lettori mi diranno se sono riuscito a realizzare. Eravamo fiduciosi, convinti che un mondo migliore fosse possibile e talmente trascinati dal “nuovo” che avanzava, da vivere in un mulino bianco, lavorando creativamente tutto il giorno, magari in una delle nuove professioni e dei nuovi mestieri nel frattempo sopraggiunti e poi la sera di corsa a casa, dal biscione che ci aspettava, per deliziarci di nuovi film e di nuovi prodotti. L’amerika era già qui. Oggi, vent’anni dopo, il richiamo da ultima spiaggia del comunicato aziendale trovato nella mia mail, mi è sembrato un chiaro segno dei tempi: il serpente, pardon, il biscione che si morde la coda, ma che non finisce e ricomincia, finisce e basta, allo stesso modo con cui aveva cominciato. Mi sono poi subito intristito: non so dire se perché avevo venti anni di meno ed ero ancora ragazzo anche io e mi vedevo Lady Oscar, Drive in e Happy days; se perché ci avevo creduto anche io, a tutto quanto; o se, semplicemente, perché è in tutta evidenza non solo la fine di un ciclo, ma il crollo di ogni illusione creativa e liberatoria. Ma da questa mattina sono triste e con tutti voi, che siete la mia grande famiglia, ho voluto condividere questa mia tristezza senza rimedio.
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Di giuseppe (del 02/09/2011 @ 21:00:05, in blog, linkato 1397 volte)
“La storia siamo noi”, il programma di Giovanni Minoli che con pochi altri eleva l’infimo livello delle nostre televisioni pubbliche e private, ha cominciato da giorni a raccogliere testimonianze, in occasione del decennale e mi ha dato l’idea di raccontarvi anche la mia, prima che siate sommersi da rievocazioni, spiegazioni, approfondimenti, documentazioni e celebrazioni a vario titolo, molto diversa, già so, da tutte quelle che sentirete. Sì, gramscianamente, la storia siamo noi che la facciamo, con le nostre ansie, le nostre partecipazioni, pure le nostre umane miserie, e i nostri ricordi. In questo senso, mettendo da parte le vesti paludate dello storico e pure quelle borghesi del professore, che più o meno degnamente indosso, voglio raccontarvi tre aneddoti, umani, troppo umani, legati, sia pur a distanza di tempo, a quel giorno, che mi sono rimasti impressi “now in the mind indestructible” e che vorrei condividere con voi, se avrete la bontà e la pazienza di leggermi. Di quel giorno esatto, ricordo l’attacco di panico, primo e unico nel genere in vita mia, che mi venne: temevo che da un momento all’altro scoppiasse una guerra nucleare, pensavo alle sorti delle genti e alla distruzione del genere umano che si sarebbe inevitabilmente, a mio modo di ragionare, presto, inevitabilmente scatenato. *** Era un primo pomeriggio splendido, calmo e soleggiato, tiepido di sapori; a settembre, Torino vive il suo mese più bello, il solo in cui si sta veramente bene e tutto sembra bello pure in questa città, dalle rive del Po, alle vicine colline. Nella centrale via Cernaia, me ne tornavo a casa a piedi, in una delle mie solite lunghissime passeggiate solitarie, con cui mi metto in ordine le idee, immerso nei miei pensieri, quando mi squillò il telefonino. Era il mio amico Antonio Maconi di Alessandria, che mi dette un sommario e confuso riassunto di quanto era successo. Pensai che stesse scherzando: “Ma che cazzo dici, Maco? Che film hai visto?!? Ma hai bevuto? Ti sei fatto le canne?!?”. Quando chiuse, cominciai a realizzare che, conoscendolo, siccome non beve, non fuma, se non un sigaro ( fra l’altro, pestilenziale ) che gli dura tutto il giorno e non vede film, qualcosa di vero in quell’incredibile racconto dovesse pur esserci. Presi un tram al volo e arrivai sotto casa, salii le scale di corsa e accesi la tv. Passai qualche ora fra televideo e telegiornali vari a cercare di capire. Fu qui che mi prese l’attacco di panico. Il primo e unico attacco di panico della mia vita, perciò me lo ricordo bene. Capii soltanto che mi stavo agitando e che dovevo cercarmi qualcuno capace di calmarmi, quanto meno con cui parlare. Uno scemo, non so che mi prese quel giorno: volevo prendere la macchina e scappare con le persone a me care, da raccogliere a una a una; disegnai su una piantina le basi della Nato dislocate sul