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 CONTESTATO/ Il ministro della funzione pubblica e innovazione Renato Brunetta... di giuseppe
 
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“Nessuna meta è irraggiungibile, quando ho qualcosa da dire”

Nicola Vacca
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Di giuseppe (del 28/02/2010 @ 10:52:50, in blog, linkato 3592 volte)

Ci piace!?!

Mah, francamente no, non ci piace, non ci può piacere.

Quello che abbiamo imparato a chiamare l’immaginario collettivo è in gran parte alimentato dai modelli di comportamento e dalle pratiche indicazioni fornite dalla televisione, comunque da tutto il can can mediatico, vecchio e nuovo, che intorno ad essa continua a ruotare. Il “Grande Fratello” ne è l’espressione migliore, nel senso di più completa, immediata e invasiva.

 

Quello che stupisce è la mancanza di autenticità, cioè di realtà, in ciò che pure viene definito “reality”. Sono gli autori del programma che, a tavolino, a freddo, artificialmente, impostano e pianificano le vicende ( per quanto il termine sia qui sprecato ) che accadono “nella casa”, a cominciare dalla scelta dei “protagonisti” e dalle loro successive caratterizzazioni.

C’è un obiettivo preciso: creare artificialmente, dal nulla, l’interesse ( ma quali emozioni? ), l’audience, quindi le operazioni materiali ad esso connesse, che sono poi il senso dell’intera operazione.

L’obiettivo preciso dei protagonisti sta invece nella loro ferma volontà ( che pare l’unica cosa che abbiano ben chiara ) di riuscire nel mondo dello spettacolo. Un tempo, ciò significava sacrificio, studio, applicazione, esercizio e gavetta, oltre al genio e al talento; oggi, tutto ciò rimane marginale, riservato a una esigua minoranza, mentre per lo più la riuscita consiste nell’apparizione in qualche spettacolo televisivo, non importa in che veste, anche di semplice comparsa, senz’arte, né parte.

Quello che stupisce ancora, in seconda battuta, è l’egoismo, la sopraffazione, la falsità con cui i protagonisti del “Grande Fratello” rispondono alle sollecitazioni da cui sono impostati, assecondando i fili da cui sono manovrati. Possibile che a nessuno sia mai sorta, o almeno abbiano mai manifestato, un filo di ironia, e auto – ironia, in tutti questi giorni passati “nella casa” sotto le inquadrature delle telecamere?

Come è possibile che abbiano preso tutto sul serio, troppo sul serio, in maniera univoca e totalitaria? Ciò stupisce, ancora di più del fatto che nessun dubbio sia venuto alla grandissima fetta di pubblico che li segue e ad essi si uniforma.

Vedete, “Amici” ( tanto per citare l’altro programma di culto del momento ) almeno dimostra che al successo si arriva con talento innato, con la passione coltivata, con l’esercizio quotidiano, col sacrificio diuturno. “Il Grande Fratello”, no. “Il Grande Fratello”, al contrario, indica che per arrivare a essere famosi basta riuscire a stare dietro una telecamera, non importa come e perché, manifestando comportamenti marci di consumismo, retorica, menefreghismo e finzione. Così, si diventa eroi per una stagione, non importa se breve, che comunque risolve l’esistenza: perché poi c’è la parte delle foto sui settimanali scandalistici, e l’arte della partecipazione lautamente retribuita alle feste in discoteca.

Un’altra cosa poi, ancora più importante. Come è possibile che ragazzi di venti, trenta anni, quelli che fino a una generazione fa, da secoli hanno sempre sognato di cambiare il mondo e si sono comunque battuti per riuscirci, siano da oltre tre mesi alle prese con discorsi fondati sul nulla? Eppure, bene o male, hanno studiato, qualcuno pure abbastanza, ma è come se non l’avessero fatto. Parlano un italiano storpiato, involuto, portatore di handicap morfologici e sintattici. In una lingua di tal genere, il loro universo culturale spazia poi dal taglio dei capelli, ai tatuaggi; dalle liti per una valigia, o un pupazzo, ai flirt veri o presunti. Non il crollo delle borse, la crisi economica, Gandhi, o Che Guevara, sia mai non dico entrato, ma abbia mai almeno sfiorato anche uno solo dei loro discorsi? Possibile che in oltre tre mesi non abbiano letto un libro? O non si siano mai interrogati sulla guerra in Afghanistan, sulla desertificazione, sull’inquinamento? Possibile che il loro universo sia delimitato dai guantini di Maicol che fa la caricatura delle caricature da avanspettacolo dei gay, e dagli abiti sgargianti in pura seta di un sedicente Principe, falso come il suo nome? Peggio.

