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 STORICA/Una pagina del settimanale L'ESPRESSO dell'epoca... di giuseppe
 
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Sandro Giovannini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 29/10/2006 @ 09:52:16, in blog, linkato 25678 volte)

Oggi è tornata l’ora solare, l’ora normale insomma! E meno male! I nostri ritmi di vita quotidiana potranno così ritornare ad essere solari, normali, insomma senza le sfasature e le sbavature che per ben sette mesi porta l’ora legale, una convenzione che da decenni accettiamo meccanicamente e supinamente, senza che nessuno riesca a spiegare a che cosa essa serva.

Dicono che consenta di risparmiare energia. Lo dice, l’ultima volta l’altro giorno, chi la produce e la vende e già questa è una contraddizione in terminis.

In realtà ( a parte che non c’è stato mai nessuno studio scientifico dimostrativo ) - basta esercitare la logica- già questo non è vero, perché il presunto “risparmio” che si avrebbe posticipando di un’ora le attività necessitanti di energia elettrica si annulla protraendole di un’ora la sera stessa, o anticipandole al mattino, come avviene nei fatti. Poi, anche i dati empirici e quindi risibili portati a sostegno dell’ora legale, quantificano in poco più di un euro in sette mesi il risparmio pro capite degli Italiani, il che fa poi incazzare.

Viceversa, sono documentati nella letteratura scientifica i danni fisici e psicologici apportati alla maggioranza degli individui, specie anziani e bambini. Senza contare quelli economici per chi, come gli agricoltori, lavora all’alba.

E allora?

Allora?

Poi non dicono più nulla. Ci lasciano per sette mesi fastidi senza corrispettivo, che producono ansia, terrorismo psicologico, come i continui e del tutto falsi commenti catastrofici e apocalittici sui fenomeni atmosferici, crudeltà irrazionale.

Io, io che da sempre durante quei famosi sette mesi lascio tutti i miei orologi senza ora legale, io che ho cercato invano qualcuno che mi spiegasse a che cosa essa serva ( quaesivi et non inveni ) ,  oggi ho fondato il Maol, il Movimento abolizione ora legale.

Ho redatto una legge di iniziativa popolare, che secondo la Costituzione abbisogna di cionquantamila firme per poter essere presentata in Parlamento, che è obbligato a discuterla. Contiene un solo articolo: articolo 1: “L’ora legale non sarà mai più introdotta in Italia”.

Ora cerco adesioni e consensi. Abbiamo cinque mesi di tempo, coraggio!

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Di giuseppe (del 23/10/2006 @ 21:12:57, in blog, linkato 1378 volte)

Incavolato per essere stato contestato per la terza volta al terzo tentativo di presentazione del suo ultimo libro sulla resistenza, da parte dei comunisti di varia forma ed estrazione, Gianpaolo Pansa, il noto giornalista e scrittore, non ha trovato niente di meglio che dichiarare: "Una volta i teppisti erano nel Msi. Ora sono nel centro-sinistra".

Non desidero entrare nel merito delle questioni legate alla storia e neppure in quelle legate alla cronaca.

Voglio però esprimere tutto il mio sdegno per la semplicistica affermazione, falsa e bugiarda, dello scrittore.

Io non so se nel centro-sinistra ci siano o no teppisti.

Io so che nel Msi non c'erano teppisti.

So che quello era un partito serio. So che era fatto di persone che si dovevano difendere dalle violenze quotidiane dei comunisti di tutti i tipi di allora. So che aveva un elettorato popolare, interclassista, fatto da Italiani per bene, col senso dello Stato, con una spiccata vocazione alla giustizia, onesti, lavoratori, contrari ed estranei a corruzione, clientelismo, affarismo, delinquenza.

Ora il Msi non esiste più. Ma nessuno può offendere il ricordo di chi lo ha fatto e lo ha rappresentato.

