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 MULTIFORME/ Il poeta e animatore culturale Sandro Giovannini... di giuseppe
 
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“Nessuna meta è irraggiungibile, quando ho qualcosa da dire”

Nicola Vacca
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

HO SCRITTO A GENTILE RICHIESTA L'ARTICOLO CHE SEGUE PER IL PERIODICO "CONFRONTO".

 

In un fresco pomeriggio dell’anno di grazia 1925, Cesare Pavese, allora diciassettenne studente al “D’Azeglio” di Torino, se ne andò in buon anticipo, contento e speranzoso, dalle parti del Valentino e si appostò nei pressi del caffè – concerto “La Meridiana”, uno dei locali d’imitazione parigina allora in voga. Il giorno prima aveva trovato il coraggio di chiedere un appuntamento a Pucci, una ballerina che lavorava nella sala, mandandole un bigliettino in cui le fissava ingenuamente anche l’orario, le sei, per il pomeriggio successivo. Detto fatto, mancava ancora un’ora, ma Cesare Pavese era già, col cuore in subbuglio.

 

°°° Pucci chissà chi era davvero. “La Merdiana”, ovviamente, non esiste più, anche se, sempre nella stessa zona, all’inizio del lungo parco del Valentino, che costeggia per chilometri il Po, ci sono ancora una sala da ballo, per signore e signori, e una discoteca, per ragazzine e ragazzini, e qualche bar, altrimenti detto “cremeria”. Il “D’Azeglio” c’è ancora, defilato su un lato di una stradina stretta e buia poco lontano dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova; è il mitico liceo classico che ha dato una precisa impronta culturale, attraverso i suoi docenti e i suoi discenti, all’intera città, per decenni: ma non c’è più adesso quell’impronta culturale, che del resto aveva finito per ingessare ogni fermento, e sembrare un simulacro, irrimediabilmente superato dal tumultuoso incedere dei tempi nuovi. Cesare Pavese a Torino era andato a studiare, dal paese di Santo Stefano Belbo, in mezzo ai campi delle Langhe, delle vigne e dei tartufi, della luna e i falò, dove era nato nel 1908. Quest’anno son cento anni giusti dalla nascita. Sarà un profuvlio di celebrazioni, tavole rotonde e quadrate, saggi e articoli, perché comunque si tratta di un autore fortunato – e stavo per scrivere: sopravvalutato - coltivato dalla scuola e variamente letto, amato e propagandato da molti protagonisti a vario titolo della cultura italiana del Dopoguerra. Ne hanno chiesto uno a me, da Torino. Spero di non deludere, soprattutto di fare cosa gradita, se ricorderò Cesare Pavese senza paludate disamine critiche e senza prolusioni accademiche, tutto già ampiamente dibattuto, e invece con note da Torino, appunto, da questa città, quindi ricordandolo attraverso questa città, e per l’altro elemento che ha avuto un ruolo decisivo sia per l’uomo, sia per la sua opera, vale a dire le donne, con ciò potendo scoprire molti elementi rimasti finora misconosciuti e confusi.

 

°°° Torino e le donne combaciano appunto per la prima volta quel lungo pomeriggio del 1925, diventato sera e notte fonda, senza che la Pucci divina si fosse materializzata al trepido aspirante amante. Credendo ad un ritardo, o ad un disguido, o a un ripensamento ( come sempre succede in questi casi, chi ama non si arrende nemmeno davanti all’evidenza ) senza nemmeno rendersi conto di quanto era successo, senza riuscire a farsene una ragione, Cesare Pavese rimase ad aspettarla per ore. Si arrese all’idea di tornarsene a casa da solo, giusto in tempo per perdere l’ultimo tram che sarebbe passato quella notte davanti al Valentino, anche perché nel frattempo era scoppiato un tale temporale, che arrivò a mettersi a letto bagnato fradicio e tremante. “..e Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina e rimane lì a bagnarsi ancora un po' e il tram di mezzanotte se ne va ma tutto questo Alice non lo sa” Sì, il Cesare cantato da Francesco De Gregori in una delle sue più famose e più ermetiche canzoni è appunto Cesare Pavese. L’episodio ebbe comunque ripercussioni notevolissime, d’ogni tipo, sul liceale diciassettenne: intanto, si buscò una polmonite, degenerata in pleurite, che, senza gli antibiotici ancora da inventare, lo debilitò per mesi, e poi incrinò per la prima volta e forse irrimediabilmente la sua fiducia nelle donne: peggio, per la prima volta pensò al suicidio.

