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 DISPERATI/ Gli immigrati extracomunitari in Italia... di giuseppe
 
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Sandro Giovannini
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Di giuseppe (del 31/07/2007 @ 13:38:24, in blog, linkato 2371 volte)

Quando succedono di queste cose qui che per tante ragioni non dovrebbero succedere ( le complicazioni, non il fatto in sé, tipo l’amante segreta che finisce in giro a farsi vedere da tutti ) è sempre meglio stare zitti.

Negare, negare sempre, anche l’evidenza, ammonisce la cultura popolare.

Comunque non dire niente, eclissarsi, sparire dalla circolazione per un bel pezzo.

Invece, l’onorevole dell’Unione democratica di centro, UDC, Cosimo Mele, di Carovigno, provincia di Brindisi, s’è fatto trovare e ha pure parlato. A vanvera.

Ha ammesso, sebbene abbia cercato di aggiustare, per quanto possibile, la faccenda, di limitare i danni, come si suol dire e come avrebbe voluto. Poi però, così facendo, ha sortito l’esito opposto e di una vicenda tutto sommato banale e di per sè insignificante ( l’onorevole che lontano da casa cede alle tentazioni della dolce vita romana e si porta le puttane al grand hotel di felliniana memoria ) ha fatto un caso politico e morale dopo le esternazioni e i commenti fatti a mezzo stampa.

Memorabile in questo senso l’intervista rilasciata a Guido Ruotolo di “Repubblica”.

Non era una prostituta, però le ha fatto spontaneamente un regalo ( non c’è offesa peggiore che pagare, nel senso di dare soldi in contanti o assegni, a una donna che non è prostituta ).

Era l’altra che si impasticcava e l’ha fatta portare al Pronto soccorso ( ma come si fa a non accorgersi di una che si droga? ).

Si riconosce nei valori cristiani e della famiglia, ma che c’entrano con una storia come questa?

Dai, non ci posso credere!

Come, che c’entrano? L'onorevole Cosimo Mele è arrivato a 50 anni senza capire concetti facili facili?

Allora, se uno è single, come si dice oggi e va a puttane, non produce implicazioni, a parte nella sua libido e nel suo portafoglio.

Ma se a puttane va uno sposato o pure fidanzato, già se la deve vedere pure con la sua coscienza, con l’equilibrio del rapporto che ha in corso e, magari, anche con la moglie o la fidanzata, qualora lo venga a sapere ( un’eventualità sempre da mettere in conto) presumibilmente senza gradire la notizia.

Se però poi è pure cattolico, la faccenda si complica ulteriormente, perché commette una serie nutrita di peccati, di cui deve rispondere pure al confessore, oltre che al resto.

Infine, è una tragedia se questo fedifrago è pure un esponete politico, pagato con i soldi pubblici per andare a Roma e non certo per esercitarsi con le prostitute e le droghe; per di più, se appartenente ad un partito politico che della così detta moralità, dei valori cristiani, dei valori della famiglia ( e infatti: con straordinaria coerenza il suo leader storico, Pierferdinando CASINI, è divorziato e convivente more uxorio ) ha fatto l’unica bandiera che sembra in grado di portare; e infine, se ha sottoscritto una proposta di legge per obbligare deputati e senatori a sostenere controlli anti – droga, lui, lui che si circondava di cocaina.

C’entra, oh quanto c’entra, tutto questo, caro onorevole Cosimo Mele: sono queste, proprio queste, esattamente queste, le mele del peccato.

Poi dico, almeno fosse stato zitto, almeno si fosse negato al mondo intero e se ne fosse andato a nascondersi da qualche parte remota, in attesa che la notizia si sgonfiasse da sé e senza colpo ferire scivolasse via... E tacere, no eh? Scapparsene no eh?

E così, ‘stamattina su tutti i giornali l’ epilogo di questa storia di ordinario squallore, diventata di eccezionale bruttezza, la bruttissima fine dei CASINI, il gran finale ad effetti speciali, i botti conclusivi, la schifezza estrema.

Cosimo Mele che si dimette.

Un momento: in Italia non si dimette mai nessuno, si annunciano le dimissioni, mica ci si dimette davvero.

Non si è dimesso chi ha riportato condanne definitive.

Non si è dimesso il protagonista dell'episodio dell’ambulanza usata come taxi, quel Gustavo Selva che, avessimo un Parlamento serio, avrebbero cacciato i suoi stessi colleghi a calci in culo e che invece hanno accolto e coccolato fra le fila senatoriali di Forza Italia.

Vuoi che si dimetta il poverocristo Cosimo Mele, soltanto perché gli è capitato il guaio che una delle due puttane con cui si era accompagnato si è sentita male per la droga e lui ha dovuto chiamare, questa volta per uso proprio e non improprio, un’ ambulanza? Questo "peone" tutto casa, chiesa e famiglia del CDU dei CASINI?

Si è dimesso infatti soltanto dal suo partito, cioè da niente, visto che resterà alla Camera dei Deputatie lautamente retribuito; poi, una scelta del resto inevitabile, dopo che il suo capogruppo alla Camera, Luca Volontè, gli aveva pubblicamente fatto un cazziatone di prima grandezza:

Chi si droga non può legiferare, chi è complice dello sfruttamento della prostituzione non può parlare di famiglia, figli, diritti umani. A chi si occupa di rappresentare il popolo e legiferare per il bene comune è lecito chiedere una condotta più consona e non drogarsi”.

Ha parlato pure F.Z., così chiamata dai giornali, "una bella ragazza di circa trent’anni", la “squillo”, una delle due presenti al festino, anch’ella “arrabbiata” , tanto per usare un eufemismo, con l’on. Cosimo Mele, per come si è comportato, con egoismo ed ipocrisia e ha raccontato per filo e per segno come sono andate davvero le cose: per l’onorevole Cosimo Mele certo sarebbe stato meglio se non l’avesse fatto e almeno qui è meglio stendere quel pietoso velo del silenzio, anche perché tutto è ancora al vaglio della Polizia, per quanto pare non sia stato commesso nessun reato penale, a fronte dei tantissimi morali, sociali e civili.