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Di giuseppe (del 18/10/2006 @ 16:38:24, in blog, linkato 25688 volte)

Sì, qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure.

Rimane un libro, per esempio, con una dedica. L’ultimo di Nicola Vacca, poeta compito e profondo, infaticabile animatore culturale, “Incursioni nell’apparenza”, Manni editore; il suo personale messaggio, a metà strada fra sconforto e speranza: “I sillogismi dell’amarezza che passano attraverso le Poesie servono a suonare la sveglia a questo tempo incolore”.

Torino lo ha accolto con una delle sue giornate tipiche: freschetto mattutino e serale, nebbiolina e cappa grigio kriptonite in cui i raggi del sole non riescono a farsi largo.

Una giornata cominciata nella Roma impazzita di traffico dopo l’incidente in metropolitana, in cui era diventato problematico raggiungere Fiumicino, e finita a notte fonda, davanti all’albergo, dopo una cena in cui era stato ubriacato dai discorsi contorti e intricati dei commensali, non dal vino e dall' amaro della casa.

Contro l’indifferenza, il disincanto, l’amoralità del mondo, Nicola Vacca afferma con vitalismo di ricerca e di testimonianza a tratti addirittura esasperato la propria fiducia nei valori della cultura e nei significati della poesia.

Tesse di giorno, ogni giorno, una tela fitta fatta di affetti, amicizie, relazioni  e la notte no, non la disfa, anzi, di notte, ogni notte, ci ricama su, sognando.

Ma i sogni dei poeti non sono uguali a quelli di tutti gli altri. Hanno più forza e un’intensità tale da potersi proiettare nel concreto dell’esistenza, a darle ordine, forma e vigore. Si fanno pensieri prima e azioni poi, senza soluzione di continuità, infilandosi nei tempi e nei modi dell’esistenza quotidiana.

Eh sì è anche bella, Torino, alla fine, ha il suo fascino nascosto. Da un capo all’altro dell’Italia, in giro, dal centro di Roma, residenza abituale. Contatti, iniziative, scadenze, progetti. Il locale elegante ed austero, ottocentesco, preferito per l’aperitivo. Scelta imposta dagli amici quello per la cena. Motivi e personaggi, fatti e persone, fra dispute ideologiche sul ruolo americano e confronti strategici sul piacere del fumo.

A che punto è la notte, non importa. Al mattino la sveglia suona presto, è meglio andare. A presto, chissà dove e chissà quando, ma sarà presto, presto, per chi si rivede e si separa, come se non fosse mai successo.

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Di giuseppe (del 10/10/2006 @ 17:01:52, in blog, linkato 25986 volte)

Due avvenimenti, letti e sentiti in giornata, sono entrambi fondati sull’angoscioso e angosciante problema della droga.

Quel problema che in cinque anni il precedente governo di centro – destra, nonostante proclami e provvedimenti, ha lasciato sostanzialmente immutato e irrisolto, se non aggravato.

Lo slogan, riferito agli spinelli, improvvidamente coniato a FINI dissuasivi(“Non è leggera, è droga”) ha combinato soltanto CASINI, ha sortito l’effetto contrario: se gli spacciatori di marijuana si fossero messi a pensare qualcosa per invogliare i clienti al consumo, non avrebbero saputo, né potuto, inventarne uno migliore.

Il dramma della droga non si risolve con la politica, con le polemiche fra centro-destra e centro-sinistra, perché non è una questione da affrontare dal punto di vista ideologico, bensì con l’approccio scientifico, didattico, psicologico.

Bisogna innanzitutto prevenire, educare e provenire. La droga ( eroina e cocaina, le sostanze più diffuse ) è una schifezza.

La droga cancella ogni altro bisogno, ogni altro piacere, ogni altro rapporto e instaura un rapporto esclusivo, di bisogno e di piacere, con essa: riduce a uno svilito automa, a un essere umano senza più bellezza, sia fisica, sia mentale, senza decoro, senza dignità.

