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 GENIALE/ Silvio Berlusconi lancia in piazza San Babila a Milano il nuovo partito del popolo.... di giuseppe
 
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"Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui".

Ezra Pound
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 31/05/2006 @ 13:59:19, in blog, linkato 1610 volte)

Rocco Buttiglione ha saputo farlo.

Infatti Torino non è la Repubblica di Platone, ma quella di De Benedetti e, purtroppo per lui, nemmeno la Venezia di Cacciari.

Qui egli ha fatto una figura meschina, con la sua Casa della LIbertà, che prima gli si era stretta intorno e adesso gli si è ristretta intorno.

Dicono che non abbia colpe personali. Ce l'ha, ce l'ha: ha acettato una candidatura assurda, decisa a trenta giorni dal voto, per vanagloria personale, in cui il centro-destra torinese ( e quello romano ) ha dato il peggio di sè.

Tanto valeva appoggiare tutti Chiamparino, come pure qualcuno, mica tanto provocatoriamente, a ben vedere, aveva pure proposto: un comunista di centro con l'avallo del centro destra ci stava bene e sicuramente avrebbero fatto miglior figura di quella patita andando dietro a Rocco.

Pure con ciò hanno perso un'altra occasione per costruire qualcosa di veramente alternativo ai poteri forti e deboli che tutti insieme, in una melassa-marmellata da comitato di affari, un vero e proprio sistema mafioso, avvolgono la città da decenni.

Va beh che si sono dimenticati di quando il buon Rocco fece cadere da protagonista e da voltagabbana il pimo governo Berlusconi, nel 1995: ma avrebbero dovuto candidarlo nella natia Gallipoli, non a Torino!

Ora almeno cali il sipario su quest'altra squallida recita penosamente rappresentata sulle scene torinesi del teatrino della politica.

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Di giuseppe (del 24/05/2006 @ 17:08:36, in blog, linkato 1330 volte)

Il calcio-scandalo, giorno dopo giorno, quando la realtà supera ogni immaginazione, non finisce di sorprendere.

Ma davvero ut scandala eveniant!

Questo, poi, è pure divertente, dopo essere stato amarissimo, con le sue sorprese continue, con il suo pirotecnico rilancio di misfatti e meschinità del mondo del pallone, cioè dello spettacolo, dell’industria, della finanza, cioè del potere.

Salutiamo, intanto, la nomina di Francesco Saverio Borrelli a capo dell’ufficio inchieste, che dovrà, tirate le somme, comminare le giuste sanzioni nei confronti di chi aveva trasformato la competizione sportiva in sistema mafioso, a tutto danno della autentica e genuina passione popolare.

Da mani pulite a piedi puliti: e che il magistrato in pensione non capisca niente di calcio è di gradito conforto, per chi spera che giustizia sia fatta e che il calcio ritorni a essere sano competizione di valori positivi. E non c’entra e non c’entri nemmeno la politica: ci piace pensare che alla celebre invettiva di Borrelli sia lasciata la forma, e la sostanza si muti con il verbo “retrocedere” al posto di “resistere”: e che tutte le società coinvolte e complici finiscano in B, in C1 e in C2!

Oh!

Le sorprese, dicevamo. Avevamo appena fatto in tempo a stupirci per un ministro della Repubblica ( ormai ex ) che non esitava a chiamare anch’egli Luciano Moggi per raccomandargli la “sua”Sassari Torres ( dai...il ministro degli interni, dico, che implora favori di arbitri e di mercato dei calciatori come un presidente di club qualsiasi! Non bastavano i magistrati che si prostavano per qualche cena e qualche viaggio gratis al’estero, per qualche maglietta autografata e qualche biglietto omaggio! Non bastavano i poliziotti diventati guardie del corpo, autisti e factotum del boss Luciano! Pure il ministro degli interni ci voleva! Ma dove è finito il senso dello Stato? Il valore delle istituzioni? ).

