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 ISPIRATO/ Il poeta NIcola Vacca... di giuseppe
 
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"...Contro tutto questo voi non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare...”.

Pier Paolo Pasolini
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Di giuseppe (del 27/11/2006 @ 17:39:22, in blog, linkato 16908 volte)

In uno di quegli articoli – racconto, un tempo tanto in voga, ma che ormai non si usano più, Vincenzo Cerami, scrittore delicato e preciso, pochi giorni fa, sul nostro quotidiano romano “Il Messaggero”, narrava in un delizioso elzeviro, dall’impianto surreale, di un suo amico, cultore della buona cucina, dalle strane abitudini... Strane, ma, almeno per l’autore, talmente affascinanti, da conferirgli il titolo di uomo di buon gusto, è proprio il caso di dirlo, che sa stare e bene al mondo. In breve, questo singolare personaggio non va mai a cena, o a pranzo, in un ristorante, no: va sempre a cena, o pranzo, in più ristoranti, nel senso che mangia il primo là dove ritiene ci sia la portata migliore e poi si sposta in un altro locale, per gustare l’eccellenza per i secondi e infine di nuovo lo stesso per il dolce...

La circostanza mi ha fatto pensare alla mia teoria, non solo, ma soprattutto pratica, secondo cui i piatti tipici vadano gustati soltanto nel posto in cui sono appunto tipici. Insomma: il baccalà alla vicentina a Vicenza, il merluzzo alla livornese a Livorno e così via: e mai il baccalà alla vicentina, o il merluzzo alla livornese, a Roma, o a Reggio Calabria!

C’è poi, a dire il vero, tutta una specie di filosofia, che sta a monte a tale mia prassi consolidata. Ma qui – fra rimandi socio - politici di contrasto alla globalizzazione, o accenni parafilosofici a identità e tradizioni da salvaguardare – il discorso si farebbe lungo e complesso e comunque esula dal contesto: basterà ricordare che cucinare è ormai un privilegio, che è espressione d cultura, oltre che di gusto e che negli Stati Uniti d’America ormai non si cucina più, le famiglie si ingozzano di surgelati, wurstel e patatine fritte.

Ma anche a prendere la cosa così come, senza tante implicazioni, come se fosse un gioco, se ne ricavano piacevoli sorprese e delizie! Appena il tempo soltanto di premettere ed evidenziare l’unica eccezione ammessa, non senza estenuanti dibattiti fra diverse scuole di pensiero, montate intorno la questione, fra gli altri amici - adepti di tale religione- devo dire abbastanza integralista- di ordine culinario, ma alla fine assodata come segue: la pizza, ecco, quella sì, è consentita mangiarla non soltanto a Napoli, ma in ogni città! E meno male!

Fatta salva l’unica eccezione alla regola, ho scoperto, o riscoperto una serie di piatti che dire tipici è dire ben poco: direi meglio unici, sorprendenti ed eccellenti. Cominciamo da una banalità, la cotoletta alla milanese che tutti sappiamo e che tutti mangiamo...Ovunque! E no! La cotoletta alla milanese a Milano e soltanto a Milano è la vera cotoletta alla milanese! Essa è una grande rotondità, un cerchio di almeno 15 centimetri di diametro, che occupa tutto un piattone largo e va servita così, croccante e fragrante, sottile e dorata nell’impanatura che non soffoca, ma anzi esalta il sapore della carne di vitello. Qualcosa di ben diverso dalla semplice fettina impanata e fritta comunemente intesa.

Un bel bottino di sapori, denso e corposo, è invece la cotoletta alla bolognese, questa sì lunga e spessa, con sopra – attenzione – prosciutto crudo e – ben fuso- fettine di parmigiano reggiano! ( località ammesse: Bologna, ma pure Modena e Reggio. Attenzione: Parma e Piacenza, pur essendo Emilia, invece no, perché storicamente fanno ducato a sé! ).

Già... Soltanto a Vicenza fanno il baccalà alla vicentina, in un’ altra città non sarebbe baccalà alla vicentina, che si distingue e si sostanzia in maniera ben diversa dal baccalà preparato in altre città più o meno uguale. Meno, meno uguale: a Vicenza il baccalà alla vicentina viene cotto a lungo col latte insieme agli altri ingredienti e ciò conferisce un sapore particolare e irripetibile allo stoccafisso, ah, dimenticavo, da servire rigorosamente insieme alla polenta.

Vale la pena di andare fino a Vercelli e qui soltanto gustare la vera panissa. Non tentate di prepararla da soli, perché sbagliereste tutto, consultando dizionari, o simili, che vi indirizzerebbero verso un composto di farina di ceci, di derivazione ligure, che non c’entra nulla; e non andate a mangiarla nemmeno a Novara, che contende il primato e l’unicità, ma in maniera velleitaria e vana. La vera panissa si mangia a Vercelli, meglio se in qualche trattoria di campagna dei dintorni: a base di riso ( ovvio: siamo nella capitale del riso ), fagioli, lardo e salame, per una specie di risotto sui generis, dal sapore pieno e davvero particolare, anche perché prelevato da una grande pentolone di rame.