Possibile che nessun dubbio, almeno un sospetto, una perplessità, non sia venuto nemmeno a uno degli “intellettuali” che fanno da contorno all’ambaradan mediatico del “Grande Fratello”? Lasciamo stare Platinette, ma, ecco, uno come Alfonso Signorini, che dirige due giornali dalle tirature sensazionali, come fa a parlare di amenità simili come se parlasse dei più importanti temi economici e sociali, e per di più con un fiore in mano? Uno come Alessandro Cecchi Paone? Una come Barbara Palombelli?

Per non dire di un fine intellettuale imprestato di volta in volta alla psichiatria, alla politica, alla religione e ora alla critica sociale quale Alessandro Meluzzi?

Come fanno anche a parlare sul serio delle amenità false, oltre che diseducative, propinate dai protagonisti del “Grande Fratello”?

Il “sogno” italiano che dalla televisione partì agli inizi degli anni Novanta e prese poi corpo, con tutto il suo peso, in termini di rinnovamento e creatività, con un’occasione di riuscita per tutti, la ventata di rinnovamento che dalla società, passò alla politica, dopo due decenni ha perso gran parte delle sue connotazioni positive e nella degenerazione degli stanchi imitatori con vent’anni di ritardo mostra oramai un cupo disfacimento.

No, non ci piace. Non possiamo ottenere nessuna soddisfazione dalle ragioni del marketing e di tutto un sistema ad esso finalizzato.

Punto.

Giuseppe Puppo

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Di giuseppe (del 14/02/2010 @ 09:52:25, in blog, linkato 1168 volte)

In un’altra vita, ho fatto per sette anni l’addetto – stampa dell’assessorato alla sanità della Regione Piemonte, e quindi dal mio osservatorio privilegiato qualche cosa ho potuto vedere e ho potuto capire, anche a proposito di sostanze stupefacenti.

In particolare, ho imparato alcuni concetti forti e chiari, che mi sono tornati in mente in questi giorni, a proposito dell’attenzione mediatica concentrata sulle dichiarazioni del musicista italiano Morgan.

Quello che so io, poco, ma semplice, è, in primo luogo, che quando si parla di droghe vecchie e nuove, bisogna contare fino a …dieci, qualunque sia il messaggio che si vuol estrinsecare, anche se con intenti positivi. V

edete, per esempio: alcuni anni fa Alleanza nazionale lanciò una campagna contro gli spinelli e lo fece con uno slogan - boomerang, tale che se i produttori di hashish e marijuana si fossero messi a posta a pubblicizzare la diffusione dei loro prodotti non avrebbero potuto fare di meglio. Ciò vale anche e soprattutto quando a parlare sono personaggi pubblici, a maggior ragione coloro i quali, per una ragione, o per l’altra, a torto, o a ragione, sono punti di riferimento, modelli di comportamento, miti per le giovani generazioni: in tal senso le dichiarazioni di Morgan, di una gravità inaudita, hanno avuto un effetto devastante.

Va da sé che le droghe non sono curative, ma distruttive: che non risolvono nessun problema, anzi lo acuiscono.

Poi in nessun caso possono essere taciuti gli effetti perniciosi che esse, cocaina in primis, hanno sempre e comunque sulla salute fisica e psichica di chi le assume, anche saltuariamente.

