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"Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui".

Ezra Pound
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Di giuseppe (del 29/05/2009 @ 19:15:23, in blog, linkato 1930 volte)

“Sono abbastanza grande adesso per diventarti amico”

L’INCONTRO DI PIER PAOLO PASOLINI CON EZRA POUND

e altri incontri decisivi _________________________________

 

PERFORMANCE TEATRALE

Ideata, scritta e presentata da

GIUSEPPE PUPPO

Interpretata da

SANDRA MAGGIO

LAURA MARTELLI

LUCA FOLLINI

ALDO MORI

 

Direzione artistica e regia di

PIETRO DI GIORGIO

Una produzione

ITALIANA TEATRO

2010

per la

MORE & MORE PARTNERS

Promozione e comunicazione

 

I make a pact with you. I have detested you long enough. I come to you as a grown child Who has had a pig-headed father. I am old enough now to make friends. It was you who broke the new wood, Now is a time for carving. We have one sap and one root. Let there be commerce between us.

EZRA POUND, a Walt Whitman, 1913

 

Stringo un patto con te. Ti ho detestato abbastanza a lungo. Vengo da te come un figlio ormai cresciuto che ha avuto un padre un po’ carogna. Sono abbastanza grande adesso per diventarti amico. Sei stato tu a tagliare il legno nuovo, adesso è tempo di inciderlo. Abbiamo un solo fusto e una sola radice. Ci sia dunque dialogo, fra di noi.

PIER PAOLO PASOLINI, a Ezra Pound, 1967

 

Nel 1967, per una delle trasmissioni televisive che Pier Paolo Pasolini aveva realizzato, o aveva in programma, chiese un’intervista a Ezra Pound.

L’intellettuale più famoso, per quanto eretico, del comunismo italiano andava a rendere omaggio, col suo interessamento, all’intellettuale fascista più famoso, per quanto eretico, fra l’altro, non dimentichiamolo, nel particolare clima di quegli anni. L’uno allora all’apice della gloria della cultura ufficiale, l’altro dalla cultura ufficiale allora praticamente negato e relegato in disparte.

Eppure due poeti, grandi e veri, ma non solo: fra i massimi protagonisti della cultura contemporanea, quali autori versatili, studiosi di multiforme ingegno, saggisti, filologi e animatori ideali. Oltre a questo, al di là delle etichette di comodo, pure solide fondamenta ideologiche a unirli: l’uno legato al mito dell’Italia rurale e contadina, l’altro al mito dell’America dei pionieri, con la feroce, conseguente avversione di entrambi alla guerra, all’usura, all’egoismo del capitalismo, nell’amore vivissimo per le espressioni nazionali, popolari e tradizionali, nella convinzione del valore della cultura e del potere dell’educazione.

Un’intervista che fece bene a entrambi, negli ultimi anni della loro vita: Ezra Pound interruppe così il lungo periodo del “tempus tacendi” che aveva iniziato, nel 1958, al suo rientro in Italia dal manicomio criminale in cui lo avevano internato i suoi compatrioti americani, finita la guerra; Pier Paolo Pasolini iniziò la bellissima stagione da lucido e profetico polemista, da corsaro capace di individuare quello che stava avvenendo e delineare quello che sarebbe avvenuto.

Nel chiedergli l’intervista, Pasolini mandò a Pound, in italiano, alcuni versi che il poeta americano aveva dedicato più di mezzo secolo prima a Walt Whitman: “Bene. Amici allora! Pax tibi, pax mundi” – fu la risposta che ricevette.

Il fotografo Gianfranco Contini capì subito che si sarebbe trattato di un avvenimento storico e chiese alla direzione Rai di poterlo filmare: l’incontro avvenne a Venezia il 26 ottobre 1967; lo straordinario documentario andò poi in onda l’anno dopo, col titolo “Un’ora con Ezra Pound”, a firma di Vanni Ronsisvalle.

