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 INAFFIDABILI/ I sondaggi elettorali... di giuseppe
 
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“Nessuna meta è irraggiungibile, quando ho qualcosa da dire”

Nicola Vacca
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Di giuseppe (del 29/05/2008 @ 12:52:37, in blog, linkato 1347 volte)

A Biella, di fretta, andata e ritorno, fra bretelle, raccordi e rampe autostradali, con l’ultimo tratto di statale, che corre dritta nel bel mezzo di un panorama piatto tutto di risaie e una serie nutrita di outlet e spacci aziendali.

Biella, una città antica, dei secoli scorsi.

L’Ottocento, soprattutto, la rivoluzione industriale; la lavorazione della lana. Il Novecento, la seconda rivoluzione industriale; il tessile, il manifatturiero. Una ricchezza diffusa e a vari livelli parcellizzata sul territorio.

Poi, negli ultimi decenni, una crisi progressiva, dagli esiti ancora incerti. Le case di muri di mattoni di stampo antico. I portici del centro, come tutti i centri delle cittadine del Piemonte. Un orrenda costruzione di sfere di cemento piantata nel tessuto, è il caso di dirlo, urbano come una violenza talmente inaudita, che bisognerebbe arrestare e gettare via la chiave della cella chi l’ha progettata e chi l’ha autorizzata.

Le colline che si alzano dolcemente, con i paesi, pochi, di questa micro – provincia, aggrappati sui pendii e sistemati nelle strette valli, verso i monti sempre più alti e sempre più isolati, tagliati fuori da tutti i giri, con le case di queste zone che hanno il poco o molto invidiabile primato – dipende dai punti di vista- di avere il costo a metro quadro minore di tutta Italia.

Conferenza – stampa con Telebiella, la prima, record assoluto, televisione privata italiana: ed è storia anche questa!

Senza poter nemmeno mangiare, per la fretta – degli altri – di tornare in una Torino ormai stremata nei nervi scoperti di quindici giorni di pioggia– che voglia... – giusto il tempo di piombare nel bel mezzo del traffico dell’ora di punta del pomeriggio che diventa sera e che porta altra pioggia, oramai con effetti disastrosi sulla psiche dei suoi abitanti.

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Di giuseppe (del 21/05/2008 @ 17:55:25, in blog, linkato 1306 volte)

Viaggiare significa moltiplicarsi, prendere altre esistenze, altre identità e, soprattutto, altre conoscenze. Bisognerebbe però viaggiare senza fretta, lasciare il tempo a tutti tali effetti benefici di lievitare e di manifestarsi, non come, tanto per cambiare, abbiamo fatto pure oggi, schiacciati sull’appuntamento istituzionale.

Vercelli ci aspettava, tanto, visto che aspetta e incontra tutta quanta la Storia italiana, dalle origini delle popolazioni primitive, che manco italiane erano, ai nostri giorni, in cui si è inventata, per sfuggire alle limitazioni e all’isolamento della provincia, una vocazione artistica, con collegamenti internazionali in tal senso.

La tradizione industriale anche qui langue, mentre continua quella agricola, tipica, fortemente connaturata, del riso. Le risaie, gli acquitrini, i quadrati e i rettangoli arginati d’acqua stagnante, per la felicità estiva delle zanzare, cominciano appena si lascia l’autostrada e incidono fortemente, anzi in maniera totalitaria, sul paesaggio tutto intorno la città.

Fa caldo afoso d’estate, freddo pungente d’inverno. Soprattutto d’autunno, spesso e volentieri cala la nebbia, dal tramonto alle prime ore del mattino e allora buonanotte, amen, quando piglia spessa poi e ci sei in mezzo, perché sei stato talmente minchione da proseguire il viaggio, come una volta il mio assessore, sono cazzi tuoi: mi ricordo una serata allucinante, molti anni fa, in cui lui guidava e io tenevo la testa fuori dal finestrino dell’auto e a meno di mezzo metro non si vedeva la striscia bianca della carreggiata e nemmeno quella gialla dell’emergenza, poi, con la portiera spalancata, non si vedevano nemmeno a trenta centimetri di naso proiettato verso il basso e non so come facemmo ad arrivarci, a Vercelli, dopo ore e ore, per pochi chilometri di bestemmie e di preghiere alternate le une alle altre, a secondo del momento prevalente.