Giacché ci siamo, un salto a Torino, uno a Carrù e uno ad Alba. Torino, la conoscete tutti, ma non tutti avete mangiato la vera bagna cauda: che è una specie di minestra a base di verdure, aglio e acciughe, che lascia dentro a chi la mangia una carica...potentissima e poi anche inconfondibile, perché gli effetti devastanti sono avvertiti a ogni respiro da chi si trovi a meno di tre metri per almeno ventiquattro ore.

Carrù invece non lo conosce nessuno, o quasi, e a torto: perché a Carrù, un paese in provincia di Cuneo, si gusta il vero bollito misto alla piemontese, che va fatto con le carni del bue grasso detto appunto di Carrù e servito con tutta una serie di salsine quali condimenti.

Più nota la vicina cittadina di Alba e anche se non pare indispensabile ( ma ogni religione si fonda sul mistico e sull’irrazionale! ) qui soltanto si può gustare le fettine di carne cruda, condite con olio, limone e scaglie di parmigiano, dette appunto “albese”. Quando sono stato a Roma, ho mangiato in trattorie tipiche saltimbocca, carciofi fritti e robe simili, anche se l’oste non è riuscito a farmi fare “la scarpetta” nel sugo degli involtini.

Certo meno conosciuti i piatti che invece ho scoperto nella mia Lecce. Passando da Bari, però, dove ho potuto guastare “riso, patate e cozze”, una gradevolissima elaborazione di tali ingredienti cotti al forno in una tipica teglia di alluminio.

Invece, dal Salento so le lasagne al forno e “la parmigiana” ( le fettine di melanzane lasciate a riposare un’intera notte, prima di essere fritte e usate in luogo delle sfoglie di pasta) fatte con le polpettine, il salame e le uova quale ripieno: una specie di bomba, l’insostenibile pesantezza dell’essere! E poi i pasticciotti: un a sottile sfoglia di pasta dolce, a forma ovoidale, dorata e profumata, ripiena all’inverosimile di crema pasticcera, sempre per la serie di concentrati di calorie. Ah e il rustico: una specie di cerchio di pasta questa salate, con dentro pomodoro e mozzarella pesante, che nel luogo consumano a metà mattina, tanto per tenersi leggeri in vista del pranzo, che sarà a tarda ora, come del resto in tutto il Sud, almeno da Roma in giù, a differenza di tutto il Nord, dove invece si mangia a mezzogiorno.

Infine, ho scoperto i piatti della cucina povera, della tradizione contadina, tipici del Salento: ciceri e tria, cioè una minestra di ceci accompagnati da pasta fritta; fave e cecore, cioè una zuppa di crema di fave e cicorie di campagna, servita con crostini di pane duro, da inzuppare; e infine un piatto dal nome spiritosissimo, “lu nceca mariti”. Nell’ironia e nell’arguzia popolare, significa il piatto che acceca ( imbroglia, ipnotizza) i mariti; cioè le mogli che avevano trascorso in tutt’altre faccende affaccendate la mattinata, all’ora di pranzo mettevano insieme alla buona gli avanzi della pasta del giorno prima, piselli e verdure varie, più pane raffermo fritto in tutta fretta e mescolavano: ora l’insieme veniva fuori dall’aspetto invitante e soprattutto elaborato, di modo ché i poveri mariti erano indotti a credere che le loro consorti avevano trascorso ore e ore sui fornelli, a preparare una simile pietanza, mentre invece, quando ricorrevano a un simile stratagemma, esse avevano esercitato bel altre arti, in quelle lunghe ore mattutine in cui i loro coniugi erano a lavorare nei campi, all’oscuro di ogni tresca d’amore!

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Di giuseppe (del 23/11/2006 @ 17:07:40, in blog, linkato 36278 volte)

Ecco qui di seguito tutte le informazioni in dettaglio, quale ottimo invito!

XI CONVEGNO

SENTIMENTO E SENTIMENTI

“l’amor che move il sole e l’altre stelle”

TORINO, sabato 25 novembre 2006

REGIONE PIEMONTE – SALA DEI CENTO Corso Stati Uniti, 23

PROGRAMMA INVITO

Con il patrocinio di Regione Piemonte, Provincia di Torino, Città di Torino

Ore 15.00 APERTURA DEI LAVORI - BRUNO LABATE

Ore 15.30 MANLIO BICHIRI La divina ombra nel retro dello specchio

Ore 16.00 GUGLIELMO GALLINO Dante vivo: poesia e filosofia

Ore 16.30 Cerimonia per il conferimento della mantella di Poesia Attiva al poeta e giornalista NICOLA VACCA

Ore 17.00 SILVANA G. CERESA Il senso della ipseità

Ore 17.30 TIZIANO FRATUS “Bacio le tue cicatrici”

Recitazione a cura di ANNA CUCULO GROUP

Intervengono

- ANDREA BAIRATI (Assessore all’Università, ricerca, politiche per l'innovazione e l'internazionalizzazione della Regione Piemonte);

 - FIORENZO ALFIERI (Assessore alla Cultura della Città di Torino).

CENA: ore 20.30 La Taverna dei Guitti, via San Dalmazzo n. 1 Costo € 22.

Durante la cena letture di poesie.

ORGANIZZAZIONE Manlio Bichiri, Bruno Labate, Claudio Sciaraffa.