territorio nazionale di cui ero a conoscenza, per girare alla larga da quei posti; andai a rispolverare il libretto di istruzioni da sergente della Marina Militare su che fare in caso di attacco nucleare, insomma, non ero sull’orlo, ero già ben al di dentro di una crisi di nervi. Il primo pensiero, fu per i miei figli. Nella concitazione del momento, avevo dimenticato che erano in vacanza e che mi sarebbe stato comunque impossibile andare a recuperarli per la fuga in macchina ( fra l’altro: per andare dove? Ma questo non era importante, era un dettaglio secondario ) che avevo progettato. Uno era a Ibiza, l’altro in un’isola della Grecia, o qualcosa di simile. Quando risposero finalmente, si misero a ridere, cercarono di calmarmi ( insomma, l’esatto contrario di quello che sarebbe dovuto accadere nella realtà ) e cercavano di chiudere, sia l’uno, sia l’altro, perché dall’Italia all’estero paga anche chi riceve la chiamata, non soltanto chi la fa, finché, sia l’uno, sia l’altro, mi chiusero il telefono in faccia. Va beh, almeno erano momentaneamente al sicuro, realizzai, eravamo noi in Italia in pericolo, con tutte le basi americane che abbiamo su tutto il territorio e quindi, al secondo pensiero, chiamai la mia fidanzata dell’epoca, per coinvolgerla nella fuga da organizzare. Niente, non rispondeva. Giustamente: al decimo tentativo, mi ricordai che era in Sardegna in vacanza. Continuai a chiamarla lo stesso invano, insieme al mio amico Maconi, il quale però ben presto si stancò dei miei vaneggiamenti e disse che sì, sarebbe venuto a Torino, a prendermi, se non la smettevo, ma per portarmi direttamente in ospedale e farmi un paio fra iniezioni e flebo ( è pure medico ). Allora, deluso e sempre più nel panico, cercai l’altro mio amico storico, Bruno Labate. Non rispondeva nemmeno lui. Cazzo, una volta, dico una, in trenta anni che ci conosciamo, che lo chiami e ti risponde, mai! Intanto, tornata in albergo dalla spiaggia e accortasi della cinquantina fra telefonate e messaggi che le avevo fatto, mi chiamò ( omissis ): “Giù, ma che è successo?!?”. “Come, Omissis, che è successo?!?”. La conversazione che seguì sarebbe stata degna del teatro beckettiano. Io cercavo di spiegare l’attacco alle torri gemelle e al Pentagono, e quella mi raccontava della spiaggia e dell’albergo; più io tentavo di convincerla a tornare subito col primo aereo, per accompagnarmi nella fuga in macchina, più lei mi descriveva i dettagli degli sport che praticava e delle bellezze del luogo; e alla fine, esausto e sempre più nervoso, chiusi e in quel momento decisi pure di lasciarla seduta stante, povera Omissis. Non rimaneva che Omissis 2, la mia amica storica, l’ultima speranza, anzi, conoscendola, proprio l’ultima spiaggia. La sventurata rispose. “Come? Che è successo?? Sto uscendo ora da lavoro! Devo andare a fare compere!! Va bene, passo da casa, vengo a vedere…Arrivo subito”. Naturalmente Omissis 2, che ha un concetto del tempo, soprattutto in relazione agli appuntamenti, molto aleatorio, nonostante quel “subito”, si presentò a casa dopo più di un’ora. Nel frattempo, la testa mi scoppiava, sudavo freddo e mi ero steso sul letto. Mi alzai di scatto, per andare a spegnere la tv che aveva acceso appena entrata e mi stesi di nuovo sul letto. Mi rialzai di scatto, per andare a chiudere il frigo che aveva aperto, subito dopo, per preparare da qualcosa da mangiare e mi stesi un’altra volta sul letto. Seguì un altro dialogo che avrebbe riempito d’orgoglio Samuel Beckett, il cui tenore fu più o meno questo: -“Va bene, c’è bisogno di fare così? Se non vuoi che prepariamo, andiamo a mangiare qualcosa a Pastarito?” -“Andiamo con la mia macchina, o con la tua?” -“Ma senza macchina, andiamo qua vicino, poi me ne torno a casa mia da sola” -“Come senza macchina, come a casa tua, dobbiamo metterci in salvo e scappare il più lontano possibile!” -“Che bisogno c’è di andare lontano? Se non vuoi andare al ristorante, almeno una pizza, non ci sono due o tre pizzerie qui vicino?” -“Guarda che siamo in guerra, c’è stato un attacco all’America, ora reagiscono con la bomba atomica” -“Guarda che ti stai sognando tutto, se proprio dobbiamo prendere la macchina, andiamo alle Grù, che