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 ANTICONFORMISTA/ Il Cardinale Claudio Humms, che si è interrogato sul celibato imposto ai pre... di giuseppe
 
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Sandro Giovannini
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Di giuseppe (del 22/11/2009 @ 19:19:23, in blog, linkato 837 volte)

Mancano ancora quattro mesi e mezzo, ma da sei e in particolare in queste ultime settimane la campagna elettorale per le regionali è già cominciata. Fosse almeno quella dei dibattiti, dei confronti, delle proposte…No, invece è quella dei candidati al consiglio partiti con grande anticipo e grande dispiego di mezzi economici.

Va bene che è in palio uno stipendio sui quindicimila euro per cinque anni, più liquidazione e pensione: meglio del “win for life”, il nuovo concorso della Sisal, insomma…

Per quanto abbastanza noioso, fare il consigliere regionale è comunque un buon posto nella nomenklatura di regime, un privilegio nella casta, e dunque, ora che, a differenza delle elezioni politiche, l’incarico bisogna conquistarselo di persona e gli elettori sono chiamati ad eleggere, non a ratificare scelte già compiute, con le preferenze, la caccia grossa al tesoro è partita con largo anticipo, e però…

Mancano quattro mesi e mezzo, ma ho visto già le cose più incredibili: c’è chi ricorda l’ortografia del proprio cognome; chi ha fatto contratti con giornali e giornalisti compiacenti per pubblicità occulte; chi si è messo sui cartelloni davanti alle edicole e chi semplicemente ha riempito con foto e slogan gli spazi della pubblicità commerciale, come se fosse un salame, o un detersivo, visto che la pubblicità elettorale in senso stesso sarebbe vietata.

Il peggiore di tutti, quello ( meglio stendere sul nome il pietoso velo del silenzio ) che è partito adesso col telemarketing – le telefonate a tappeto con un disco pre – registrato - un servizio che costa fra l’altro moltissimo e che fino ad ora faceva, con le abitudini consolidate, chi poteva permetterselo, soltanto negli ultimi quindici giorni.

Così, non cambia molto: alle scelte dei partiti nelle politiche, si sono sostituite le differenze economiche, dal momento che, come è ovvio, soltanto chi può permettersi di spendere cifre astronomiche ha possibilità di essere eletto, altro che la democrazia partecipativa, altro che la democrazia classica!

Triste segno dei tempi, una politica ridotta a commercio mercantile, senza più non dico ideali, ma nemmeno idee, e tanto meno le gambe degli uomini e delle donne che le idee, quando c’erano, facevano camminare.

Una politica di casta, incapace di modernizzare, progettare il futuro, rispondere alle sfide epocali, risolvere i problemi e dare fiducia, speranza, entusiasmo; capace soltanto di gestire e male l’ordinaria amministrazione, al servizio dei propri interessi e delle proprie clientele. Uno squallore unico. Io che, se non altro per coerenza con le mie radici, oltre che perché questi comunisti sono sempre comunisti, tutti, e mi dispiace dare ragione a Silvio, voterò nell’ambito della coalizione di centro – destra, a marzo sceglierò un candidato giovane e senza mezzi economici: ammesso che ne mettano in lista uno da qualche parte, uno che abbia fatto gavetta da ragazzo; che si sia esercitato proficuamente nelle sezioni di partito e nel proprio comune, o quartiere; estraneo ai potentati economici e politici; attento ai valori culturali, di supremazia della cultura sulla politica; che vada in giro a fare comizi; che abbia idee e buona volontà e non abbia perso il contatto col mondo reale, con la vita vera.

Gli farò campagna elettorale per quel che posso, a modo mio, e gratis, naturalmente. E’ il mio modo di sopravvivere e di reagire allo squallore.

Se c’è qualcuno che la pensa come me, parliamone…

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Di giuseppe (del 11/11/2009 @ 06:53:13, in blog, linkato 1175 volte)

La partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende è ritornata prepotentemente d’attualità nel dibattito politico italiano delle ultime settimane. Non si tratta nemmeno più di un’utopia, perché essa è stata e da tempo effettivamente realizzata in alcune realtà europee, specie in Germania, per quanto in forme limitative, mentre in Italia si discute ancora, più o meno a titolo di esercitazione accademica.