Ognuno di noi deve trovare dentro di sè e fuori di sè motivi realòi di impegno e di entusiasmo, fra le cose della vita.

 Attenti, ragazzi, a non caderci: perché se ci si cade, anche per una volta soltanto, poi è difficilissimo uscirne fuori ( i successi, anche soltanto parziali, vanno valutati e perseguiti caso per caso ).

Pensate a quanto sia difficile smettere di fumare: eppure la nicotina è una droga legalizzata, blanda, che non dà assuefazione fisica, ma soltanto psicologica...

Pensate a quanto sia facile cade nelle molteplici trappole e nei molteplici perniciosi effetti dell’ altra droga legalizzata, un po’ più forte, che dà assuefazione sia fisica, sia psicologica. Per questo è pericolosa la cosiddetta droga leggera: perché può essere un motivo di passaggio a quelle sostanze cosiddette pesanti e sicuramente letali. Quelle, soprattutto la cocaina, di cui si fa un uso sempre più massiccio.

 

 A Torino e i comuni del suo hinterland uno studio della società di distribuzione dell’acqua potabile, analizzando gli scarichi delle fognature, ha appurato un consumo medio giornalieri di quasi un chilo e trecento grammi di cocaina, cioè quasi tredicimila dosi quotidiane: quasi uno su cento abitanti si fa la sua sniffata quotidiana e si strasballa. Li vedete in giro, del resto: gli occhi fuori dalle orbite, l’espressione un po’ così, l’atteggiamento di chi regge sulle spalle le sorti del mondo, l’aspetto afflitto di chi ha sempre un guaio che lo affligge da affrontare.

E’ la Torino bene, quella di Lapo Elkann, dei suoi ricchi e annoiati imitatori, la città sazia e disperata di chi si crede figo e potente, che pensa di poter fare il furbo e dominare ogni cosa, compresa la coca e fa continuamente sfoggio dei cattivi e deleteri esempi di cui si nutre e da cui finisce invece per essere divorato.

 

A differenza di quanto previsto ‘stasera in tv NON vedremo invece il servizio, proibito nel pomeriggio dal Garante sulla Privacy, della trasmissione LE IENE, da cui si dimostra che un deputato su tre si droga.

Bella scoperta! I politici dei vizi privati nascosti e delle pubbliche virtù ostentate, che predicano bene e razzolano male, che cercano di risolvere i fatti degli altri, senza saper risolvere i propri: certo che si drogano, in percentuale maggiore degli altri, proprio mentre si sono dimostrati incapaci di affrontare il dramma della droga. Lo sapevamo già e del resto del servizio televisivo abbiamo letto già ‘stamattina le anticipazioni dei quotidiani.

Una dichiarazione colpiva, per la veemenza, quella dell’onorevole Italo Bocchino, a rivendicare la sacralità violata degli eletti dal popolo e a spergiurare di non aver mai fumato.

Ora, a parte che questo Bocchino qui lo avevamo lasciato che doveva fare il consigliere in Campania, dopo essere stato pesantemente sconfitto da Antonio Bassolino, a guidare l’opposizione, come le regole democratiche comandano e ce lo ritroviamo un’altra volta a fare il deputato a Roma...

A parte ancora che non avrebbe dovuto fare proprio più nulla, dopo essere stato commissario della commissione Mitrokhin che, invece di scoprire finanziamenti occulti agli allora governanti, tipo Prodi e Fassino, ha...scoperto che i soldi occulti li aveva presi...sua moglie...

Ecco, quanto al non aver mai fumato, non è questo Italo Bocchino lo stesso...bocchino che raccontava al “Corriere della sera” qualche mese fa di aver fumato spinelli un paio di volte?

E quanto agli eletti, questi, tutti, sono i primi rappresentati della nostra Storia non eletti dal popolo, bensì nominati dai partiti! Non dimentichiamocelo: c’è una bella differenza!