Avevamo appena finito, ed ecco la new entry! Un altro ministro e questo pure appena in carica, dunque in perfetta par condicio bipartisan! Il buon Clemente Mastella che copriva con le sue prese di posizione politica, opportunamente e saggiamente sollecitate, gli intrallazzi di Moggi. Anche perchè pure lui ha un figlio che fa il procuratore di calcio! Dai! Dico: ma se qualcuno siu fosse messo apposta a inventare storie simili non avrebbe potuto o saputo fare di meglio della realtà che lentamente sta venendo alla luce, giorno dopo giorno. E adesso che è diventato ministro della giustizia, come la mettiamo, con il buon Clemente, solerte padre-politico del figlio Pellegrino, procuratore di calciatori? E il Ceppaloni, provincia di Benevento, in che serie milita?

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Di giuseppe (del 09/05/2006 @ 18:27:01, in blog, linkato 1800 volte)

Lo striscione apparso domenica scorsa sugli spalti ( peraltro pressoché deserti ) dello stadio di via del Mare di Lecce, firmato “Il calcio è del popolo” è una sintesi efficace di quanto sta avvenendo in questi giorni, nell’ambito dello sport più amato degli Italiani. Sport? Industria, piuttosto, ormai, spettacolo e ingenti interessi finanziari, oltre che il fenomeno di costume più rilevante.

Pare che sia soltanto la punta di un iceberg, come si suole dire, che la parte più consistente dello scandalo debba ancora emergere. Ma già ce n’è quanto basta. Certo, si sapeva, si sapeva già. Gli interessi dei più forti, la sudditanza degli arbitri, la complicità dei vertici. Ma un conto è sapere immaginando, alla supposizione dei fatti, un conto è sapere verificando, alla prova dei fatti; e un altro ancora, è accorgersi che la realtà supera la più fervida delle immaginazioni.

Dunque, c’era un sistema mafioso, oliato e consolidato, per favorire gli interessi multiformi della Juventus, con l’avallo del Milan e di tutte quelle realtà marginali, come squadre, che avevano il proprio tornaconto, da sudditi affiliati, nel loro piccolo, ad ossequiare i potenti. Il gioco veniva sistematicamente alterato e truccato. Autorità federali, dirigenti di club, industriali, banchieri, arbitri, procuratori, giornalisti stavano al gioco, per ricavare ognuno le fettine, o le briciole, della torta. E tutto alla faccia del popolo appassionato, i puri e delle sue passioni ideali. E quale drammatico epilogo, oltre al totalizzante doping amministrativo, sullo sfondo, lo sfruttamento degli atleti, col doping farmacologico vero e proprio.

Adesso in molti che si beavano delle loro amicizie coi potenti e ne cercavano a vario titolo i favori, si stracciano le vesti cercano di crearsi una verginità ampiamente perduta.

Adesso scaricano e isolano i mafiosi, per continuare i loro metodi. Ma la pulizia dovrà essere radicale: ridateci il calcio pulito, per favore.

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Di giuseppe (del 08/05/2006 @ 19:04:32, in blog, linkato 2352 volte)

Questa è una delle tante edificanti storie che la sinistra politica e sociale italiana, ci regala.

Qualche giorno fa Gad Lerner, il reduce della lotta continua approdata alle corti magnifiche dell’informazione del grande capitale, nonché l’ultimo epigono dell’intellettuale organico al servizio del principe di turno, fedele fra i suoi...Prodi, del quale fu portavoce e gran cerimoniere, ha preso nuovamente carta e penna, si fa per dire, insomma è tornato a scrivere, dopo anni in cui si è dedicato il sabato sera a un programma televisivo in onda su LA7 che vedono soltanto i parenti dei numerosi invitati in studio.

Ha scelto “La stampa”, di cui fu anche vicedirettore, per affrontare una questione di fondamentale importanza.

La fine della storia? Il crollo delle ideologie? La giustizia sociale? LA parcellizzazione del lavoro e il precariato? La globalizzazione e il carovita? Il berlusconismo e/o il prodismo?