Oggi pioveva, a tratti, piove da una settimana qui in Piemonte, in maniera più o meno intensa: l’autostrada, anzi, le autostrade erano libere, malgrado gli eterni lavori, le risaie ancora più gonfie di acqua lutulenta.

Non abbiamo visto nemmeno la basilica di sant’Andrea, vicino alla stazione, la cattedrale di Vercelli, superbo esempio di romano – gotico, prima metà del tredicesimo secolo, che da sola vale una sosta, o una deviazione.

Per puro caso, siamo passati di lato allo stadio “Piola”, che ricorda gli albori del calcio e, come sanno i veri amanti di questo sport, la mitica Pro Vercelli dei tempi che furono.

Almeno, abbiamo mangiato a pranzo la panissa, che è il piatto tipico vercellese, a base di riso, ovviamente, ma poi con l’aggiunta di fagioli e lardo, tanto per restare leggeri a tavola, con vino e sugo in quantità che variano a secondo di una zona o l’altra dei dintorni, e poi prima lardo crudo, vitello tonnato, salamini e polenta fritta di antipasto, insomma, una tale botta di trigliceridi e colesterolo da far schizzare fuori gli indicatori dalle provette delle analisi, se le facessi, come dovrei, una tale quantità da vanificare in un giorno solo tutte le attenzioni che stavo prendendo da un paio di anni a questa parte, e va beh.

Ricomincio domani e fino a che tornerò a Vercelli la prossima volta, magari un’altra primavera, che, cioè, non sia d’autunno con la nebbia, d’inverno col freddo che ti stecchisce e nemmeno d’estate, con l’afa opprimente quanto le zanzare che ti seguono per colpirti a tradimento.

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Di giuseppe (del 14/05/2008 @ 20:35:45, in blog, linkato 1391 volte)

E’ stata la prima giornata della nuova stagione propriamente calda, quando insomma il sole che ti batte addosso ti riscalda e non soltanto con la giacca e cravatta e basta stai bene, ma ti viene voglia di levarla, la giacca e di slacciare la cravatta.

A Torino l’aria passava dal tiepido al caloroso, due fili di umidità all’orizzonte, sul cielo velato, di nuvole leggere, evanescenti.

Autostrada deserta, o quasi, ma senza il mare, lasciato a Genova Voltri; senza la radio, che l’autista della Regione non ha voluto accendere; e niente sigarette mai spente, figurati se si poteva fumare.

La Gravellona – Toce scorre lenta e tranquilla come il fiume di cui porta mezzo nome e poi va a finire direttamente in Svizzera, da cui quella parte estrema di Piemonte intorno Domodossola è completamente circondata. Ma per andare a Verbania bisogna uscire prima, al casello di Baveno. Già, chè Verbania, da poco elevata pure al rango di provincia omonima, non esiste, se non nella burocrazia: esistono Baveno, Intra, Pallanza, Suna, Stresa e le altre frazioni di palazzine, ville, villette, posizionate sul lungo – lago, la strada che le unisce, dal panorama mozzafiato, con al fianco il marciapiede e poi subito l’acqua, dall’altro gli interni di negozietti, bar, ristoranti.

Zona turistica, sì, ma di un turismo strano, di anziani Tedeschi, Svizzeri e Austriaci, tranquillo, perfino sommesso e sommerso: per via del clima, penso, fresco d’estate e non rigido d’inverno, dovuto agli influssi del lago; o di chi vuole scomparire e starsene come nascosto, per un po’.