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Di giuseppe (del 06/10/2006 @ 14:01:15, in blog, linkato 16622 volte)
Guardo sempre tutto quello che mi mettono nella buca della posta, ma esamino con particolare attenzione, con interesse, quando li trovo, i cataloghi della Ikea. Sì, la multinazionale svedese del mobile, che col sistema del fai – da – te, nonostante le bestemmie di milioni di clienti costretti alle applicazioni tecniche, ha costruito le sue consolidate fortune. Perché io sono un affezionato cliente? No, dopo qualche timido tentativo, con le istruzioni in cinese e i disegnini metafisici, da anni ho capito che montare masserizie e suppellettili non è affare per me e dall’Ikea non compro più nulla. Perché io mi interesso di arredamento? No, proprio per niente, l’architettura d’interni e tutto quanto ad essa collegato non rientra nei miei interessi. E allora? Allora perché mi interessano tanto i cataloghi dell’Ikea? Perché sono una straordinaria testimonianza delle trasformazioni sociali in atto in Europa e, anche se più lentamente e meno decisamente, in Italia. Qualche anno fa, da un catalogo dell’Ikea si potevano evincere meglio che da un trattato sociologico, o da un saggio accademico, le modifiche della famiglia tradizionale, diventata adesso la famiglia plurale, con i tanti tipi di nuove famiglie. Ieri, mi è arrivato un nuovo depliant, spesso e brillante, dell’ Ikea, con le offerte, “valide fino al 26 agosto 2007”, specialistiche sulle cucine. Qui ho visto che alle prese con il cesto per il bucato ( Rationel, per la cronaca a 35 euro ) e poi con l’asse da stiro estraibile ( 65 euro ) non c’è la solita massaia, o casalinga frustrata che si è sempre vista, no, c’è un tipo arcigno, un maschio, pantaloni e maglietta neri, barba sale e pepe, particolarmente intento, pare pure tutto ispirato, a passare il ferro da stiro sulla camicia. Le trasformazioni dei ruoli della società contemporanea sono così avvenuti in maniera irreversibile e inconfutabile, attesta il catalogo Ikea. Che, poi, la società multietnica si stia imponendo sempre di più, viene testimoniato dalla coppia di pagina 86: lui, capo pelato, barbina, occhialoni, sarà tedesco, o svedese, lei garbata e sinuosa, pare cinese, come poi sicuramente rivela la foto di pag. 42, che la mostra intenta a cucinare, all’occidentale, fra pentole e coperchi. Per lo stesso senso e anche per il discorso di prima, la pagina 54 mostra un giovane papà bianco dar da mangiare a un bebè di pelle nera. Vedete? Ogni volta si tratta di una illuminante quanto interessantissima lettura.
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Di giuseppe (del 05/10/2006 @ 19:55:02, in blog, linkato 26035 volte)

Quante sorprese, quante meraviglie, conserva e nasconde ancora l’Italia, quanti tesori di motivi e personaggi essa cela, dietro le facciate ufficiali, dentro gli itinerari inconsueti, di arte e di natura! E cosa c’è di più bello al mondo dell’arte e della natura?

Oggi ho fatto un viaggio e ho trovato un tesoro, non solo perché ho trovato un amico, ma perché ho scoperto una testimonianza insondata di arte e di natura.

Adesso ve lo racconto.

Seguitemi intanto e poi magari, se credete, rifatelo a modo vostro.

Se siete a Torino oltrepassate da qualche parte il Po e sistematevi ai piedi della collina. Trovate corso Casale, scosso dal traffico nervoso del mattino, mentre respirate la nebbiolina d’autunno e vedete la prima brina che si scioglie ai raggi del sole d’ottobre impazzito di luce. Prendetelo e andate sempre dritto, sempre, non potete sbagliare.

