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 IMMAGINARI/ I fascisti del convegno di giovedì 2 aprile a Torino ... di giuseppe
 
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Sandro Giovannini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Come del resto era facilmente prevedibile, il giornale di Carlo De Benedetti e quello della famiglia Agnelli, specie nelle cronache torinesi, hanno fatto a gara a chi meglio poteva “montare” l’ “evento” previsto per oggi, cioè il discorso di accettazione da parte di Walter Veltroni della guida del partito democratico, questo abbozzo di partito che ha una forma senza avere un’identità, questo contenitore senza contenuti, che ha gli uomini prima di avere il progetto che dovrebbe unirli.

Per l’americanata in grande stile che andrà in scena al Lingotto di Torino, gli inviti sono stati fatti circolare ad arte, con criteri di marketing, manco fosse la festa di inaugurazione di qualche discoteca, così come sono state preventivamente sollecitate a destra e a manca aspettative, in cui amici e compagni di Nutella vecchi e lavati con Perlana hanno fatto a gara a chi di più esercitava il “veltronismo” del leader.

Con una sola eccezione: toh, Ciriaco De Mita, non ci posso credere! Sopravvissuto alle magagne, alle ruberie e alle inefficienze di quella Prima Repubblica che la Seconda è già riuscita nell’incredibile impresa di far rimpiangere, il vecchio democristiano riciclato con la Margherita ha avuto a Roma un soprassalto d’orgoglio e di dignità e, di fronte ad un’attonita platea di suoi amici, ha detto chiaro e tondo che questo partito democratico è un’americanata, che la politica è un’altra cosa, che non ci sono tracce di democrazia rappresentativa e di progettualità per il futuro. Amen.

Ma eccezione a parte, la regola delle reazioni preventive e delle aspettative è stata costituita da un appiattimento generalizzato e da una delirante banalizzazione.

Come in tutte le gare, anche in questa c’è stato un vincitore.

Ha vinto a mani basse, per distacco, da fuoriclasse del veltronismo quale egli è, su tutti e due i campi mediatici su cui ha gareggiato: il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino.

Su “La Stampa” ha scritto addirittura un articolo, anzi l’articolo principale del numero odierno che gli era stato sollecitato apposta, nella logica di utile servilismo in cui il quotidiano della famiglia Agnelli deve per forza di cose eccellere.

Anzi, siccome eccellere non bastava, ha addirittura “strafatto” e ad un commento libero e indipendente, tipico della linea libera e indipendente che esso sostiene, affidato a Sergio Chiamparino, ne ha affiancato un altro, affidato agli starnazzamenti giornalistici di Luciana Littizzetto, come se non bastassero quelli televisivi, manco fosse Pier Paolo Pasolini e non, come è, lo starnazzo mediatico del veltronismo, ospitato solitamente in televisione, con finto sensazionalismo, con quel siparietto abituale a fingere una preoccupazione che ormai dà ai nervi e basta, per quanto è ipocrita, dal volto buono del buonismo, Fabio Fazio.

Ma lasciamo la Littizzetto ai suoi Pigmalioni, ai suoi centauri e ai suoi telefonini e veniamo al sindaco torinese.

L’articolo è un capolavoro di ipocrisia politica e di pochezza sostanziale.

Un direttore di qualunque giornale serio un articolo del genere lo avrebbe rispedito al mittente, se non buttato direttamente nel cestino, perché chiaramente impubblicabile, una vera e propria offesa all’intelligenza dei lettori. E invece...

Va beh! Così, eccolo: con riferimento al partito democratico e al suo leader, si intitola, pensate un po’: “Primo, partire dal basso”.

Infatti: tutta la costruzione del partito democratico finora avvenuta, con logiche partitocratiche che hanno scandalizzato finanche gli elettori di centro sinistra e dell’Ulivo in particolare, è stata pensata e realizzata dall’alto, dalle segreterie nazionali dei Ds e della Margherita, dalle loro nomenklature, ai loro apparati burocratici.

Ora, uno almeno un minimo di autocritica – un minimo, neh? – in tal senso in un articolo riferito al partito democratico, se l’aspettava. Invece niente.

Soltanto alla fine si evince che codesta partenza dal basso consisterebbe in “una politica sentita più vicina ai cittadini”, concetto di sofisticata articolazione e di dirompente novità.

Poi, ci si aspettava di sapere, se non che cosa il partito democratico dovrebbe essere, almeno che cosa dovrebbe fare, nell’illuminata e illuminante versione chiampariniana del veltronismo. Men che mai, niente di niente.

Nell’articolo si accenna ai temi delle infrastrutture, della tossicodipendenza, dell’emigrazione e della sicurezza senza dire una sola parola di come essi saranno affrontati dal nascituro partito. Al di là dell’accattivante presentazione di facciata, che nasconde la gestione del potere clientelare e affaristico, nemmeno un’idea, nemmeno una parola, sotto il vestito: niente.

Ma appunto proprio questo è il veltronismo, anzi questa è l’apoteosi del veltronismo e quindi Sergio Chiamparino vince da fuoriclasse, per distacco, per conclamata superiorità culturale e politica. Complimenti.

Ma la classe si vede poi anche nei particolari.

Sergio Chiamparino si conferma fuoriclasse del veltronismo anche sul quotidiano della famiglia De Benedetti. Nelle pagine torinesi di "Repubblica" viene intervistato da Paolo Griseri, che firma tutta una pagina tutto sommato giornalisticamente onesta dedicata all’evento e in cui dà conto, sia pur sommariamente, anche dei finanziatori dell’evento, fra cui il banchiere Enrico Salza, per quanto questi pubblicamente abbia invece ipocritamente ostentato distacco.

Ma va beh. Si fa il figo, Sergio Chiamprino, eccelle. Fa sapere che ha dato il suo sostegno economico: “Per l’iniziativa di oggi mi sono limitato a una catena telefonica tra gli amici”.