Li guardavo, oggi, camminare mano nella mano, teneri, innamorati, fieri dei loro capelli bianchi e c’era qualcosa di tenero, di particolare, in queste coppie anziane, regolari o clandestine che fossero, a passeggio all’ora di pranzo, impazziti nel sole, gli uomini vestiti con quei camicioni orrendi stile ( si fa per dire ) telefilm americani, le donne con improbabili gonnelline; mascherati, sì, si erano travestiti, affinché la vita ufficiale non li riconoscesse più e se ne andasse via, per qualche giorno.

Almeno tre grandi, ma proprio grandi, alberghi, a ridosso della strada, di quelli cinematografici, a chissà quante stelle e poi pensioni, con grande originalità chiamate “Bella vista” e affitta - camere, pure un campeggio. Sì, di quei campeggi tedeschi dei film di Fantozzi, ricordate quando il ragioniere Ugo e il fido Filini disturbano a ogni mossa che fanno e dopo un poco sono scacciati in malo modo, volgarmente? Dove, insomma, un Italiano con la chitarra in mano non potrebbe mai soggiornare, vietato insomma, in pratica, ai nostri connazionali.

La Svizzera, appena più avanti, proseguendo fino in fondo sul ramo principale del lago, che ci si infila proprio dentro, in profondità, a cominciare da Locarno. Ma intanto, di fronte, sull’altra sponda, la Lombardia, la provincia di Varese, a pochi chilometri di acqua, a pochi minuti di battello. Infatti, il quotidiano di Verbania, assai più che l’edizione locale della “Stampa”, è quello di Varese: si chiama “La Prealpina”, grande formato e piccole notizie, con la pagina più ricca e curata quella dei necrologi.

I battelli fanno su e giù, sul marciapiede i conducenti – marinai mi sembra esagerato – adescano – beh, anche questa parola forse è fuori luogo, ma rende l’idea – i clienti, peggio che i gondolieri a Venezia; con le rare ragazze si perdono poi addirittura a baccagliare, sfacciati.

Nel mezzo della distesa ci stanno le isolette, le isole Borromee e se a scuola non avete letto “I Promessi sposi” non è colpa mia; ma forse, conoscete la discendenza di adesso, la rampolla che ha sposato il rampollo dell’altra famiglia, ancora più famosa, la più famosa d’Italia, e la sorella, col pallino del giornalismo, che si inventa ora alla corte di Santoro improbabili interviste. Comunque sia, bontà dei Borromeo contemporanei, le isole possono essere raggiunte e visitate e la gita, sfuggendo alle trappole tese ai turisti per professione, vale la pena, non solo, ripaga ampiamente i prezzi dei biglietti.

Poi, c’era il sole, oggi, a Verbania, città che non esiste, c’era il primo sole estivo della nuova stagione e sembravano impazziti di luce i turisti, sembrava maestoso e possente, splendido splendente il lago ed ero persino allegro, andante, mosso, dalle nuove stagioni, l’animo mio.

Poi è successo.

Lo so, mi succede sempre al lago, qualunque esso sia mi fa questo effetto.

Mi succede sempre a Lugano, una volta mi vennero pure le lacrime agli occhi, col cameriere del posto dove pranzammo che aveva preso me e la mia combriccola per banchieri Svizzeri e invece con me poi finì a parlare in dialetto leccese; mi è successo a Lecco; a Como; mi succede passando il valico del Moncenisio, fra Italia e Francia, con una specie di grande distesa azzurra incastonata fra i monti; pure se ci passo appena mi succede ad Avigliana, che poi sono due laghetti vicino a Torino, appena comincia la valle di Susa.

Mi è successo puntualmente anche oggi.

All’improvviso mi è presa la tristezza. Malinconia nemmeno, ché la malinconia è creativa, se fugace e leggera: proprio la tristezza, fortissima, arida, desolata, senza rimedio.