Corso Casale porta appunto a Casale Monferrato, che è una cittadina storica, sui generis, in provincia di Alessandria, che, fra l’altro, da sola vale un viaggio e un soggiorno. Ma voi vi fermerete prima, a circa cinquanta chilometri da Torino e a una ventina da Casale, svoltando per la prima e unica volta a destra, verso Villadeati.

La strada statale 590, immersa in un verde esuberante di alberi, radure e boschi, è lunga infatti una settantina di chilometri; si lascia alle spalle la periferia industriale della grande città; attraversa centri residenziali di villette eleganti e pretenziosi ristoranti; ritrova il Po a sinistra, dalle parti di Chivasso; fra un sali-scendi e l’altro solca decisa le piante e i campi. A questo punto, siete in una posizione geografica eccezionale: avete alle spalle la provincia di Torino, a destra quella di Asti, a sinistra quella di Vercelli, davanti quella di Alessandria e le attraversate tutte e quattro: insomma, più Piemonte di così?!?

Trovate indicazioni stradali esuberanti, ai margini della statale: potete comprare frutta e verdura direttamente dai produttori, o la carne con un altro sapore, quello originario, che abbiamo perso, in cascina, oppure visitare qualche confortevole agriturismo, dove i mulini bianchi non sono quelli inventati dalla pubblicità, ma quelli che sempre di meno e sempre più faticosamente davvero ancora sopravvivono nella realtà.

Leggete cartelli di località vagamente surreali: per esempio una contrada che si chiama “Cavalli bianchi”, oppure una frazione denominate “Mogol” ( e vi chiedete Battisti dove stia ).

Ma occhio alle segnalazioni! Alla vostra destra, mischiata fra tre o quattro di altri posti, quando ancora Casale è lontana, vedete una freccia azzurra su cui in campo bianco c’è scritto “Villadeati”. Svoltate per la prima e unica volta.

La stradina provinciale comincia a salire, con ampie e comode curve, ma siete presto arrivati su di un piazzale, dove una bandiera tricolore indica…l’ufficio postale!

Lasciate l’auto e guardatevi intorno.

Villadeati è un balcone naturale sulla Val Cerrina, sulla collina più alta all’inizio del Monferrato, che poi a sua volta è una contea autonoma storica e geografica.

Cinquecento metri di altitudine, cinquecento abitanti.

Un silenzio palpabile, un profumo odoroso, un abbaglio di luce. Due anziane signore commentano gli orari dell’ambulatorio del medico condotto, sorreggendosi l’un l’altra al ciglio della strada; da una cascina sul terrapieno, oltre la siepe e la rete, un uomo spacca la legna.

Incamminatevi sulla stradina che sale verso la sommità della collina, dominata da una grandissima villa, sorta sui resti di una fortezza militare, che Piemontesi, Francesi, Spagnoli e quant’altri si contesero per secoli interi ai tempi di quelle guerre che avete studiato alla buona a scuola  e che sono rimaste confuse nella vostra memoria, mischiate l’un l’altra senza rimedio in un groviglio pressoché inestricabile di date, eserciti e schieramenti.

Qualche decina di metri e un pesante portone si apre direttamente sulla strada, aprendovi una dimora antica, la residenza di Labar.

La casa è una grande costruzione del Seicento, che ha un corpo centrale, due appendici annesse e connesse e un ampio giardino, che guarda e lancia un abbraccio alla Val Cerrina e tutto conforma e unisce armonicamente.

Guardate i colori della natura d’una struggente bellezza, respirate l’odore della menta selvatica d’una poetica intensità.

Labar è un artista, un artista vero, che della sua vita ha fatto una ricerca continua dell’espressività e che dal profondo Sud dell’ Italia ha girato il mondo con le sue esposizioni e poi ha deciso di stabilirsi qui, a continuare la sua ricerca.

Alle pareti i quadri, quelli che non sono finiti nelle collezioni private e nelle gallerie. Le sue sculture. Le sue incisioni.