So poi che l’intera questione non può essere rivestita, o coperta, o strumentalizzata, dagli interessi partitici: non può essere materia di scontro fra centro – destra o centro – sinistra, insomma, anche perché non esistono soluzioni univoche, non c’è una soluzione, quando il problema si presenta, a volte in tutta la sua drammaticità, ma possono esistere soltanto rimedi parziali, mirati, valutati caso per caso e che comunque una liberazione soggettiva è una vera e propria impresa, lenta e difficile. Infine, so che l’unica arma efficace è la prevenzione: si tratta di dare a ognuno di noi, affinché non cada nel baratro delle droghe, da cui da cui poi rimane molto problematico venir fuori, occasioni, motivazioni, interessi, passioni, ideali. Esattamente quello che la nostra società contemporanea e l’immaginario collettivo che la sottende non hanno saputo fare negli ultimi decenni.

Questo so io. E voi?

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Di giuseppe (del 13/02/2010 @ 09:11:56, in blog, linkato 1558 volte)

Dagli inizi del 2010 Nicola Vacca “riapre” la sua rubrica di poesia, ospitata da “Linea quotidiano”:

“Dal 2001 al 2006 ho curato sul Secolo d’Italia una rubrica fissa di poesia. Si chiamava ‘Nel verso giusto’ e usciva il martedì. Per molti era diventata un appuntamento imperdibile. Cosa insolita nella storia della stampa quotidiana italiana, uno spazio di 3000 battute dedicato alla poesia. L’iniziativa riscosse l’attenzione dei media. Ma soprattutto ho ricevuto l’attenzione di molti lettori , poeti e di lettori – poeti che mi facevano pervenire in redazione i loro libri. Molti critici mi invidiavano , nel senso buono del termine, questo spazio nel quale ampiamente e in assoluta libertà potevo parlare e sparlare con onestà intellettuale di tendenze poetiche, libri e tutto quello che riguardava il mondo del verso. Personalmente l’ho sempre definito uno spazio corsaro, e così lo hanno percepito anche i miei lettori affezionati. Il mio interesse andava e va soprattutto alla piccola e media editoria, in cui oggi è possibile trovare ancora la buona poesia. Non ho fatto sconti ai poeti laureati e al loro potere culturale. Dopo qualche anno la rubrica ritorna: torno a firmare Nel verso giusto con lo stesso spirito corsaro e sempre dalla parte di chi ama la poesia e la considera una cosa onesta. Chi volesse inviarmi i propri libri può farlo al seguente indirizzo: Nicola Vacca c/o Gianni Lendini, via Po 116, 00198 Roma. Vi assicuro che nulla passerà inosservato. Poi, come sempre ho fatto, dedicherò maggiore attenzione alla piccola e media editoria. Sono contento di questa possibilità per la poesia che ha sempre più necessità di essere divulgata e testimoniata. Soprattutto mi auguro che nel nostro Paese si torni a dare al mondo del verso la giusta considerazione”.

***

LA CRISI

La vita non è facile

lo sanno i poeti.

Tutte le mattine fanno i conti con le parole

camminano senza mappa.

Tengono tra le mani

la poesia che succede nella crudeltà

di un altro giorno di paura.

E sempre agli inizi del nuovo anno è pronta la sua nuova raccolta, la nona, di trentotto componimenti,“Esperienza degli affanni”, per le edizioni Il foglio ( 84 pagg. 6 euro ).

Si tratta di una splendida conferma.

