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 IMMENSO/ Il popolo missino di Italiani per bene, attorno al suo leader Giorgio Almirante, in un comi... di giuseppe
 
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Sandro Giovannini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 30/03/2008 @ 13:41:25, in blog, linkato 1436 volte)
..Ma è venuto in mente a qualcuno, spostando in avanti le lancette dell'orologio, di chiedersi a che cosa serva quest'ora legale? O di verificare le stime tragicomiche di risparmi energetici tanto strombazzati quanto del tutto inesistenti? Ci sarà un candidato eletto al Parlamento che voglia presentare la MIA proposta per l'abolizione dell'ora legale, se non altro per l'attento che essa compie ogni anno al cervello, oltre che alla salute, di tutti noi? Beppe Grillo, almeno tu, ascoltami, adotta la mia solitaria battaglia!
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Di giuseppe (del 29/03/2008 @ 17:35:20, in blog, linkato 1105 volte)

MA GUARDA CHE MASSACRO HANNO PORTATO GLI AMERICANI IN IRAQ!

Il popolo iracheno non si arrende, però, agli invasori e controlla buona parte del territorio. I soldati del governo - fantoccio servo degli Usa si arrendono agli insorti e sono perdonati. Per rabbia e vendetta, gli Americani se la prendono con i civili, come hanno sempre fatto del resto e bombardano le case, uccidendo anziani, donne e bambini.

Tornano in mente le parole di Saddam e del suo ministro dell'informazione, Mohamed Said al Saaf, quando dovettero arrendersi, cinque anni fa...Lucide e profetiche! Che la guerra non finiva, che il popolo iraqueno non si sarebbe arreso.

A proposito, nelle zone dove stavano gli Italiani, che hanno pagato moltissimo in termini economici e di vite umane, la sciocca servitù agli Americani, voluta da Fini e da Berlusconi, da D'Alema e da Prodi, ora ci stanno nuovamente i miliziani del popolo.

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Di giuseppe (del 27/03/2008 @ 15:36:50, in blog, linkato 1974 volte)

..Evvaiii!!!

La polemica a distanza fra Alessandra Mussolini e Daniela Santanché è il solo aspetto interessante e finanche divertente di questa noiosissima campagna elettorale.

Per fortuna a distanza, a colpi di dichiarazioni a giornali e agenzie di stampa, ché altrimenti si sarebbero graffiate per davvero con “le unghie laccate di rosso”, come ormai molti anni fa ebbe a dire Francesco Storace di un onorevole avversario, Paissan, dei verdi, reo di aver polemizzato con lui attraverso una dichiarazione, quando ancora faceva battute divertenti; come quella dopo un’ accusa rivoltagli dall’onorevole leghista Bricolo: “Vedo che un certo Bricolo mi attacca. Oggi convocherò una riunione con Eolo e Brontolo per rispondere...".

Ma anche se metaforiche, le unghiate sono state talmente taglienti e profonde, da lasciare ferite che non si rimargineranno tanto facilmente e lasceranno il segno.

Ne esce peggio la Santanché, a dire il vero, anzi, appare deturpata e malconcia, mentre i danni della Mussolini sembrano tutto sommato limitati.

Ci facciamo due risate? Invece di piangere, sulle sorti, sugli approdi e sulle derive di tutto un mondo politico e culturale, quello degenerato dopo la prematura scomparsa del glorioso Movimento Sociale Italiano, che era un partito vero, con una Storia e, checché ne abbia pensato Gianfranco Fini e i suoi, un presente da protagonista e, soprattutto, con un futuro, invece negato e rinnegato?

Fascisticamente, ridiamo e ce ne freghiamo?

...Evvaiii...Che unghiate, ragazzi!

