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 COLTA/ la riunione politica in cui il leader di Forza Italia ha...discusso con cinque ragazze ospita... di giuseppe
 
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“Nessuna meta è irraggiungibile, quando ho qualcosa da dire”

Nicola Vacca
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Di giuseppe (del 30/05/2007 @ 22:35:24, in blog, linkato 36161 volte)

Doveroso aggiornamento delle ultime note politiche di campagna elettorale, per le care blogghine e i cari blogghini che le avevano seguite.

Antonio D'Ambrosio è il nuovo sindaco di Montanaro: una vittoria netta e, per tante ragioni, significativa.

Ad Alessandria, la coalizione di centro - destra ha vinto al primo turno e Antonio Maconi, trionfalmente eletto nella lista di Alleanza nazionale con più di mille preferenze, farà il vice - sindaco.

Anche a Lecce ha vinto il centro - destra al primo turno, ma Valerio Melcore, nonostante l'apprezzabile risultato per preferenze personali, in una competizione difficilissima per lui, non ce l'ha fatta ad entrare in consiglio comunale. Rimane, in termini di bellezza, quanto ha fatto in questa campagna elettorale, ma soprattutto, ora, avrà la possibilità di fare comunque tante altre cose belle in futuro. Comincia adesso e farà sempre meglio.

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Di giuseppe (del 23/05/2007 @ 11:10:14, in blog, linkato 1839 volte)

Il blog di ieri, che avevo voluto mettere anche qui, in previsione di tagli e censure successive, era in realtà un pezzo che da Roma mi avevano chiesto per "destra.it", la rivista telematica della destra italiana, dal momento che un mio amico romano redattore di questa prestiosa iniziativa editoriale sapeva che mi trovavo qui e, avendo bisogno di un articolo sulle città dove si voterà domenica, aveva pensato di affidare a me quello su Lecce. L'ho scritto di getto, con spirito libero e polemico e sono contento che, contrariamente a quanto temessi, me l'abbiano pubblicato senza toccare nemmeno una virgola, pur nelle parti più polemiche e spesso impietose proprio per la destra e il centro-destra. Anzi, mi hanno ricoperto di complimenti. Mah... Bene, comunque, meglio così, son contento. Oggi, cari blogghini e care blogghine, mi limito a una cartolina.

 

 

Lecce. Sole, mare, vento. Questa è Lecce, questo il Salento. Il Barocco, poi, esuberante,ma armonioso.

E musica, per il “core presciatu”, che costituisce, insieme a spirito polemico, strafottente, esibizionista, vanitoso, il dna del leccesi: prima le melodie popolari; negli ultimi due decenni, il rap, in cui il dialetto diventa elemento musicale, il linguaggio si fa suono espressivo, l’operazione dei Sud Soud System, insomma; la pizzica, la taranta, poi, che in questi ultimi due anni è diventata un fenomeno internazionale.

Già. Lecce è adesso e da poco sempre più città internazionale. Il turismo non è più effimero e fatuo, bensì presenza costante e corposa. Questa provincia difficile, che si stacca dalla penisola, protendendosi nei mari, finibus terrae Santa Maria di Leuca, sente il profumo dell’oriente per geografia: ma adesso, per fenomeno socio- culturale, sente il sapore di tutto quello che si fa e che si dice nei continenti. Da tutti i Paesi, infatti, vengono nei campeggi, negli agri-turismo, o comprano e riadattano vecchie case di campagna, le masserie, in questo Salento di sole, mare, vento e musica.

La città, colta, garbata, pulita, fiera, dignitosa pure nelle limitatezze economiche, guida con l’espressività e la creatività dei suoi abitanti questo processo di modernizzazione dai risultati eclatanti e assiste, come a una compensazione, dei tanti suoi figli partiti e andati ovunque in Italia e nel mondo, alle visite, prolungate, di sano e consapevole affetto. L’isolamento, la marginalizzazione, l’arretratezza sono atavici nemici che ancora resistono, ma che appaiono adesso piegati e irrimediabilmente sconfitti, nella tradizione attualizzata, nell’identità esaltata, nella comunità sentita e condivisa, e aperta ora al mondo.