Hanno parlato pure al paese d'origine e hanno raccontato che anche l’onorevole Cosimo Mele è al secondo matrimonio, e fin qui siamo nella norma anormale, almeno per chi è del suo partito. Ma hanno raccontato pure di quando dodici anni fa, da vicesindaco del paese, fu arrestato insieme al sindaco perché prendevano tangenti e poi se le andavano a giocare al casinò. E sempre a Carovigno, come per dire che non è colpa loro se l’onorevole Cosimo Mele è stato eletto deputato, hanno ricordato che ormai i parlamentari non li scelgono i cittadini, bensì gli stessi partiti di appartenenza.

Infine, ha parlato, di fuori, il segretario dell’UDC, Lorenzo Cesa. Commentando la vicenda del “suo” MEMBRO DI PARTITO persosi e perso, non ha trovato di meglio che chiedere pubblicamente più soldi per i parlamentari, per permettere loro “il ricongiungimento famigliare”, cioè di portarsi appresso dal proprio luogo d’origine e mantenersi a Roma nei giorni in cui sono impegnati, si fa per dire, con i lavori dell’aula, la propria moglie o il proprio marito. Una cosa talmente assurda e fuori da ogni logica umana e divina, oltre tutto in un momento come questo e a margine di una vicenda come questa. che non merita nemmeno di essere commentata. Così anche Lorenzo Cesa ha perso un’altra ottima occasione per stare zitto.

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Di giuseppe (del 30/07/2007 @ 16:40:04, in blog, linkato 1445 volte)

Questa mattina a leggere i giornali vecchi e nuovi prima mi è preso lo sconforto e poi mi è venuta la malinconia, che fino a sera non mi lascerà più.

C’erano, infatti, le ultime cronache della brutta storia dell’asilo di Rignano Flaminio, di cui, tanto per cambiare, non si è capito ancora niente, dopo mesi di atti giudiziari altalenanti e discordanti, ma, soprattutto, dopo tanti bei programmi in tivù dei brunivespi, degli enrichi mentani e delle irenepivette di turno.

Questo già di per sé “non è bello”, come dicono qui a Torino, quando vogliono significare una autentica schifezza.

Abbiamo, infatti, bambini di pochissimi anni molestati sessualmente dagli educatori del loro asilo, una specie di sacrilegio, una nefandezza estrema; oppure, siamo di fronte ad educatori innocenti, molestati dai genitori dei bambini, da loro suggestionati oltremodo, per questioni di soldi: i risarcimenti pubblici, che avrebbero in caso di condanna degli accusati.

Nell’uno o nell’altro caso, comunque vada, sarà una sconfitta: o l’una, o l’altra, sempre di un’autentica schifezza si tratta.

Già è immondo, quindi, qualsivoglia delle due ipotesi sia, il fatto in sé.

Poi è turpe che mentre la giustizia si mostra lenta e impacciata, incapace di dirimere e risolvere, comunque dominata dai potenti e dai ricchi, i processi si facciano in televisione, per fare spettacolo, per dare pubblico in pasto alla pubblicità, non certo per fare giustizia.

Ecco, ci mancava soltanto l’avvocato Taormina e il degrado che c’è dentro, questo squallore senza rimedio non si riesce a sopportare.

A volte ritornano.

Purtroppo.

Erano passati appena pochi mesi che non lo si vedeva, né lo si sentiva, né lo si leggeva più, da quando era calato - momentaneamente - il sipario sul processo per il delitto di Cogne, dominato dall’emerito principe del foro nazionale, nonché dei salotti televisivi, che ne aveva fatte e disfatte di tutti i colori, e non aveva risparmiato nessuno, nemmeno i suoi stessi assistiti, i quali, alla fine – ma dopo anni di taorminate quotidiane – lo avevano licenziato in tronco, poco prima della sentenza di secondo grado.

Ma sono stati mesi talmente numerosi ed intensi, da aver lasciato un segno indelebile, in quello che abbiamo imparato a chiamare “l’immaginario collettivo”.

Ecco Carlo Taormina tuonare contro i magistrati malvagi ed incapaci, che a suo dire accusavano ingiustamente la povera Annamaria e avrebbero voluto mandarla in carcere innocente soltanto per dare credito ai propri errori.

Eccolo pavoneggiarsi nelle aule del Tribunale di Torino; smontare prove e rimontare inganni; impostare strategie difensive sempre più arzigogolate, se non assurde.

Eccolo prendere quell’aria da padreterno.

Eccolo sdoppiarsi fra sapiente politico e fine giurista.

Eccolo accavallare le gambe sugli sgabelli degli studi televisivi e promettere: “Vi dirò io chi è il vero assassino”, e poi annunciare “Fra una settimana farò il nome” e poi ancora “Domani vi svelerò il vero colpevole” e poi di nuovo “Domani, domani farò il nome”, ignaro, insensibile, strafottente, di fronte al coro immenso che nel frattempo si era levato dal famoso immaginario collettivo, che non ne poteva più, stremato: “Oh che palle! E diccelo chi è, se lo sai davvero, faccelo, faccelo, sto cazzo di nome!”.

Ora siamo come prima, più di prima.

Carlo Taormina superstar.

Mutatis mutandis, ‘stavolta fa l’avvocato delle presunte vittime, cioè tutela le famiglie dei bambini, quindi si pone contro gli educatori dell’asilo, accusati dai magistrati di molestie sessuali.

Qundi, da innocentista è diventato colpevolista, da garantista forcaiolo.

Brilla poi la sua rara coerenza: ce l’ha sempre coi magistrati, prima perché volevano sbattere in carcere la povera Annamaria, ora perché non vogliono farlo con le maestrine dell’asilo.

‘Stavolta però per Taormina ogni sospetto è buono, ogni circostanza diventa un elemento di accusa, ogni straccio di ipotesi una prova; e perciò tuona reboante: “Queste sono prove! Vogliamo il carcere!” e sollecita i magistrati a sbattere in cella gli imputati, senza nemmeno aspettare il processo, di questa brutta storia di sesso, bugie e videotape. Ah, e soldi, sempre i maledetti soldi.

Ma Carlo Taormina lo sa, che oggi in Italia i processi si celebrano prima in televisione e poi sui giornali e in questo scenario ora, pur se uguale e contrario a quello di pochi mesi or sono, da Cogne a Rignano Flaminio, dalla Valle d’Aosta, al Lazio, alla Sicilia, egli ritorna, dominatore incontrastato, di questa nostra povera giustizia – spettacolo, in cui la legge non è più uguale per tutti, ma sorride sempre e soltanto al peso dei potenti, al colore dei soldi, e alle telecamere degli studi televisivi.