Per info: Cell. 338 1534427- Fax 011 5561678

www.poesiattiva.it

poesiattiva@libero.it

È l’intelligenza del cuore, che fa il santo e l’artista, il giusto e il folle, sempre prossima all’abisso e in bilico precario sulla banalità sentimentale. Le basta poco, pochissimo per affogare nel ridicolo. L’intelligenza del cuore è patetica ed esplosiva, peso ed arma insieme. Quale presenza occulta avvolge ogni campo ed ogni attimo dell’esistenza.

Il tema di quest’anno è dedicato a quella sfera della persona (anche nel senso etimologico di maschera) che racchiude tutto ciò che travalica il razionale. È il campo, vasto e in buona parte oscuro, che abbraccia l’emozione e il sentimento propriamente detto, l’irrazionale e l’extrarazionale, il sensibile e sovrasensibile, l’intimo e l’esistenziale, il celeste e il fisiologico, il sublime e l’indecente. Situati – sentimento e sentimenti – tra i corni opposti di alba e tramonto, essi si muovono in quello scenario notturno sospeso ai cieli lunari ed hanno il loro risveglio all’imbrunire dirigendosi con le gambe del sogno verso un alba che apre le porte di una realtà che tutto condiziona e riscrive, solo successivamente, nel linguaggio della ragione conservandone tuttavia le tracce originarie, i segni obliqui di un altro mondo. È l’intelligenza del cuore, che fa il santo e l’artista, il giusto e il folle, sempre prossima all’abisso e in bilico precario sulla banalità sentimentale. Le basta poco, pochissimo per affogare nel ridicolo. L’intelligenza del cuore è patetica ed esplosiva, peso ed arma insieme. Quale presenza occulta avvolge ogni campo ed ogni attimo dell’esistenza. Alla gestione dei sentimenti – o ad essere gestiti da essi – sono preposti un po’ tutti: politici e pubblicitari, sacerdoti e psicoterapeuti, medici e ciarlatani, genitori ed amici. E, naturalmente, noi stessi. Non è, dunque, solo appannaggio degli artisti, ma trova in essi i cantori ideali… Essi sono trascinati in questo vortice occulto, che unisce la totalità panica alla soggettività individuale, il fluido cosmico al sangue fluisce nelle nostre vene, Amore e Psiche.

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Di giuseppe (del 22/11/2006 @ 18:18:08, in blog, linkato 35565 volte)

Di ritorno da Lecce. Una città che già era bella, diventata bellissima.

L’ho detto pubblicamente al Sindaco, l’ Adriana Poli Bortone e non perché fosse lì con me, ma perché io devo dire sempre quello che penso.

In dieci anni del suo mandato, Lecce è diventata bellissima. La città ha compiuto, come se fosse uno Stato, in uno di quei processi storici che ogni tanto, in epoche e scadenze ben precise, fanno registrare veri e propri salti di qualità, straordinari slanci di miglioramento, agli Stati nazionali, un vero e proprio processo di modernizzazione. Senza rinunciare alla propria tradizione, anzi: attualizzandola, valorizzandola, esaltandola.

Ho visto, infatti, i monumenti stupendi, di quel barocco leccese unico al mondo, restaurati e valorizzati, come la Basilica di Santa Croce, la piazza del Duomo e le altre chiese. Il centro storico completamente recuperato e fatto rivivere neanche al presente: al futuro. Ancora, il Castello di Carlo V, che ospitava la serata di presentazione del mio libro, per esempio è diventato al tempo stesso una preziosa e suggestiva testimonianza storica, ma pure uno spazio vivo, una risorsa preziosa per la comunità.

Il turismo è stato promosso e incentivato: la vocazione turistica, che si esalta nelle potenzialità geografiche, è oggi un motore che sprigiona potenza e spinge il benessere della collettività, che però al contempo sa pure difendere e coltivare la propria vocazione artistica e culturale, la sua grazia e la sua ostentata caratterizzazione.

Questa provincia difficile non è più sola, non è più isolata: e sta diventando piano piano, anno dopo anno, sempre più vicina all’ombelico del mondo.

Poi, adesso Lecce è oggi una città internazionale: i viali di accesso e di scorrimento sono quelli di una grande metropoli europea; l’arredo urbano è ordinato, in un colpo d’occhio d’insieme suggestivo, attraente, in un abbraccio continuo.

Ho visto il terminal di servizio dell’aeroporto appena fuori; i bus elettrici, silenziosi e puliti; le aree pedonali; i pannelli elettronici che invitano alla raccolta differenziata dei rifiuti e informano sulla qualità dell’aria in tempo reale: una città europea, non solo, una città europea all’avanguardia.

La notte, poi ( l’ultima, almeno per me, novità ) nelle stradine del centro storico, la movida, fino all’alba, così calda e stretta, così intensa e appassionata, come non l’avevo mai vista da nessuna parte, per di più in uno scenario fiabesco, con le porte, i balconi e i davanzali delle case che sembrano voler partecipare anch’essi, coi propri fregi esuberanti e le multiformi decorazioni.