Bene, anche questa è una idea – forza che la destra sociale – e penso al Msi – ha sempre cavalcato, senza purtroppo riuscire ad attuarla, per poi improvvisamente e colpevolmente dimenticarla e cancellarla, nelle sue evoluzioni nel frattempo sopravvenute, in Alleanza nazionale e tanto più in Popolo della libertà, insieme a tanti valori e tante proposte quanto mai ancor oggi inedite e più che mai valide.

Per la precisione, anche a livello ideologico, la partecipazione dei lavoratori agli utili e non solo, pure alla gestione delle imprese, costituisce una caratteristica di forza dirompente, che supera d’un sol colpo logiche vetero – marxiste e neo – capitaliste.

Il modello della democrazia partecipativa va esteso anche a tutti gli altri lavoratori e ai liberi professionisti, affinché tutti quanti, attraverso le loro categorie professionali, possano partecipare e decidere, non soltanto parlare e ratificare come adesso, nei processi costituivi e ordinativi dello Stato, la cui autorità, per inciso, va urgentemente riaffermata.

Infine, le logiche del lavoro just in time, delle persone utilizzate e spremute, oltre che sottopagate, finchè servono e poi relegate e variamente riconvertite, in spregio a ogni dignità umana, vanno subito cancellate in ogni forma, a cominciare da quella del precariato e a finire con le gabbie salariali.

Se c’è ancora una destra sociale, prenda nota, sia capace di rimettere tutto questo nell’agenda del dibattito politico e con questo tutto affronti le prossime prove elettorali.

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Di giuseppe (del 07/11/2009 @ 15:55:59, in blog, linkato 1782 volte)

Le notizie di questi ultimi giorni inerenti “il tesoro nascosto di casa Agnelli”, le indagini del fisco e la ripresa della causa civile intentata da Margherita Agnelli presso il Tribunale di Torino hanno prepotentemente rilanciato all’attenzione generale un caso per tanti versi emblematico, e anzi decisivo.

L’informazione più libera e spregiudicata, attenta a tutto quanto sfugge, per calcolo, o semplicemente per negligenza, all’informazione ufficiale, ha già ripreso e commentato gli sviluppi del caso, fra cui le reazioni di chi, rendendo merito, si chiedeva come mai nessuno avesse finora trovato nulla da eccepire sull’enorme mole di denaro “trattato” in nero sui fondi esteri.

Bene, nel mio libro “Ottanta metri di mistero – La tragica morte di Edoardo Agnelli”, Edizioni Koinè, uscito nello scorso mese di febbraio, nelle pagine iniziali, io mi chiedo e chiedo – una domanda fra tutte – quanto negli ultimi decenni al gruppo Fiat abbia dato lo Stato italiano, come agevolazioni, contributi a fondo perduto, cassa integrazione e operazioni varie, a sostegno di un’industria che si diceva andasse male, mentre, scopriamo adesso, ciò non impediva ai proprietari di famiglia di accumulare patrimoni ingenti, per di più segreti; e altri interrogativi, logici, che qualunque cittadino italiano, partecipe della res publica e attento al bene comune, dovrebbe porsi.

L’attualità però sposta ora l’attenzione su di un aspetto che io reputo molto importante e che fa anch’esso parte dalla questione dell’”eredità contesa” tornata prepotentemente all’attenzione generale in questi giorni.

Al netto delle tante considerazioni possibili al riguardo, si tratta in estrema sintesi di questo: dopo la morte del padre, a distanza di circa un anno di “trattative”, nel 2004, in Svizzera, Margherita sottoscrisse un patto con la madre, in virtù del quale avrebbe rinunciato alle quote nella finanziaria di famiglia, la “Dicembre”, attraverso cui si controlla l’intero impero economico e finanziario, liquidatele con 105 milioni, in cambio di beni mobili e immobiliari, per un ammontare complessivo stimabile in un miliardo e centosessantasei milioni ( di euro, ovvio ), mentre la madre Marella Agnelli avrebbe avuto il via libera per trasferire le quote della “Dicembre” a John Elkann, erede designato, oltre a una rendita mensile di circa 770mila euro al mese, usufrutto di altri beni e altre proprietà.