Vedevo i monti. Alti, massicci, solcati da sentieri impenetrabili, completamente coperti da boschi fitti e lussureggianti. Vedevo i passanti in abiti civili che definire bizzarri sarebbe usare un eufemismo, ubriachi nel recitare la parte dei turisti. Li sentivo parlare una lingua che non era la mia. Vedevo le poche ragazze, in jeans e maglietta, cercare la prima abbronzatura sul cemento fra la strada e l’acqua del lago. Vedevo tutte queste cose.

E io pensavo a casa; al mare che c’è fra San Cataldo e l’Albania; al profumo d’oriente che si sente, quando si sente, soltanto ad Otranto; alle distese di spiagge scomposte e ribelli; la sabbia che arde, il sole che scotta davvero, non accarezza, non rosseggia, brucia; i pescatori che preparano le reti sulla spiaggia, qualcuno che sbatte con violenza i polipi e i calamari sugli scogli e li ripone poi in un contenitore di fortuna,“ca lu purpu se coce cull’acqua soa stessa”; le ragazze con la pelle, tutta, dalla fronte del viso alle dita dei piedi, del colore che ha il pane quando è levato con un minuto di ritardo dal forno; le conchiglie che risuonano; il sapore acre dei ricci; le notti col fuoco in riva al mare, il cielo di stelle a cartoni animati.

A questo pensavo, è successo anche oggi, a Verbania, sul lago Maggiore e mi sono riempito di tristezza e non vedevo l’ora di andar via.

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Di giuseppe (del 09/05/2008 @ 13:06:19, in blog, linkato 1511 volte)

Nome a parte – va beh, nessuno è perfetto – “3ndy”, così l’han chiamato i suoi proprietari, insistendo poi con la pomposa definizione di “club del buon vivere”, è un bel locale di ritrovo, di tante associazioni di varia natura, nella tranquilla ed elegante oasi pedonale del quartiere – bene della Crocetta, a Torino.

E’ questa la location della serata “Poesia è amore in musica” organizzata dall’Associazione Poesia attiva, che, come ben sanno le mie blogghine e i miei blogghini, io seguo da tanti anni nella comunicazione.

Ci sarò anche io, dunque, accanto, al solito, come in tutte le occasioni del genere - l’ultima il mese scorso alla esposizione libraria voluta dalla Città di Alessandria, occasione per cui siamo riusciti pure a litigare, ma “serenamente, pacatamente” - al mio amico Bruno Labate, che poi di “Poesia attiva” è il famoso Presidente.

Saremo sotto le luci della ribalta, eh sì. Perché il piatto forte della serata – in senso artistico, non culinario, ché la cena di gala è un discorso a parte – è l’esibizione di “poeti in scena”. Come si faceva anni fa ai congressi internazionali di “Poesia attiva” ed era bello anche quella babele di lingue e di performance teatrali - come non mi stancherò mai di riproporre - gli stessi poeti sfilano e leggono essi stessi i loro versi: giovedì sera, fra gli altri, Gino Pastega, Marco Chiari, Manlio Bichiri, Margherita Sabatini.

Pure Bruno Labate declamerà i suoi versi, o non so bene cosa farà, ma tanto lui è il Presidente e quindi... Io, che poeta non sono, leggerò invece le poesie contenute nel mio ultimo libro, ovviamente mi riferisco a “Breviario d’amore”, che, in un apposito capitolo, affronta appunto il tema di quali siano le più belle poesie d’amore e dunque leggerò i versi delle due da me individuate, nell’occasione, di Mario Luzi e Roberto Carifi.

La serata sarà poi allietata da altri versi e da altri brani artistici interpretati dalle attrici Patricia Le Goff e Mirella Rosso Cappellini, e dall’attore Marcello Plaviè.

La parte musicale prevede invece un vero e proprio “Concerto per Poesia attiva”, con i Maestri Andrea Musso al pianoforte e Paolo Musso alla tromba solista: in programma una fantasia a sorpresa, da Chopin, a Joplin, ai giorni nostri.

Appuntamento giovedì sera, giovedì 15 maggio, alle ore 20.