tiene aperto fino alle 21.30, magari pure all’Ikea, così faccio un po’ di compere” -“Ma fra poco moriamo tutti, e tu pensi a fare shopping?!? Tu non ti rendi conto…” -“Tu non stai bene, ti devi soltanto calmare…” -“Tu non mi calmi, tu mi fai innervosire ancora di più!” -“Allora me ne vado!” -“E vattene va, ché è meglio!” Quando se ne andò veramente, sbattendo la porta – il che mi provocò una fitta nel cervello che, come detto e dimostrato, da alcune ore aveva smesso di girare bene – realizzai che, allora, meglio solo, che male accompagnato. Con le ultime forze rimastemi, mi tirai su dal letto, presi un po’ di viveri e bevande, atlanti e cartine geografiche, e mi misi in macchina. Ecco, ciò mi calmò. Era già buio fitto, per le strade, passata l’ora di punta, c’erano pochissime auto, dalle finestre delle case dei palazzi dei grandi viali di Torino si vedevano le luci delle televisioni tutte accese, l’aria era tiepida e fresca. Rassicuranti, le prostitute erano tutte al loro abituale posto di lavoro. Ciò mi confortò. La fuga poteva aspettare, se proprio dovevo morire, almeno sarei morto contento, era l’idea, per quanto constatassi che quella sera, oltre al cervello, non mi funzionava proprio niente. Ma nonostante ciò, tirai tardi a contrattare le più improbabili e anzi assurde situazioni con tutte quante quelle che incontrai, una dopo l’altra: accostavo, verificavo prestazioni e relative tariffe, poi al momento di decidere trovavo una scusa, via via sempre più assurda, ingranavo la marcia, raggiungevo quella dopo e ricominciavo daccapo e così via, fino a che si fece l’alba, non ce n’era più nemmeno una e allora anche io tornai a casa e caddi in un sonno ristoratore, dal momento che il giorno dopo mi svegliai con tutte le rotelle che fortunatamente avevano ripreso a girare bene. Questo fu il mio solitario, tragi-comico 11 settembre. Ora vi racconto gli altri due aneddoti, ad esso legati, uno avvenuto pochi giorni dopo, l’altro a distanza di qualche anno. Qualche giorno dopo, ero con Omissis 3 davanti allo studio di un notaio, o un impresario, adesso non mi ricordo bene, col quale dovevamo chiudere alcuni dettagli organizzativi per un evento culturale. Lo aspettavamo in piedi, passeggiando sotto il palazzo, fumando una sigaretta dopo l’altra. Alto, slanciato, i capelli rossi sbiaditi, gli occhiali che spiccavano sul volto pulito e fanciullesco, in aperto contrasto con la sua età avanzata, all’improvviso, dopo un silenzio di alcuni minuti, seguito ad un accenno agli avvenimenti americani, molto banale e formale, Omissis 3, così, all’improvviso, sbottò, eruppe come in un grido liberatorio, per quanto sussurrato appena appena, col suo inconfondibile tono di voce torinese, pacato ed educato: “Per me se lo sono fatto da soli, quei bastardi e così adesso hanno la scusa per fare le guerre di occupazione del mondo”. Era un poeta, anche quando parlava, non solo quando scriveva, Omissis 3. Disse soltanto quelle parole, perfette, cui seguì un altro lungo silenzio di minuti: non ci fu antitesi, non ci fu discussione, non c’era da aggiungere, né da levare niente. Now in the mind indestructible: aveva capito subito tutto, Omissis 3 e per me fu una profetica, lucida anticipazione di tutto quanto poi abbiamo scoperto nel corso di questi dieci anni. *** Il terzo aneddoto è l’undici settembre 2011 Omissis 4, che, anni dopo, mi raccontò personalmente. Ero a Lecce, con Omissi 4, e altri due, militari di carriera in licenza, insieme ai miei amici storici di Lecce, l’Angelo e lu Valeriu; era una chiara e luminosissima notte di inizio estate, stavamo in un’osteria fra pittule, mieru e pezzetti a parlare dell’universo mondo. Dopo politica nazionale e locale, economia nazionale e locale, cronaca, gossip, spettacoli, e femmine, il discorso, per esaurimento di argomenti ( sport, niente: non rientra nemmeno minimamente nei loro interessi ) si spostò sulla politica estera e improvvisamente si rianimò. Si aprì infatti una accesissima discussione sul ruolo della Russia di Putin, sullo scacchiere internazionale, i cui dettagli adesso vi risparmio. In questo contesto Omissis 4, “vecchio” camerata di Avanguardia nazionale, ora filo – russo, rievocò il suo undici