Un sindaco, in dieci anni di buona amministrazione è dire poco, di straordinaria modernizzazione è dire il giusto, ha fatto questo capolavoro per la sua comunità, a testimonianza di quanto possa la politica correttamente non solo gestita, ma pure quotidianamente inventata, nei mezzi e nelle risorse, se non fosse invece, come accade di solito, sminuita e svilita, dagli interpreti abituali.

Tra poco anche a Lecce sarà Natale: ci sono già le botteghe aperte degli artigiani della cartapesta e del ferro battuto. Ah, a proposito: a Lecce i negozi hanno orari confortevoli. Ho letto poi che – toh, ma ci voleva tanto? Eppure è una cosa del tutto originale- che a Lecce il Natale sarà dedicato ai bambini...Saranno allestiti spazi pubblici interamente pensati per loro e il Sindaco, da brava nonna, ma pure nonna bella e affascinante, ogni qualvolta lo potrà, andrà personalmente a leggere le fiabe.

C’è pure un consiglio comunale dei ragazzi, a Lecce. Ma un consiglio comunale dei ragazzi serio, mica una burla per gioco. Il sindaco è come quella dei “grandi” anch’essa una donna, si chiama Francesca Saccomandi e nell’ultimo consiglio ha fatto discutere e approvare un progetto che prevede la consegna delle armi giocattolo a un tir che le porterà via alla distruzione. Beh, io trovo tutto questo, a parte l’altissimo valore educativo, di educazione alla cultura della pace, che ancora è tutta da costruire, trovo tutto questo letteralmente, assolutamente come si dice sempre adesso a sproposito, de-li-zio-so. Ah, l’ultimo consiglio comunale dei ragazzi ha pure approvato un progetto di creazione di nuove ludoteche sul territorio comunale.

Non è un gioco, non è una fiaba, tutto quello che è avvenuto a Lecce in questi ultimi anni, è la semplice verità, di quello che ho visto, ho letto e ho sentito in questi pochi giorni in cui ci sono ritornato.

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Di giuseppe (del 14/11/2006 @ 17:32:05, in blog, linkato 2352 volte)

Gerardina, detta Gerarda.

Si chiamerebbe così, secondo il TG5, la supplente di Nova Milanese, della quale ho detto, commentando la notizia di cronaca che l’ha vista protagonista a Nova Milanese, nel mio blog di ieri.

Ieri sera il telegiornale principale e anzi unico, vista la pochezza degli altri due, di Mediaset, assai peggiorato negli ultimi tempi, ha dedicato ben due servizi alla vicenda, almeno cinque minuti complessivi, che in televisione sono un’eternità. Come spesso succede in tutti i telegiornali, però, nonostante spazio ed enfasi, soltanto confusione, fatta di accenni, allusioni, commenti ipocriti e pareri inconcludenti, in maniera tale che alla fine il povero telespettatore ne sa meno di prima.

Anche attraverso i quotidiani che hanno scelto di approfondire la notizia la confusione non è minore, anzi.

Il Giornale spaccia un’intervista alla supplente stessa, che chiama Antonia e definisce "porno-prof." realizzata dall’inviato a Nova Milanese. Ma dalle risposte si apprende quel che già si sapeva abbondantemente dalle notizie di ieri e cioè le tesi ondivaghe e fumose con cui la supplente avrebbe giustificato il suo comportamento, oscillando sostanzialmente fra il- che male c’è? ( ciusto, ciusto, piucchecciusto!)- il- sono caduta in una trappola- e il- ero e sono confusa.

Peccato però che secondo il TG5 e tutti gli altri quotidiani la supplente non c’è più a Nova milanese, essendo tornata al suo paese di origine in Molise, Pietracatella, provincia di Campobasso.

Intanto, tutti noi ci godiamo il solito confusionario, grossolano e drogato mondo dell’informazione italiana.

L’unico barlume di originalità dall’inviato della Stampa, che riferisce le tesi del ragazzo vittima ( vittima?!? Ma per favore, per favore... ) della supplente, che riferisce di come siano finiti nell’aula di appoggio ( e mai appoggio fu più sostanzioso ) e di come sia nata spontaneamente e si sia poi naturalmente sviluppata la loro tresca.

Peccato che il quotidiano torinese rovini tutto sollecitando e ospitando pure le tesi confuse e strampalate, per usare due eufemismi, di una psicologa, Tilde Giani Gallino, a metà strada fra il moralismo d’accatto e il catastrofismo all’acqua di rose.

Amen.

Ora aspettiamoci processi, inquisizioni e condanne. Probabilmente, non ne sapremo mai di più e di meglio.

Invece, secondo me, il cinema potrebbe ricostruire la verità e ricollocare tutta la vicenda nella sua giusta dimensione. Ah, naturalmente con l’avvertenza che: “le vicende sono immaginarie e ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale”, ovviamente.

Se fosse un film...

Un trionfo di neorealismo, con un tocco di surrealismo, sulla falsariga di quei film del sottogenere scolastico, tipico degli anni Settanta, di cui dicevo sempre nel mio blog di ieri e di cui sarebbe splendida attualizzazione.

Oggi mi voglio sprecare e rovinare e propongo addirittura una scaletta completa del soggetto.

Se fosse un film, si intitolerebbe “La supplente capitolo secondo”.