***

“Sono abbastanza grande adesso per diventarti amico” è il titolo, mutuato dal verso di Pound, a sua volta utilizzato da Pasolini, della performance teatrale originale che Giuseppe Puppo sta scrivendo in questi giorni, e che è affidata alla compagnia “Italiana teatro”, per la regia di Pietro Di Giorgio.

Lo spettacolo ( dopo le prove previste in autunno ) debutterà a Casale Monferrato sabato 16 gennaio 2010; sarà poi subito replicato, il giorno dopo, a Torino, a cura di Bruno Labate, presidente dell’Associazione Poesia Attiva.

Seguiranno nei mesi successivi altre date, che la “More & More Partners” sta già organizzando in tutta Italia.

Sulla scena, l’attrice Sandra Maggio, la quale, nel 2009, nel centenario del Futurismo, ha interpretato Filippo Tommaso Marinetti, farà “sentire” la poesia di Pasolini, un altro autore tanto citato, quanto poco e niente recitato; mentre l’altra voce recitante, Laura Martelli, darà forma e contenuto ai versi di Pound.

Gli attori Luca Follini ( Pasolini ) e Aldo Mori ( Pound ) interpreteranno i due poeti e rievocheranno le loro forti, ancora, anzi, oggi più che mai, attualissime prese di posizione storiche, politiche e culturali.

Infatti, ancora, oltre far sentire la poesia, “Sono abbastanza grande per diventarti amico” non vuole meccanicamente raccontare il dialogo, le parole che si dissero i due poeti in quella precisa occasione. Vuole invece raccontare la profondissima intesa, le parole che non furono dette, ma che entrambi avevano ben presenti dentro di sé, nel loro portato genetico.

Ritroveranno così forma e sostanza, nei dialoghi sulla scena fra Pasolini e Pound, i ricordi evocati e messi in disparte, quelli talmente belli, da fare male; le malinconie senza rimedio; le ferite senza cicatrici; i discorsi intasati e momentaneamente sospesi; i sogni infranti e le speranze tradite; le grandi idee capaci di muovere il mondo; le folli passioni e le lucide profezie.

Ancora, in senso più propriamente spettacolare, le due attrici ridaranno vita ad alcune figure femminili indissolubilmente legate alla vita di Pasolini e Pound: Laura Martelli sarà Olga Rudge e Patty Pravo; Sandra Maggio, Mary de Rachelwitz e Maria Callas, in altri incontri per tutti decisivi.

Infine, la vera e propria “chicca” della rievocazione dell’ultima apparizione in pubblico di Pier Paolo Pasolini, la sua “conversazione” tenuta al liceo classico“G. Palmieri” di Lecce, il 21 ottobre del 1975, di cui l’autore, allora studente del III liceo, per una coincidenza significativa, fu non solo testimone, ma, sia pur parzialmente, protagonista, come attestano le tracce audio e le trascrizioni di quest’altro memorabile evento.

***

Uno spettacolo dunque realmente originale, non solo di gradevole presenza scenica, per gli spettatori, e di indubbio valore poetico, ma pure, per tanti versi, pieno di suggestioni culturali di estremo interesse, che riusciranno probabilmente a far positivamente discutere, certamente a far creativamente pensare, nella più autentica lezione del “teatro di parola” pasoliniano, in cui contano le idee espresse, dibattute e fatte lievitare negli spettatori.

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Di giuseppe (del 21/05/2009 @ 18:25:38, in blog, linkato 1043 volte)

Anche se, soltanto negli ultimi mesi, per motivi contingenti, ho fatto registrare qualche frequentazione diretta in sala, da quando non si può fumare non vado più al cinema ( e dire che da giornalista nemmeno pago il biglietto ), ma mi segno i film che mi interessano e aspetto che li diano in tv, rigorosamente quelle in chiaro, visibili da tutti.

Il “passaggio” ( del film ) segna per me una visione partecipata, nonché l’avvenuta considerazione nazional-popolare.

Tutto ciò premesso, ieri sera, con grande, finanche esagerata, dirompente addirittura, partecipazione emotiva, ho visto, dopo “appena” tre anni, uno di quei film che stavo aspettando: “Notte prima degli esami”.