Prima però un sintetico pro – memoria. Alessandra Mussolini entrò in ritardo in politica, ma con grinta e passione; suscitò consenso e fu più volte eletta dal popolo; svolse un ruolo, magari fin troppo sopra le righe, e comunque ha un passato. Ha ondeggiato e sbandato poi ai tempi di Alleanza nazionale, ma c’è da capirla. Sempre in tempi non sospetti, ha abbandonato Gianfranco Fini e ha compiuto un tentativo, mal riuscito, d’accordo, ma comunque serio, di creare un’aggregazione al di fuori degli schemi, la sua “Alternativa sociale”, che era bella già nel nome programmatico. Ha subito azioni infamanti da parte di Francesco Storace, su cui il giudizio politico è già definito, ben prioritario e ben più pesante di quello che verrà dalla magistratura ordinaria. Ora ha accettato l’offerta di Silvio Berlusconi, a entrare nel “listone” berlusconiano, con quel che rimane del suo tentativo di aggregazione ( praticamente nulla ) , ma c’è da capirla anche adesso, che non aveva alternative, né politiche, né tanto meno sociali: comprendere però non vuol dire giustificare.

Su come e perché sia diventata onorevole Daniela Santanché, invece, la carità umana mi impone di stendere quel pietoso velo del silenzio; poi, è stata nominata dal vertice e non scelta dal popolo. Non aveva un passato politico e non lo ha nemmeno adesso, visto che le sue due uniche imprese in questi anni sono state quella di salvare un governo, in quanto venne a mancare il suo voto decisivo mentre se ne stava al bar a prendere un caffè e quella di mostrare il dito medio della mano a un gruppo di ragazzi che protestavano davanti Montecitorio. Ora, mandata da Berlusconi a “controllare” la scissione pilotata di “La destra”, per questo pronta a rompere con Fini, si è ritrovata invece spiazzata dalla diversa evoluzione degli eventi e apparentemente isolata, quale possibile specchietto mediatico di un mondo cui si richiama, ma cui è totalmente estranea e avulsa. Che adoperi lei ( sicuramente ignara, ma pronta a recitare le imbeccate ) il motto primo del Msi, “Non restaurare e non rinnegare” è un sacrilegio; che usi la frase di Almirante, di poter guardare gli Italiani negli occhi, una bestemmia.

Ha cominciato a tirarle i capelli, per questo, Alessandra Mussolini, la quale, per inciso, ce l’ha più con Francesco Storace che con lei; e allora Daniela Santanché si è fatta trascinare nella rissa, mentre avrebbe sicuramente fatto meglio a stare zitta, incassando e limitando i danni.

Invece, ha risposto con qualche unghiatina: “Le italiane sanno bene come Berlusconi consideri le donne, c’è tutta una pubblicistica a dimostrarlo. Credo che suo nonno Benito si rivolti nella tomba a vederla fare la valletta di chi ha definito il fascismo il male assoluto”.

La frase di Fini purtroppo è vera. Ma da quindici anni a questa parte, Fini su tutto ha detto tutto e il contrario di tutto: semplicemente, ormai quello che dice Gianfranco Fini non vale, non esiste proprio.

Piuttosto, una sciocchezza colossale definire Alessandra valletta di Gianfranco. Chi sa appena un po’ di queste cose abbastanza recenti, ma che evidentemente non rientravano negli interessi di Daniela, ancora in tempi recentissimi in tutt’altre facende affaccendata, sa che ai tempi del Msi prima e di Alleanza nazionale poi Fini era arrivato a subire il ruolo e la presenza stessa della Mussolini, anzi era arrivato ad averne paura, la evitava oppure le diceva di sì, perché aveva il terrore che potesse fargli una scenata, o lo aggredisse, altro che valletta!

Se le avesse detto una parolaccia, Alessandra si sarebbe incazzata poco e punto con Daniela, sicuro; ma sentirsi definire “valletta” di Fini evidentemente l’ha mandata fuori dai gangheri: ha tirato fuori le unghie evvaiii – che poi, succede di rado, con furia, ma quando succede, quando si ci mettono, le donne, a litigare e a tirarsi i capelli, sono tremende – giù botte sulla povera Daniela: “Berlusconi è galante con le donne, ma è anche molto rispettoso nei loro confronti. Invece la Santanchè parla delle donne come se fossero schiave del sesso, proprio lei che sta sotto Storace. Nel partito dove è stata fino a poche settimane fa è sempre stata protetta a discapito del merito, a partire dall’elezione in parlamento, sempre avvenuta orizzontalmente, grazie a un posizionamento d’onore”.

E’ questo un concentrato di puro vetriolo, pure un capolavoro di velenosissime allusioni metaforiche.