Trama: una bella ragazza, malgrado l’aria buona, soffoca nel suo piccolo paese di origine del Sud - Italia, fra il parroco, il sindaco e il farmacista, le comari e le vecchie zie. Le uniche sue evasioni sono state legate agli studi universitari e alle poche e scarse esperienze didattiche. E’ arrivata a oltre trenta anni, ma ancora ha l’animo puro e i desideri forti e semplici di una ragazzina. La matematica che insegna è per lei essenzialmente un gioco della mente, da abbinare ai giochi del corpo. Ha una visione semplice, naturale e solare della sessualità. Educare significa per lei far maturare esperienze.

Questo suo comportamento attira prima i vizi privati, poi scatena le pubbliche virtù, di un altro paese, ma del Nord – Italia, dove viene chiamata per una supplenza di poche settimane.

Le gelosie delle alunne di sesso femminile, soprattutto quelle delle colleghe insegnanti della scuola, preparano la strada verso il baratro.

Sarà radiata, cacciata, umiliata, confinata e murata viva a casa sua, agli arresti domiciliari per trenta anni senza condizionale.

La matrice cattolica e il moralismo bigotto continueranno a condizionare tutto e tutti e a imporsi anche nell’Italia del nuovo secolo e del nuovo millennio.

Regista: non ho dubbi, bisogna chiamare i fratelli Vanzina, gli unici intellettuali lucidi e profetici di questa nostra Italia contemporanea.

Protagonista: beh, invece questo è difficile da trovare. Bisogna scegliere una donna mediterranea, sui trenta anni, non una bellezza appariscente e da top - model, bensì dal fascino nascosto, che si sprigiona con i suoi tempi naturali e con i suoi modi particolari, per sua stessa natura. Non altissima, procace, formosa, dal viso provocante, dall’eloquio vivace, dalla battuta popolare, dall’inflessione dialettale.

Silenzio, non suggerite: non vanno bene nè la Ferilli, nè la Bellucci. Non vanno bene e basta.

L’ideale sarebbe un’attrice non proprio affermata. Secondo me andrebbe benissimo Rosaria Russo, bellezza espressiva ( confronta la foto in “bianco e nero” ) vista nella fiction televisiva “Distretto di polizia”: e poi è di Termoli, perfetto.

Altri interpreti: la parte del bello della classe che seduce, o è sedotto, dipende dai punti di vista, la supplente, come succedeva nei film di trenta anni fa, andrebbe assegnata a un ragazzo scelto per pubblico concorso, casting, come si dice in gergo, direttamente dal regista, fra i non omologati e i non palestrati - standard.

Nella parte del preside, invece di nuovo non ci sono dubbi: ieri come oggi, il tempo fatto eternità, ora e sempre Lino Banfi.

Eccolo adocchiare la supplente, farle i complimenti conditi da gaffe terrificanti, provarci in maniera occulta e palese, esserne respinto; poi eccolo bestemmiare quando scoppia il casino, dover fronteggiare insegnanti, genitori, magistrati e quant’altri, e dover indossare i panni di Catone il censore, mediare, tranquillizzare e suo malgrado condannare, mentre avrebbe voluto fare ben altro...

I professori di educazione fisica: uno, in combutta col preside, suo sodale e seguace, allucinante giocherellone: Gianfranco D’Angelo; l’altra, zitellona inacidita, respinta da tutti pure nelle sue profferte amorose, ma tenutaria del buon nome della scuola, non so dire, ma non dovrebbe essere difficile trovare un’interprete adeguata.

Infine, nella parte del bidello, anche qui ora e sempre, il tempo fatto eternità, Alvaro Vitali, ben intento a spiare sotto le gonne e oggetto regolare degli scherzi atroci degli alunni, come degli schiaffoni in faccia del preside.

Un capolavoro, successo garantito.

 

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Di giuseppe (del 13/11/2006 @ 18:26:00, in blog, linkato 26229 volte)

Dai...Ma che delizie, che sorprese, ci riserva la nostra Italia!

A me poi fanno impazzire quei fatti che superano le fantasie e mi spiego: a volte succedono certe cose che neanche se uno si mettesse apposta a pensarle riuscirebbe a immaginarle, quando la realtà supera la fantasia. A volte succede.

La mia generazione è cresciuta negli anni Settanta a colpi di film, allora ritenuti erotici, visti di nascosto nelle sale dei paesi di periferia, perché pubblicamente non si poteva dire, incentrati su vicende pruriginose ambientate nel mondo della scuola. Io ci andavo in segreto con quattro miei compagni il venerdì sera, così per tutti gli anni del liceo. Edwige Fenech, Lilli Carati, Gloria Guida, Carmen Villani erano le nostre muse ispiratrici.

Erano film onesti, divertenti, a tratti esilaranti, fra Lino Banfi e Alvaro Vitali, che facevano vedere un po’ di belle ragazze, dato che all’epoca vedere tette e culi di fuori era ancora problematico e nel contempo offrivano un vasto repertorio di motivi e personaggi. Sboccati, ma mai pornografici e mai violenti. Niente di più e niente di meno.

Uno, in particolare, “Avere vent’anni”, contiene pure una scena ( la protagonista che incontra in pizzeria un gruppo di cineasti ) in cui c’è la polemica morale dell’intero genere, se qualcuno volesse approfondire.