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Vorrei segnalare la deriva vergognosa che ad opera di taluni legislatori, operatori dell’informazione e a vario titolo addetti ai lavori, ha preso il così detto diritto di cronaca, oggi fortemente condizionato da tutta una serie di restrizioni, ma ancora di più dalle limitazioni mentali di certi giornalisti, tranne quando hanno a che fare con i povericristi e allora eccedono nell'altro senso e vanno giù pesante, per malconcepito spirito di compensazione  

Siccome in Italia, poi, la legge NON è uguale per tutti, praticamente, anche in questo campo si è imposta la prassi ignobile di essere deboli con i forti e forti con i deboli; per essere più chiari: accondiscendenti, garantisti, omertosi con i ricchi e potenti; implacabili, forcaioli e scandalistici con i poveracci. Una prassi ignobile.

Vergognoso e ignobile è un articolo letto lo scorso fine settimana dal quotidiano "La Stampa", diretto da Giulio Anselmi, nella cronaca di Torino, a firma di Ludovico Poletto: “Lettere dal carcere. Giulia, Toni e l’altro, un amore diabolico”.

In esso vengono riportati ampi stralci delle lettere scritte dal carcere, in cui si trovano, in attesa del processo, accusati dell’ assassinio della loro amica Deborah Rossi, da Giulia Fiori, 21 anni, a Toni Ferraro, 18.

Vale appena il caso di ricordare a Giulio Anselmi e a Ludovico Poletto che i due si proclamano innocenti; che, in ogni caso, per qualunque imputato vale la presunzione dell’innocenza fino alla condanna definitiva; e che comunque, il fatto che siano giovani e poveri, non autorizza nessuno a trattarli come schifezze umane.

Che cosa significa poi come scrive all'inizio il Poletto - exusatio non petita - e come l'Anselmi avalla, che quelle lettere sarebbero “atti diventati pubblici”?

Con quale coraggio essi le hanno pubblicate sul loro quotidiano, alla faccia di tutte le leggi e di tutti i garanti della così detta “privacy”?

Non sono questi reati penali?

Non sono poi, a parte ogni altra considerazione, le lettere private e le pratiche sessuali – tranne le circostanze di rilevanza penale, in cui si configurino limitazioni sancite dai codici – libere e segrete per tutti?

La Magistratura non ha niente da eccepire?

E l’ Ordine, il beneamato ordine dei giornalisti, trova tutto regolare?

Poi, siccome al peggio non c’è mai fine, nella fattispecie viene raggiunto il fondo e, non contenti, si continua a scavare, quando vengono riportati allusioni pesantissime, tratte da altre lettere dal carcere, questa volta scritte da Giulia a uno che almeno per il delitto di Deborah non c’entra niente, l’altro, appunto, del quale viene fatto soltanto il nome di battesimo, Sergio, ma del quale viene specificato praticamente tutto, perché si dice che è il padre delle due sorelline di Deborah.

L’uomo è attualmente separato dalla mamma di Deborah e in passato ha avuto una relazione con Giulia.

Adesso, dal carcere, Giulia gli scrive, magarti soltanto per cercare conforto e gli manda un regalo, sul quale è meglio stendere quel pietoso velo: l’uomo le risponde e sembra stare al gioco, vai a sapere.

Ora, su "La Stampa", pur nella perfetta ipocrisia di dire senza dire, di alludere senza specificare, viene fatto chiaramente capire di che cosa si tratti, senza cenno alcuno di umana pietas per i protagonisti, senza ritegno: se si valicano i confini della decenza, si sconfina nel torbido, nel perverso, nel grottesco, tanto meglio, no? E infatti si racconta tutto, pescando a piene mani nel torbido, nel perverso, nel grottesco, calpestando la dignità umana di Giulia e di questo uomo, l’altro, cioè Sergio, fregandosene dei risvolti nei confronti di Toni, strafottendosene degli altri minori che per una ragione o per l’altra, direttamente o indirettamente, sono coinvolti in queste vicende.

Sempre senza che nessuno, dico: nessuno, tanto meno magistrati e giornalisti, abbiano trovato alcunché da ridire e anzi da fare su questo articolo ignobile e vergognoso, ripeto e sottolineo: vergognoso e ignobile.

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Di giuseppe (del 23/07/2007 @ 16:43:43, in blog, linkato 1202 volte)

CHE POPL I NEPALESI!

Con tutto l'agnosticismo che ho per qualsiasi religione, da un lato e con tutto il massimo rispetto, dall'altro, leggo una notizia che mi fa impazzire di piacere.

E' successo che Sajani Shakya, di dieci anni, una delle così dette Kumari, venerata in Nepal come incarnazione della dea Durga, sia partita dalla comunità di Bhaktapur, dove vive abitualmente e si sia recata negli Stati Uniti, a Washington, per presenziare alla proiezione di un film che racconta le leggende della sua religione buddista.

Una volta tornata in Patria, è stata sottoposta ad una cerimonia di "purificazione", per riacquistare il suo stato di divinità, evidentemente compromesso dalla contaminazione di usi e costumi americani, contratta durante il sia pur breve periodo di permanenza.

Così si fa!

COSI' SI FA!

Anche qui in Italia dovremmo sottoporre a cerimonie di rieducazione chi ama gli Stati Uniti e chi segue le loro mode. Qualche buon corso, qualche buona lettura, poi cerimonie e scongiuri vari, contro le americanate, sì! Oh se prendessimo esempio dai Nepalesi!

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Di giuseppe (del 16/07/2007 @ 14:56:17, in blog, linkato 6364 volte)

Ho scritto nel fine settimana questo articolo che da Lecce mi han chiesto per il quotidiano LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO.

A trent’anni di distanza

QUELLA LUNGA, CALDA ESTATE DEL ’77 A LECCE

di Giuseppe Puppo *

I sogni e gli spari. Si chiama così il più bel saggio( Emiliano Sbaraglia per Azimutlibri) fra i tanti che sono usciti in questi ultimi mesi in tutt’Italia a rievocare e celebrare il così detto ‘”77”, trent’anni dopo.