settembre, con tratti che io trovo irresistibili quanto emblematici. Dice che, quel giorno, Omissis 4, era andato a Foggia per lavoro e stava tornando a Lecce, quando, sull’autostrada, prima di Bari, quel pomeriggio, si fermò in un autogrill per prendersi un caffè. Entrato nel bar, notato il televisore acceso, fattosi largo fra la ressa di avventori che si erano trattenuti a commentare gli avvenimenti, cercò di capire che cosa fosse avvenuto. A mano a mano che realizzava quello che era successo, Omissis 4 aveva sempre più voglia di esultare, ecco, questo. Esattamente questo. Erede di quei marinai della Decima Mas, che nel 1943 arrivarono fino a sotto New York e dal loro periscopio inquadrarono i grattacieli, senza poterli colpire, quel giorno per Omissis 4 fu un giorno di esultanza. Solo che non poteva esultare apertamente. Era circondato da decine di persone che si rammaricavano, che esprimevano solidarietà agli Americani, che si dolevano della sconfitta, anzi, dall’onta, subita dagli Usa, per la prima volta nella storia sul loro territorio nazionale…E poi aveva paura, che, anche per i suoi trascorsi, lo identificassero e gliela facessero poi pagare, anche alla moglie e alle figlie. Ma si compiaceva e ripeteva dentro di sé, cercando di camuffare l’espressione del viso, adeguandola a quella dei presenti, frasi di soddisfazione, come un tifoso di calcio che al gol della sua squadra non può esultare perché allo stadio è capitato in mezzo agli ultras della squadra avversaria. Stette ben attento a dissimulare, non si tradì minimamente, si rimise in macchina e se ne tornò a casa, dove si mise davanti alla tv e, sempre in silenzio, continuò a compiacersi per tutta la sera, fino a quando se ne andò a dormire. Ma nel cuore della notte, anzi, guardò fuori e vide che era già l’alba, fu svegliato da un improvviso accorrere di una mezza dozzina di volanti della polizia nella stradina sotto la villetta di casa sua. Alzatosi, Omissis 4 le vide arrivare una dopo l’altra, vide i poliziotti scendere armi in pugno, vide che si preparavano a fare irruzione. Omissis 4 si stropicciò gli occhi per accertarsi di essere davvero sveglio e a quella scena, le sue emozioni, già duramente sconquassate dagli avvenimenti di quel giorno, quella notte, all’alba, crollarono, quando, a furia di stropicciarsi gli occhi, capì che purtroppo non era un sogno, capì che era tutto vero. Capì che erano venuti ad arrestarlo, per aver esultato alla notizia dell’attentato a New York, quale se non altro simpatizzante dei terroristi. Cominciò a sudare freddo, mentre, sotto, i poliziotti, sempre più numerosi, avevano circondato la strada e si preparavano a fare irruzione. Scappare? Ormai troppo tardi. Rassegnato, Omissis 4 si levò il pigiama e cominciò a preparare qualcosa da portarsi in carcere. Cercava le parole per dirlo alla moglie che non si era accorta di nulla e continuava a dormire là nella stanza. Soprattutto a quelle da dire poi alle figlie. Però ecco, almeno una soddisfazione voleva avere: come avessero fatto a sapere che lui aveva esultato il pomeriggio prima!?! Mentre, sfiduciato, preparava magliette e mutande, aspettando di sentire da un momento all’altro il campanello, non si faceva capace di come l’avessero scoperto. Eppure, non aveva aperto bocca, non aveva detto nemmeno una parola di troppo, aveva pure fatto la faccia addolorata di circostanza… “Sti cazzu te Americani!” – pensò in dialetto – “Moi puru intru la capu toa sannu ce sta dici”… Aveva finito di preparare il borsone, quando, all’improvviso, sentì un frastuono deciso e, con sua grande sorpresa, dalla finestra vide che i poliziotti si diressero non a casa sua, ma verso una villetta vicina, poco distante, dove fecero irruzione. Il giorno dopo, apprese che là abitava sotto mentite spoglie non so bene quale pericoloso latitante della criminalità organizzata. Ma intanto capì di essersi sbagliato, capì di essere ancora libero. Tremando come una foglia, giallo come un cencio, Omissis 4 si rimise a letto accanto alla moglie, e nel dormiveglia le baciò il viso: -“Che c’è? Che è successo?” -“No, niente, cara, dormi, bella, addormentati, non è successo niente…”
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