Ma il meglio, o il peggio, doveva ancora venire. Ecco la Mussolini continuare: “Ha la pretesa di indicare alle donne chi meglio le rappresenta e non ha niente di vero, anche il cognome è falso, usa quello del marito e non il suo” contro la Santanchè, che allora pensa di colpire in forza dell’identità fascista che ha indossato adesso, giocando a fare la fascista immaginaria, e attacca la rivale, raccontando che nonno Benito sarebbe apparso in sogno alla nipotina e l’avrebbe rimproverata di aver lasciato a lei, a Daniela, appunto, il compito di ricordare quanto di buono realizzato, dai diritti dei lavoratori, alle grandi bonifiche.

Altro errore tremendo. Mai nominare il nome di Benito invano alla Alessandra! Ed ecco quindi la Mussolini allungare e tramortire la Santanché:”Non giochi sul fascismo e sulle cose fatte da mio nonno, sono argomenti che stanno nella Storia e sono troppo seri per lei. Non basta una lettura veloce del Bignami, o un appunto scritto da altri per parlare, a lei, una abituata al Billionaire. Ha detto che i deputati devono prendere 1200 euro al mese, quello che costa una bottiglia di champagne nel locale di Briatore, che lei conosce bene, perché quella è la destra smeralda di cui lei fa parte”.

Amen.

Per quanto principale esponente della destra smeralda eh eh il segretario Francesco Storace non ha messo becco nella furibonda lite a distanza e almeno in questo ha fatto benissimo.

Ha esternato invece Teodoro Bontempo, in un soprassalto di dignità e tiriamo giù il sipario sulla lite a unghiate a distanza fra Mussolini e Santanché appunto con la sua dichiarazione, nobile...C’è poco da fare, l’impronta rautiana rimane in tutti coloro i quali sono stati rautiani, come una specie di segno culturale distintivo, anche se diventati in seguito qualunque cosa, anche presidente della destra smeralda: “In questa miserabile campagna elettorale farebbero bene a stare lontani dalla storia e dagli uomini che hanno fatto la storia di questo Paese. Io credo che queste polemiche danneggino solo l’immagine della politica in un momento nel quale il Paese avrebbe bisogno di credere nella politica. E’ in corso una brutta campagna elettorale che non porterà alla governabilità del Paese né alle riforme necessarie a fare uscire il paese dalla crisi. Una polemica su Benito Mussolini facevano bene a risparmiarsela”.

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Di giuseppe (del 23/03/2008 @ 14:04:34, in blog, linkato 1126 volte)

...sono intervenuto ad un incontro culturale.

Ma non è di questo che voglio parlare, perché esso è stato mediamente noioso e senza spunti di particolare interesse. Il viaggio che ho fatto, invece sì.

Di quelli che piacciono a me. Un giorno intero, andata e ritorno, per coprire i nemmeno 150 km di distanza da Torino. In treno, con le coincidenze. Potevo prenderne da Alessandria, Tortona, Voghera, o Vercelli, e questo dà subito l’idea della specificità della zona.

Profondo nord, provincia particolarissima, ai due lati del Po, a cavallo di ben cinque regioni: Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e, anche se non attaccata, la poco distante Toscana. Una specie di magia e Milano, in primo luogo, su cui gravita, ma pure Genova, e Torino, tutte vicine e la via Emilia e il mare e i monti dell’Appennino.

Ho scelto Vercelli quale città di scambio e ho fatto benissimo/malissimo. Da Vercelli a Pavia c’è un collegamento delle ferrovie tutto speciale, che di mattina e di pomeriggio fa su e giù ogni due ore, anzi specialissimo, per la lentezza e per i panorami che offre.

Le risaie brulle e di questo periodo vuote, quindi di terra scura spettrale, come pianeti siderali. Un binario che corre fra stazioni impossibili, fatte di case cantoniere abbandonate, con i paesi di riferimento a debita distanza, tranne Mortara, che è una stazione “normale” e tranne Garlasco, che, pur essendo stazione a casa singola, ha le abitazioni ai due lati, le sue villette famigliari, con l’orto e il giardino.

Sì, sono tornato così, sia pur di passaggio, in quel Garlasco che tanto mi ha occupato in questi ultimi mesi e inevitabilmente ho ripensato a quanto avevo scritto e a quanto scriverò ancora.