 

°°° Una costante, i guai con le donne. Una specie di condanna senza scampo alla depressione cronica, poi. Non le capiva, le donne e per quanto capire le donne sia per tutti difficile, comunque Cesare Pavese finiva sempre per aversene a male e ricavarne delusioni e guai: quello di Pucci fu soltanto il primo di una lunga serie di insuccessi con l’altro sesso che alimentarono continuamente la sua “inquietudine angosciosa” disperata e disperante. Per esempio, la Tina, impegnata politicamente negli ambienti antifascisti, oltre che impegnata sentimentalmente, della quale si era innamorato: soltanto per farle un piacere e ingraziarsela, Cesare Pavese si mise nei guai con la polizia fascista e ne fu mandato al confino. Però, almeno era stato a lungo nella città che tanto gli piaceva: quella dei locali d’avanspettacolo; dei cinematografi con i western e le pellicole sulla sempre prediletta America; delle case in “barriera” di periferia raggiunti con i tram sferraglianti; della modernità che avanzava. E la città che tanto gli piacerà, nella quale arriverà a insegnare al “D’Azeglio”, e poi a lavorare in un’altra vera e propria istituzione torinese, la casa editrice Einaudi.

 

°°° Rientrato dal confino in Calabria, Cesare Pavese viveva con la sorella, il cognato e i nipoti in via Lamarmora, n.35, dove ancora oggi fa bella mostra di sé una lapide commemorativa, all’inizio del quartiere - bene della Crocetta. Faceva a piedi il tragitto fino in via Biancamano, un vicolo cieco di corso Re Umberto, prima di piazza Solferino, dove ancora oggi ci sono le Edizioni Einaudi e anzi ancora oggi l’architettura è rimasta identica, pure l’ufficio occupato dal giovane direttore editoriale, che dava sul grande viale. Sempre col vestito scuro e la pipa o una sigaretta fra le labbra, quell’ufficio, dove passava l’intera giornata, era la vera casa di Cesare Pavese. Unica distrazione, d’estate le vogate sul Sangone ( che all’epoca era un fresco e impetuoso torrente, che si getta nel Po alla periferia sud della città, adatto alla navigazione leggera e alla balneazione, e oggi invece è un ricettacolo di scarichi industriali velenosi ) durante le pause - pranzo prolungate: quelle volte, lasciava poi le braghette da bagno stese fuori dalla finestra del suo ufficio ad asciugare.

 

°°° In quegli anni, chiese per ben due volte di sposarlo a una sua giovane, bella e promettente allieva, di buona famiglia, benestante, trasferitasi da Genova a Torino, ma ne ebbe entrambe le volte un rifiuto. Almeno tutto quel fervore, a parte una delusione sentimentale in più per lui, produsse per lei una splendida presenza di scoperta e testimonianza della letteratura americana contemporanea, che da Hemingway e dalla celeberrima “Antologia di Spoon River”, passando soprattutto per la “beat generation”, è arrivata fino ai giorni nostri, perché quella studentessa prima e aspirante saggista poi era Fernanda Pivano. Parlando per pudore, ma pure con retorica, di sé in terza persona, così Cesare, ormai rassegnato, anzi esausto, scrive a Fernanda, nel 1940: “Ora, P., che senza dubbio è un solitario perchè crescendo ha capito che nulla che valga si può fare se non lontano dal commercio del mondo, è il martire vivente di queste contrastanti esigenze. Vuol essere solo - ed è solo- ma vuol esserlo in mezzo ad una cerchia che lo sappia. Che potrà fare un uomo simile davanti all'amore? La risposta è evidente. Nulla, cioè infinite cose stravaganti che si ridurranno a nulla . P. si dimentica di innamorare di sé la donna in questione, e si preoccupa invece di tendere tutta la propria vita interiore verso di lei, di innamorare di lei ogni molecola del proprio spirito, di tagliarsi insomma tutti i ponti dietro le spalle".