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Di giuseppe (del 22/05/2007 @ 10:51:34, in blog, linkato 37682 volte)

Lecce. Sbuffa la signora anziana, ma curata e distinta, elegante pure sotto al sole già caldo, che appesantisce le borse della spesa, all’ennesimo tentativo di consegnarle un depliant elettorale: ne ha già fatto la collezione, girando fra le bancarelle e poi a casa ogni mattina – protesta – deve svuotare la cassetta delle lettere.

Al mercato del lunedì e del venerdì si misura meglio che altrove la temperatura di queste elezioni amministrative: un febbrone ormai, che è andato gradualmente montando in questi ultimi mesi e, a pochi giorni dal voto, esplode. Cinque aspiranti alla carica di sindaco; tante liste, vecchie e nuove; cinque quartieri, cioè le circoscrizioni da eleggere anch’esse, con conseguente esplosione di candidati e la lotta continua fra parenti, amici, conoscenti, colleghi e vicini, un tutti contro tutti che non risparmia nessuno. Sorridono i faccioni, pure quelli attraenti e aggressivi di belle ragazze più da miss Italia, che da Consigliere, dai manifesti, dalle scenografie mobili, dai locali a piano terra sul viale alberato adattati pomposamente a comitato elettorale: sui muri tante facce si sovrappongono e si confondono, mentre, a terra, si accumulano i santini, che il vento fresco del mare solleva e rimescola, esattamente come le carte di questa campagna elettorale.

Lecce, che già era bella, città d’arte, di cultura, pulita e garbata, che da sola smentisce secoli di luoghi comuni sul Sud, in questi ultimi dieci anni è diventata bellissima. Ha valorizzato il proprio patrimonio antico, quel Barocco unico al mondo, sintesi di esuberanza e di armonia e ha rinnovato ed esaltato la tradizione di identità e di comunità condivisa. Ma in più ha compiuto un vero e proprio sforzo di modernizzazione: i viali ora scorrono maestosi, sistemati, ripuliti, dì un rinnovato decoro; le vie di accesso sono europee, internazionali, nella loro maestosa articolazione; i bus, comodi, numerosi ed ecologici; la raccolta dei rifiuti è differenziata, l’attenzione all’ambiente estrema; i punti di qualificazione, di incontro, di assistenza, numerosi ed efficienti. Nel gomitolo di stradine di un centro storico riqualificato completamente, caso più unico che raro, fino a notte fonda impazza una movida esuberante, a volte persino esagerata, eppure armoniosa, eppure equilibrata: come quel barocco che gronda da ogni portone, da ogni balcone, da ogni finestra, tutto intorno.

Dieci anni di Adriana Poli Bortone sindaco: quando cioè la politica sa amministrare e in un modo o nell’altro, coi fondi della comunità europea, con il concorso dei privati, comunque sa fare e sa far bene e i risultati si vedono, a colpo d’occhio. Ex ministro dell’agricoltura del primo governo Berlusconi, europarlamentare di lungo corso e, appunto, già due volte sindaco, votata un po’ da tutti e uniformemente stimata, sempre in testa alle classifiche specializzate sul gradimento dei politici, se si fosse ripresentata Adriana Poli Bortone avrebbe vinto con una percentuale bulgara. Ma la tanto attesa legge sul così detto terzo mandato non è arrivata e così, sia pur a malincuore, ha dovuto lasciare, sparigliando le carte.

Qualcuno, anzi, nel centro destra prima, proprio in Alleanza nazionale poi, le carte le ha sollevate, rimescolate, buttate all’aria e ripigliate. Non sono mancati giochi di prestigio. E così, un risultato sicuro ed anzi eclatante per il centro destra, è diventato invece incerto e, probabilmente, si deciderà al ballottaggio, all’ultima scheda, preziosa e pesante, come quelle che le decine e decine di candidati si stanno strappando l’un l’altro in queste ore. Adriana Poli Bortone guida la lista di Alleanza nazionale, come quando cominciò la sua prestigiosa carriera politica. Il centro – destra è apparentemente compatto, CDU, Pensionati, Mussolini e Fiamma Tricolore inclusi ( ovviamente, qui la Lega Nord indipendenza della Padania non esiste ) dietro la candidatura di Paolo Perrone, il delfino designato.