Un altro si intitolava “La supplente”, capostipite del sotto-genere di professoresse e supplenti varie, che suscitavano i desideri dei loro alunni delle superiori, in cui tutti noi ci identificavamo.

Beh, più che di vedere qualche nudo parziale, soft, si direbbe oggi, non si andava.

Oggi invece ho letto, ho fatto un balzo sulla sedia e mi sono stropicciato gli occhi, e pure altro.

Tre quotidiani importanti, mica "Novella 2000" o "cronaca vera", come “La repubblica”, “Il corriere della sera” e “Il giorno” riferiscono in bello stile e con dovizia di particolari quanto accaduto nella scuola media del paesone di Nova Milanese, appunto alle porte di Milano.

E’ successo che una professoressa supplente è stata rispedita in tutta fretta nel natio Molise, dopo essere stata scoperta da una sua collega mentre, in un’ aula isolata, la cui porta non era stata chiusa a chiave, si intratteneva in atteggiamenti, diciamo così, morbosi, con alcuni allievi, ragazzini intraprendenti. Uno, in particolare, neanche più minorenne, perché due volte ripetente.

Dai, neanche nei film di Alvaro Vitali!!!

Momento. Aspetta...

La supplente 2006, della quale non sappiamo il nome, ma soltanto l’età, quella fatidica di 33 anni, è stata però pure denunciata dai genitori e quindi sottoposta a indagine, appena avviata, dalla Magistratura, con ipotesi di reato pesantissime, che vanno dalla violenza sessuale, alla corruzione di minore.

Più volte interrogata dai Carabinieri, ha fornito diverse ricostruzioni e differenti spiegazioni dell’accaduto.

Pare che il ripetente-intraprendente le abbia chiesto spiegazioni di carattere sessuale, trascinata dalle quali casualmente si sia, per così dire, lasciata andare...

Pare invece ad altri che di proposito abbia convocato i ragazzi e li abbia opportunamente predisposti all’incontro sessuale, forse da copione consolidato... 

E insomma, come e perché di preciso non possiamo saperlo. Possiamo però sapere in maniera abbastanza precisa cosa è successo, prima che venissero scoperti dalla collega impicciona, immaginiamo zitella grassa e acida, perché nei miei film degli anni Settanta c’era sempre pure la collega zitella grassa e acida, invidiosa del successo che la supplente riscuoteva fra gli allievi.

E’ successo davvero nella realtà quello che in quei film invece non succedeva mai e nemmeno si poteva osare pensare.

Allora, secondo la compita ricostruzione del quotidiano “La Repubblica”, ecco la scena scoperta: “Due studenti tredicenni dietro i banchi che osservavano la prof. vestita, impegnata in un rapporto orale con un loro compagno, un quindicenne bocciato due volte, mentre altri due avevano i pantaloni calati e si stavano masturbando”.

Ma dai! Non ci posso credere!!!

Secondo il “Corriere della sera”, invece: “Lei era completamente nuda, circondata da tre ragazzini con i pantaloni abbassati, mentre gli altri due assistevano alla scena”.

Infine, per “Il giorno”: “Lei era impegnata con tre ragazzi, ai quali stava toccando le parti intime. Gli altri due erano poco distanti, intenti a guardare”.

Insomma, non sono differenze di poco conto, comunque la sostanza non cambia.

Adesso è nei guai, la supplente.

Seguiranno indignazioni, addebiti e pure i processi, nell’Italia ancora oggi puritana, bigotta e bacchettona.

Io, io, vorrei chiederle io, il come e il perché, direttamente a lei, la supplente 2006...L’immaginario erotico di tutta una generazione, che si fa realtà trenta e passa anni dopo!!! E a me, a tutti noi, invece negato per sempre!

Oh quanto avremmo voluto avere un’insegnante che ci facesse vedere in pratica l’anatomia femminile, o che ci facesse lezioni di lingua e poi esercitasse con noi, come si dice, la manualità!!!

Tutte cose di cui all’epoca e a quell’età eravamo irrimediabilmente carenti e di cui invece avevamo estremamente bisogno. Che nessuno ci dava, che dovevamo soltanto sognare sospirando.

Io, io, io vorrei rimproverarla poi, la supplente 2006, sì, rimproverarla pesantemente e pure i ragazzi.  Per non aver chiuso a chiave la porta dell’aula di sostegno in cui si erano rinchiusi. Ma come, non lo sapevano che c’era in giro la zitellona acida rompicoglioni!?! Ah, un tale paradiso, rovinato da una questa sì imperdonabile leggerezza.

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Di giuseppe (del 09/11/2006 @ 16:00:58, in blog, linkato 26126 volte)

A volte, per capire le cose, per farsi un’idea della realtà, di cosa cambia, nel bene, nel male, in quella che abbiamo imparato a chiamare la nostra società, che, ci piaccia, o non ci piaccia, è quella in cui viviamo, più di un intero discorso, di un libro, di un’enciclopedia, basta una parola.

La parola nella fattispecie è “logo” e ci permette di farci un’idea della politica al giorno d’oggi, di capire che cosa è cambiato in chi la fa o la rappresenta.