 

°°° Nell’immediato Dopoguerra, Cesare Pavese, ormai scrittore affermato, è spesso a Roma per conto dell’Einaudi. Sorvoliamo su di un altro infortunio sentimentale patito nel frattempo sul lavoro, perché tanto sta già per profilarsi l’ultimo, tragico episodio. Non era una ballerina, come a lungo si credette, era un’attrice, si chiamava Costance Dowling. Era una donna in fuga. Usciva da una lunga e per lei dolorosa relazione col famoso regista cinematografico Elia Kazan, che, sposato con prole, dopo dieci anni la lasciò per ritornare all’ovile. Sedotta, illusa a lungo e alla fine abbandonata, Costance se ne venne a Roma in cerca di fortuna. Era profondamente delusa, ferita, amareggiata, dietro i tenui sorrisi, illuminati soltanto dalle efelidi rosse vicino agli occhi, quegli occhi che diventeranno tristemente famosi. Certo che Cesare Pavese doveva proprio andarsele a cercare col lumicino, le donne sbagliate! Quest’ultima, gli sarà fatale. Al rifiuto che ne ebbe, al “tormento dell’inquietudine e del vano desiderio” ( tanto per citare un verso di Master Lee tradotto dalla Pivano ) che gli trasmise, all’abbandono, egli non resse, non riuscì a sopravvivere. “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi- questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla”.

Tornato a Torino, la sera del 26 agosto 1950 Cesare Pavese si era rinchiuso nella sua stanza all’ hotel “Roma” – eh, sì, i nomi hanno sempre un senso – dove da alcuni giorni aveva preso stranissimo alloggio. La sorella e i nipoti con i quali conviveva erano al mare e certo quella loro casa trovata vuota gli dovette sembrare insopportabile, per quanto risulti difficile capire come quella meschina camera d’albergo dovesse sembrargli migliore. Dell’hotel Roma, ancora oggi c’è l’insegna leggera, rotonda, rossa, sul marciapiede di piazza Carlo Felice, sul lato sinistro uscendo dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova. Se è per questo, c’è pure ancora la stanza fatale. Nella città deserta, Cesare Pavese, pure scrittore ormai affermato e premiato, si sente ancora una volta disperatamente solo e cerca invano compagnia per la serata. Del resto, nessuno, per quanto ignaro, aveva risposto al “grido taciuto” affidato pochi giorni prima al suo diario: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto” . Il gesto, quella notte, in quella stanzetta spoglia e anonima: ingoia una forte dose di barbiturici e si lascia morire avvelenato. Sul frontespizio di un suo libro, lasciato sul comodino, aveva lasciato le sue ultime parole, rivolte agli “amici” sordi e ciechi: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

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Di giuseppe (del 27/01/2008 @ 17:16:00, in blog, linkato 1587 volte)

Un colpo d’ala.

A volte la bellezza della forma fa dimenticare la sostanza, un dettaglio risulta più prezioso di tutto l’insieme, nella fattispecie poi una noiosa spiegazione di comportamenti partitici.

Onore al merito, almeno in questo, a Clemente Mastella e complimenti per la bellissima citazione, per di più nel contesto appropriata. Anzi, la vasta eco massmediologica che essa ha avuto ha pure prodotto un risultato assodato, riguardo l’attribuzione.