No, no, un problema ben più grave e appassionante: il proliferare con l’arrivo della primavera fra le vallate piemontesi delle fameliche zanzare, che succhiano il sangue, è il caso di dirlo...Al popolo lavoratore? No, ai ricchi possidenti di ville di campagna che hanno riadattato, nel Monferrato, per trascorrervi gli ozi di Capua, anzi, di Casale. Come ha fatto il buon Gad, che nella sua passa i periodi di svago e di bella stagione, lontano dalla caotica e frenetica Milano.

Sarebbe tutto perfetto...Cibo genuino, aria buona, vino, fresco di giorno, sdraiato all’ombra del faggio, novello Titiro, fra greggi e allevamenti e poi quella carezza della sera...Sarebbe, se non ci fossero le maledette zanzare a rovinare la bucolica e idilliaca atmosfera!

Così ora il poveretto se l’è presa con la Mercedes Bresso, la zarina del Piemonte, rea di non aver fatto nulla in un anno, da quando si è insediata nella piazza Rossa di piazza Castello a Torino, per debellare il flagello che mina la serenità esistenziale della nomenklatura, questo sì, di regime.

Pertanto l'ha riempita pubblicamente di rimproveri e di minacce, rinfacciandole di averle dato pure l’appoggio politico, insistito e corposo ( vedete, l’indipendenza del quarto potere? ) al momento delle elezioni regionali dello scorso aprile, al seguito di Ulivi, Unioni e quant’altro. E’ mancato soltanto che dicesse: si stava meglio, quando si stava peggio, o caro Lei, quando c’era Lui... E non avrebbe detto niente di sbagliato, anzi...Infatti, quando c’era Lui, il modesto, ma burocraticamente prodigo ex governatore Enzo Ghigo, a capo della coalizione regionale di centro-destra, le zanzare erano sparite, insomma, o quasi, e comunque per tre anni c’erano stati molti fondi impiegati contro il flagello, col risultato di limitarlo in maniera considerevole.

Invece, arrivata la Zarina, quei fondi sono spariti, tagliati, negati dalla sua giunta di centro-sinistra e nessun intervento è stato fatto, nei mesi scorsi, in maniera tale che adesso, arrivata primavera, milioni, che dico milioni? miliardi di zanzare banchettano di giorno e di notte col sangue dei ricchi e progressisti possidenti delle ville del Monferrato! Invece, quando c’era Lui, le zanzare non c’erano, e i treni arrivavano in orario...

Tanto è bastato a far venire la mosca, pardon, la zanzara, al naso del buon Gad. Ancora di più adesso, quando, dopo un bel po’ di giorni, nessuna risposta ha avuto dalla sua protetta e diletta Mercedes, la quale, alle feroci, come morsi, critiche ricevute, ha opposto un non sappiamo quanto pietoso velo del silenzio: dalla piazza Rossa di piazza Castello Gad non ha sentito volare una mosca, pardon, e dagli: una zanzara!

Infine. si sono incazzate, c’è da presumere, pure le zanzare: se non possono stare neppure fra le risaie, se non possono girare liberamente neppure fra le colline vicino ai fiumi, dove allora? Che colpa ne hanno, se i nostri ricchi progressisti illuminati hanno scelto la campagna per le loro regali dimore e vorrebbero però una campagna senza formiche, senza ragnetti, senza serpentelli e senza zanzare? Ma è giusto tutto questo? E’ giusto essere additate e avviate allo sterminio di massa, per non turbare i sonni dei ricchi progressisti sotto l’Ulivo? Certo che no! Hanno diritto a vivere anche esse, poverette! E allora: via coi morsi feroci, contro gli ideologi dello sterminio di massa! E dai...Anche le zanzare nel loro piccolo si incazzano.

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Pubblico qui di seguito il contributo del professor Walter Meliga al recente convegno sulle popolazioni transfrontaliere.

La comunicazione letteraria fra Occitania e Italia settentrionale nel Medioevo.