Il “passaggio” ( in questa esperienza fondamentale ) segna il momento decisivo in cui si comincia a diventare grandi. Ho detto: si comincia, ché grandi si diventa abbastanza dopo, e io, per esempio, lo devo ancora diventare; ma insomma: si lascia il guscio protettivo e costrittivo al tempo stesso della scuola, e si entra nella fase in cui si può decidere, ma ci si deve prendere e per la prima volta le proprie responsabilità.

Sapevo della canzone di Antonello Venditti, che a sua volta racconta la propria esperienza degli anni Sessanta.

Ieri sera ho visto il film omonimo, che parla dei “dorati” anni Ottanta, ricostruiti a Roma, delicatamente fra “personale” e “politico”, come si diceva negli anni Settanta, in cui anche io passai la mia notte prima degli esami.

Ripensare al passato è sempre un esercizio meritorio, trovo nemmeno triste, anzi proprio piacevole, se lo si può storicizzare, rivisitandolo con consapevolezza. Poi, certo, in genere, come insegnava Filippo Tommaso Marinetti, non bisogna pensare al passato, e nemmeno al domani, ma al dopodomani!

Ma ogni tanto, per storicizzare, per acquisire consapevolezza, ci sta, e può diventare almeno piacevole, se non divertente.

Ieri sera ho ricordato i miei esami di maturità.

Lecce, luglio 1976. Pure nella mia classe c’era un mio compagno che aveva messo incinta un’altra compagna della stessa classe. Pure quell’anno si verificarono “fughe di notizie” sulle tracce dei temi, anzi ce ne furono talmente tante, che all’ultimo momento la prima prova fu annullata, e il giorno dopo le buste dei temi, radicalmente cambiati, arrivarono con i Carabinieri.

Nel mio film, quei flash che scorrono ora nitidamente, rivedo appunto un tema superbo. Fui l’unico a contestare, delicatamente, ma profondamente, la frase di don Lorenzo Milani sulla “lingua che ci fa uguali”. Feci tesoro di una conferenza tenuta proprio nella mia scuola, il glorioso liceo-ginnasio di Stato “G. Palmieri” di Lecce, da Pier Paolo Pisolini, il 30 ottobre precedente, anzi, fu quella l’ultima sua apparizione pubblica, prima di trovare, tornato a Roma, la tragica morte che tutti sappiamo. Quale profetico regalo ( altro che fughe di notizie, o leggende metropolitane ) aveva anticipato il tema che sarebbe uscito alla maturità. Io scrissi i concetti che egli aveva espresso in quell’occasione, sull’omologazione linguistica, la valorizzazione dei dialetti, le degenerazioni del consumismo. Lo spiegai all’esterrefatto commissario, che mi chiese come avessi fatto a formulare tali straordinarie elaborazioni, prima di mostrarmi il voto che mi aveva dato: 10. Dieci, era scritto proprio così, me lo ricordo bene.

L’altro scritto, la versione di latino, di un Cicerone antipatico, nemmeno oratorio, o filosofico, proprio ostico, nelle sue tesi civili, sul dovere di non procurare danni agli altri per il proprio tornaconto, filò liscio secondo il collaudato copione che era stato ampiamente previsto e predisposto, e cioè copiare dal più bravo.

Orale.

Mi ricordo che anche la tesina di italiano era sui dialetti, sul poeta milanese Carlo Porta, per la precisione, e fu così che il voto finale, nonostante una media di ammissione bassa, tranne italiano, arrivò a 54.

Ma la cosa che ricordo con maggiore piacere fu la tesina che avevo preparato per storia, e cioè le nuove tesi di Renzo De Felice sul fascismo. Oggi sono unanimante accettate e ampiamente condivise, ma allora, quando uscirono, suscitarono un putiferio che la metà bastava, ovviamente da parte della sinistra, che sull’antifascismo dei luoghi comuni aveva costruito le sue fortune politiche.

Benché dissuaso da un po’ tutti, professori in testa, preside compreso, scongiurato addirittura di non farlo, con l’avvertimento – minaccia che il presidente della Commissione era un partigiano, niente, io presentai un blocco di fogli alto quattro dita, insieme a quel libretto, bianco e blu che mi è rimasto impresso “Intervista sul fascismo”.