Notare la limitazione ostentata e l’ostentata catena di amici.

Ma il peggio vien per ultimo. Al povero Paolo Griseri che giustamente avrebbe voluto meglio sapere in che cosa consistesse la sottoscrizione, Sergio Chiamparino impartisce una vera e propria lezione di veltronismo, che, come è noto, si fonda sull’ipocrisia e che ha nello slang anglofono il suo principale veicolo espressivo:

Sottoscrizione? Nella politica di oggi non si chiama più così. Si chiama fund raising. Diciamo che ho partecipato al fund raising per sostenere concretamente l’organizzazione della kermesse di oggi pomeriggio al Lingotto”.

L’intervista finisce qui. Fund Raising? Diciamo noi a Sergio Chiamparino, che vuol fare l’americano, quello che Paolo Griseri non ha potuto dire e che invece Totò, anziché Carosone, volentieri, ma proprio con tutto il cuore, avrebbe detto: “Ma mi faccia il piacere!”. .

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Ancora non c’è e già appare francamente insopportabile.

Domani Walter Veltroni diventerà per accettazione di una generale richiesta e quindi per acclamazione, leader del nascituro partito democratico; di conseguenza, sarà il candidato a premier della coalizione di centro sinistra alle prossime elezioni, quando, per una ragione o per l’altra, verrà meno il governo Prodi, che forse, addirittura, sarà chiamato a sostituire già adesso, all’interno dell’attuale maggioranza.

L’accettazione avverrà a Torino e non a caso: perché città del nord Italia, dove il centro sinistra è maggiormente in difficoltà, mentre invece qui esso non solo gode di ottima salute, ma pure prospera, sotto la cabina di regia di Sergio Chiamparino. Anzi, Torino del veltronismo è una anticipazione e una evoluzione al tempo stesso. Lo ha sperimentato e messo a punto con dieci anni di sindaco Castellani e lo sta ora perfezionando ed estendendo con i dieci anni del sindaco Chiamparino: la marmellata indistinta che mette insieme e amalgama un sistema di potere chiuso, controllato dalle famiglie dei finanzieri e dei banchieri, poi dei grandi industriali, che hanno sotto di sé gli apparati di partito, con cui hanno avviato un proficuo interscambio di interessi. Questi solamente contano. I problemi, non importano. Sicurezza, legalità, trasporti, interventi sociali e culturali vengono affrontati solamente nella misura in cui permettono agli amici di intervenire, o creano condizioni di intervento per gli amici degli amici e i loro parenti, i loro dipendenti e le loro società.

A Palermo, un sistema del genere – ma rozzo, arcaico, geneticamente criminale - viene comunemente chiamato mafia e più o meno seriamente combattuto e comunque esecrato.

A Torino, non si chiama, non lo si combatte e anzi lo si esalta.

Il consenso viene poi recuperato, quando è il momento, sia attraverso i voti dei molti direttamente coinvolti e quindi beneficiati dal sistema; sia di quelli che vengono raggiunti da una serie molteplice di suggestioni culturali e sociali; sia perché è stato accuratamente eliminato ogni conflitto e quindi ogni credibile, reale, seria alternativa.

Al di là delle votazioni, poi, la fabbrica del consenso opera quotidianamente, attraverso i mass media, che si danno ragione e si rimbalzano l’un l’altro motivi e personaggi, strettamente controllati dai poteri forti che tutto gestiscono in combutta con la politica.

Napoli, per esempio, dopo quasi vent’anni di Bassolino, quella Napoli della quale si cantava la rinascita e si celebrava il rinascimento, invece adesso è ridotta allo stremo, Sodoma della politica di sinistra, Gomorra della Camorra, seppellita dai rifiuti, in balia della criminalità, divisa fra poche zone - bene per ricchi e intere periferie degradate, senza tetto né legge, di milioni di diseredati, ai quali è stata tolta anche la speranza di un destino migliore e quindi incattiviti senza più rimedio.

Parimenti Torino, dopo sei anni di Chiamparino, è illusa di aver trovato nuove energie e nuove identità: e non è certo un caso che Antonio Bassolino e Sergio Chiamparino siedano fra i quaranticinque saggi – e complimenti alla saggezza! – del nascituro partito democratico.

La Roma di Walter Veltroni è la paradigmatica esemplificazione della città futura in cui i ricchi diventano più ricchi e i poveri sempre più poveri; gli integrati, sempre più integrati e gli apocalittici sempre più apocalittici: i privilegiati aumentano in qualità e quantità, esattamente come avviene in maniera speculare per gli esclusi. Eppure, la città in cui i problemi sono scomparsi, con essi i conflitti; in cui tutti sembrano felici e contenti; in cui pare che non ci siano più né identità né differenze.

Ora, il veltronismo, involuzione postmoderna del comunismo, in cui comunque i comunisti sono dentro per memoria storica sopravvissuta agli storici fallimenti, per retaggio di appartenenza e convergenza di interessi, con l’ascesa del leader onomatopeico, tende a diventare modello di potere nazionale.

Un logo da esportare in un’operazione di marketing su vasta scala, per cittadini consumatori, spettatori e vittime della politica spettacolo, in cui i partiti sono contenitori di facciata che mascherano intereressi economici singoli e di gruppo; che non danno più né ideali, né passioni e spingono all’individualismo parcellizzato caso per caso e casa per casa , alla competizione materialista, al riflusso non soltanto più nel privato, ma nella dimensione dell’egoismo più sfrenato.

Il veltronismo ora è il nemico principale.

Denunciandone le insanabili contraddizioni strutturali e indicandone puntualmente le inevitabili errori gestionali, bisogna serrare i ranghi, coordinare le fila, agire e reagire quotidianamente, costruendo il dissenso: si tratta di evitare la bassolinizzazione dell’ intera Italia!