Labar rappresenta con una trepida e sapida intensità gli elementi della natura, ne coglie con dirompente inquietudine la forza e la bellezza. Si strugge e si esalta poi col mare.

Chi voglia averne una visone completa, organica e approfondita può leggere e guardare il suo bel sito internet, all’indirizzo www.labar.it

Ma le sorprese che vi lasciano ammirati, stupiti anzi di una specie di ansia misteriosa, ma creatrice, positiva, non sono finite.

Labar, infatti, è uno dei pochissimi ancora rimasti, forse ormai anzi l’unico, checché ne dica Vittorio Sgarbi, che non fa le incisioni alla maniera industriale, ma che dai suoi disegni fa incisioni, fa xilografie, a mano, una per una, usando macchinari dell’Ottocento, che abbinano l’arte, la storia, all’ umano, insostituibile, genio d’artista.

Eccoli, gli attrezzi, le pietre, eccoli, soprattutto, eccoli i torchi, neri, lucidi, intensi, fascinosi. Un museo, ma un museo che vive, attualizza la tradizione, la rende eterna.

Ascoltate Labar che vi parla delle tecniche artistiche, e poi del mare, delle barche e dei viaggi, dei libri e delle persone.

Ascoltatelo, infine, quando vi racconta della villa dei Feltrinelli, che hanno la loro residenza per così dire letteraria, quella di rappresentanza, dove invitano i loro autori più importanti, in cima alla collina di Villadeati!

Sì, proprio loro, e proprio quella villa ex fortezza militare, che Giangiacomo in persona acquistò, prima di morire tragicamente nel 1972 e dove ancora adesso, quando non sono in giro per il mondo, tornano quasi ogni fine settimana l’anziana moglie Inge e l’ancor giovane figlio Carlo. Chi l’avrebbe mai detto?!? Uno sperduto, piccolissimo paesino ombelico del mondo letterario ed editoriale!

Attraverso il ritratto che Labar ne fa con le parole, non meno rappresentative dei suoi pennelli, conoscete così anche Inge Feltrinelli: la vedete arrivare da sola con la sua vecchia utilitaria, la seguite mentre si muove fra le stradine, gli abitanti anonimi, gli ospiti illustri e si muove saltellando, a balzi, affascinante più di una ragazza giovane e bella, fremente di dire e di dare.

Così lasciate con queste scoperte, con queste immagini, con queste frenesie Villadeati.

Ve ne siete appena andati e avete già voglia di tornare.

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Di giuseppe (del 04/10/2006 @ 18:14:55, in blog, linkato 36050 volte)

Due fatti, o, per meglio dire, due occasioni di lavoro, fra ieri e oggi, mi fanno riflettere sullo stesso argomento: la decadenza della lingua italiana, che poi è lo specchio della decadenza del popolo italiano.

Pier Paolo Pasolini, l’ultimo grande storico e teorico della questione della lingua, scrisse su questo a suo tempo pagine precise, come tutte le altre sue lucidamente profetiche, oggi, a trenta e più anni di distanza, ancora più di prima: il degrado linguistico corrisponde sempre al degrado morale e civile.

Ho ripensato a lui, al suo concetto, fra ieri e oggi, alle prese con l’editing di un libro, che raccoglierà gli atti di un convegno, un convegno, si badi bene, che aveva come relatori autorità, docenti universitari e politici, mica scaricatori di porto, senza offesa per gli scaricatori di porto. Beh, dovreste vedere che cosa è uscito fuori dai loro discorsi, fedelmente trascritti dalla società incaricata di registrarli, appunto in vista della pubblicazione degli atti! A volte, essi stessi, i trascriventi, vergognandosi al posto dei loro trascritti, hanno cercato di aggiustare qua e là alla buona gli anacoluti, i solecismi, le frasi involute, col risultato di evidenziarli ancora di più!