Anzi, arrivato a destinazione, ho trovato le ultime notizie, per quanto interlocutorie, sulle pagine del quotidiano locale, “La provincia pavese”, che ho acquistato con grande soddisfazione, appena uscito dalla stazione, alla prima edicola, di fronte alle strade e alle fermate dei pullman.

Anzi, giacché c’ero, ho chiesto, ottenuto e comprato pure la copia del giorno prima, che un edicolante basito mi ha consegnato con un’aria a metà fra sorpresa e commiserazione.

Ai due lati della via frontale, ci stanno due bar. Uno era chiuso. Quello a destra era aperto, per un buon caffè da sorseggiare guardando le prime pagine delle mie due copie del quotidiano locale.

Ma ho guardato più a lungo e certo con più soddisfazione la barista del locale, a quell’ora deserto, in attesa della sera, per gli aperitivi e la zona disco. Una ragazza la cui visione da sola è valsa il prezzo del biglietto e la fatica del viaggio.

Era vestita tutta di giallo, ho dedotto per mettere in risalto un’abbronzatura cinematografica, che spiccava soprattutto sul viso angelico, fra i capelli biondi, a caschetto: i pantaloni stretti e una maglietta fina, sì, tanto stretta al punto che immaginavo tutto, e poi pure corta, che, senza bisogno di immaginare, faceva vedere proprio direttamente la pancia piatta, l’ombelico col piercing e il bordo delle mutandine.

Così mi sono preso un secondo caffè e poi pure una brioche squisita, fresca, profumata, di burro e zucchero solidificato, e mi sarei preso tante altre cose, pur di rimanere ancora là, se il suo sguardo basito, di nuovo a metà fra sorpresa e commiserazione, non m’avesse indotto, dato anche l’orario e la mission che dovevo assolvere, sia pure a malincuore, ad andare via.

Pavia era bellissima l’altro pomeriggio. C’era un sole freddo, ma splendente e il cielo era azzurro, azzurrissimo, col vento che spazzava le nubi e portava via tutti i cattivi pensieri e l’aria fresca che metteva voglia da sola di fare tante cose belle. Sul viale, i palazzi moderni, tranquilli e ordinati, fino al lungo – fiume, il Ticino che scorreva lentamente, fra i prati, sotto gli argini, ai due lati del parco. Sullo sfondo, la vetta del Duomo.

Anche a Pavia anni fa ci fu il crollo della torre, vicino alla cattedrale: una sola, non ha gemella e non ci andò sopra nessun aereo, ma collassò da sé e ancora adesso, dopo quasi vent’anni, ci sono i resti, le macerie, ormai ruderi: il tutto, quanto avvenuto e quanto non avvenuto, la dice lunga sul grado di considerazione che abbiamo per il nostro patrimonio artistico, pur unico al mondo, per ricchezza e importanza.

Ma il monumento più famoso di Pavia è la Certosa, un imponente complesso medioevale di spiritualità: però è fuori città, anzi, fa comune a sé, e non avevo né tempo, né modo di andarci l’altro pomeriggio.

Sarà per un’altra volta, come pure per la fabbrica di pellicce, che da anni ossessiona tutti con la sua pubblicità multimediale: già, quella che è solo a Pavia, appunto.

Al ritorno, la ragazza del disco – bar, che intanto, nel mio immaginario individuale, avevo ribattezzato, appunto e giustamente, Annabella, non c’era più, sostituita al bancone da un bel maschione, così, giusto, per par condicio dei sessi e soddisfazione alterna degli avventori del locale.

Così, non ho preso più nessun altro caffè e meno male, che ero già nervoso di mio.

Ho ripreso invece il trenino ad altissima velocità, poi la coincidenza da Vercelli e sono ritornato a Torino, che era già notte.

Questi sono i viaggi che piacciono a me. Non mi piacciono le gite, le vacanze brevi, spezzettate, no; mi piace il periodo di villeggiatura; e, fuori da quel periodo, gli spostamenti dettati da occasioni professionali.

Mi piace la lentezza, che permetta di poter pensare a quello che si fa, quando si fa qualunque cosa, la vera civiltà. 

Mi piacciono i treni, le stazioni, i quotidiani di periferia.

Mi piaceva il mio abito, dell'altro pomeriggio, con giacca e cravatta, semplice, ma decoroso. Le case con l’orto, con la salvia, la menta, l’origano e il rosmarino.