Quanto al “personale”, poco da aggiungere. All’epoca, con le ragazze ero imbranato cronico. Nonostante avessi occasioni a ripetizione e profferte a iosa ( perché ero l’intellettuale della scuola e il leader politico, insomma anche per questo fascino aggiunto ce n’erano sempre tre o quattro che mi stavano appiccicate addosso, prima di stancarsi e trovarmi alla fine noioso ) non solo non ero fidanzato, ma non mi davo proprio da fare. La mia prima e unica esperienza era avvenuta due anni prima, grazie all’intraprendenza estrema, insistita e ostinata, di una mia compagna di classe, che aveva praticamente fatto tutto lei. Poi più niente.

In quella calda estate del 1976, non avevo quindi “cosce tese chiuse come le chiese quando ti vuoi confessare”, e tanto meno aperte, su cui poter esercitare le mie mani. In mancanza di meglio, le esercitavo, per così dire, in maniera alternativa. La notte prima degli esami, dopo aver esercitato la mente pensando a Renzo De Felice, esercitai pure le mani pensando a una signora di dieci, o venti anni più grande di me, di Taranto, Norma, si chiamava, e somigliava alla Edwige Fenech dell’epoca, anzi era pure meglio.

L’ avevo conosciuta qualche settimana prima in un incontro politico. Nonostante avessi sfiancato pure lei, coi soliti discorsi politici, invece di parlare di altro e soprattutto di fare altro, continuava a telefonarmi, a casa, chissà perché sempre all’ora di pranzo.

L’ultima volta m’aveva detto che subito dopo gli esami sarebbe venuta a trovarmi, di sera, con la sua macchina, per farmi fare un giro e l’aveva detto in un modo che pure io avevo capito che cosa voleva dire.

La notte prima degli esami immaginai che cosa sarebbe potuto succedere, quando Norma sarebbe venuta a trovarmi, con la sua auto, di notte, per le strade deserte della Lecce ancora solitaria e isolata, ma sempre trepida e sapida, degli anni Settanta.

Devo dire che la realtà superò poi la più fervida fantasia. Infatti, finiti gli esami, dopo gli orali, il giorno, anzi la notte dopo, con la sua auto, una grande Mercedes, bianca, monumentale, Norma venne davvero a Lecce, a prendermi e a farmi fare un giro nei dintorni solitari.

Fu così che cominciai a diventare grande.

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Di giuseppe (del 08/05/2009 @ 20:23:49, in blog, linkato 1111 volte)

Abbiamo mandato una nostra squadra martedì pomeriggio: hanno visto cadaveri di donne e bambini, fosse comuni, case distrutte”.

Così Jessica Barry, della Croce Rossa, in Afghanistan.

A Bala Boluk ci sono state altre centinaia di vittime innocenti della popolazione civile dopo un altro bombardamento degli Americani, che, come era ampiamente prevedibile, anche sotto la nuova presidenza di Obama, nel sostanziale silenzio dei grandi media internazionali, continuano la loro sciagurata e criminale opera di distruzione, per affermare il potere di controllo sul mondo e sostenere la loro scalcinata economia, dell’ingiustizia e della disuguaglianza, dell’egoismo e della sopraffazione, con gli apparati militari.

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Di giuseppe (del 03/05/2009 @ 00:13:09, in blog, linkato 2478 volte)

Questa è la storia di “Mr. Bojangles”, una storia vera, inquietante e disperata come sanno esserle certe storie americane piene di violenza e di umanità negata, derisa e vilipesa dal sistema del sogno infranto e oggi miseramente fallito, un’umanità che però protesta la propria sia pur tragica, ma solenne dignità.

Scopertala per caso, ma sagacemente ricostruitala con la maggiore approssimazione possibile, io qui, ora, ve la voglio raccontare, provando a scriverla come l’avrebbe scritta, nel suo stile scarno, quanto efficace, Ernest Hemingway, anche se poi, nella fattispecie, ci vorrebbero meglio i versi di Edgar Lee Masters.