Dal “personale” dell’intimo quotidiano che nei suoi versi diventava valore universale ed assoluto delle prime raccolte, al “politico” dell’impegno civile, nella protesta e nella ricerca incessante di lampi di luce nel buio che circonda la nostra identità di contemporanei, degli ultimi lavori, Nicola Vacca dà un’altra superba prova di maturità espressiva, senza retorica, e con semplice, ma precisa efficacia di contenuti. “Giriamo a vuoto, perché abbiamo perso il baricentro. Siamo avvitati intorno a una pericolosa involuzione che sta minando le fondamenta della nostra specie, che non è più capace di guardarsi dentro. Manchiamo di impegno e di responsabilità. La politica non è più in grado di dare risposte alla società, il primato della cultura è stato demolito da un’omologazione mediatica che ha completamente reso superfluo il valore fondamentale della conoscenza. C’è una brutta aria, un asettico analfabetismo emotivo ci sta togliendo definitivamente la meraviglia dello stupore. Insomma, dovremmo iniziare a fiutare l’odore del pericolo, invece continuiamo a farci del male aprendo la strada a un’Apocalisse postmoderna che ci annienterà. Ezra Pound scriveva che il compito del poeta è quello di riempire il caos. E aveva perfettamente ragione. La poesia riesce a vedere quello che altre discipline non guardano nemmeno. L’invisibile che contiene verità assolute. Bisogna costruire con parole che dicono e che a volte possono risultare scomode, ma devono dire, quindi significare. L’immagine del vuoto che annuncia tumulti è la fotografia dell’impoverimento del nostro tempo interiore che ha bisogno dell’unica rivoluzione possibile, quella del cuore che tarda a venire. Dal punto di vista relazionale bisogna stare attenti al nulla nel quale la crisi economica, che è soprattutto crisi morale, ci ha trascinato. Si avverte il pericolo del conflitto sociale. E questa volta i tumulti lascerebbero il segno. A questo serve la poesia. Porre domande sulla vita, non smettere mai di interrogarsi, cercare di evocare, affermare per combattere il nichilismo che avanza dappertutto. Soltanto la parola che chiama le cose con il loro nome può limitare i danni”.

***

"A destra per caso. Conversazioni su un viaggio" ( Il Foglio letterario, pp. 90, euro 10 )

A marzo, poi, in uscita una riflessione propriamente politica di Nicola Vacca, scritta a quattro mani e anzi a due voci con Carlo Gambescia: un poeta e un sociologo, due intellettuali curiosi e intelligenti, affascinanti e creativi, comunque due uomini liberi, che si interrogano, a metà fra convincimento e delusione, sui loro percorsi politici degli ultimi anni, fra i sentieri impervi e a volte scalcinati della destra italiana.

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Di giuseppe (del 05/02/2010 @ 14:47:06, in blog, linkato 1061 volte)

Lontano. Sono andato via e ci sono rimasto tanto, e per viaggiare ho usato il treno.

Ho in memoria viaggi interminabili, già di per sé resi estenuanti dalla lontananza e fatti diventare poi allucinanti da lunghe soste inspiegabili in aperta campagna; ma conservo pure immagini piacevolissime che mi tornano gradite: del mare aperto, su spiagge, affollate, o deserte, a seconda delle stagioni, lungo la costa adriatica, vicino a case, palazzine, o villette, con il giardino, le piante, la salvia e il rosmarino, lungo le strade provinciali, su cui corrono auto, coi fari accesi di notte, che si incrociano e incrociano le cose della vita.

Conserviamo poi tutti in quello che abbiamo imparato a chiamare l’immaginario collettivo le memorie eroiche di quando il treno era sinonimo di progresso, di velocità, di forza e ingegno degli esseri umani.

Ora, in Italia abbiamo un’emergenza, comunque un gravissimo problema. Certo, ce ne sono tanti altri, ma quando si parla di riforme, di assetti istituzionali, di organi e settori specifici, si dovrebbe considerare che fra le criticità da affrontare immediatamente ci sono le Ferrovie dello Stato, o Trenitalia che dir si voglia, come si chiama l’ente dopo la sostanziale privatizzazione di alcuni anni fa, quando si credeva che l’aziendalizzazione fosse un toccasana per tutto e per tutti. Invece- ci scusiamo per il disagio, e certo… - la realtà è ben diversa.

Certo, magari prima molti settori erano dispersivi e, senza razionalizzazione di spesa, risultavano onerosi per lo Stato.

Ma, tanto per fare due altri esempi, la Sip era un’azienda seria, anzi fiore all’occhiello dello Stato, di cui era emanazione, suoi qualificati e prestigiosi dipendenti compresi e nella realtà dei fatti al servizio dei cittadini: e lo stesso le Poste, e l’Enel.