Mi piace dire sempre grazie, rispondere sempre alla mail e alle telefonate, e dare sempre del lei a tutti, anche ad Annabella, che è solo a Pavia.

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Di giuseppe (del 18/03/2008 @ 19:21:26, in blog, linkato 1120 volte)

..Da più parti, gli amanti del genere anti - berlusconiano, mi hanno sollecitato a commentare l’ultima “esternazione” del cavaliere, delusi dal mio silenzio in materia.

Come è noto, si tratta della risposta data in un dibattito televisivo a una precaria che chiedeva quali fossero le misure previste dal centro – destra per affrontare un problema diventato oramai un dramma: facile, sposare uno ricco, magari proprio suo figlio…

Ragazzi, che cosa volete commentare?

Ho già detto più volte in passato, dovrei ripetermi.

Non ce la fa, non ce la fa proprio…

E’ il suo modo di fare politica, credendo con ciò di essere brillante, ignaro che in politica le parole pesano come macigni, dimentico di ogni dignità espositiva.

E’ migliorato, eh? Almeno, non racconta più le barzellette…

Però è più forte di lui. Siamo vicini alla sua frase peggiore, quella sui figli degli operai che devono continuare a fare gli operai, della scorsa campagna elettorale, un concetto, a proposito, in considerazione negativa, che ha pure la neo presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia.

Non è poi vero, come han sostenuto alcuni, che si tratti del suo stile brillante appositamente ricercato, oppure che si tratti di “carinerie” volute, nemmeno che voglia parlare al suo pubblico, che di fronte a tali trovate andrebbe in brodo di giuggiole, no.

Si tratta di battute estemporanee, che nei suoi intenti lo renderebbero più simpatico e più gradito, invece rivelatrici di colossali lacune e profondissima ignoranza.

Ora, le battute sono una nobile arte. Ma dipende dall’interlocutore, dal momento, oltre che, ovvio, dalla battuta in sé.

Silvio Berlusconi sbaglia interlocutore, sbaglia contesto e spesso esterna battute mediocri. A volte, come in quest’ultimo caso, semplicemente squallide.

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Di giuseppe (del 16/03/2008 @ 19:36:34, in blog, linkato 1050 volte)

…sono intervento su invito del consigliere comunale Mario Bocchio, organizzatore dell’evento, alla locale tre-giorni-libraria, in compagnia di Bruno Labate, presidente dell’associazione “Poesia attiva” e del romanziere e poeta Manlio Bichiri.

Di fronte a un pubblico poco numeroso, in verità, ma molto partecipe, nel quale spiccava il consigliere regionale Marco Botta, ho presentato, a modo mio, la nuova serie della rivista “Letteratura e tradizione”.

…Infatti, invece che dell’ultimo numero, il 41, uscito adesso, ho parlato del numero 0, del 1982…

Ho letto alcune poesie che vi erano contenute, ho dato conto degli articoli e delle interviste prestigiosissime che vi comparivano e mi sono soffermato sulla necessità di ridare alla poesia il primato sulla cultura, alla cultura di idee-forza sulla politica e, infine, alla politica sull’economia.

E’ stata una bella serata, tonica e vibrante. Sono sempre belle queste serate di incontri e di dibattiti e sono sempre, magari a distanza di mesi, anche di anni, quando ritorna in mente un concetto, o una considerazione sentita e meditata, comunque, un’occasione di crescita interiore per tutti.

Per dire grazie agli organizzatori e ai presenti.

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Di giuseppe (del 12/03/2008 @ 10:56:10, in blog, linkato 1130 volte)

A seguire i discorsi dell'altro ieri e di ieri, Romano Prodi sarebbe credibile realmente se si ponesse contro gli Stati Uniti d'America, almeno adesso, dopo esserne stato servo e complice, in questo suo sbandierato e preannunciato nuovo impegno internazionale.

Quanto alla guerra, c'è ma non si vede.

Ormai è strege continua, in Afghanistan e in Iraq, giorno dopo giorno, ma nessuno, o quasi, ne parla: non ci sono notizie sui telegiornali, tutti, rai, mediaset e privati; e non ci sono notizie sui giornali. Così nessuno, o quasi, sa niente e di guerra non si parla, in modo tale che gli americani e i loro servi possano continuare a farla.