Ora, se anche gli “intellettuali” non sanno mettere insieme, quando parlano in pubblico, una frase completa e compiuta che si regga in piedi e sia precisa ed efficace e anch’essi litigano continuamente con i congiuntivi, con i condizionali, con la grammatica, con la sintassi, beh...Siamo proprio messi male, non c’è che dire! Abbiamo riso tutti dei congiuntivi sistematicamente sbagliati del ragionier Fantozzi e del ragionier Filini. Beh, oggi, a qualche anno di distanza, la situazione è peggiore di quella descritta da quei film!

Oggi gli unici che quando parlano usano i congiuntivi sono gli immigrati, che hanno studiato da poco l’italiano e non nelle scuole italiane!

Dalle scuole italiane, dove, un tempo, si faceva l’analisi logica e del periodo alle elementari e si studiava il latino alle medie, oggi escono ragazzi che parlano per lo più un italiano approssimativo, povero, a volte becero, insulso, inespressivo. Quelli che guardano il “Grande fratello”, “L’isola dei famosi”o “I secchioni” e nei protagonisti si rispecchiano e si identificano.

Poi, ci sono gli analfabeti di ritorno. Oh, intendiamoci, manager, professionisti, personalità brillanti, menti raffinatissime! Quelli che leggono al massimo “Quattroruote”, le quotazioni di borsa, o la “Gazzetta dello sport” e nei protagonisti si rispecchiano e si identificano. E quando parlano fanno furore. Come nei discorsi rivelati dalle tante intercettazioni telefoniche uscite sui giornali negli ultimi mesi, di cui oggi ( ed è appunto la seconda occasione ) ho avuto modo di rileggere alcuni assai significativi passaggi.

Un italiano televisivo, nel senso peggiore del termine, quel romanesco riadattato, sincopato, sgangherato, scimmiottato, quale coinè, di volta in volta poi “impreziosita” da verbi che vanno per fatti loro, da sostantivi standard, da avverbi ( davvero, assolutamente ) ripetuti a profusione per coprire la povertà espositiva.

Poi, la volgarità di fondo, esibita, ostentata, perseguita con tenacia.

Se anche un politico usa il verbo “trombare”, se anche un sedicente re quando parla dei suoi “sudditi” sardi dice che sono “di merda”, beh, siamo messi proprio male, è vero, caro Pier Paolo, siamo messi proprio male!

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Di giuseppe (del 02/10/2006 @ 20:06:24, in blog, linkato 41007 volte)

In questi ultimi giorni non ho avuto tempo per il mio blog. Me ne scuso.

Mi scuso poi per questa mezza verità, che è ancora peggio di una bugia. “Non ho tempo..” è una frase proprio stupida e ipocrita, più ipocrita che stupida. Il tempo sta lì, è a nostra disposizione, siamo noi che ne disponiamo a nostro piacimento e dire che non abbiamo fatto una cosa perché non ne abbiamo avuto il tempo è una ipocrisia bella e buona: in realtà, non abbiamo voluto fare quella determinata cosa, perché abbiamo preferito farne altre, anche niente, piuttosto che quella.

BISOGNA STABILIRE PRIORITA’ è invece una mia frase preferita. Se si stabiliscono priorità, si faranno le cose ritenute più importanti e se non se ne fa una è perché non la si ritiene evidentemente abbastanza importante. Invece il mio blog è importante: per questo mi scuso davvero, faccio ammenda e prometto di essere assiduo e preciso, oltre che, spero, sempre interessante, per il futuro.

Per i mancati giorni faccio adesso qui di seguito una sanatoria, necessariamente in sintesi estrema.

Qualche parola per i miei ultimi pensieri, allora.