Tutto a posto?

No, niente in ordine, perché a distanza di pochi anni, nel maggio 2007, dopo ripetute richieste di chiarimenti rimaste inevase, Margherita intenta una causa civile, tesa a far luce sull’effettivo patrimonio del gruppo, avendo avuto prove dell’esistenza di un “tesoro segreto”, stimabile in un miliardo e 463 milioni di euro, nascosto all’estero.

Questa cifra astronomica sarebbe stata ottenuta attraverso manovre finanziarie della società con sede in Lussemburgo denominata Exor, cioè a suoi soci occulti e che in ultima e definitiva analisi altri non sarebbero stati che l’avvocato Gianni Agnelli stesso, mentre sfugge del tutto ancora oggi chi dopo la sua morte ne abbia avuto controllo, gestione e disponibilità. A ciò va aggiunto il quadro ottenibile collegando altre società in vario modo riconducibili al gruppo, o alla persona fisica dell’avvocato Agnelli, tutte holding con sede all’estero, di cui almeno adesso si sa nome e domicilio fiscale: la Fima, a Panama; la Vencon, nelle Isole Vergini, come pure le altre denominate Sikestone Invest, Sigma Portaolio, Springrest, Fima Finance, Calamus Trading; la European Ventures, nelle isole Cayman; la Alkyone, nel Liechtenstein e, infine, una non meglio qualificata società Farella.

A questa composita galassia, va affiancata la rete altrettanto estesa di banche che gestiscono il patrimonio occulto talmente consistente, da essere pure difficilmente quantificabile e comunque, come visto, astronomico, vale a dire la Morgan Stanley, la Hofmann, la Credit Suisse, la Ubs e la Deutsche Bank di Zurigo; la LGT di Vaduz; la Lombard Odier Darier Hentsch, la Jp Morgan e la Pictet di Ginevra; l’Intesa San Paolo di Torino, la Popolare di Bergamo, la Royal Bank di Montreal, la Lazard di Parigi, l’Artesia dell’Aia e la Dexia del Lussenburgo.

Incredibile.

Pure io, prima casualmente, poi con convinzione, dalla questione dell’eredità contesa partii nella mia inchiesta giornalistica, nella primavera del 2008, per il mio libro uscito nel febbraio 2009, dal momento che, casualmente, mentre cercavo di capirci qualcosa nel processo che si celebrava a Torino per la denuncia di Margherita, mi imbattei nella morte di Edoardo, archiviata come “suicidio”.

Voglio qui semplicemente mettere a fuoco – e ricordare - uno dei tanti aspetti che ho scoperto, forse il più inquietante: poco prima di morire, a Edoardo fu offerto qualcosa di simile di quanto fu in seguito offerto a Margherita, che, come detto, accettò, salvo poi pentirsene anni dopo e dare il via al processo civile. Edoardo invece si rifiutò di accettare, poche settimane e pochi giorni prima di morire. Me lo raccontano tre testimoni diversi, ognuno dei quali nulla sa dell’altro e a ognuno dei quali Edoardo parlò di persona direttamente.

Ecco, io credo che il destino di Edoardo sia stato segnato dagli enormi interessi dei gruppi di potere all’interno dell’impero finanziario ed economico della Fiat, gruppi che già avevano estromesso di fatto Edoardo e volevano del tutto eliminare l’eventualità che egli potesse reclamare, come più volte aveva fatto invano in passato, i suoi diritti, sia di possesso, sia di gestione.

Già – ed è un’altra cosa importante, che ho scoperto col mio libro – Edoardo non era quel personaggio eccentrico che hanno a lungo variamente illustrato, disilluso e disinteressato. Edoardo era motivato e impegnato, ed era convinto che un mondo migliore fosse possibile e avrebbe voluto dare il suo non certo secondario contributo alla pratica realizzazione di un sistema economico e sociale più equo e più giusto. Ecco, questo è quanto.