L’onorevole Alfredo Mantovano ha poi ispirato una lista civica, che, sempre per Paolo Perrone sindaco, raccoglierà consensi oltre l’elettorato di Alleanza nazionale: “La Città”, così si chiama, sembra destinata ad essere la novità più significativa, per il peso specifico dei candidati che presenta, fra i quali, per esempio, l’entusiasmo creativo di un imprenditore, anzi, di artista della pubblicità, quale Valerio Melcore, ritornato dopo tanti anni, dopo le esuberanze giovanili, a fare politica attiva.

Per Paolo Perrone sindaco, sì. Già assessore nella amministrazione uscente, curriculum di tutto prestigio da trentenne rampante, Perrone è perfetto per Forza Italia, che lo esprime, con tanto di laurea alla Bocconi, di logica aziendale e di mentalità legata al “fare” come imperativo categorico. Ma la politica è un’altra cosa, forse.

Piccoli Berlusconi crescono e però senza carisma, con la condanna che poi il carisma non si trova sul mercato e non si può comprare neppure con Mastercard: come il coraggio di don Abbondio. se uno non ce l’ha, non se lo può dare.

Peggio, quanto a carisma, sta messo il centro sinistra, che, dopo primarie – farsa, presenta Antonio Rotundo, un oscuro funzionario di partito, da onesta carriera comunista, dal PCI al, quando si farà, Partito democratico, compensato così, sistemato così, per un seggio in Parlamento negatogli. Con tutta la buona volontà di Pietro Fassino, pure con la simpatia del Presidente della Regione Puglia, Niki Vendola: ma ce ne vuole, eh! E’ dura, è proprio dura, far brillare, colorare, quanto meno, una candidatura così scialba. Ma l’uomo è, nei suoi limiti, che diventano invece meriti, preparato politicamente, accorto, avile. Poi, il centro – sinistra, è unito. Tutti dietro Rotundo, abbracciati, coesi, almeno apparentemente monolitici, ricompattati prima dalla catastrofe annunciata, ringalluzziti poi dalla prospettiva di un clamoroso exploit.

Già, perché ci sono ben altre tre candidature a sindaco che toglieranno voti alla coalizione di centro - destra. Su due di esse e liste collegate, le cui logiche scompaiono appena escono dal pieno locale e sono comunque riconducibili a personalismi ed affarismi, è inutile soffermarsi.

Ma sulla terza, bisogna farlo. Perché si tratta di quella di Mario De Cristofaro, ora cane sciolto, o pecora matta che dir si voglia, novello tribuno della plebe, alla testa del suo neonato movimento “socialpopolare”. Beh, nel bene, nel male, Mario De Cristofaro da oltre quarantenni è la destra a Lecce. Dai tempi della Giovane Italia, come si chiamava allora il Fronte della Gioventù, Azione giovani di oggi, insomma, passando per anni di piombo e anni di governo, fino ad adesso: dai banchi, della scuola, tirati all’aria nel Sessantotto talentino, ai banchi del consiglio regionale della Puglia, di cui fino a due anni fa è stato esuberante Presidente. Fin troppo esuberante. Memorabile il giorno in cui De Cristofaro se la prese niente di meno che con Bush e il presidente della Giunta, Raffaele Fitto, da Bari, dovette chiedere scusa all’ambasciatore americano a Roma, scongiurando un caso istituzionale. Adesso, tra comizi improvvisati e feste a sorpresa, a ritmo di taranta, Mario De Cristofaro è l’incognita di queste elezioni: come quel pacco x del programma televisivo “Affari tuoi”, che non si sa quanto valga, fino a quando non lo si apre.

A proposito di “affari tuoi”. A ben vedere, tutto questo gran fervore partecipativo di liste e candidati non è qualcosa di bello. Dietro, si cela l’incapacità dei partiti di gestire le scelte e regolare la partecipazione, di educare, di mediare, di far crescere; dietro, si nasconde il fallimento della politica come gestione, cogestione e capacità propositiva di contenuti ideali.

Poi, c’è come una cesura evidente, una frattura netta, fra la carica dei candidati, i diretti interessati, gli addetti ai lavori, da una parte e dall’altra i cittadini elettori semplici, tirati per i capelli da parenti, amici e conoscenti, contesi al mercato della politica, assaliti al mercato delle bancarelle dai distributori di volantini, come l’anziana, ma elegante signora di prima, che, con quella carica polemica, orgogliosa e strafottente, nel portato genetico dei leccesi, si congeda dall’ennesimo tentativo di abbordaggio, con una frase stentorea: tradotta in italiano, “tanto adesso che arrivo a casa li butto tutti nel secchio della spazzatura”, dice, sbuffando, e poi sorride. 