Gli amici di Lecce, i “camerati” di allora, mi chiedono di rievocare pubblicamente il 1977 dell’ambito locale leccese, visto dalla nostra parte, che era poi quella della destra, più o meno dentro e fuori il Movimento sociale italiano, fra la fiamma tricolore e la croce celtica.

Lo faccio volentieri.

Ripensare il passato, specie quello prossimo, è sempre un esercizio meritorio: per quanto possa scendere un velo di tristezza sui bilanci che non quadrano mai, consente di aguzzare l’ingegno, storicizzare le esperienze, sperimentare la maturità che nel frattempo dovrebbe essere sopravvenuta.

Nella fattispecie, poi, mi sembra che gli avvenimenti leccesi rispecchino alla perfezione il senso di quelli nazionali e permettano dunque una chiave di lettura emblematica di un intero fenomeno generazionale.

I sogni - di alternativa, come si diceva allora - erano quelli dei ragazzi di vent’anni, che credevano di poter cambiare il mondo, sia pur da opposti schieramenti e più o meno direttamente, o indirettamente, coinvolti in un clima di violenza parcellizzata sul territorio, comunque di tensione continua - il destino in comune condiviso dalla mia generazione - perché portati, direi costretti quasi a scannarsi, dal “sistema”, che ne sfruttava così l’entusiasmo, per sopravvivere a sé stesso, rafforzarsi, rigenerarsi e perpetuarsi.

Comunque, così fu scavato un solco così profondo, che ancora oggi rimane, marcato e incolmabile, fra chi allora fu da una parte e chi dall’altra.

Gli spari, a Lecce si concentrarono invece in due occasioni, all’inizio e alla fine della lunga estate salentina, a giugno, al comizio di Pino Rauti in piazza Sant’Oronzo, e ai primi di novembre, agli scontri della Polizia sia con i “rossi”, sia con i “neri”, che furono poi i due episodi in cui a Lecce gli anni di piombo toccano i loro punti più alti.

Rievocarne motivi e personaggi, magari cercarne di capire il senso, interesserà non soltanto quelli che ne furono protagonisti, ma – credo – se non altro per un confronto ideale – un po’ tutti quanti, anche se forse tutto questo, come nella canzone di Vasco, “un senso non ce l’ha”.

Ecco, per prima cosa, alla faccia di tutti i discorsi di adesso sui presunti cambiamenti climatici che sarebbero nel frattempo sopravvenuti, io quell’estate di trent’anni fa me la ricordo caldissima, afosa, lunga, lunghissima; poi così tenera, così violenta, come il verso di Jacques Prevert.

Gli anni di piombo impazzavano.

Nell’autunno del 1971, c’era stata la prima guerriglia urbana: varie scaramucce in diversi luoghi la mattina, poi ore di rincorse e inseguimenti fra gruppetti contrapposti, infine lo scontro campale, il mezzogiorno, se non di fuoco ( gli spari sarebbero arrivati dopo qualche anno ) certo di botte da orbi, con arresti e feriti. “Mezz’ora di battaglia a Lecce fra comunisti e fascisti”, titolò in grande, apertura di prima pagina, proprio “La Gazzetta del Mezzogiorno” - la giornalisticamente già vivace, attenta e fervida “Gazzetta” di quel periodo - il giorno dopo, e fu così che cominciarono a Lecce gli anni di piombo.

Sfruttando l’onda lunga del Sessantotto, la sinistra parlamentare ed extraparlamentare erano rimaste culturalmente e socialmente egemoni, padrone della situazione nelle scuole e tentarono di assumere il controllo totale dell’opinione pubblica giovanile.

Il primo loro obiettivo era negare l’agibilità politica a tutti quelli che non la pensavano come loro, tutti sbrigativamente liquidati come “fascisti” e tutti fisicamente, accuratamente, perseguitati, con accanimento, con lucida profezia. Questa la sostanza.

Il Movimento sociale italiano, dal canto suo, aveva registrato uno straordinario successo elettorale nel 1972, cui però non corrispondeva una altrettanto rilevante presenza culturale e politica.

A livello giovanile, non si andava al di là dell’attivismo fine a sé stesso, col risultato che le organizzazioni ufficiali del partito persero rapidamente consistenza e vigore, senza che ciò dispiacesse più di tanto ai vertici, tutti impegnati ad accreditare un’immagine quanto più possibile moderata e rassicurante.

Comunque il Msi negli anni seguenti perse non soltanto consensi, ma pure il grosso della classe dirigente, passata armi e bagagli con Democrazia nazionale, ai tempi della scissione del 1976.

Così prese in mano le redini del partito l’avvocato Giorgio Bortone. L’Adriana Poli, che era già diventata sua moglie, faceva la giovane ricercatrice all’università. Fra i giovani, a parte Mario De Cristofaro, presenza storica di quaranta anni di destra a Lecce, quasi tutti gli altri erano diventati o cani sciolti, ognuno per sè, o pecore matte, in improbabili organizzazioni, dai nomi altisonanti e strabilianti.

A parte i già reduci delle discolte “Avanguardia nazionale” e “Ordine nuovo”, “Europa Occidente”, per esempio, si chiamava il gruppuscolo di Amedeo Calogiuri. Fas, “Fronte anticomunista studentesco”, i ragazzi ( come Gianfranco Morciano, trasferito al Sud dai genitori, dopo essere stato gravemente ferito a Monza ) che aveva raccolto intorno a sé Antonio Cremonesini, i quali poi fondarono il Mas, “Movimento Autonomia Sociale”; fra di essi si trovarono e si misero in luce per le capacità organizzative Valerio Melcore e per l’attivismo esasperato Angelo Scardia.

Poi, coltivato dagli universitari reduci dalle esperienze fatte a Perugia, coi gruppi “Ezra Pound” e a Chieti e Pescara, col professor Giacinto Auriti e le sue teorie economiche, in primo luogo da Gianni Rizzo, c’era “Impegno studentesco”, che seppe conquistarsi un buon seguito nei due licei classici e nei due licei scientifici.

Ricordo Alfredo Mantovano – ebbene sì: c’è un’organizzazione extraparlamentare anche nel suo passato! E sorrido... – lamentarsi perché “i compagni” ogni mattina gli strappavano i manifesti che metteva davanti alla sua scuola e tentavano di picchiarlo.