L'unica traccia su un mezzo di comunicazione di massa appunto alla portata di tutti è su televideo. A meno di ricorrere su internet ai siti specializzati, come quello curato dai giornalisti senza frontiere, la voce della verità, scomoda e tragica verità. Ma anche il grande pubblico può trovare qualche traccia, ormai unicamente su televideo, che tutti hanno ormai in casa con il televisore. Ah, televideo rai. Ogni giorno almeno in forma sintetica potrete trovare le notizie dei massacri quotidiani provenienti da Iraq e Afghanistan , per quanto ridotte e c'è da giurarci censurate, ma almeno qualcosa è. Pagina 150, esteri e da lì dove indica il titolo apposito del giorno. Lo segnalo, alle mie blogghine e ai miei blogghini, per sfidarli a una del resto facile prova.

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Di giuseppe (del 11/03/2008 @ 17:52:21, in blog, linkato 1251 volte)

Quanto ci sia ancora da fare per costruire una diffusa e condivisa cultura della pace viene quotidianamente testimoniato dal silenzio assordante con cui l’informazione ufficiale copre quanto continua ad avvenire in Iraq, o in Afghanistan, dove, come è noto, con il pretesto di scovare presunti terroristi, gli Stati Uniti d’America e i loro servi alleati hanno esportato una lunga e sanguinosissima occupazione militare, al fine di consolidare i propri interessi economici e strategici e soddisfare le industrie di armi, oltre che quelle del petrolio, che sorreggono il potere e l’intero sistema.

Una guerra dai costi ingenti, che però ha fatto la fortuna dei mercanti di morte e dell’alta finanza internazionale, a danno del popolo americano, la cui soglia di povertà continua quotidianamente ad innalzarsi, come del resto in Italia.

Gli stessi costi in termini di vite umane sono paurosi, pagati dai figli del popolo povero, da cui provengono i soldati americani mandati a morire in oriente, in termini di migliaia; e pagati soprattutto dal popolo iracheno, in special modo civili innocenti, vecchi, donne e bambini, in termini di centinaia di migliaia di morti, dalle seicentomila al milione di vittime.

Per non dire di privazioni e sofferenze che sono la tragica normalità, da ormai cinque anni, in Iraq, un Paese innocente, martoriato dalla guerra criminale portatavi dagli Stati Uniti d’America. Senza motivo, se non quelli occulti.

A parte che non ci sono guerre giuste e che non c’è mai nessun motivo valido per fare una guerra, il pretesto, risibile, razionalmente inconsistente, della presunta caccia ai terroristi internazionale fa parte integrante del complotto ordito da George Bush e dal suo vice Dick Cheney, che è partito l’11 settembre 2001 e chissà dove arriverà, all’asservimento del mondo da parte dell’altra finanza internazionale, i banchieri, i petrolieri e i mercanti. Un complotto di cui la guerra è mezzo e fine al tempo stesso.

Costruire la cultura della pace significa dunque in primo luogo smascherare questo complotto e ristabilire cronologia e senso autentico dei fatti, oltre che diffondere, conoscere, meditare, le notizie di stragi e sofferenze che l’occupazione statunitense e dei loro servi alleati quotidianamente provoca in Iraq e Afghanistan.

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Di giuseppe (del 10/03/2008 @ 16:32:26, in blog, linkato 1285 volte)

Se prese dal versante umano e senza considerazioni politiche, mi sembrano e sono belle le ultime parole di Romano Prodi, il quale, ieri, a Bologna, annunciando il proprio ritiro, almeno dalle scene italiane, ha dichiarato che:

Il futuro è sempre sereno perchè ci sono cose da costruire. Io ho chiuso con la politica italiana e forse con la politica in generale. Ma il mondo è pieno di occasioni, ma anche di doveri. C'è tanta gente che aspetta una parola di pace e di aiuto, e quindi c'è più spazio adesso di prima”.

Beh, sì, l’hanno messo in disparte, i suoi, malinconicamente, come i capi del regime russo, o cinese, quando cadevano in disgrazia. Poi, Romano Prodi ha attraversato tante e certo già troppe stagioni della vita politica italiana, per poter andare avanti ancora, specie dopo la recente caduta del suo governo.