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Domenica 27 maggio si voterà in alcune città per il rinnovo dei consigli comunali.

In una geografia dell’anima, in tre di esse ci sarò anche io. No no, tranquilli, mica mi candido! Ho smesso di fare politica dai tempi di “Andare oltre”: io mi sono fermato lì. Da allora in poi, la politica non la faccio, la studio; comunque, me ne interesso, memore dell’insegnamento del mio Maestro, anch’egli non andato oltre, il quale diceva una frase bella, quanto vera: “Certo, tu puoi anche non interessarti di politica” – ripeteva ogni volta che incontrava qualche agnostico, o qualche ignavo – “Ma tanto la politica si interessa di te”.

Certo, oggi la nostra democrazia è ridotta per lo più a una partitocrazia feroce; a un indistinto grigiore, dopo che sono finiti non solo gli ideali, ma pure le idee; a una incapacità progettuale; alla gestione, per giunta clientelare, dell’ordinaria amministrazione, inseguendo gli sconvolgimenti epocali, subendo gli eventi, anziché anticiparli e deciderli.

Ma tranquilli, non voglio parlarvi nemmeno di questo sconfortante contesto, anche perché poi le eccezioni, per quanto rare, non mancano e, prima o poi, per dirla con un verso di Ezra Pound, uno dei pochi in italiano: “Torneranno i fanti, torneranno le bandiere”.

E allora? Allora voglio accompagnarvi in viaggio nella geografia dell’anima, là dove, domenica 27 maggio, sarò anche io. Accanto a tre miei amici - e uso la parola in senso riduttivo - che affrontano il giudizio del popolo sovrano e che ho seguito e continuo a seguire, più o meno coinvolto e dei quali vi voglio parlare, più dal versante del “personale”, che del “politico”.

Venite?

Non importa che nemmeno voi siate elettori di quelle città…Ma se conoscete qualcuno che invece lo è, ricordatevi i nomi che sto per farvi e le storie che sto per raccontarvi, grazie!

Andiamo? Il nostro viaggio comincia là dove, dopo Chivasso, seguendo una stradina che corre accanto alla ferrovia, lentamente, gradualmente, la provincia di Torino diventa Canavese e sto dando ora in escandescenze con questo correttore automatico che chissà mai perché si ostina a cambiarmi “Canavese” con “Canadese”, mannaggia a lui!

Benché si chiami così, comunque a Montanaro non ci stanno i montanari e pure i monti al massimo, nelle giornate terse, si vedono all’orizzonte.

Un paesino di casette antiche e villette moderne, a raggio intorno alla piazza principale, con i portici, il bar, la farmacia e il mercato la mattina.

Qui arrivò tanti anni fa, dalla natia provincia di Salerno, fresco di laurea in medicina, a fare il medico condotto, Antonio D’Ambrosio.

Se Cristo si è fermato, sempre in provincia di Salerno, a Eboli, lui si è fermato a Montanaro.

Dopo un bel po’ però cominciò pure a fare politica e sul finire degli anni Ottanta le nostre strade si incrociarono: lui avanti e io dietro. E se non di strada, da allora ne abbiamo fatte di strade!

Pure lui ricorda con affetto romantico la mitica campagna elettorale del 1992 quando era candidato al Senato, in cui, su una scassatissima “Uno” grigia con altoparlante incorporato, ricoperta da manifesti e stracolma di “santini” girammo tutti i paesi del Canavese ( io questo correttore automatico lo uccido! Ma come si fa a levare? Me lo dite per favore? Visto che mi fa soltanto danni! ) e del Monferrato e la gente assisteva ai nostri comizi volanti in un misto di incredulità, stupore, indignazione e partecipazione affettuosa, guardandoci come se fossimo marziani.

Poi nel 1995 diventò assessore alla sanità della Regione Piemonte e io con lui addetto stampa dell’Assessorato. Ho detto “stampa”, ma potrei dire tante altre cose ancora..

Per quasi sette anni, le mie giornate, spesso sabato e domenica compresi, cominciarono con lui alle otto di mattina e finirono alle otto di sera, quando finivano, se non c’era qualche convegno dove andare, qualche tavola rotonda o quadrata cui partecipare, per cui si facevano le ore piccole. Per ricominciare poi il giorno dopo sempre alle otto di mattina.