Intendiamoci. Giustamente l’ex Guardasigilli l’ha attribuita a Pablo Neruda, perché comunemente così si trova in tutti i testi che la riportano. Ma già non mancavano qua e là dubbi, che parlavano di un apocrifo, di versi di un poeta sconosciuto RIPRESI da Pablo Neruda. Dopo la citazione mastelliana, in apertura del suo intervento al Senato di giovedì in occasione del voto di fiducia al Governo, si è pronunciata addirittura la fondazione ufficiale intitolata alla memoria del grande poeta sud – americano, che ha sentenziato: non sono versi originali di Pablo Neruda.

Infatti. Li scrisse nel 2000, su un giornale di Porto Alegre, la scrittrice brasialiana Martha Medeiros e da lì furono trasferiti in rete con la falsa attribuzione a Pablo Neruda.

Fretta, superficialità, leggerezza hanno perpetrato l'errore, che però, c'è da dire, alla lunga ha giovato alla vera autrice; poi, con la citazione mastelliana e la vasta eco massmediologica che ha avuto, adesso è arrivata la consacrazione.

Comunque sia, sono versi poeticamente bellissimi, e per di più un vero e proprio manifesto filosofico e creativamente vitalistico.

 ''Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle 'i' piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare.

Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare”.

Fin qui la citazione mastelliana.

Beh, a dire il vero e a dirla proprio tutta, la poesia nell’occasione è stata recitata proprio male, ma va beh, non è il caso di infierire.

Conviene piuttosto notare che contiene alcuni errori di traduzione, comuni del resto a molte divulgazioni di questi versi.

Mancano per esempio i due ultimi versi finali: ”Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità”.

Significativamente, poi, nella “recitazione” mastelliana è stato omesso un verso che condanna la sudditanza alla televisione.

Comunque, lo splendore della poesia merita una ricostruzione filologica.

Abbiamo recuperato il testo originale comunemente attribuito a Pablo Neruda. Eccolo:

QUIÉN MUERE?

Muere lentamente quien se transforma en esclavo del hábito, repitiendo todos los días los mismos trayectos, quien no cambia de marca, no arriesga vestir un color nuevo y no le habla a quien no conoce.

Muere lentamente quien hace de la televisión su gurú.

Muere lentamente quien evita una pasión, quien prefiere el negro sobre blanco y los puntos sobre las "íes" a un remolino de emociones, justamente las que rescatan el brillo de los ojos,sonrisas de los bostezos, corazones a los tropiezos y sentimientos.

Muere lentamente quien no voltea la mesa cuando está infeliz en el trabajo, quien no arriesga lo cierto por lo incierto para ir detrás de un sueño, quien no se permite por lo menos una vez en la vida, huir de los consejos sensatos.

Muere lentamente quien no viaja, quien no lee, quien no oye música, quien no encuentra gracia en si mismo.

Muere lentamente quien destruye su amor propio, quien no se deja ayudar. Muere lentamente, quien pasa los días quejándose de su mala suerte o de la lluvia incesante.

Muere lentamente, quien abandona un proyecto antes de iniciarlo, no preguntando de un asunto que desconoce o no respondiendo cuando le indagan sobre algo que sabe.

Evitemos la muerte en suaves cuotas, recordando siempre que estar vivo exige un esfuerzo mucho mayor que el simple hecho de respirar.

Solamente la ardiente paciencia hará que conquistemos una espléndida felicidad".

Ed ecco la mia traduzione poetica, filologicamente fedele:

Ma chi è che muore?

Muore lentamente chi diventa schiavo dell'abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

e chi non cambia la marcia,

chi non rischia a cambiare il colore dei vestiti,

chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi fa della televisione la sua maestra di vita.

Muore lentamente chi evita una passione,

chi preferisce il nero su bianco

e i puntini sulle 'i'

piuttosto che un insieme di emozioni,

che giustamente fan brillare gli occhi,

fanno di uno sbadiglio un sorriso

e fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Muore lentamente chi non capovolge il tavolo,

quando è infelice sul lavoro,

chi non rischia il certo per l'incerto per inseguire un sogno,

chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Muore lentamente chi non viaggia,

chi non legge,

chi non ascolta musica,

chi non piglia pace dentro sé stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,

chi non si lascia aiutare.

Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Muore lentamente chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,

chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,

chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto un’ardente pazienza ci porterà alla conquista

di una splendida felicità. ”

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Di giuseppe (del 22/01/2008 @ 16:50:20, in blog, linkato 1411 volte)
Nello squallore generale dell'esibizione di ieri sera di Clemente Mastella al terzo ramo del Parlamento italiano di "Porta a porta", lo squallore massimo si è avuto quando l'ex ministro ha zittito il giornalista di "Rifondazione comunista", che gli sollevava la questione morale in Campania. Lo ha zittito ricordandogli che, se lui era inquisito per i noti motivi, un assessore campano di "Rifondazione comunista" era inquisito per violenza carnale. Chissà se lo sapeva Beppe Grillo.
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Di giuseppe (del 19/01/2008 @ 17:38:41, in blog, linkato 1127 volte)

“Ma come? Prima lo invocano, lo fanno crescere, lo vezzeggiano, lo fanno addirittura ministro della Giustizia, e poi scoprono il caso Mastella? Bisognava pensarci prima. Adesso paghiamo il conto”

ENZO CARRA

“Il familismo, il nepotismo, la lottizzazione a ragnatela rappresentano la malattia della politica, da curare a prescindere da possibili reati penali. Anche perché, se tutto finisse con un’assoluzione, questo si tradurrebbe in una sorta di autorizzazione indiscriminata a comportarsi così. ..Prima di Tangentopoli, i partiti si facevano dare i soldi, e c’era un reato specifico che ci permetteva di sanzionarli. Poi via via il sistema è cambiato. Adesso i partiti si pigliano i posti – chiave e lì piazzano i loro uomini utili nel mercato del voto. Ma se la tangente era facile da individuare, questi comportamenti di adesso sfuggono la rilevanza penale. Se piazzi un tuo uomo alla Asl, dove è il reato? Per questo la politica deve riformarsi. Se non lo fa, rischia di veder spuntare inchieste giudiziarie come funghi”.

ANTONIO DI PIETRO

“L’incarico? La richiesta di un ruolo? La politica si fa così. Può essere deplorevole, ma tutti fanno così”

CLEMENTE MASTELLA

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Di giuseppe (del 17/01/2008 @ 15:39:03, in blog, linkato 1261 volte)

Io so e qualche volta l’ho scritto per questa o quella occasione pure qui che una cosa è l’amministrazione della Giustizia, un’altra la valutazione politica.

La valutazione politica dice che in Italia i partiti politici hanno creato un sistema di potere consolidato, cui, in proporzione alla loro importanza elettorale, tutti indistintamente concorrono, per accaparrarsi finanziamenti pubblici, leciti e, soprattutto illeciti; per dividersi incarichi e consulenze, a favore dei loro esponenti, che a loro volta creano come un sistema feudale, in una miriade di enti e società appositamente create; per gestire appalti e concorsi.

Rispetto al grosso “scandalo globale” passato alla storia come Tangentopoli, da cui fu duramente colpito, e in gran parte smantellato, il sistema politico di stampo feudale, o mafioso che dir si voglia, in circa quindici anni non solo si è ricostituito, ma ha pure affinato i propri metodi e ampliato i propri interessi.

Nei corsi e ricorsi, come nel ’92 la reazione civile parte dalla Magistratura, che questa volta non pare pilotata proprio da nessuno, checché ne dicano i politici.

Tutti i parti politici, indistintamente, ieri hanno intonato un coro di solidarietà nei confronti di Clemente Mastella, con ciò dando l’icastica e sonora rappresentazione di che cosa è LA CASTA.

E TI CREDO: COSì, CHI PIU’, CHI MENO, CHI IN UN POSTO, CHI NELL’ALTRO, TUTTI FANNO COME FA L’UDEUR DI MASTELLA.

La casta dei giornalisti non è stata da meno: tutti preoccupati di difendere il proprio protettore politico di riferimento, hanno attaccato non i politici, bensì i giudici: il più penoso e anzi squallido di tutti, Vittorio Feltri, che ha preso in giro il Procuratore Capo di Santa Maria Capua Vetere.