Ma sono necessari alcuni chiarimenti preliminari, che spero non vi annoino, se avrete la pazienza di aspettare, e qualche dettaglio, che vi permetterà di apprezzarla compiutamente.

“Mr. Bojangles” è anche il titolo della canzone che questa storia ha scoperto per prima e raccontato per davvero. L’ha composta nel 1968 ( pensate a Robert Kennedy, a Martin Luther King, alle immagini in bianco e nero degli Stati Uniti di quel periodo per tanti versi memorabile ) il cantautore Jerry Jeff Walker, l’ io narrans del testo. Una canzone bella e triste interpretata anche da artisti del calibro di Bob Dylan, Sammy Davis Junior, Robbie Williams e tanti altri ancora, ma se volete sentirla, io vi consiglio di ascoltare la versione più recente, dell’ “Alberto Traversi Quartet”, un’eccezione clamorosa alla regola che le cover non sono mai all’altezza dell’originale, perché qui, l’interpretazione del vocalist, incredibilmente italiano, di spregiudicata duttilità espressiva, mi sembra che sia una rilettura stupenda, e, nell’insieme della resa musicale, una acquisizione insuperabile nella sensibilità dimostrata, carezzevole, struggente e passionale, per lo swing di fondo e per le variazioni sul tema prodotte.

Voi potete trovarla su

www.myspace.com/albertotraversiquartet

in solo audio, nella versione discografica, tratto dal primo album del gruppo, “The art of swing”; io, rimasto folgorato dalla bellezza e dalla tristezza, l’ho scoperta sere fa, seduto accanto a una ragazza, a guardare distrattamente la tv nel programma che voleva, e a lei, sempre bella, dentro e fuori, e spesso triste, in questi giorni poi di nuovo triste della sua malinconica disperazione senza rimedio, che non riesco a sopportare, questa storia voglio dedicare, quale ottimo auspicio che altre cose belle mi faccia scoprire e mi faccia fare, e se volete vederla ( la canzone, non la ragazza ) come l’ho vista e scoperta io, sere fa, per caso, davanti la tv, potete farlo su

http://www.youtube.com/watch?v=CsoogCS86_A

“Mr. Bojangles”, infine, era un ballerino e cantante di colore della prima metà del secolo, Bill "Bojangles" Robinson, famoso in tutti gli States ed per questo che così, nel suo ricordo, con questo nome, chiamano il protagonista della nostra storia, il nostro Mr. Bojangles, che, per inciso, era un bianco.

Era la fine di luglio, mi ricordo bene, ma l’anno no, il 1965, forse, o giù di lì, ma che importa?

Era un pomeriggio caldo e afoso a New Orleans e l’umidità di quel maledetto fiume mi inzuppava la camicia, nella mia testa i pensieri galleggiavano in un altro fiume di alcol e che cazzo c’ero andato a fare in quella strada uguale a tante altre, nemmeno questo mi ricordo più.

Avevo pure fumato prima, nella mia scalcinata pensioncina e forse è pure per questo che il mio cuore galleggiava leggero, seguiva l’onda.

In tasca avrò avuto dieci dollari in tutto, ma ero felice, allora, io!

Pensavo di essere un grande artista e anzi non lo pensavo nemmeno più: lo ero.

A sera avrei suonato e cantato, io proprio io, c’erano pure le locandine col mio nome davanti il locale ancora deserto, dove ero passato a posare gli strumenti: fra poche ore ognuna di quelle centinaia di persone che avrebbero posato i loro culi sporchi sulle panche di legno si sarebbero sentiti lo stesso soli, disperatamente soli lo stesso, ma almeno non ci avrebbero pensato per un po’ e tanto bastava.

Adesso che sono anche io di nuovo solo e non sono più felice, di Mr. Bojangles mi ricordo bene, però.