Horresco legens, apprendo da “Il giornale del Piemonte” che sabato prossimo sarà presentato al Teatro Nuovo, a Torino, in occasione della manifestazione indetta da Alleanza Nazionale, con la partecipazione del Presidente Gianfranco Fini, un nuovo spumante, denominato “Diamant blanc”, destinato, nelle intenzioni del suo inventore, a enoteche d’elite e a ristoranti selezionati.

Ora però, fin qui, come si dice, ci può stare, ne abbiamo viste di peggio: un’iniziativa commerciale come questa non c’entra niente con la politica, è uno sputtanamento non da poco, ma insomma, come detto, va beh dai!

Però...Ecco, il peggio deve ancora arrivare.

Infatti, l’inventore del nuovo brut, un enologo della provincia astigiana, vicesindaco di Santo Stefano Belbo, Angelo Torrielli, ha pensato bene di mettere sotto al nome, tale e quale, il simbolo di Alleanza Nazionale, dentro l’etichetta, sopra la bottiglia, come se fosse la scheda elettorale. Così, tanto per.

E, infine, per strafare, nel -ma che cazzo c’azzecca? - un’enorme fiamma tricolore che sovrasta il tutto.

Naturalmente, dopo averne chiesto il permesso a Gianfranco Fini.

Permesso che, c’era da scommetterci, Gianfranco Fini ha concesso, non sappiamo se almeno con qualche dubbio, o ripensamento, viceversa se tutto contento e con entusiasmo, ma comunque ha concesso.

Ora, ora, e ora...Insomma: Alleanza Nazionale non c’entra proprio più niente con il Movimento Sociale Italiano, benché ne continui a detenere senza nessuna giustificazione e senza nessun collegamento politico, in un cerchietto, la sigla.

Dico questo con certezza assoluta, al di là delle dispute giuridiche e dei pronunciamenti legali, che non ci interessano.

Faccio una affermazione di carattere politico, l’unico criterio importante, incontrovertibile: dei contenuti politici che furono del Msi, oggi Alleanza Nazionale non ha più niente.

Tanto meno essa può più collegarsi o essere collegata tout court alla Fiamma Tricolore, o a una fiamma tricolore.

Va bene, ma non è nemmeno questo il punto.

Il peggio che non ha mai fine viene in quella parola, che, intervistato da “Il giornale del Piemonte”, l’enologo Angelo Torrielli ha usato nel raccontare la sua iniziativa: “Conosco Fini da anni. Oltre che un leader politico e un amico, è un intenditore di vini e buona tavola. Mesi fa gli ho chiesto se era d’accordo a concedere il logo del partito per uno spumante elegante e selezionatissimo di imminente produzione. Ha detto di sì”.

 ...Il logo del partito...

Così si è espresso Angelo Torrielli.

Non sappiamo in che termini e con che termini abbia avanzato la richiesta a Gianfranco Fini, quindi non possiamo commentare, ma a “Il Giornale del Piemonte” ha detto testualmente: “Il logo del partito”.

Ma come parla questo?!?

Il logo, capite? Come quello della Nike, come il coccodrillo della Lacoste, o la M gialla e rossa della MacDonald e così via. Il segno o il disegno grafico che rappresenta un prodotto commerciale, o un marchio di fabbrica; quello che dà valore aggiunto, che fa lievitare i prezzi, che sancisce le proprie ricchezze e lo sfruttamento altrui da parte delle multinazionali.

Perfetto, espressivo, indicativo, della considerazione che comunemente oggi si ha della politica, a cominciare da chi la fa, in Alleanza Nazionale come negli altri partiti: un prodotto commerciale, un marchio di fabbrica e roba da ricchi d’elite.

Così, auguri e figli maschi al buon Angelo Torrielli.

Brindi pure nei ristoranti d’elite con il suo spumante brut! Celebri con esso Alleanza Nazionale. Anzi, gli diamo pure un’idea commerciale, a titolo del tutto gratuito: si scelga Daniela Santanchè quale madrina e lo faccia adottare al “Billionaire” di Flavio Briatore, vedrà, sarà un successo!

Si esprima poi come crede in e per Alleanza Nazionale.

Ma, per favore, non usi la Fiamma Tricolore e non ne parli proprio più.

La Fiamma Tricolore, caro Angelo Torrielli, non appartiene ad Alleanza Nazionale.

Poi, non è un logo!

Non bestemmi più, non commetta ulteriori sacrilegi, per favore!

Glielo spieghiamo, visto che non lo sa.

La Fiamma Tricolore del Movimento Sociale Italiano è un simbolo, è una bandiera, un’identità. In mezzo secolo di storia, per quel simbolo, con quella bandiera, in quella identità di passioni e di ideali, centinaia di persone sono morte assassinate, migliaia sono state ferite, decine di migliaia sono state arrestate e denunciate, centinaia di migliaia hanno sofferto e hanno palpitato, milioni vi si sono riconosciute e identificate. In un simbolo, in una bandiera, in un’identità, caro Angelo Torrielli, non in un logo commerciale.