Non ho capito come mai nessuno ha avuto niente da ridire sulla puntata di “Report”, il bel programma di Rai 3, l’ultimo esempio rimasto di giornalismo d’inchiesta purtroppo ormai scomparso dai nostri panorami, andata in onda l’altra domenica sera. Ha praticamente dimostrato cose di cui già si diceva e si vociferava, prima in pochissimi, cinque anni fa, poi in numero sempre crescente, ma che ora sono state messe sotto agli occhi di tutti. Insomma: le Torri Gemelle le hanno fatte cadere con una carica di esplosivo, come si fa con le demolizioni controllate degli edifici che si vogliono abbattere e nessun jet si è mai scagliato contro il Pentagono. Scusate se è poco, scusate se è poco… Ne consegue che quanto meno gli Americani sapevano che qualcuno stava per compiere un attentato l’ undici settembre del 2001…Quanto meno. Se addirittura non l’hanno organizzato essi stessi. E quando dico gli Americani intendo dire l’amministrazione Bush, i suoi governanti e l’apparato di neo-conservatori, ma soprattutto le grandi industrie, soprattutto di armamenti e di energia che li sostengono. Perché? Perché così hanno avuto il pretesto per fare ben due guerre, coi risultati che oggi in Afghanistan e in Iraq sono sotto gli occhi di tutti: centinaia di migliaia di morti, soprattutto fra la popolazione civile, due Paesi distrutti e resi ingovernabili, enormi profitti economici soltanto per le grandi industrie di armamenti e di energie. Se i nostri mass media fossero davvero liberi e intelligenti, non servi sciocchi del potere politico ed economico, avrebbero almeno dovuto cominciare a Farsi qualche domanda, per quanto scomoda, di fronte alla vera e propria dimostrazione mandata in onda da “Report”. Invece niente.

Invece, per esempio, il TG4 di Emilio Fede, dopo aver riempito le cronache estive con le sconvolgenti notizie sull’afa di agosto, ora parla del fatto che piove al Nord ed è arrivato l’autunno, mentre, cazzo, non ci posso credere, al Sud fa ancora caldo…

E’ piovuto molto a Torino, infatti, nei giorni scorsi.

E’ piovuto su un altro delitto, che lo scorso fine - settimana ha arricchito- e non ce n’era bisogno- la cronaca dei delitti incredibili e assurdi che accadono soltanto in questa città così incredibili e assurdi. Di incredibile e assurdo in questa triste storia c’è la figura della povera ragazza assassinata. Ci vorrebbe la penna di Gustavo Flaubert per raccontare l’educazione sentimentale di Deborah in un quadro di verismo desolato e desolante, poi la disperata e disperante realtà dei suoi vent’anni recisi di brutto.

Un’altra ragazza, Sorien, di quindici anni, è assurta agli onori delle cronache, sempre da Torino, da Settimo Torinese, per la precisione, un grosso centro di periferia, in direzione di Milano. La hanno picchiata le sue amiche, perché “rubava” loro i fidanzatini, attratti dalla sua bellezza e dalle sue ehm, come dire? attrattive… Fin qui niente di rilevante, beghe di ragazzini, se non fosse intervenuto il nostro giornalismo, sempre così attento, come abbiamo visto, a cogliere le notizie importanti per la nostra formazione e la nostra cultura, che si sono buttati a capo fitto sulla storia e l’hanno trasformata in una divetta, con tanto di foto su quotidiani e periodici, alla faccia della carta di Treviso e di tutti i codici deontologici… La morale della favola, dalla bocca della stessa Sorien, nelle tante interviste concesse: si vanta di essere bella e ora spera di fare qualche programma in televisione…E ti pareva?!? Ecco l’aspirazione massima delle nostre ragazze: diventare una stella, anzi una Stellina, della tivù!

E’piovuto a Torino, ma poco, anche questo ultimo fine settimana. E’piovuto sulla rivolta delle periferie, degli immigrati di colore, proprio sulla strada lunga e diritta, convulsa e dissestata, che porta a Settimo, che porta poi a Milano. Il fuoco della rivolta, dell’impossibile integrazione, della possibile disperazione, come a Parigi, un anno fa. Un fuoco presto spento. Ma quanto fuoco cova ancora sotto le ceneri.

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