Il Procuratore generale di Santa Maria Capua Vetere, concludendo con lucidità, compostezza e serenità la propria reazione agli attacchi cui era stato sottoposto, in primo luogo dal “suo” Ministro della Giustizia e al tempo stesso “suo” indagato, ha dichiarato che se non altro la sua inchiesta dimostra che la legge è uguale per tutti.

Se riuscisse a dimostrarlo concretamente, sarebbe un’affermazione storica.

Ma l’importanza storica della giornata di ieri è un’altra.

Dimostra che la valutazione politica è anche amministrazione della Giustizia.

Ma è una valutazione politica, sia ben chiaro, nel senso che non è a difesa, o a vantaggio di questo o quel partito, bensì a difesa e interesse di tutti i cittadini.

Ridà dignità allo Stato, umiliato dai partiti stessi.

Colpendone uno, afferma quel che tutti gli altri Italiani purtroppo impotenti sanno: che i partiti politici sono diventati un’associazione a delinquere.

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Di giuseppe (del 10/01/2008 @ 18:08:12, in blog, linkato 1263 volte)

Vorrei appassionarmi pure io, se non altro per corrispondere alla profusione di articoli di giornali e servizi televisivi che dall’Italia, provincia dell’Impero, dedichiamo provincialmente, appunto, alle elezioni presidenziali americane, ma non ci riesco proprio.

Senza tema di smentite, so che si tratta di un’americanata.

Fra l’altro, invece di strampalate analisi, vorrei che fossero date le informazioni basilari: chi vota in queste primarie, quando vota, come vota, perché vota.

Sarebbero belle sorprese, credetemi: e invece, su questi aspetti, che circoscrivono l’americanata in atto, niente è dato sapere dai nostri provinciali mass media.

So soprattutto che vinca la Hillary, oppure Obama, i democratici o i repubblicani, non c’è nessuna differenza sostanziale. Al massimo, cambieranno gli uomini del presidente, e a fare affari saranno queste o quelle grandi compagnie multinazionali: l’attacco all’Iran, per esempio, sarà deciso a base di bombe di un tipo, o dell’altro, a seconda che vinca il candidato sponsorizzato da questa o quella industria di armamenti, ecco l’unica differenza!

In questi giorni di esaltazione provinciale per le elezioni americane, che purtroppo durerà fino a novembre, obbligherei  tutti i nostri provinciali esaltati alla visione di un film, autocriticamente chissà come uscito anni addietro da Hollywood e andato nei cineforum specialistici e però in qualche modo rimasto nella storia del cinema, perché segnò il debutto quale attore di Robert Redford.

Il candidato”, 1972, per la regia di Michael Ritchie, raccontando un’elezione a governatore della California, spiega benissimo che tanto i democratici, tanto i repubblicani, sono due face della stessa medaglia e rivela in maniera chiarissima cosa davvero sia la democrazia americana.

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Di giuseppe (del 06/01/2008 @ 18:47:50, in blog, linkato 1639 volte)

Ho qui davanti a me l’ultimo libro di Sandro Giovannini, poeta, avanguardista artistico, animatore culturale, giornalista, scrittore, editore e insomma uomo di multiforme ingegno.

E’ una raccolta antologica delle sue poesie, “Poesie complete”, si chiama, per i tipi della Heliopolis ( “di idee e materiali di scrittura” ) edizioni ( viale della Vittoria, 231, 61100 Pesaro; 198 pagg. 20 euro ).

Adesso dovrei indossare le paludate vesti del critico letterario; così, potrei ritrovare la profonda eco poundiana e il vitalismo marinettiano; esaltare le splendide sperimentazioni grafiche abbinate ai versi; tracciare il percorso di una vera e propria corrente, Vertex poesia; e spremere la vena intimista più recente, degli ultimi componimenti, d’amore e d’occasione.

Potrei, forse dovrei, ma non lo faccio.