Tremo al solo pensiero di questa marmellata colorata e profumata, che però poi ti si piazza sullo stomaco, ti fa diventare un automa indistinto, appesantito e grigio – giallo di asfissia, inappetenza e impotenza; di questa società, americanizzata fin nel midollo, un guazzabuglio indistinto di tutto e del contrario di tutto, apparentemente chich e nuova, in realtà conformista e passatista; buonista e perbenista nella forma, mentre nella sostanza nasconde, perpetua ed esalta gli apparati di controllo del grande capitale, delle multinazionali, dei poteri forti e dei loro complici politici asserviti.

Gestione del potere, per il potere fino a sé stesso, dietro la facciata di una politica che abilmente sa presentarsi quale servizio e partecipazione, nella matassa inestricabile di vetero marxismo, socialismo, liberalismo, cattolicesimo; nell’ultima trasformazione dei comunisti vecchi e nuovi, questo, esattamente questo, è il veltronismo, che poi non si capisce come fa a mettere insieme e anzi esaltare l’Africa, l’Europa, l’America e l’India; Israele e i Palestinesi; John Kennedy e Martin Luther King; Mahtma Gandhi, Fidel Castro ed Enrico Berlinguer; Madre Teresa di Calcutta, Papa Giovanni e Papa Woytila; dialetto romanesco e slang anglofono internazionale; Carlo De Benedetti, Diego Della Valle e la famiglia Agnelli; i sindacalisti e i banchieri; i mercati finanziari e i mercati di quartiere; le cooperative rosse e la compagnia delle Opere; la borsa della City degli agenti londinesi e la borsa della spesa dei pensionati milanesi; l’ecologia, le battaglie in difesa della qualità dell’aria, che chissà per quale miracolo non viene invece inquinata dalle centrali di Civitavecchia di Aprilia, in quanto di proprietà di De Benedetti e di altre società in combutta con la legacoop; stilisti e coatti; Jovanotti, Alessandro Baricco, Sabrina Ferilli, Roberto Benigni e Fabio Fazio; narrativa contemporanea in versione simil sofisticata per casalinghe - bene annoiate e in mancanza di meglio in fregola almeno di eccitazioni letterarie, piaciuta tanto pure a Gianfranco Fini e infantilismo di ritorno, nutrito di nostalgia per Tex Willer, Diabolik, le figurine Panini e la Nutella; operai del terziario e del quartiario e precari a vita; le tute dismesse e le camicie “botton down” di Brooks Brothers comprate rigorosamente a New York; family pride e gay pride; nani, saltimbanchi e ballerine; la batteria, il contrabbasso eccetera, io, tu, noi, tutti.

Nemmeno due anni fa, aveva detto che, finito di fare il sindaco di Roma, avrebbe lasciato la politica e se ne sarebbe andato in Africa, a seguire da vicino le missioni laiche, quel volontariato di maniera, tanto caro ai suoi amici cantanti, che in nome dei diritti umani o delle risorse negate promuovono sè stessi e i propri intressi, quel filantropismo capitalista, che in realtà diventa anch’esso un vantaggioso strumento di business, alla Bill Gates. Aveva detto comunque che se ne sarebbe andato in Africa. E infatti...

Proprio mentre il suo coetaneo e anticipatore in sedicesimo Tony Blair si ritira sotto il peso dei fallimenti, Walter Veltroni vorrebbe cominciare adesso.

Comincia con un partito nuovo che nasce già vecchio, questo partito democratico scopiazzato dal partito democratico americano, come quello stanca riproposizione di scialbi luoghi comuni, a nascondere l’essenza costituita dai comitati d’affari uniti nel business della politica. Non è un caso che adesso lo abbiano chiamato, i suoi amici e compagni. Adesso che il governo – Prodi è in estrema difficoltà, soprattutto per non aver dato segnali di discontinuità con il recente passato e quindi per non aver dato risposte credibili ai bisogni e alle emergenze. Adesso che sono rossi di vergogna per lo scandalo rivelato dalle intercettazioni telefoniche, di cui su questo blog avevamo denunciato l’enorme gravità (‘I furbetti del quartierino rosso’, 12 giugno ).

Qualcuno di quelli che preferiva credere alle favolette messe in giro da D’Alema e da Fassino ci aveva accusati di catastrofismo e di anticomunismo viscerale. Invece avevamo colto la realtà effettuale delle cose. Ieri, a darci ragione, sia pur indirettamente, in un’intervista a “Repubblica”, niente di meno che l’ex segretario delll’ultimo Pci, Achille Occhetto: “Le intercettazioni telefoniche, terribili da un punto di vista strategico. Lì dentro c’è la prova dell’esaltazione del capitalismo finanziario peggiore, che è invece la cancrena delle società moderne. Quel tifo...Fassino che dichiara che tutto ciò cha sta sul mercato va bene”.

Così come questo Veltroni, che ci dice che tutto ciò che sta sul mercato della politica va bene, purché serva agli interessi del formidabile centro di interessi e dello straordinario strumento di potere che nasconde, contro cui nemmeno da domani, fin da oggi, subito, occorre costruire il dissenso ideologico e il contrasto pratico.

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Di giuseppe (del 19/06/2007 @ 11:00:26, in blog, linkato 36189 volte)

Come si dice nei giornali, “riceviamo e volentieri pubblichiamo”...E sorrido a quel "volentieri": è un gran piacere, infatti.

Rispondendo ad alcune mie considerazioni riguardo il frazionismo sterile e quello che, parafrasando per celia un celebre saggio storico, si potrebbe chiamare “l’estremismo, malattia infantile del neofascismo”, mi ha scritto Achille Biele, direttore del giornale “Benevento”, che ha organizzato l’evento di domenica 10 giugno scorso; puntualizzandone la vera natura, non certo nostalgica, bensì progettuale, ha detto cose sagge e lungimiranti, che condivido:

Non di nostalgismo, ma di futuro si è discusso a Benevento con segretari di partito (quelli che sono venuti) ed esponenti di area. Riuscire a superare ambizioni e divisioni sembra una impresa impossibile, o per lo meno molto difficile. Il convegno di Benevento rappresenta solo un primo passo verso l'unità di tutte quelle forze disperse, inconsistenti elettoralmente e, forse, incapaci di costruire un progetto politico nuovo e alternativo, se non pressate dalla base. Io comunque non dispero”.