Rimando chi potrebbe obiettare che si tratta di teorie ai circa venti elementi concreti che concretamente, appunto, ostano alla versione ufficiale del suicidio dame scoperti e …Ah, non voglio farmi pubblicità, credetemi: le copie della prima edizione sono andate pressoché esaurite e non so nemmeno se il mio editore nei prossimi mesi vorrà farne un’altra. Scrivo, sull’onda di quanto successo negli ultimi giorni, per segnalare questo aspetto, del tesoro segreto di casa Agnelli, che io ritengo, come detto, fondamentale e decisivo, non solo a fini tributari e politici, ma come vera e propria articolazione di partenza pure per la tragica morte di Edoardo Agnelli.

Meglio di me, come sempre per gli aspetti economici e finanziari, lo spiega Marco Bava, storico amico e consulente di Edoardo: “La verità che cerca Margherita non può disgiunta da quella sulla morte di Edoardo in quanto all’epoca dell’omicidio fra i temi sul tavolo il più rilevante era quella della successione. Come avvenuto per Margherita, anche per Edoardo, si voleva estrometterlo dall’eredità, per quanto riguarda la sua quota della società “Dicembre”, cioè la società che di fatto controlla la Fiat. Edoardo non aderì a quella proposta in quanto all’interno della “Dicembre” erano presenti membri non della famiglia Agnelli, vale a dire Grande Stevens padre e figlia e Gabetti. All’epoca ed ancora oggi, se non è stato modificato, l’articolo 7 dello statuto della “Dicembre” avrebbe consentito, qualora fosse morto uno dei soci, agli altri soci di acquisire la quota dello stesso per poche centinaia di migliaia di euro, per fare un esempio con centomila euro circa il controllo della Fiat. Per fare chiarezza adesso l’unica strada possibile è la riesumazione della salma di Edoardo e procedere all’autopsia”.

Informo infine chi ha a cuore il caso che a settembre è stato qui a Torino il regista Alberto D’Onofrio che ha realizzato per conto della Rai un documentario di un’ora interamente dedicato al “mistero” della morte di Edoardo, lavoro che, sia per l’autorevolezza dell’autore, sia per il prestigio delle personalità che saranno coinvolte, si annuncia dirompente.

Questa storia non finisce qui, e non finisce mai di stupire. Continuano ad arrivarmi segnalazioni di vario tipo. Vi cito soltanto le ultime tre in ordine di tempo.

La testimonianza di un’amica, vera e sincera, americana, di Edoardo, da Washington.

La tesi del professor Prof. Guido Angeloni, Presidente dell'Associazione grafologica Filografia, già docente nel corso di Laurea in Scienze grafologiche (LUMSA ROMA) e perito del Tribunale di Viterbo, il quale mi scrive che: “Edoardo non aveva il segno grafologico della tendenza al suicidio (da non confondere con l'obbligatorio passaggio all'atto), da me scoperto. Il segno di cui sopra, attualmente, è presente in 260 casi su 264. Fanno eccezione: 1) un giovane chimico che si è ucciso nel 44, per sfuggire alle torture dei suoi carcieri e, dunque, per non essere costretto a rivelare i nomi dei suoi compagni della resistenza, 2) Van Gogh, il cui suicidio desta moltissimi dubbi e che è, a dir poco, "strano"; 3) Una paziente psichiatra, defenestrata, che, con probabilità, si è gettata nel vuoto perchè rincorreva la "libertà". In altre parole, il segno da me scoperto sembra costituire la classica condizione necessaria ma non sufficiente per il passaggio all'atto suicida. E nella grafia di Edoardo Agnelli era assente: di conseguenza ...”

Infime, la “segnalazione” di un pastore/agricoltore il quale arrivò per primo sulla scena del fatto quella mattina e che – pare – smentisca le ricostruzioni ufficiali: lavorerò su quest’altra “pista” nelle prossime settimane, magari in compagnia di quel galantuomo, giornalista di razza, vecchio stampo che è Antonio Parisi, a Roma, grazie al quale ebbi il primo articolo importante sul settimanale “Visto”, che ruppe il muro di gomma che disperavo di poter bucare. E invece molto in seguito è stato scritto e detto, su quanto ho scoperto col mio libro. Ma – ripeto – comunque questa storia non finisce qui, anzi probabilmente il meglio deve ancora venire.

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