Ricordo Antonello Gustapane – adesso attivissimo pubblico ministero della procura di Bologna – sfrecciare, rey-ban d’ordinanza, col suo motorino da questa a quella scuola, da una riunione all’altra.

La città, manco fosse la Berlino di allora, pur senza muri era divisa a zone e gli uni non potevano andare in quella degli altri, se non a costo dell’incolumità fisica. La nostra, era piazza Sant’Oronzo, davanti e di fronte all’Alvino, dove c’era sempre qualcuno, a qualsiasi ora del giorno e della notte, a cominciare dai più adulti e vaccinati Giandomenico Casalino, Enrico Gabellone, Franco D’Amore, Ernesto Ciminiello, Massimo Stefani, Claudio Danisi, Elio Taurino, Giancarlo Magari, Fabio Campobasso, Gino Ratano e tanti altri, dei quali adesso mi sfugge il nome. La loro, piazza Mazzini e Palazzo Casto.

Anche i comunisti erano divisi in tante sigle, gruppi e gruppuscoli. Molti ex liceali, prima extraparlamentari, erano entrati nel Pci, ma non per questo si erano calmati, anzi, erano quelli che aizzavano il fuoco, che tiravano il sasso e poi nascondevano la mano: mentre gli extraparlamentari non solo metaforicamente tiravano pietre, biglie d’acciaio e poi bottiglie molotov, spalleggiati da certi settori di originaria provenienza cattolica, che per farsi accettare, vai a capire, alla faccia del Vangelo, sparavano più degli altri. Insomma, divisioni di sigle a parte, stavano tutti insieme, appassionatamente e, per dirla con una battutaccia, avevano già fatto il partito...antidemocratico.

Erano in mille, giovani e forti, sì, ma non certo eroici, quelli che tentarono di assaltare i cittadini leccesi presenti in piazza Sant’Oronzo il 3 giugno 1977 a sentire il comizio di Pino Rauti, venuto più che altro a rincuorare le fila interne missine, provate dalle divisioni e dalle vicessitudini. Provocarono disordini, alcuni arrivarono quasi alla fine di via Trinchese e spararono colpi di pistola, che riecheggiarono nitidamente nella vicinissima piazza. “State calmi! State calmi!” - esortò ammirevolmente dal palco Pino Rauti - “Non reagiamo alle provocazioni!”e tutti in corteo di ritorno nella vicina Federazione, tutti, o quasi, perché altri non ascoltarono l’esortazione del palco e cercarono di vendicare subito l’affronto subito, con una specie di spedizione punitiva, così, tanto per calmare le acque...

Partirono verso piazza Mazzini, dove gli extraparlamentari di sinistra nel frattempo avevano attaccato e semidistrutto il “Baobab”, leggendario bar sotto la galleria; furono accolti dalla Polizia con un nutrito lancio di lacrimogeni ad altezza d’uomo; ciò nonostante, si registrarono diversi scontri violenti e alcuni feriti.

Poi, ci fu un’esperienza memorabile: campo Hobbit, il primo raduno della gioventù nazionale, che si tenne a Montesarchio, in provincia di Benevento, l’11 e 12 giugno 1977.

Imparammo a fare politica in modo nuovo, contemporaneo, con le organizzazioni parallele; l’attualizzazione delle tradizioni; l’attenzione, lo studio, il dialogo nei confronti dei “nemici”; l’importanza e l’uso dei mass – media vecchi e nuovi; la musica; la grafica; l’ecologia e tante altre cose belle e importanti; così importanti, da lasciare indelebile in tutti coloro che vi parteciparono come un marchio, il crisma e il carisma, nell’affermazione un’identità solare e creativa destinata a durare per sempre.

Io c’ero.

Da Lecce, dopo tanti giri, erano arrivati anche Valerio Melcore e Angelo Scardia, già all’epoca inseparabili; si separarono la notte, quando Valerio dormì nella macchina parcheggiata lì vicino e invece Angelo, insieme ad altri due compagni di viaggio, prese una camera nell’albergo del paese, per quanto nessuno di loro avesse i soldi per pagare il conto all’indomani: e l’oste, previdente. li mandò al terzo piano per evitare che scappassero senza lasciare i documenti, come, infatti, avevano progettato, e mandò poi la fattura a casa dei genitori.

Nei giorni seguenti, anche per effetto del mutato e favorevole clima nazionale, a Lecce si decise di serrare le fila: tutti dentro al partito, grandi e piccoli, giovani, meno giovani e vecchi, chi ne era uscito e chi stava un po’ dentro e un po’ fuori, ora tutti dentro il Msi. Su disposizione di Giorgio Almirante, Mario De Cristofaro decise di ricostituire il “Fronte della gioventù” e ne affidò la guida a Valerio Melcore.

In pochi mesi diventò il Fronte della gioventù più bello d’Italia.

Gianfranco Fini lo additava ad esempio a quelli delle altre province italiane e venne personalmente almeno tre volte, la prima appena nominato segretario nazionale giovanile, a condividerne le iniziative.

Fu un’esperienza breve, un paio di anni trepidi e sapidi, ma intensa, per qualità, quantità, entusiasmo, intelligenza e spirito di comunità umana e militanza politica. Aperto ai più grandi, che ci frequentavano portando la loro esperienza.

Aperto alle donne – beh, allora una novità per i nostri ambienti maschilisti – belle quanto brave e ricordo la mitica Ronzina De Leo; ma pure la Magda, la Fiorella, Valeria Falco, Annamaria e Cristina Salvi, la mascotte.

Oh quanti nomi! Solo alcuni di quelli di Lecce: “Poppi” Massimo Ruggie, Rudi Russo, Donato Danisi, Maurizio Ancora, Toti Calò, il neo assessore Giuseppe Ripa, che veniva in compagnia di Gianfranco Papadia. E ometto in pieno quelli che arrivavano della provincia, chè ci vorrebbe un libro intero: scusatemi ragazzi!

Ma soprattutto aperto alle sfide dell’attualità.

Certo, c’era chi ( ma ora è meglio non dire chi fosse! Diciamo che allora noi lo chiamavamo ironicamente “Terzo Reich” ) recitava in perfetto tedesco originale i discorsi integrali di Adolf Hitler, per mal concepita reazione alle persecuzioni ideologiche e fisiche di allora o chi, sempre per lo stesso motivo, favoleggiava di “bombe a mano, carezze di pugnal”, ma erano casi unici, umani e non politici.