Difficile, ma non impossibile.

Si tratta di ricompattare le fila; ridare un senso a motivi e personaggi; offrire uno sbocco a tantissime esperienze personali preziosamente accumulate e adesso abbandonate a sé stesse; serrare i ranghi, superando personalismi e frazionismi incomprensibili; creare un nuovo soggetto politico unitario, alternativo, di sintesi possibili di storie diverse, ma di passioni e di ideali comuni, che non sono del passato, ma hanno valore per il futuro.

Costruire per le giovani generazioni, se per le nostre non sarà più possibile.

Ma iniziare e continuare.

E’ compito nostro, di uomini e donne cupamente coinvolti nelle cose che ci circondano, che capiamo e che non condividiamo: la globalizzazione, l’egoismo e la sopraffazione del materialismo, il pensiero unico liberal-capitalista, le stanche suggestioni residue del comunismo.

Come ha scritto Sandro Giovannini, ai suoi collaboratori di tutta Italia che in questi mesi stanno ricostruendo la prestigiosa rivista “Letteratura – Tradizione” , col metodo della sintesi e della cogestione nelle singole realtà, un metodo che potrebbe andare benissimo anche per ricostruire una nuova realtà politica, forte all’interno e credibile all’esterno:

Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo”.

Non solo, parafrasando ‘stavolta il poeta, noi non solo sappiamo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo: ma sappiamo pure chi siamo e, soprattutto, che cosa vogliamo: sacralità, identità comunitaria, socialità.

Queste le basi per muoverci insieme. Se tutti, in quella estrema destra, che dovrà saper superare anche i vecchi concetti di destra e di sinistra e presentarsi senza queste scomode e ormai del tutto superate logore etichette, saranno capaci di mettere da parte ambizioni e divisioni, ritrovando le energie e le passioni migliori, si aprirà davanti uno spazio enorme, una prateria, adesso che Alleanza nazionale è diventata completamente un soggetto politico uguale agli altri del sistema, e comunque improponibile, se soltanto si riuscirà a creare uno strumento politico nazionale nuovo, senza liste e listarelle e soprattutto responsabile e credibile.

Tanto più che questo sistema appare adesso minato sempre di più di giorno in giorno dalla corruzione partitocratica, dalla degenerazione clientelare e affaristica, dall’incapacità e dagli intrallazzi, che tutti indistintamente accomuna.

Quindi sì, caro Achille, non disperiamo, ma, soprattutto, diamoci da fare e intanto complimenti per le tue splendide iniziative.

Mi ha scritto anche Valerio Melcore da Lecce, che ha miracolosamente recuperato e riadattato dal punto di vista tecnico due foto storiche, della sua partecipazione, come detto, al Campo Hobbit del 1977.

Le pubblico qui, nella sezione fotografica, in data odierna, 19 giugno.

In particolare, nella prima, si può vedere, sullo sfondo del gruppo di ragazzi sdraiati a terra, il palco su cui si esibirono i gruppi musicali.

Nella seconda, si può apprezzare un esempio significativo di grafica, nello striscione alle spalle degli astanti: per la cronaca, il primo da destra è Angelo Scardia, il primo da sinistra Valerio Melcore. Quello in mezzo, invece, meglio non dirlo, chi è...E allora, un altro sorriso e altri due ancora.

Per Angelo Scardia, che, se lo vedeste oggi di persona, vi stupirebbe: trenta anni dopo è così, esattamente così come era in quella foto del 1977, complimenti.

Valerio, invece, ahimè, ha messo su qualche chilo di troppo: e questa foto gli sia di stimolo a ritrovare la forma fisica che compete a un maestro di arti marziali come fra l’altro è sempre lui, cintura nera di “Aikido”.

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Un paginone celebrativo di Alessandra Longo su “Repubblica” di venerdì scorso, con le opportune rievocazioni, integrato oggi da una precisazione di Marco Tarchi, evidentemente piccato per non essere stato interpellato sull’argomento e quindi ospitato per compensazione.

In quelle settimane, Marco Tarchi, intraprendente universitario fiorentino, esponente di spicco della corrente rautiana, era stato indicato dai centri provinciali come prossimo leader dell’organizzazione giovanile del “Fronte della gioventù” a grande maggioranza; per statuto, però, la nomina spettava al segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, che invece, poche settimane dopo, gli preferì un garbatissimo, quanto anonimo e sconosciuto ai più bolognese emigrato a Roma, tal Gianfranco Fini.

Oggi Marco Tarchi, che, piccato per quell’ingiusta esclusione, dopo poco lasciò il partito ( sempre piccato, eh? ) fa il baronetto universitario, l’intellettuale d’elite. Gianfranco Fini, beh...Fa Gianfranco Fini.

Un convegno lo scorso fine settimana, a Benevento, in memoria di Generoso Simeone, l’organizzatore, nel frattempo scomparso, con la partecipazione di Pino Rauti e tanti altri esponenti politici, ovviamente con la brillante assenza di tutti quelli nel frattempo diventati di Alleanza nazionale.

Un dibattito che in questi giorni rimbalza su internet da un sito all’altro.

Così la destra italiana ha finora celebrato il trentennale del suo momento più bello e intenso, dal punto di vista creativo: il “primo raduno della gioventù nazionale”, svoltosi a Montesarchio, in provincia di Benevento, l’11 e 12 giugno 1977, passato alla storia con nome di Campo Hobbit.

Ce ne furono altri due, poi, negli anni seguenti( più frequentati e meglio strutturati, sui monti dell’ Abruzzo, in provincia dell’Aquila, nel 1978 e nel 1980), ma indubbiamente il primo fu quello storico e l’attributo non sembri esagerato: fu il primo che ruppe il ghiaccio, che creò il fenomeno, che aprì e segnò una nuova fase politica, moderna e anzi contemporanea, per la destra italiana.