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Di giuseppe (del 05/11/2006 @ 19:37:27, in blog, linkato 36132 volte)
Ieri sera a Villadeati, vicino Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, verso le 22.30, le 23.00, mentre stavo parlando alla prima presentazione del mio libro, improvvisamente è andata via la luce. Tutto si è risolto senza grossi problemi e pure prima che tornasse la corrente la serata ha seguito il suo corso, più o meno brillantemente...Nel castello seicentesco c’era l’impianto di emergenza e tante candele hanno fatto il resto, per quella mezz’ora in cui è mancata l’elettricità. Qualcuno ha detto, battutaccia, che parlando d’amore si era anzi creata un’atmosfera romantica. Bene. Ritornato a casa a notte fonda, prima di andare a dormire, ho dato la consueta occhiata alle notizie di televideo. Ho così appreso che si era trattato di un blackout di vaste proporzioni, breve, ma intenso, che aveva interessato in Italia, soltanto una parte del Piemonte ( dove vivo ) e del Salento, che è la mia terra e dove, fra l’altro, fra due settimane, ci sarà… Questa mattina, opportunamente sollecitata, ne ho avuta la conferma telefonica da Lecce. Beh…Trovo che sia singolare tutto questo. Un caso? Qualcuno la definirebbe: “coincidenze significativa”. Io credo che mai niente avvenga per caso. Però purtroppo, nella fattispecie, per quanto ci abbia pensato e ripensato, proprio non riesco a capire che cosa significhi.
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Di giuseppe (del 03/11/2006 @ 15:44:24, in blog, linkato 1863 volte)

Domani, sabato 4 novembre, alle 21.00, a Villadeati, in provincia di Alessandria, nella dimora di via Roma 33, l’artista Labar, pittore e scultore e la signora Giuliana Romano Bussola, con la partecipazione del consigliere provinciale Cristiano Bussola, presenteranno in anteprima nazionale il mio saggio “Breviario d’amore” ( Azimut libri ) in questi giorni in distribuzione nelle librerie.

A tutti coloro i quali, per molteplici ragioni, non potranno intervenire a questo evento, cui è stato invitato un folto e qualificato pubblico, affido qualche pensiero, nella speranza che essi poi in qualche modo ricambino: un modo per partecipare lo stesso al dibattito e brindare insieme al rinfresco...

Sono sempre belle queste serate, queste presentazioni che ormai sono diventate veri e propri eventi mondani. Poi, lasciano sempre il segno: una conoscenza, un pensiero sviluppato, un appuntamento preso, una frase sentita lì, poi messa in disparte e che ritorna all’improvviso mesi se non anni dopo...

Racconterò di una serata di tanti anni fa, in cui Pietrangelo Buttafuoco, autore della prefazione al mio “Breviario”, venne a Torino a presentare il giornale che dirigeva, “L’Italia settimanale” e lo piglierò bonariamente in giro, com’egli ha fatto con me in quel che ha scritto adesso:

Giuseppe Puppo con l’animo dell’etologo perso tra oche, papere e orchi bru bru, esamina il nascere e il divenire del percorso amoroso. E, non pago, quasi novello Mosè, vuol stabilire i punti fondamentali di un rapporto”...Mah...Sia pur affettuosamente, infatti, secondo me mi piglia per il culo...

Dirò però che ha ragione nel dire quel che provocatoriamente e paradossalmente dice all’inizio, che ognuno dei miei lettori leggerà quel che già sa... Alla domanda- che cosa è l’amore? – infatti, parafrasando Benedetto Croce, si potrebbe rispondere celiando, ma non sarebbe una celia sciocca, che l’amore è quella cosa che tutti sanno cosa sia.

Ritroverà, il mio lettore, un percorso, il percorso amoroso, dipanato nell’esperienza condivisa, eppure sempre unica.

Una conoscenza, un formidabile strumento di conoscenza, ecco una delle definizioni migliore dell’amore: così come un percorso, un viaggio, vuol essere il mio saggio.

Di aggiornamento, innanzi tutto, in quanto sì, certo, l’amore è eterno e vive di archetipi e di leggi eterne, ma intanto, in questi ultimi tre decenni, con veri e propri sconvolgimenti epocali, è cambiato tutto intorno ad esso, a tal punto che, per violenta dazione ambientale, è cambiato esso stesso.

Bisognava dunque andare a scoprire il come e il perché di questo cambiamento: questa la prima meta del percorso che si snoda nel mio “Breviario d’amore”.

La seconda, è la riflessione, che dal privato al pubblico il mio “Breviario d’amore” vuol sollecitare in ognuno dei miei lettori, che dalla prima all’ultima pagina prendo per mano e credo proficuamente conduco ai traguardi prefissati.

Una riflessione, che diventa consapevolezza e consapevolezza di maturità.

Quindi, dagli affari degli altri, trovati non nella stampa frivola, ma in confessioni raccolte dalla stampa più importante e prestigiosa, agli affari tuoi...

Come si diceva negli anni Settanta, gli anni della mia educazione sentimentale, dunque “il personale è politico”, di nuovo nelle profondissime trasformazioni che ci hanno coinvolto e sconvolto, in quella che invece appena qualche giorno fa, dopo trenta anni, un intellettuale della mia generazione ha definito “la famiglia plurale”.

E chiuderò con il condividere un segreto e confessare due sogni, che però voglio tutti riservare a chi, fisicamente, domani, e nelle altre serate che spero seguiranno presto in giro per l’Italia, verrà con me a confrontarsi.

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