A stu livellu quai!” – li rimproverava ogni volta Valerio, e bestemmiava.

La realtà era fatta di iniziative politiche d’avanguardia ( il già conquistato voto ai diciottenni; l’ abolizione della leva militare; la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese; la lotta alla corruzione e alle inefficienze; la giustizia sociale ) che facevano breccia e attiravano consenso.

Poi, beh, è chiaro, il personale era politico.

C’erano le feste, le letture collettive di libri ( già, meglio riempirsi le teste, che spaccarsele, pensava Valerio ), le audizioni di musica, pure le sedute spiritiche, a opera di un artista, del quale non so se posso fare il nome, che era pure medium straordinario.

Una vecchia, scassatissima “124” gialla, comprata con una colletta, serviva quale mezzo di trasporto operativo quando, dal partito, da qualche iscritto, arrivavano i soldi della benzina; con un ciclostile difettoso e un megafono gracchiante, erano i potenti mezzi messici a disposizione.

Questi ragazzi di vent’anni, che facevano le discoteche e i cineforum, leggevano i libri, diffondevano le riviste impegnate, attaccavano i manifesti sui muri e distribuivano i volantini e non ne potevano più di un regime bloccato da trent’anni sulla corruzione politica, erano “i fascisti”.

In particolare, per impedire una mostra editoriale e grafica, fissata per il 12 novembre 1977, che fra l’altro aveva per argomento il dissenso nell’allora Urss, per effetto di quei meccanismi prima evocati la sinistra parlamentare ed extraparlamentare si mobilitò tutta quanta. I

l meccanismo era rodato, a colpi di comunicati e dichiarazioni: “I fascisti non devono parlare”, “un pericolo per la democrazia” e robe simili; seguivano le minacce: bisogna impedire con la forza il raduno fascista; e quindi il questore e il prefetto prendevano atto della tensione montata ad arte e vietavano la manifestazione “per motivi di ordine pubblico”.

Andò su per giù allo stesso modo anche nell’imminenza di “quel 12 novembre”. 1977, oh sì, il punto più alto della violenza politica a Lecce.

Quel 12 novembre” è pure il titolo di un saggio, credo ormai pressoché introvabile, che uscì mesi dopo, per i tipi della “Tribuna del Salento e per la penna di Lino De Matteis: a parte la tesi politica di fondo, sfacciatamente di parte ( ma tutto era di parte allora, anche le scarpe che mettevi ai piedi ) e completamente sballata, era però – me lo ricordo – un bell’esempio di giornalismo, un “instant book”, come si chiamerebbe adesso nel gergo editoriale.

A proposito di giornali, noi avevamo vicino soltanto la “Voce del Sud”, il settimanale dell’indimenticabile Ernesto Alvino, che per me - come per Alfredo Mantovano e Mario Bozzi Sentieri, per citare soltanto i miei coetanei - fu Maestro di giornalismo e di vita.

Comunque i fatti, al netto di propaganda e retorica, andarono così.

Nel corso di un’affollatissima e tesissima assemblea del nostro “Fronte della gioventù, su al partito, il pomeriggio prima, fu deciso che, a differenza delle altre volte, quella volta non si doveva subire passivamente e che avremmo dunque tenuto la nostra manifestazione lo stesso, anche contro i divieti della Polizia e le minacce dei comunisti; pure, si badi bene, nonostante gli inviti alla calma del Partito stesso: ma il “Fronte” aveva per statuto la propria autonomia e ne andava orgoglioso.

Decisione quasi unanime: unico parere contrario, il mio, del tutto inutile e buono solamente ad attirarmi le solite accuse, che già sapevo, di moderatismo.

Ma era facile prevedere che all’indomani sarebbero successi casini di proporzioni bibliche, e così fu.

Fece caldo, sì, un sole ancora estivo, pieno, arzillo, prepotente.

In piazza Sant’Oronzo fallirono tutti i tentativi di mediazione e i Poliziotti impedirono con la forza l’esposizione dei cartelloni della mostra. Sollevarono di peso quelli che si erano seduti per terra e che reggevano per protesta il giornale del “Fronte” di allora, che si chiamava “Dissenso”. Cercarono di disperdere in maniera tutto sommato accettabile i numerosissimi presenti.

Ad un certo punto, senza un vero motivo concreto, tanto per fare qualcosa, quasi come una valvola di sfogo della tensione, ci mettemmo in corteo su via Cavallotti. Prima che arrivassimo in piazza Mazzini, anche per evitare che fossimo assaliti in blocco come eravamo dai comunisti, la Polizia caricò il nostro corteo, naturalmente non autorizzato, disperdendolo alla meglio.

Da altre parti, infatti, la Celere si scontrò a più riprese con gli autonomi e brigatisti di sinistra, che nel frattempo erano usciti in forze da palazzo Casto e cercavano di raggiungerci, con le loro bottiglie molotov e le loro P38. Ci furono scene di inaudita e, almeno per Lecce, inedita violenza. La sede del sindacato Cisnal in piazzeta Castromediano fu data alle fiamme a colpi di molotov, alcune auto furono incendiate e vi fu uno scontro a fuoco tra comunisti e Polizia.

Fra i nostri, arrestarono, senza ragione - almeno per quella volta non c’entrava proprio nulla, visto che era lì in tutta tranquillità, da dirigente del partito che sorvegliava i ragazzi del Fronte - Mario De Cristofaro, e Manolo Russo, che era accanto a lui, perché cercò di difenderlo.

Valerio Melcore – e non solo lui... – passò qualche notte da latitante, in attesa di un mandato di cattura che invece poi non arrivò: fu denunciato a piede libero e li usò tutti e due per nascondersi.

Non mi ricordo altro, se non due immagini, che sono poi le immagini emblematiche, la icastica rappresentazione del mio ‘77.

Valerio Melcore paonazzo che discute con un terreo in volto commissario Pasquale Lacquaniti: un dialogo surreale quanto concitato, un teatro dell’assurdo di Jonesco, ora nella mia mente comico, mentre fu in quel momento drammaticissimo.