Grazie a Pino Rauti, imparammo a fare politica in modo nuovo, contemporaneo, con le organizzazioni parallele; l’attualizzazione delle tradizioni; l’attenzione, lo studio, il dialogo nei confronti dei “nemici”; l’importanza e l’uso dei mass – media vecchi e nuovi; la musica; la grafica; l’ecologia e tante altre cose belle e importanti.

Gli altri due – io partecipai a tutti e tre – furono uno sviluppo, un’articolazione e un’affermazione del discorso: ma quello storico, la data - cardine, il simbolo, fu Montesarchio, l’11 e 12 giugno 2007. Così importante, da lasciare indelebile in tutti coloro che vi parteciparono come un marchio, il crisma e il carisma, nell’affermazione un’identità solare e creativa destinata a durare per sempre.

E io c’ero! Sì sì io ci sono stato, a Montesarchio, c’ero anch’io!

Dio, sono passati trent’anni? Mah... Ma sì, infatti non mi ricordo bene proprio niente; certo, ho presente il filo rosso, il motivo di fondo delle ragioni dell’importanza, chiaro e preciso, ma, quanto al resto, ai particolari, adesso rivedo soltanto squarci, scene isolate, momenti.

All’epoca mi trovavo da qualche mese a Napoli, ufficialmente per studiare all’università, anche se poi facevo tutto, tranne che studiare: pratica giornalistica, sperando in entrare al quotidiano “Roma” di Napoli, che nel frattempo però aveva chiuso; animatore di una radio libera, radio Sud 95; disk – jockey e quant’altro.

Partii il pomeriggio del giorno prima, venerdì, con i camerati del circolo “Controcorrente” di Napoli che frequentavo abitualmente: il mitico Pietro Golia, Gabriele Marzocco, Giuseppe Marro, un certo  Beniamino, calabrese, del quale ora non so più il cognome e altri.

Andammo in treno, un trenino da far-west, che fermava in tutte le stazioni e aspettava sempre chissà che prima di ripartire. L’unica volta che ripartì subito fu, a qualche chilometro dalla destinazione, proprio quella in cui scendemmo a bere alla fontanina sui binari, e ci lasciò in due o tre in una sperduta stazione - fantasma nelle valli del Sannio.

Così, arrivammo a Montesarchio in autostop qualche ora dopo gli altri, che trovammo già a montare le tende.

In realtà, il Campo Hobbit di Tolkien, di narrativa e cinema, tranne appunto il nome, non aveva niente: più prosaicamente si trattava del campo di calcio del paese, fuori il centro abitato, sulla strada che portava verso la provincia di Avellino. Per di più, un campo di calcio senza erba, tutto pieno di pietre, recintato da una rete, opportunamente rinforzata da lamiere.

Mi ricordo che Generoso Simeone, l’organizzatore del posto, ci informò della presenza dei paraggi di nugoli di “compagni”, gli extraparlamentari di sinistra, decisi a impedire con la forza – e ti pareva - “il raduno fascista” e diede disposizioni sui comportamenti da adottare in caso di “attacco”. Non c’erano pistole fra di noi, sia ben chiaro, né spranghe, né bastoni: le nostre uniche armi erano l’intelligenza, i cartelloni, le ragioni della testa e quelle del cuore.

Ma questo era il clima comunque e sempre di violenza dell’epoca ( eravamo in pieni anni di piombo ): un po’ perché c’ero abituato e avevo imparato a vincere la tensione e la paura, la cosa mi lasciò abbastanza indifferente; poi, nella fattispecie, in mezzo a quelli di “Controcorrente” di Napoli, rotti a tante esperienze tipiche di quegli anni, mi sentivo sicuro: me la sarei cavata ancora una volta, anche se ci avesse attaccato l’Armata rossa di Stalin.

Se quella notte e l’altra seguente non riuscii a chiudere occhio non fu certo per motivi di paura fisica, di scontri, o agguati notturni: fu perché su quel campo di calcio c’erano pietre dappertutto, che si stagliavano sotto la tenda, sotto il sacco a pelo, in qualunque posizione ti girassi e rigirassi e si conficcavano in corpo, impedendoti di prendere sonno. Non è un caso che, dopo quelle volte, sviluppai una consapevole idiosincrasia per qualunque tipo di campeggio.

Ora, non mi ricordo molto altro e mi dispiace: delle discussioni politiche, i dibattiti, per esempio, niente di niente. Tutto improvvisato: scambi di racconti di esperienze e numeri di telefono, racconti di iniziative, confronti, lasciati agli incontri casuali, in mezzo al campo, fra i partecipanti provenienti da tutta Italia, in pieno spirito di improvvisazione e di anarchia tipici dell’ambiente. Nelle altre due edizioni, negli anni seguenti, le cose migliorarono molto, dal punto di vista organizzativo e logistico: eppure, non furono così belli come quello, il primo, una magia, una pazzia, una magica follia. 

Per esempio, da Lecce, dopo tanti giri, erano arrivati anche Valerio Melcore e Angelo Scardia, già all’epoca inseparabili; si separarono la notte, quando Valerio dormì nella macchina parcheggiata lì vicino e invece Angelo, insieme ad altri due compagni di viaggio, prese una camera nell’albergo del paese, per quanto nessuno di loro avesse i soldi per pagare il conto all’indomani: e l’oste previdente li mandò al terzo piano per evitare che scappassero senza lasciare i documenti, come avevano progettato e mandò poi la fattura a casa dei genitori.

Per dormire, ho detto prima. Per mangiare, ci arrangiammo tutti, fra provviste portate al sacco e occasionali, estemporanei approvvigionamenti di viveri: per meglio dire, magiammo pochissimo e niente proprio. In tutto, dentro, eravamo un migliaio, non di più: fuori, schierati per tutta la lunghezza del rettangolo, lungo la strada, i poliziotti erano almeno il doppio.