Non lo faccio, perché non voglio.

Sono trenta anni ormai che con Sandro Giovannini ci spediamo buste e plichi, di libri, di giornali e di lettere distese, per questa o quella iniziativa, questa o quella cosa da fare, tante quante quelle che non abbiamo ancora fatte e che ci aspettano, oramai vagamente minacciose ( tipo: il dizionario della cultura anticonformista italiana ) e poi comode mail, veloci sms e quant’altro.

Capirete, perché non voglio.

Sono trenta anni che con Sandro Giovannini ci perdiamo e ci ritroviamo, ci chiamiamo e ci vediamo, che sia al rifugio dei Camaldoli, sulle cime dell’ Appennino toscano, ai confini con la Romagna, a discutere di notte da un sacco a pelo all’altro; che sia alla riunione, all’incontro, o al Salone del Libro, a Torino; che sia per l’appuntamento nel centro di Milano, o in quello di Roma.

Capirete.

Ma voglio narrare a tutti voi l’aneddoto – non so come meglio definirlo – con cui lo presento puntualmente ogni volta che ci ritroviamo in occasione di qualche conferenza, o dibattito di cui egli è il relatore.

Un fatto che Sandro mi raccontò una volta e che è ora nella mia mente indistruttibile…

E vai!

Vedete la suggestione? Vedete che citazione di Ezra Pound mi è venuta fuori!?!

Sì, i versi alla fine del primo dei “Cantos“:

I believe in the resurrection of Italy

Quia impossibile est

Now in the mind indestructible

E va beh.

Comunque sia, l’aneddoto è diventato per me simbolico, allegorico direi; si è caricato inoltre anche di significati e lo tengo sempre ben presente, sia per le ragioni che di per sé richiama e sottende, sia per il senso profetico cui rimanda.

Basta.

Ora lo racconto anche a voi e ognuno ci ritroverà quello che meglio crede.

Allora, uno dei versi più belli scritti da Sandro Giovannini nel suo ormai quarantennale percorso poetico recita così: “Né cani sciolti, né pecore matte”.

Bellissimo: l’invocazione all’appartenenza, all’identità valoriale, come direbbe l’autore stesso; l’esaltazione consapevole della comunità; un manifesto programmatico, un messaggio, un’esortazione, un’invocazione, un monito e insomma tante altre cose ancora.

Bene.

Un giorno, dei primi anni Ottanta, Sandro Giovannini, invitato a una conferenza, doveva parlare in non so bene quale sperduto paesino del Sud Italia, fra i monti della Lucania.

Ci stava giusto andando, quando si accorse che da un bel po’ girava ormai a vuoto, con la sua auto, fra “le discese ardite e le risalite” dei tornanti scavati pericolosamente in bilico sui precipizi, da un lato e, dall’altro, le rocce a muro.

Si accorse insomma che si era perso, fra una curva e l’altra.

Non passava un’anima viva.

E allora, ovviamente, non c’erano né i telefonini, né, tanto meno, i navigatori satellitari e quant’altro.

Ad un certo punto, stanco di girare a vuoto, si fermò, scese dall’auto, immagino bestemmiando e si guardò intorno.

Poi decise di ripartire.

Dopo un poco, dopo la curva successiva, si ritrovò con la strada che costeggiava una parete di roccia a muro più alta e più ampia delle altre, che aveva sopra grandi lettere tracciate con la vernice nera.

Si stropicciò gli occhi e non solo quelli.

A caratteri cubitali, con una croce celtica accanto, la scritta diceva: “Né cani sciolti, né pecore matte”.

Fine dell’aneddoto e fine pure di questa mia sgangherata recensione.

Agli amanti della poesia, l’invito a leggere il poeta Sandro Giovannini.

A te, Sandro Vale! e, soprattutto, sempre come sempre Ad maiora!

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Di giuseppe (del 05/01/2008 @ 19:02:47, in blog, linkato 4053 volte)

Anche i giornali hanno una loro esistenza, fisica: nascono, crescono, e prima o poi, per una ragione o per l’altra, muoiono.