Poi, la corsa dalle parti di piazza Mazzini, a piccoli gruppi, verso la Federazione, cioè la salvezza, sia dai poliziotti con i lacrimogeni e i manganelli, sia dai comunisti, con le molotov e le P38: dopo il mercato coperto, Angelo Scardia dritto in mezzo al viale, che, all’arrivo di corsa di questo o quell’altro gruppetto, interrompeva il traffico, ad ampi gesti, faceva passare i fuggiaschi che si mettevano così in salvo, poi faceva ripartire le macchine, e così via, manco fosse un vigile urbano, calmo, serafico, tranquillo e se qualche automobilista osava chiedere informazioni su che stesse accadendo, o pure timidamente protestare, gli bastavano uno sguardo per zittirlo e poche parole: “...L’ira te Diu osce... Hannu zeccatu lu Mariu”.

Giuseppe Puppo

 

* Giuseppe Puppo, 49 anni, giornalista e scrittore nato a Lecce, vive e lavora a Torino. Ha collaborato a radio e televisioni private, agenzie di stampa, quotidiani, settimanali, mensili. Ha scritto cinque saggi di politica e cultura, e un romanzo.
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Di giuseppe (del 11/07/2007 @ 11:55:48, in blog, linkato 1275 volte)
..e spesso sono straordinariamente attuali e lucidamente profetiche. Sono passati dieci anni, da quell'aprile 1996, in cui l'ex ministro e fine polemista Filippo Mancuso fece sul "Corriere della sera" un ritratto micidiale di Walter Veltroni: "Un elencatore di luoghi comuni, parla di cose che non sa, cita libri che non legge, è un anglista che non parla inglese, un buonista senza bontà, un americano senza America, un professionista senza professione, un nulla confezionato dal partito comunista".
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Di giuseppe (del 06/07/2007 @ 15:09:03, in blog, linkato 2200 volte)

Ah le mie teorie! Tutti credono che siano stravaganti pazzie e poi invece scoprono che I GRANDI mi danno ragione, che sono intelligentissime originalità!

Mi riferisco a quanto qui esposto nel blog del 27 novembre 2006, dal titolo UNA CITTA'PER MANGIARE.

Ora ho il conforto nientedimeno che di Eugenio Montale! E scusate se è poco...

Lucia Zanaboni, studiosa di letteratura contemporanea, mi segnala un brano - da "Lettere a Clizia", Mondadori, pag.89 - che mi ha riempito di smisurato orgoglio.

In una lettera dell' 8 settembre 1934, Eugenio Montale scriveva a Irma, la "sua" Clizia, che i maccheroni al pomodoro e la pizza "non si possono assolutamente mangiare fuori di Napoli".

E io mi illumino d'immenso.

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Di giuseppe (del 05/07/2007 @ 18:47:22, in blog, linkato 1168 volte)

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Di giuseppe (del 05/07/2007 @ 18:40:37, in blog, linkato 1242 volte)

Ecco, tradotto nel suo lessico, uno degli argomenti che banalizza Walter Veltroni, il quale, fra l’altro, si è vantato di aver preso a suo tempo insieme a Massimo D’Alema la decisione di bombardare la Jugoslavia: lo uniforma, lo accomuna a tutto il vecchio modo di fare politica, alla vecchia politica tout court; evidenzia poi le contraddizioni di una sinistra che predica bene e razzola male, che dice una cosa e ne fa un’altra, che tiene insieme tutto e il contrario di tutto e che, infine, tutto cambia affinché nulla cambi.

Questa sinistra che ha votato Prodi, come si accinge a votare Veltroni: quella dei seducenti rivoluzionari che dopo la “Lotta continua” sono entrati nelle banche, nei grandi giornali, nei salotti buoni; degli pseudo antiamericani marci di americanismo fin dentro al midollo; i compagnucci dell’oratorio; i ciellini che cantavano “Generale” di De Gregori e si sentivano gratificati dalla considerazione degli ex sessantottini di carriera: quella che ora sta tutta quanta, più o meno appassionatamente, con Romano Prodi e presto tutta quanta, più meno appassionatamente, direttamente e indirettamente, con Walter Veltroni starà.

Quelli che si fanno carico, che hanno immaginato “all the people living life in peace” e della pace, buona per tutte le stagioni, per quanto consunta e sbiadita, continuano a tenere alla finestra la bandiera.

Ecco quello che è accaduto in Italia e per l’Italia all’estero nei giorni scorsi, con Romano Prodi presidente del consiglio, Massimo D’Alema ministro degli esteri e Walter Veltroni delfino designato.

L’Italia che –articolo 11 della Costituzione – “ ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali “ .

L’ Italia che ha mandato ( GOVERNO - BERLUSCONI E GOVERNO -  PRODI, SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITA': HANNO PURE IL LORO SOTTOSEGRETARIO ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, caso al mondo piu' UNICO CHE RARO, APPARTENENTE ALLA STESSA FAMIGLIA ) i propri soldati al seguito degli Americani a distruggere l’Afghanistan e l’Iraq; e in Afghanistan partecipa ai bombardamenti della Nato che quotidianamente uccidono civili inermi ( 66 anziani e bambini soltanto negli ultimi giorni ) soltanto per far consumare un po’ di bombe e di proiettili per la gioia dei mercanti delle multinazionali.

L’Italia che sta con la Nato, non con l’Europa che non esiste: sempre al servizio degli Americani, mentre nel frattempo tutto il mondo è cambiato e sono ampiamente venute meno le ragioni che sessanta anni fa potevano giustificare quell’adesione.

L’Italia che agli Americani ha concesso il proprio suolo per la costruzione di una nuova, gigantesca base aerea, da cui partiranno gli attacchi futuri ai popoli liberi e indipendenti, mentre il presidente del consiglio Romano Prodi ha affrontato e spiegato la questione dal punto di vista dei parcheggi, della viabilità e delle licenze commerciali.

L’Italia che del resto è in difficoltà sul fronte energetico perché ha rinunciato a produrre energia nucleare, mentre poi ospita nei suoi porti i sommergibili atomici americani.

L’Italia dell’allora primo ministro Massimo D’Alema che mandò i propri soldati insieme agli americani a distruggere la Jugoslavia e che oggi, a distanza di qualche anno, è l’Italia del ministro degli esteri Massimo D’Alema che conta, senza che nessuno ne parli, i propri giovani soldati impegnati in quella “missione” morire per effetto dei proiettili con l’uranio impoverito usati nell’occasione: l’ultimo, di cinquanta deceduti, oltre ai cinquecentoquarantadue ammalati gravemente, pochi giorni fa, il luogotenente dei Carabinieri Michele Saldutto.