Sembrava peggio di un campo di concentramento: i servizi igienici improvvisati, non un bar, un punto di ristoro.

Poi, faceva caldo, ma caldo proprio, un caldo secco, forte, prepotente, ai primi di giugno, di trent’anni fa, in quel paesino del profondo Sud che stento si trovava sulle carte geografiche ( ma quale clima impazzito dei discorsi di adesso! ) e il sole batteva impietoso, senza soluzione di continuità, dall’alba al tramonto.

Eppure il clima che si respirava – questo me lo ricordo bene! – era di una dolce primavera, di un risveglio, di un aprirsi alla vita da protagonisti.

Nessuno di quei mille del primo Campo Hobbit poteva neppure lontanamente immaginare cosa sarebbe avvenuto in futuro da un punto di vista politico: sopravvivere fisicamente, non finire in galera per qualche resistenza a pubblico ufficiale, sembravano i migliori risultati possibili.

Nessuno pensava a carriere, a poltrone, a incarichi a consulenze e cose simili. C’era passione, c’era interesse ideale e non materiale. C’era creatività, c’era voglia di uscire dal ghetto e conquistare il mondo.

C’erano ideali.

C’era il sole, c’era la luce e bastava la speranza, a farla diventare certezza: sapevamo che “il domani appartiene a noi”. Esattamente questo.

Poi, di altro, per quanto mi sforzi, proprio non ricordo adesso.

Le canzoni, sì, le esibizioni canore di singoli e gruppi, che si succedevano sul palco.

I cartelloni, gli striscioni esposti, i murales.

Le tante ragazze, bellissime e bravissime, principesse e guerriere.

Le croci celtiche.

Poi, mi ricordo soltanto che tornai a Napoli sempre in treno il pomeriggio della domenica. Arrivai nella pensione che mi ospitava a sera. Mi vedo ora uno scorcio di periferia napoletana di palazzoni grigi e cielo plumbeo sgangherato al tramonto.

Avevo fame e sete di proporzioni bibliche, ma ancora di più avevo sonno, talmente sonno che, appena entrato in stanza, “mangerò domani a pranzo”, pensai, e mi buttai sul letto così come ero.

Mi svegliai invece all’ora di cena del giorno dopo. Avevo dormito per quasi venti ore di fila senza muovermi di un centimetro! Una specie di record ineguagliato e ineguagliabile...E ricordo come fu buona quella cena consumata subito dopo, tutto contento della pazzia che avevo appena finito di fare, in quel fine settimana surreale, felice, sicuro, convinto, appassionato come ero, alla vicina mensa universitaria di via Mezzocannone, e quella sensazione di pienezza che mi veniva mangiando, per fame, ma per fame brutta, per fame vera, dopo aver investito in questo le mie ultime cinquecento lire.

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E così, dopo due anni da quella memorabile estate del 2005, in cui banche e banchieri, avventure e avventurieri movimentarono le cronache finanziarie prima e politiche poi, con qualche digressione pure in quelle rosa, sono uscite pure le intercettazioni delle conversazioni che alcuni di quei protagonisti ebbero con i leader dei Democratici di sinistra, oggi maggioranza di governo.

Gli stralci, pubblicati dai maggiori quotidiani con gran cautela e una circospezione che la dice lunga sulla volontà di non urtare oltremodo la sensibilità degli interessati, non aggiungono niente di nuovo di sostanziale a quanto già si sapeva: le manovre delle cooperative rosse che, al fianco degli spericolati finanzieri d’assalto, tentavano la scalata alle grandi banche.

Vicende analoghe erano del resto già avvenute in passato, sia pure sotto altre forme: vedi l’acquisizione della Banca del Salento da parte del Monte dei Paschi di Siena.

Insomma, gli intrecci fra gli ambienti politici di sinistra e l’ alta finanza, non solo nazionale, ma anche internazionale, quella che ora fa capo alla City londinese, sono una realtà acquisita e consolidata. E insomma, i D.s. sono un consolidato centro di interessi, ma non dei lavoratori, bensì di apparati di poteri finanziari, alla faccia anzi dei lavoratori: hanno costruito un formidabile intreccio di società che controllano con i loro esponenti, dal piano locale a quello nazionale e sono poi partiti verso il controllo sempre più diffuso e diretto della finanza.

Ora, che volete che importi, sapendo questo, aver letto le frasi rivolte a Giovanni Consorte, il manager dell’Unipol e delle cooperative rosse, da Piero Fassino ( “Come siamo messi?” ) e da Massimo D’Alema ( “Ma quanti soldi ti servono ancora?” – “Facci sognare!” ) ?

Ecco che cosa è oggi la politica, ecco che cosa è il partito dei D.s. e questo è quanto. Un comitato d’affari controllato dall’economia, che pensa soltanto a consolidare all’ombra di questa le proprie rendite di posizione e i propri interessi finanziari.

Però c’è una frase che non può passare inosservata.

Bisogna sottolinearla, pur senza replicare, perché sarebbe inutile: e sarebbe inutile, perché fa cadere le braccia, perché se uno non capisce da solo certe cose, uno nella sua posizione, se non le ha capite finora, beh, allora è tutto inutile.

Ci riferiamo alle parole di Nicola Latorre, uomo della nomenklatura diessina, attuale vicepresidente del gruppo dell’Ulivo al Senato, che ieri, commentando le indiscrezioni giornalistiche, ha fra l’altro dichiarato: “Sono cose che non hanno rilevanza penale”.

Ecco, basta.

“Sono cose che non hanno rilevanza penale”, certo.

Ma hanno una rilevanza morale e sostanziale gigantesca.

Trascriviamo qui di seguito per le mie care blogghine e i miei cari blogghini quanto appena ieri avevamo annotato in questa sede, sia pure per altre vicende:

La politica ha un’etica, che esula dagli aspetti legali! Non sono i giudici dover giudicare i politici e men che mai il loro operato va valutato con i codici di procedura: devono farlo i cittadini e in base alle regole della morale!