Vero è che c’è di più e di tutto.

C’è Giulio Andreotti che io ero bambino e lui era già capo corrente e capo ministro e capo di tante cose e ora è ancora là, anzi, lo stavano facendo pure capo del Senato, quelli della Casa della Libertà, proprio lui, che poi ha tenuto in piedi per due anni col suo voto decisivo il governo del centrosinistra, ma va beh e al Senato del resto è in buona, spumeggiante, euforica, compagnia, di Emilio Colombo, che si tiene miracolosamente su e tira...a campare, per non dire di Francesco Cossiga, ma va beh, questo è quanto e non voglio divagare ora.

Ah già, che la figuraccia di Ciriaco De Mita, senza dignità, dove la mettiamo? Ma sì, lo mettiamo fra le braccia di Pierferdinando Casini, dimentico di quanto Ciriaco De Mita è stato, concretamente e simbolicamente, nei fatti e soprattutto misfatti della Prima Repubblica.

Romano Prodi non ha rubato per la sua zona e la sua grandissima famiglia; è uomo di profonda cultura; ha il senso dello Stato, ha saputo essere uomo di Stato e c’è tanto in lui di quella vecchia, ma sana scuola democristiana, che un tempo non sopportavamo proprio più e che invece il nuovo che è avanzato ci ha fatto persino rimpiangere.

Ci sono però poi in lui pure tanti aspetti negativi. Troppe commistioni, in entrata e in uscita, col potere economico, nel passato remoto e la gravissima, catastrofica, letale gestione del passaggio dalla lira all’euro in quello prossimo, sono però le sue colpe irrimediabili.

E stendiamo quel pietoso velo sulla sceneggiata della seduta spiritica evocata per rivelare il nascondiglio dove Aldo Moro era tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse, una delle pagine più drammatiche e più oscure della nostra Storia contemporanea.

Ma ve li immaginati alcuni dottissimi, illustri professori dell’Università di Bologna, fra le intelligenze più rinomate nella comunità scientifica internazionale, che trenta anni fa giocavano a fare le sedute spiritiche?

Con le carte e le mani sul tavolo, il piattino, come le zitellone di periferia, i vecchi rimbambiti che non sanno come far passare il tempo, dai...

Ecco, in realtà qualcuno aveva rivelato a Romano Prodi dove Aldo Moro era tenuto prigioniero, con precisione millimetrica, con tanto di indicazione -GRADOLI - e non erano stati certo i diavoli dell’inferno o i beati del paradiso: ma chi sia stato e, soprattutto, perché quella segnalazione passata attraverso Romano Prodi non fu utilizzata per liberare lo statista prima che fosse ucciso rimane appunto ancora un gran mistero.

Ma maledetto vizio di divagare, io adesso non volevo parlare di questo, pur nell’anniversario trentennale dell’accaduto e tanto meno tracciare valutazioni politiche sull’uomo e l’opera, no, volevo dire solamente che le ultime parole publiche di Romano Prodi sono belle, mi sono piaciute, meritano umano plauso e degna, onorata considerazione.

Non faccia come Walter Veltroni, però, eh? Se ne fosse andato davvero in Africa...

Romano Prodi se ne vada davvero in Europa, in quegli ambienti finanziari dei quali è stato troppo servo, purtroppo, o alle Nazioni Unite, che tanto ormai è un ente inutile come i nostri per la ricostruzione del Vajont, o della valle del Belice.

Ma mannaggia, uffa, io volevo dire che sono belle le parole che ha detto ieri. Servano di lezione per tutti. Perché le parole sono importanti, sono creatrici. In politica poi sono pesanti, a volte pesano più che macigni.

Sì, anche tu, cara mia blogghina, o caro mio blogghino, sappi che non è mai troppo tardi e che puoi sempre ricominciare da dove sei; quindi, qualunque sia la tua età, la tua posizione, la tua professionalità hai tanto da fare ancora. Pensa dunque al futuro manzonianamente come un impiego e un impiego  in cose belle, proprio come le prole di Romano Prodi, nobili, di servizio, di missione. Se non altro e magari anzi soprattutto a costruire la cultura della pace, la grande sfida che ci attende nel nuovo secolo e nel nuovo millennio, il vero salto di qualità del genere umano, nella sua identità futura.

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