I paesi, le città, le strade del Piemonte, le abbiamo fatte tutte, con Ciro o con Sergio, i fidati autisti, che pigiavano il piede sull’acceleratore, perché, magari da Ovada, bisognava essere poi a Domodossola in mezzora, provateci un po’ voi a riuscirci, ed eravamo perennemente in ritardo.

E quanti guai, quanti problemi, quante storie, pure quanti litigi e quante incazzature, in tutti quegli anni senza fiato! Dove fra l’altro – e vedete quanta ragione aveva il mio Maestro? – la politica decideva non di un parcheggio, o di un’aliquota dell’Ici, ma proprio la salute, cioè il benessere psico-fisico, a volte la vita o la morte stessa, delle persone.

Ora, capitemi: come faccio a non volere bene, ma tanto tanto, a un uomo così? Con Antonio D’Ambrosio abbiamo mangiato nello stesso piatto. Ma è meglio spiegare. Attenzione: in un assessorato che muoveva interessi giganteschi, di miliardi e miliardi delle vecchie lire e milioni e milioni dei nuovi euro, non abbiamo preso nemmeno dieci lire in più del nostro stipendio ( il suo più consistente del mio, a dire il vero ).

Ma non è una frase fatta. Infatti, Antonio D’Ambrosio, al ristorante, ha due bruttissimi “vizi”: il primo, appunto, che con la forchetta ti viene sempre a “rubare” assaggi e assaggini di quello che stai mangiando tu, intento magari a parlare, chè se non ti stai attento, in un minuto non ti ritrovi più niente nel piatto; il secondo, che all’improvviso decide che è arrivato il momento di andare via, e ti fa lasciare il dolce, se va bene, il secondo e il contorno se va male, per seguirlo a ruota, “Neh Giusè jam ampress”.

Ora Antonio D’Ambrosio invece che il pensionato vuol fare il sindaco del suo paese. E’ a capo della coalizione “Uniti per il cambiamento”, che sfida il capo del soviet supremum dell’amministrazione uscente, anzi, non uscita mai.

Cambiamento, già. E’ passata l’Urss, pure in Cina è cambiato tutto, è caduto il Muro di Berlino, ma non quello di Montanaro: là, come direbbe Silvio Berlusconi e una volta tanto avrebbe pure ragione, “i comunisti” ci stanno ancora e durano imperterriti!

Sono proprio belle le elezioni in programma domenica 27 maggio?

Ma lasciamo Montanaro e andiamocene ad Alessandria. Una città piemontese soltanto per la carta geografica, fatta tutta a modo suo, che poi però proprio nella geografia, nella posizione strategica, a cavallo di cinque regioni, per cui in mezz’ora sei o in Lombardia, o in Liguria, o in Emilia, o in Toscana, ha il suo punto forte.

Poi, città nel mio cuore e nemmeno questa è una frase fatta, ma va beh, lasciamo perdere e andiamo piuttosto da un altro Antonio, Maconi.

Medico pure lui, figlio di un luminare della medicina, uno dei più giovani, promettenti e già brillanti chirurghi di tutta Italia quando, alla fine del secolo e del millennio, ecco qua, gli piglia la voglia irresistibile e irrefrenabile di fare politica, a tempo pieno. Un virus, che nessun medico è in grado di debellare. Una malattia inguaribile, che ti divora, ti assorbe tutto, ti fa pensare solo a quello e basta, come una droga che si alimenta e ti alimenta al tempo stesso in maniera irreversibile, in un dominio totale e incontrollato.

Di lui, proprio questo mi piaceva: il contagio terribile e passionale al tempo stesso (io, ne ero immunizzato! ) oltre che lo spirito di servizio, il senso di appartenenza, di identità, di comunità. Pure con Antonio Maconi ho fatto cose belle. Abbiamo, per dirne una, ritrovato nella biblioteca civica di Alessandria gli articoli di Ezra Pound per “Il popolo di Alessandria” e li abbiamo divulgati. Per dirne un’altra, abbiamo scommesso agli albori dell’era di internet sull’editoria on line e sulla comunicazione politica col web.

Da alcuni anni, anziché in ospedale – braccia rubate alla sanità! – Antonio Maconi opera in consiglio comunale e in consiglio provinciale.