L’Italia di Walter Veltroni delfino designato, che si vanta di aver condiviso, e condividere e voler assecondare tutto quanto questo.

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Di giuseppe (del 05/07/2007 @ 18:34:41, in blog, linkato 1313 volte)

Una delle cose belle che ho fatto da giornalista è stata quella di aver inventato il “reportage” da San Salvario, un esercizio in cui negli anni seguenti si sono cimentati gli invitati di tutti i quotidiani e delle televisioni del mondo.

San Salvario è il quartiere di Torino, a ridosso della stazione di Porta Nuova, che porta la città al Po sul parco del Valentino; un tempo zona elegante e poi invece progressivamente degradatasi, sotto gli effetti delle emigrazione che si sono succedute negli ultimi decenni per le quali ha costituito il primo, devastato e devastante impatto.

Agli inizi degli anni Novanta, in un’estate passata in città, per molti giorni lo percorsi in lungo e in largo, ci sostai per molto tempo, ne frequentai gli abitanti vecchi e nuovi, i locali, le zone frequentate dalla varia umanità che vi gravitava. Raccontai tutto in una corrispondenza scritta per il “Secolo d’Italia”. Aldo Di Lello, al giornale, da Roma, prima di pubblicarla, incredulo, mi chiese se avessi inventato qualcosa. “No” – gli risposi – “Anzi, qualche cose non l’ho messa proprio perché incredibile”.

Raccontai così degli zombie che si aggiravano a “chiedere” gli spiccioli ai passanti ( ma sarebbe meglio usare i verbi: pretendere, taglieggiare, estorcere ); dei ladri con destrezza e fantasia; degli ubriachi a tutte le ore del giorno e della notte; dei traffici di sostanze stupefacenti; delle liti e delle risse; delle ragazze – bene che arrivavano per le dosi e le pagavano, come si suol dire, in natura.

Nacque così il reportage da San Salvario, Torino, Italia, diventato esame di giornalismo. E va beh.

Ora sono passati molti anni, la città ha preso coscienza della sua zona degradata, ha cercato invano di risanarla, ne ha visto esplodere altre peggiori e con tutte convive, più o meno faticosamente, più o meno con sempre maggiore difficoltà: a San Salvario niente è stato risolto, tutto è peggiorato.

Niente è stato risolto, tutto è peggiorato, perché le due questioni di fondo, i veri e propri drammi epocali, dell’emigrazione e della droga, sono stati lasciati incontrollati e ingovernati: e dove maggiormente hanno attecchito, maggiormente hanno distrutto. Come a San Salvario.

Ci sono ritornato apposta di recente, un intero fine settimana, tre afosi e caldi pomeriggi di seguito, di venerdì, sabato e domenica e questo ho pensato in primo luogo, ai fallimenti della politica, che ha inseguito invano, senza riuscire nemmeno a capire, altro che governare, le due questioni fondamentali della contemporaneità.

Non ho visto, forse data anche l’ora accettabile, lontano dalle tenebre della notte, nefandezze criminali. Al massimo, due volte ho visto qualcuno fare la pipì dietro ripari di fortuna accanto ai marciapiedi carichi di passanti, come se fosse una cosa assolutamente normale.

Ho visto davanti ai portoni le prostitute sfatte, nord africane e africane, in attesa attiva di improbabili clienti da portare all’interno di palazzi con le camere sul ballatoio anche se le deformità fisiche, l’abbigliamento trasandato, le circostanze stesse tutt’intorno erano altrettante negazioni di qualsivoglia afflato sessuale.

Ho visto le tossiche ormai perse, irrecuperabili, vagare alla ricerca di pensionati in pantaloncini corti, calzini bianchi e scarpe allacciate desiderosi più che altro di campagnia, di qualunque tipo.

Ho visto gli uomini seduti sulle sedie sul marciapiede con le bottiglie di birra in mano, come se fossero nel loro sperduto villaggio della costa marocchina.

Ho visto i venditori di generi alimentari disposti sui tappeti per terra. Poi, ho sentito la puzza provenienti dai cassonetti dell’immondizia; o da certi locali pubblici, di generi alimentari.

Ecco, San Salvario è un quartiere brutto, in senso estetico, prima ancora che morale: e brutto moralmente, perché brutto esteticamente.

Poi, ho pensato che nel frattempo a Torino sono diventate come San Salvario - anzi: pure peggio - almeno altre tre o quattro zone della città.

A Torino furti, rapine, scippi sono fenomeni di una sconcertante quotidianità parcellizzata sul territorio.

I vigili fanno soltanto le multe per divieto di sosta.

La città è sporca, uniformemente devastata da lavori in corso che assomigliano ai lavori eterni – anzi: sono i lavori terni – dei comitati di affari che li decidono, li controllano e li gestiscono, spargendo poi le mance e le briciole in giro.

Hanno inventato un’Olimpiade dai giochi invernali e l’ hanno trasformata nell’ Olimpiade di famiglia.

Fanno e disfanno a piacimento nel campo della comunicazione, dei mass – media, dell’arte, del cinema, della cultura, di cui detengono un controllo pressoché totale e con cui hanno creduto di dare una nuova identità ad una città che invece era ed è la città della grande famiglia.

Ecco, in una città come questa, dove il brutto trionfa, fin nei cartelloni della pubblicità, che soltanto qui ti ricordano ogni venti metri che devi morire, tu o qualcuno dei tuoi cari, e allora ti invitano a pensare a comprarti il funerale, classico o moderno, a prezzi scontati, dove tutto costa carissimo e anzi ora è pure aumentato, dai servizi pubblici inefficienti, snervanti addirittura, per quello che offrono e che pure si fanno pagare a caro prezzo, delle società private e pubbliche in combutta con la politica, delle tante foglie di fico di notti bianche e giorni rossi, ecco, in una città come questa, dove neppure le nefandezze degli scandali emersi e rivoltati, come i cadaveri nei cimiteri, lo hanno minimamente intaccato, il sindaco Sergio Chiamparino è stato rieletto un anno fa con il 66,66 % dei voti.

Sono riuscito ora a spiegare che cosa è il veltronismo? Perché è tanto pericoloso?

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