L’indirizzo preciso è corso Arimondi, 6a, infoline al 340 4737911.

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Di giuseppe (del 08/05/2008 @ 18:36:01, in blog, linkato 1406 volte)

Oggi, conferenza – stampa “all’estero”, evento esportato dal capoluogo piemontese.

Novara sta a un centinaio di chilometri da Torino e a una quarantina da Milano, però, quindi “appartiene” alla Lombardia, checché ne dica la geografia “politica”, che tanto, come pure quella fisica, nessuno studia più e comunque ha il baricentro sposato sulla Lombardia, sulla grande Milano gravita e non sul Piemonte.

L'autostrada fra le due metropoli, a proposito, non una strada qualsiasi, è ancora in parte ridotta a un pericolosissimo percorso da gincana automobilistica, con tanto di trappole e di passaggi segreti, roba incredibile, a volerla descrivere nemmeno ci si riesce, per via di lavori eterni, che, per le solite storie italiane di mafie e intrallazzi, sono diventati permanenti, se non eterni, roba che in altri Paesi avrebbero costruito centomila chilometri di autostrade e di alta velocità ferroviaria, nel tempo, ormai infinito, sono anni e anni, in cui in Italia non si riescono a concludere i meno di centocinquanta chilomentri fra Milano e Torino, con costi economici esorbitanti e pure non indifferenti costi sociali. 

Questo anche storicamente, al confine del Lombardo –Veneto degli Austriaci e del Piemonte di casa Savoia: terra di contese e di battaglie, ai tempi delle guerre di Indipendenza. Di “piemontese” ha, nei campi vicini, le risaie ( A PRANZO, D’OBBLIGO IL RISOTTINO, NEH? ) e, in centro, la cupola della basilica di San Gaudenzio, opera dell’Antonelli, verso la fine dell’Ottocento, dopo l’Unità, un po’ il suo simbolo, visto che la sovrasta tutta quanta e si vede da ogni lato da lontano: poi, l’Antonelli era originario di queste zone e, infine, la sua cupola novarese è più bella e più imponente della meglio conosciuta e meglio celebrata “mole” torinese, ma va beh.

Il centro storico è medioevale, come l’impianto originario della cattedrale, poi riedificata ancora nel Seicento, prima dell’ultimo tocco, di classe, di Alessandro Antonelli, come detto: ordinato, pulito, con i portici sotto ai palazzi e l’acciottolato per terra; chiuso al traffico, percorso dalle biciclette, negozi e negozietti, bar, a seguire e le sedi delle istituzioni; vicina, la stazione ferroviaria.

Mezz’ora da Milano in treno, giusto fino alla Centrale, di fronte al Pirellone, anche meno in auto, sull’autostrada: migliaia e migliaia di persone che ogni giorno fanno su e giù, da e verso la grande Milano, col suo abitatissimo hinterland, di cui Novara ormai fa praticamente parte, coi suoi centomila residenti.

Si vede il tg3 della Lombardia, mica quello del Piemonte; “La Repubblica” esce con l’edizione di Milano, mica con quella di Torino. Ma è provincia, la profonda provincia italiana, ed è questa la vera differenza, ormai, non fra nord e sud, ma fra metropoli e città di provincia. In provincia la vita scorre senza fretta e ogni occasione è buona per sentirsi un po’ protagonisti, anche la "conferenza - stampa" del "presidente che viene da Torino", senza l’egoismo esasperato, la fretta, l’anonimato delle metropoli. Quando qualcuno ti parla perché sei un essere umano, e non un numero, o un oggetto, o soggetto soltanto di consumo; e magari – pensa un po’ – ha pure la faccia che sorride, che cerca comunque di rendersi simpatica, non tante facce che diventano una e finiscono per confondersi e annullarsi, dopo aver annullato tutti quelli che guardano, con tristezza e anzi pure ostentata, misteriosa sofferenza, la pena di vivere così.

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