Ora, se sarà rieletto in consiglio comunale, alla testa della lista di Alleanza Nazionale e se la coalizione di cui fa parte vincerà, farà poi il vicesindaco di Alessandria. La sua carriera farà un passo in avanti e in alto, insomma e io questo gli auguro. Perché ci ha creduto e perché ci crede. Se poi riuscirà ad accompagnarla con una maggiore serenità, ne guadagnerà anche in lucidità pubblica e tranquillità privata.

E andiamocene ora a mille chilometri di distanza, andiamo in un’altra città, andiamo nella sempre mia città, andiamo a Lecce!

Oh yes!!! Lecce, che già era bella, in questi ultimi dieci anni, Adriana Poli Bortone sindaco, è diventata bellissima: ha compiuto un vero e proprio processo di modernizzazione, senza per questo rinunciare alla propria tradizione, anzi, attualizzandola, valorizzandola, esaltandola. Vedete che poi la politica, quando giustamente interpretata, può e può far bene?

Ora però - dura lex, sed lex – dopo due mandati il sindaco uscente non si può più ripresentare, ché se no la Adriana avrebbe vinto con una percentuale bulgara: a disputarsi la poltrona di primo cittadino si fronteggiano le opposte coalizioni, con esito incerto, per tante ragioni.

Ma a parte questo, ‘stavolta a Lecce, direbbe sempre Silvio Berlusconi, “scende in campo”, candidato al consiglio comunale, in una lista civica denominata “La città”, pure Valerio Melcore.

E vai!

E io con lui! Anzi, almeno negli ultimi giorni di campagna elettorale, sarò con lui non solo idealmente, ma proprio fisicamente, a Lecce e questo è il minimo che potessi fare, oltre che un piacere.

Con Valerio, quando eravamo ragazzi, siamo cresciuti a pane e politica. Lui era il leader, io l’”intellettuale” del gruppo. Lui l’azione, io il pensiero. Lui l'estremista, io il moderato, almeno di questo venivo accusato all’interno. Però poi così ci compensavamo.

Vicini o lontani, molti dei protagonisti di oggi ci sono passati accanto e ne potremmo raccontare di storie!

Sono passati pure troppi anni, è vero, troppi.

Ma noi, novelli Dorian Grey, per un miracolo, quasi un rincorrersi del tempo e insieme un suo fermarsi, siamo ancora ragazzi. Pieni di tante cose da fare ancora e, soprattutto, di voglia di farle, pieni di entusiasmo, pieni di passione.

Ora a Valerio, diventato nel frattempo abile imprenditore e tecnico, anzi artista, della pubblicità, è rivenuta “la malattia” della politica.

Vedete? Che vi dicevo? Non si guarisce, non si guarisce proprio! Se ne può stare in letargo pure per quasi trent’anni, ma poi il virus si risveglia, si rimette in circolo e allora non c’è niente da fare! Lasci moglie, figli, collaboratori, lavoro, guadagni sicuri, attività avviate e ti rimetti a far politica, per cosa poi? Come un ragazzino, quando eri sempre in mezzo ai casini di ogni tipo, ah e ne potremmo raccontare pure di casini di ogni tipo!

Solo che non hai più venti anni, ne hai cinquanta. Beh, questo però soltanto per l’anagrafe: numeri che non hanno senso, no, ben altra è la verità!

Il già citato Silvio Berlusconi- e dagli! – direbbe – e soltanto per un’altra volta ancora avrebbe ragione- che la nostra “età biologica” è sempre di venti anni.

Forza Valerio, che la forza sia con te!

‘Stavolta, in questa tua seconda vita in politica, non ci saranno più i Commissari di Polizia con i quali trattare i cortei non autorizzati. Non ci saranno più- e meno male! Anche perché adesso non saresti più così veloce come allora a scappare!- cinquanta agenti della Celere a inseguirti con i manganelli all’aria. Non respirerai più – ma è sicuro che non te ne dispiace? - il fumo dei lacrimogeni.

Ma avrai sempre tanti documenti da scrivere, tanti manifesti da preparare e mille e mille battaglie ideali e sociali ancora da intraprendere.

Poi, vada come vada. Come diceva qualcuno, a noi così lontano, eppure a noi così vicino, le battaglie non si perdono, le battaglie si vincono sempre.

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