Ora, i cittadini, gli elettori di sinistra in primo luogo, sono schifati nel sapere dei rapporti che intercorrevano – e ahimè intercorrono – fra i loro leader, i loro governanti e gli avventurieri della finanza, i capitalisti d’assalto, i signori del denaro: c’è da vomitare, a constatare che la politica, invece che di interessarsi del bene comune, si interessa degli affari dei grandi capitali della finanza internazionale, ecco che c’è.

Pur tuttavia, vogliamo concludere con un sorriso: quello procuratoci, ancora una volta, nel suo lessico colorito, divertito e divertente, dal solito Stefano Ricucci.

Una frase che però, sia pur indirettamente, da sola nuoce ai D.s. più di tutte quelle rivolte contro di essi in maniera seria dalla polemica politica ufficiale.

In una delle intercettazioni pubblicate adesso, parlando con Nicola Latorre e raccontandogli delle difficoltà incontrate nelle sue operazioni finanziarie, si autoproclama “compagno” e rivela di aver chiesto l’iscrizione al partito a Giovanni Consorte, ben sapendo quanto ciò gli avrebbe giovato per i suoi affari: “Glielo ho detto questa mattina...Datemi una tessera, perché io non gliela faccio più, eh”.

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Ho passato gli ultimi giorni proprio di cattivo umore: nel mio immaginario individuale, la visita in Italia di Giorg Dabliu Busc ha innescato una serie di ripercussioni catastrofiche.

In primis, sia chiaro, l’uomo e l’opera, di per sé: l’imperialismo elevato a sistema; la sedicente democrazia, dell’egoismo, degli approfittatori, dei sopraffattori, delle enormi diseguaglianze sociali, delle multinazionali e delle industrie di armi; l’omologazione e la globalizzazione, che qualcuno, ancora pochi anni or sono, per quanto ormai dimenticato, ben a ragione definì “il nemico principale”.

Tutto, personificato dalla dinastia dei Bush. O dei Clinton, che è la stessa cosa.

Poi, i servi sciocchi, del centro - destra, che fanno a gara a servire il padrone del mondo, dimentichi di storia, tradizioni, identità, differenze e pure di elementari ragioni politiche.

A seguire, i servi che si credono furbi del centro – sinistra, quelli che pensano di rivendicare chissà quali autonomie e poi fanno peggio dei loro avversari: almeno Berlusconi non ha mandato aerei italiani a bombardare cittadini inermi, D’Alema sì; almeno quelli sono coerenti nella loro limitatezza, questi altri invece sono pure ipocriti. Tanto comunque la sostanza non cambia.

Infine - proprio non li sopporto – quelli della sinistra di lotta e di governo; quelli che manifestano contro sè stessi; quelli che fanno parte del governo e poi ne criticano le scelte fondamentali, che hanno essi stessi preso, firmando programmi precisissimi e votando fiducie chiarissime; quelli che scendono in piazza per protestare contro un governo che hnno eletto con i propri voti.

Comunque: Bush, nun te regghe più. Prodi, nun te regghe più. D’Alema, nun te regghe più e così via, per qualche diecimila nomi che ho masticato amaro durante tutti questi ultimi giorni.

Ma c’è stato un fatto che per qualche minuto mi ha illuminato d’immenso, mi ha addolcito l’animo e il corpo, mi ha fatto piacere, come se avessi vinto un premio Nobel, o il primo premio della lotteria.

Dalle notifiche di “Google” ho appreso che a fine mese, il 29 maggio, per la precisione, sono finito all’asta su E – bay, cioè, per meglio dire, che un mio libro, in un’ unica copia, è stato messo all’asta sul celebre “motore” di compravendite planetario, non solo, ma che dopo poche ore è andato subito venduto. Cinque euro!

Ok, il prezzo è giusto, visto che bisogna aggiungerne altrettanti per le spese di spedizione, raccomandata, ovviamente, data la preziosità!

Più o meno le ventimila lire del prezzo di copertina dell’epoca... Dell’epoca... Sono passati in realtà circa quindici anni. La mia “Storia del Movimento sociale” uscì, per vie avventurose, nel 1992, per conto della casa editrice dell’allora deputato missino Massimo Massano, alle sue prime iniziative editoriali. Lo avevo scritto negli anni precedenti, per reazione alla “Storia del Pci” di Paolo Spriano, che mi avevano fatto studiare, fra gli altri, all’esame di storia contemporanea all’università, dopo che mi ero accorto che invece a destra non c’era niente di simile. Uscì in duemila copie, che andarono subito esaurite. Il punto vendita più attivo, non fu una libreria, bensì un negozietto di cimeli mussoliniani che si trova a Predappio.

Ancora oggi, quindici anni dopo, continuano ad arrivarmi, via internet, richieste e citazioni.

Ignorato all’inizio dalla cultura ufficiale, dopo pochi anni, con l’avvento al governo dell’allora ancora Msi, fu poi oggetto di ricerca spasmodica, da parte di tutti i nuovi documentatori e studiosi, dagli ambienti universitari, a quelli giornalistici: poi, fu l’apri-pista di decine e decine di volumi di studi dedicati alla “destra” politica italiana, che dura ancora oggi. Un libro in anticipo sui tempi; e per me non si tratta di un difetto, bensì di un pregio.

Così, mi sono consolato e, giacché le occasioni bisogna coglierle al volo, ora, per liberarmi definitivamente dal cattivo umore, da tutti i miei brutti pensieri, non me la prenderò con il ministro Paolo Ferrero, che nelle ultime ore ha teorizzato la dissociazione mentale della sinistra, nè con il ministro Massimo D’Alema, nelle ultime ore gran ciambellano di corte, della lealtà e della fiducia nei confronti dell’America, alla periferia romana dell’impero, no.