Può pure succedere però – raramente, ma succede – che essi rinascano.

A volte ritornano.

Dopo quaranta numeri, di un ventennio e dopo un anno di una “pausa di riflessione” che come nelle baruffe degli innamorati sembrava tanto proprio la fine di un amore, con amore, con passione e con un esito artistico, letterario, meta - politico devastante nella bellezza prodotta, ritorna, con il numero 41 appena uscito di tipografia, “Letteratura – tradizione”, il periodico di Sandro Giovannini e delle sue Heliopolis edizioni di Pesaro.

Nuova veste grafica, tipo libro, ma un libro – quadernone, agevole e invitante, quanto splendido e prezioso.

Periodicità prevista: tre numeri all’anno. Spedizione in abbonamento postale: versamento di 50 euro, specificando nome e indirizzo dell’abbonato, su conto corrente bancario, presso la Banca di Pesaro, sede di Pesaro, con beneficiario Heliopolis edizioni srl – viale della Vittoria 231, 61110 Pesaro, codice IBAN:

IT 08 A 08826 13303 000030146251

Far conoscere tutto un patrimonio di idee e di valori, soprattutto nelle successive elaborazioni, quale consuntivo dell’area culturale e meta – politica anticonformista, ad opera di tanti, multiformi e prestigiosi collaboratori : questa, in sintesi estrema, la mission di “Letteratura – tradizione”, che il poeta, saggista e infaticabile animatore culturale Sandro Giovannini ha fortemente voluto, anzi: rivoluto, quale espressione del suo e del nostro mondo:

Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo”.

Incipit vita nova, dunque.

Comincia splendidamente, con questo numero 41 talmente pieno di contributi da leggere, guardare e studiare, da costituire un appuntamento fondamentale, come tutti i prossimi numeri già si annunciano.

Ma vediamo concretamente, sia pur approssimativamente, cosa c’è.

La sezione monotematica speciale di apertura è dedicata al tema della politica e dell’antipolitica, con una serie di interventi che anche concretamente affrontano le forme e i contenuti da restituire allo Stato.

Segue la lunga sezione dedicata al “movimento delle idee”, che ospita quattro saggi, fra cui uno dedicato ai temi della scienza e del superomismo in Fiedrich Nietzsche, firmato da Riccardo Campa.

In continuità ideale, la sezione seguente, gestita dalla Fondazione Evola di Roma, presenta tre interventi di attualità sul pensiero di Julius Evola.

Caterina Ricciardi, responsabile della sezione “pagine del modernismo”, firma una celebrazione nell’anno centenario dell’uscita a Venezia di “A lume spento”, il primo libro di poesie di un Ezra Pound, universitario bohemienne, scappato dalla natia America, pieno di dubbi per quel suo primo esito poetico, che stava per distruggere, come egli stesso ricorda nei suoi versi: “Shd/ I chuch the lot into the tide – water? / Le bozze ‘A lume spento’

Nella sezione “poesia”, un’intervista doppia alla giovanissima critica e poetessa Valeria Incantalupo e all’affermato poeta e politico Ludovico Pace.

Ci sono poi la sezione dedicata all’architettura e quella dedicata allo stile.

Seguono La Porta d’Occidente – sezione che ho l’onore e l’onore di curare personalmente – La Porta d’Oriente ( caposervizio: Gianpaolo Dabbeni ) e La porta del Mediterraneo ( Tommaso Romano ).

Seguono una parte dedicata alla storia antica; una al “sapore magico della parola”; una agli archivi Novecento; una all’ “ordine e caos”; una alla cultura siciliana; un’altra al mondo dell’islam.

Poi alcune poesie, e numerose recensioni di libri vecchi e nuovi.

Per finire in bellezza, lo splendore della parte iconografica, con riproduzioni a colori, della sezione artistica: “le sollecitazioni visive”.

E scusate se è poco, per un numero di una rivista – libro – vero e proprio evento- tutto da leggere, studiare e collezionare.

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