Allora, a un certo punto si sentì uno sparo in uno dei negozietti che davano su quella strada, un colpo di fucile, secco, forte, ma nessuno sembrò farci caso più di tanto: tutti continuarono a fare quello che stavano facendo, parlare, camminare, fumare, bestemmiare, pensare ai loro destini sempre in bilico, cercare di fare un po’ di conti e rinunciarci per sfinimento.

Rimasero tutti lì, per qualche minuto, senza nemmeno sapere, o capire, pure io, ovviamente rimasi lì, fino a quando però, dopo pochissimo, arrivò la polizia, con quelle scene dei telefilm che vedevo nelle mie notti insonni nelle camere di albergo tutte uguali, come le città che per un attimo incontravo, e poi lasciavo il giorno dopo.

Fu così che, senza sapere e senza capire, mi ritrovai in un momento, o almeno così mi sembrò, in uno stanzone della caserma, dove i poliziotti mi avevano portato a forza, insieme a una decina di altri ignari e basiti occasionali passanti, dicendo che eravamo tutti sospettati di omicidio, che uno di noi era l’assassino che aveva mandato al camposanto un onesto commerciante, dopo averlo rapinato.

Una manganellata nello stomaco mi aveva strozzato in gola le proteste che pure avevo tentato all’inizio e mi aveva subito definitivamente fatto passare la voglia di chiedere altre spiegazioni.

Ci guardavamo l’un l’altro, mentre i minuti prima, le ore poi passavano senza fretta, con uguale lentezza e inutilità.

Fu così che ho conosciuto un uomo chiamato Mr. Bojangles.

Ballò per noi, in quella grande cella di caserma di polizia, come aveva ballato per tanti anni per tutti voi, che non lo troverete mai più.

Aveva le scarpe rotte, scalcagnate, in testa i capelli d’argento arrivavano alla maglietta lacera e sporca, tenuta fuori da un paio di calzoni rigonfi e spiegazzati tanto da aver perso irrimediabilmente la loro forma originaria.

Saltava alto, però, quando ballò, alto, con una insospettabile agilità, alto, vi dico, eppure ricadeva al suolo con delicatezza, Mr. Bojangles.

Io ero incazzato nero, fatto e confuso, però me lo ricordo bene, ve l’ho detto, l’ho conosciuto a New Orleans, quel maledetto pomeriggio d’un giorno da cani, Mr. Bojangles.

Mi guardava cercando nei miei occhi le età che non aveva più, mi parlò bene, sapete? Mi raccontò della sua vita, oh sì, tutta la sua vita mi raccontò, mentre sbatteva le sue gambe nei passi del tip tap.

Disse che il suo nome era Mr. Bojangles, o almeno così lo chiamavano e i suoi passi di danza seguivano le linee della cella.

Si pigliava i pantaloni e poi per i tacchi, nella posizione migliore; poi si lasciò andare, si lasciò proprio andare, si tolse i vestiti e li buttò via tutt’intorno e “Balla, Mr Bojangles!” – gli dicevamo – “Balla!”, continuavamo a ripetergli.

Era stato un suonatore ambulante, travestito da nero, nelle fiere e i mercati dei paesi di provincia di tutto il Sud.

Raccontò poi fra le lacrime di quando gli era morto il cane, quindici anni prima, il cane che era il suo unico affetto l’aveva lasciato per sempre dopo vent’anni e lui, oh, sì, ancora ne pativa.

Balla, Mr. Bojangles,per favore! Per favore, Mr. Bojanglse, balla! Balla!

Non si era mai più ripreso.

Balla, Mr. Bojangles,per favore! Per favore, Mr. Bojanglse, balla! Balla!

E raccontò che adesso continuava a ballare in quei locali dove suonano l’ honky tonks.

Balla, Mr. Bojangles! Per favore, Mr. Bojanglse, balla! Balla!

Per una bevuta, per qualche spicciolo, se ne stava lì, in questi locali dei paesi passava la maggior parte del suo tempo, ma ormai beveva poco, disse scuotendo il capo, e quando scosse la testa così, io sentii che qualcuno gli ripeteva ancora

Balla, Mr. Bojangles, per favore! Per favore, Mr. Bojanglse, balla! Balla!

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