Voglio invece ricordare una pagina di storia contemporanea, anzi recentissima. Era il 1989, eh, lo storico del Movimento sociale queste cose le sa: le ha vissute, le ha studiate e le ha scritte!

Non sono passati nemmeno venti anni anni, ne sono trascorsi appena diciotto: ma è come se fossero passati dieci secoli.

Quantum mutatus ab illo, oggi Gianni Alemanno, già ministro del precedente governo, speranzoso di ritornarci col prossimo, è perfettamente inquadrato nella nomenklatura di Alleanza nazionale, attaccato alle sue poltrone e ai suoi privilegi.

Anche alle sue rendite, di potere: ma questa è un’altra storia e non ditemi che i fatti legati a quest’altra storia NON sono stati riconosciuti penalmente rilevanti, perché per me tutto questo è ininfluente: la politica ha un’etica, che esula dagli aspetti legali!

Non sono i giudici dover giudicare i politici e men che mai il loro operato va valutato con i codici di procedura: devono farlo i cittadini e in base alle regole della morale!

Ma torniamo al 1989. Quantum mutatus ab illo, Gianni Alemanno, che in queste ore ha starnazzato contro le proteste anti - americane svoltesi a Roma, nel 1898 si coprì di gloria imperitura, che neanche le sue starnazzate di queste ore possono far dimenticare. Infatti, non dimentichiamo. E ricordiamo. Era il 1989, un altro Bush, il padre di questo, per la precisione, era venuto a Roma e Gianni Alemanno fu il primo dei contestatori, con un’azione eclatante. Quello che avvenne, giusta dispensiera di gloria, lo facciamo rievocare dall’agenzia Ansa, che così scrisse nei suoi “lanci” del 28, 29 e 30 maggio 1989:

Un gruppo di giovani appartenenti a formazioni di destra hanno tentato questa mattina, poco prima dell'arrivo del presidente americano Bush a Nettuno, di sdraiarsi per terra nella piazza verso la quale il capo della Casa Bianca era diretto, per bloccare il corteo. I ragazzi, una trentina secondo la Polizia, sono stati dispersi dalle forze dell'ordine, che ne hanno fermati alcuni e li hanno portati al commissariato di Anzio per essere interrogati, altri sono scappati. Già nei giorni scorsi volantini scritti da organizzazioni di destra erano circolati nella zona 'Contro lo sbarco americano a Nettuno'... Sugli incidenti avvenuti a Nettuno, la federazione romana del Msi ha emesso un comunicato per stigmatizzare il comportamento di Polizia e Carabinieri. I giovani del Fronte della Gioventù - afferma la nota - erano guidati dal segretario nazionale Gianni Alemanno. Quando i manifestanti si sono gettati a terra - conclude il comunicato - hanno innalzato striscioni con le scritte 'Alleati sì, servi no' e a favore di una piena autonomia dell'Italia all'interno della Nato... L'ufficio stampa del Msi ha diffuso una nota in cui è detto: 'Appare inaccettabile e incomprensibile la durezza inaudita usata dalle forze di polizia contro i giovani missini, contro i quali sono stati usati metodi che appartengono solo ai regimi liberticidi e che hanno giustamente indignato i cittadini di Nettuno' ... Tredici aderenti al Fronte della Gioventù sono stati arrestati a causa degli incidenti avvenuti ieri mattina a Nettuno, poco prima del passaggio del corteo con il presidente degli Stati Uniti e la moglie, che si recava in visita al cimitero americano. Tra gli arrestati, Giovanni Alemanno, segretario nazionale del Fronte della Gioventù. Le accuse sono quelle di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentativo di blocco di un corteo ufficiale... Durante gli incidenti un funzionario di polizia, un agente e un carabiniere sono rimasti feriti in modo non grave. Poco dopo l'arrivo di Bush a Nettuno, alcuni aderenti al Fronte della Gioventù hanno organizzato un sit-in con cartelli di protesta e, dopo un primo invito ad abbandonare la carreggiata da parte della polizia, al quale non hanno aderito, sono stati trascinati via di forza. Anche alcuni cittadini, che erano in attesa del passaggio di Bush, hanno rincorso i manifestanti perché ritenevano che avessero disturbato in modo provocatorio un avvenimento che a Nettuno era particolarmente sentito. Le segreterie nazionale e provinciale del Fronte della Gioventù hanno stgmatizzato il comportamento della Polizia e dei Carabinieri i quali, si legge in una nota, 'hanno aggredito brutalmente i manifestanti, colpendoli con calci e pugni e con la bandoliera usata come frusta e hanno colpito alcuni giovani con le radio portatili in dotazione'. Per questo motivo il Fronte della Gioventù 'chiede l'immediata scarcerazione dei 13 giovani arrestati e l'apertura di un'inchiesta da parte della magistratura per accertare le responsabilità di chi ha dato l'ordine di aggredire e disperdere, con inusitata violenza, una manifestazione che aveva carattere pacifico e non violento' ... Gianni Alemanno, il segretario nazionale del Fronte della Gioventù, e gli altri missini che erano stati arrestati a Nettuno, sono stati scarcerati. Lo ha reso noto un comunicato del Msi, precisando che Alemanno è stato interrogato in carcere dal magistrato, che gli ha poi concesso gli arresti domiciliari. Nel comunicato si afferma che 'la manifestazione di Nettuno voleva rappresentare un monito per chi troppo facilmente dimentica il nostro passato e offende la memoria di migliaia di caduti che si sono battuti per la dignità della Patria, mentre altri pensavano solo a guadagnarsi i favori dei vincitori'".

Così, ricordando tutto questo, mi sono passati i cattivi pensieri. ...“Un monito per chi troppo facilmente dimentica il nostro passato e offende la memoria di migliaia di caduti che si sono battuti per la dignità della Patria, mentre altri pensavano solo a guadagnarsi i favori dei vincitori".

Torneranno i fanti, caro Ezra, sì: torneranno i fanti, torneranno le bandiere!

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