Ora, ci sono settori, campi di attività, che non possono essere liberalizzati, sottoposti alle logiche dei processi di aziendalizzazione e delle logiche del mercato, come invece è avvenuto in Italia, in quanto non producono formaggini, o succhi di frutta, ma servizi essenziali, e quindi devono essere emanazione dello Stato, non campo di speculazione, e profitto, e arricchimento per i privati, come sono diventate tutte, grazie alle logiche politiche del neocapitalismo selvaggio e della globalizzazione, grazie alle servitù dei potere e dei sindacalisti della triplice , coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti: servizi diventati di qualità pessima, rispetto a prima e a costi per i cittadini e le famiglie italiane diventati operosissimi.

Già, proprio così: servizi sono diventati di infima qualità, mentre i costi sono saliti in maniera spropositata, con buona pace di tutte le così dette Authority, introdotte anch’esse dal potere, quale ipotetico contrasto allo strapotere delle aziende: in realtà sono una vera e propria ulteriore presa in giro per i cittadini, che fingono di difendere, o tutelare: insomma, oltre ai danni, pure le beffe.

In particolare, per le Ferrovie siamo a una vera e propria emergenza.

Pochi centimetri di neve sono bastati prima di Natale a far saltare i collegamenti fra Milano e Bologna, con conseguenze catastrofiche che molti di noi hanno vissuto direttamente, o quanto meno conoscono bene, perché le si debba ricordare qui.

Una notte d’inverno molti viaggiatori sono stati trasportati da Trenitalia direttamente all’inferno.

Lo stesso invece non è avvenuto nei tratti milanesi gestiti dalle Ferrovie Nord di Milano, una società autonoma, che ha provveduto a impedire che gelassero i cambi, cosa che Trenitalia, o chi per essa, non ha fatto, perché non può più fare, perché, grazie alle logiche dell’aziendalizzazione, sono stati tagliati molti posti di lavoro, a tutto danno degli utenti. Infatti, non è un caso.

Catastrofe di Natale a parte, sempre come ognuno sa, o può agevolmente constatare, frequentando le stazioni ferroviarie, i ritardi non sono più un’eccezione, per quanto diffusa: sono la regola; e ritardi che rispondono a logiche misteriose e imponderabili, spesso tout court assurdi.

A proposito di stazioni: sono diventati luoghi di bruttezza estrema, che deturpano le nostre città, concentrato di disagio, ricettacolo di disperazione, con le aree dei dintorni intere, pressoché infrequentabili.

A Torino, per dire di quella che conosco meglio, per esempio, sono più di dieci anni che Porta Nuova e le strade vicine sono interessate da lavori interminabili, con conseguenze estetiche e sociali ugualmente allucinanti. Per non dire delle nuove già realizzate. Roma e Milano diventano invivibili, non appena si supera il ristretto cerchio degli arrivi/partenze; Trieste è un percorso assurdo, imbarazzante. Tutte, vecchie nuove, posti allucinanti: senza sale d’attesa, servizi igienici, o servizi. Da poco ci raccontano, favoleggiando, della così detta alta velocità nel frattempo realizzata.

Ora, in primo luogo, essa è costata uno sproposito per tutti noi, cioè allo Stato ( già, bella logica, quella di TreniItalia, pubblica quando deve battere cassa, o scaricare perdite, privata quando deve incassare e assicurarsi guadagni: vorrei capire che aziende ibride sono queste: come la Fiat, già, che ha fatto scuola… ) cifre astronomiche, superiori a quelle degli altri Paesi europei.

Poi, come il Cristo di Carlo Levi, si è fermata a Eboli, o già di lì, colpendo e penalizzando ulteriormente il Mezzogiorno d’Italia; infine, ha costi di utilizzo per gli utenti proibitivi, riservati a una fascia precisa di utenti, quelli che possono permettersi di pagare biglietti elevatissimi, i ricchi e i nuovi ricchi e gli arricchiti.

Per tutti gli altri, come i pendolari, altro che alta velocità: a costi comunque rilevanti, bassissima velocità, con orari da anni Trenta; su vagoni super-affollati, così programmati apposta; senza manutenzione e che partono già, anche sulle lunghe distanze, con i riscaldamenti rotti, le porte scassate e i bagni sporchi: una vergogna, una vera e propria vergogna, di cui non sappiamo nemmeno a chi dobbiamo dire grazie.

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