Il presente contributo vuole essere un rapido sguardo d’insieme su un aspetto della comunicazione fra Occitania e Italia settentrionale nel Medioevo fra il XII e il XIV secolo. Il rapporto che lega queste due regioni può solo in parte essere considerato uno scambio transfrontaliero, almeno come possiamo intenderlo oggi, in particolare per una diversa collocazione e considerazione delle frontiere stesse, grazie alla presenza di uno stato franco-italiano – la contea di Savoia – a cavallo delle Alpi e di tre altri stati regionali – i marchesati di Monferrato e Saluzzo e la Repubblica di Genova – ugualmente rivolti verso la Francia.

L’aspetto considerato della comunicazione è quello letterario, ristretto per di più a un solo genere: la poesia lirica.

Com’è noto, la letteratura medievale in lingua d’oc è fortemente squilibrata verso questo genere, al punto da ridurre gli altri alla condizione di “eccezione” (secondo la fortunata espressione del filologo italiano Alberto Limentani).

Questa limitazione è particolarmente evidente rispetto alla coeva letteratura in lingua d’oïl (la letteratura francese), che al contrario presenta una produzione ricchissima in tutti i generi letterari, superiore a quella di qualsiasi altra letteratura europea del Medioevo.

Parlare di poesia lirica d’oc vuol dire parlare dei trovatori, conosciuti un po’ da tutti, anche se spesso in modo alquanto superficiale. Due parole solo per dire che con i trovatori non siamo di fronte a una moda letteraria e musicale o a una corrente poetica fra le tante, ma a uno dei più cospicui fenomeni culturali di tutto il Medioevo occidentale, definito da una sorta di doppio primato. Da una parte, l’anteriorità di un movimento letterario che per primo, dopo la caduta dell’impero romano, si serve di una lingua naturale come lingua letteraria (esiste, certamente, una grande poesia prima dei trovatori, ma è espressa quasi esclusivamente in lingua latina); dall’altra, l’inaugurazione e la stabilizzazione di temi e forme poetiche che faranno scuola in molte regioni d’Europa (dai trovatori sono profondamente influenzate le liriche medievali francese, galego-portoghese, italiana, tedesca) e, attraverso Petrarca, determineranno i destini della poesia occidentale. Un veloce quadro quantitativo e cronologico è sufficiente a dare un’idea dell’ampiezza di questa straordinaria stagione poetica.

Dei trovatori ci restano più di 2.500 componimenti, composti da circa 450 autori di identità distinta (anche se, ovviamente, non ben conosciuta per parecchi di essi) e trasmessi da una trentina di grandi manoscritti antologici (ma, tenendo conto della documentazione frammentaria, si arriva intorno al centinaio di raccolte arrivate, anche se parzialmente, fino a noi).

Dal punto di vista cronologico, il movimento si estende, alla documentazione in nostro possesso, per circa due secoli, dalla fine dell’XI (il “primo” trovatore, Guglielmo, VII conte di Poitiers e IX duca d’Aquitania, muore nel 1126) alla fine del XIII (tralasciamo qui le “continuazioni” tolosane dei Jeux Floraux, prodotto ormai artificiale dei secc. XIV e XV). L’Italia, e in particolare l’Italia settentrionale del nord-ovest e del nord-est, è largamente coinvolta nel processo di produzione e soprattutto di diffusione della poesia trobadorica. La propensione dei trovatori a spostarsi e a viaggiare (a fare delle tournées, diremmo oggi) o a stabilirsi per periodi di tempo anche molto lunghi presso vari centri signorili e reali come poeti di corte tocca ben presto (oltre alla Spagna, alla Francia del Nord e alla Terrasanta, per non parlare di destinazioni più lontane) anche l’Italia.

Nelle corti feudali italiane si hanno notizie di trovatori provenienti d’oltralpe sin dagli ultimi decenni del sec. XII: fra i primi, Raimbaut de Vaqueiras (attivo 1180-1205), nativo della Provenza, è in rapporto con il marchese Bonifacio I di Monferrato a partire dal penultimo decennio del secolo e più o meno negli stessi anni anche il limosino Gaucelm Faidit (attivo 1172-1203) e il tolosano Peire Vidal (attivo 1183-1204) sono presenti nella stessa corte. Dall’inizio del Duecento, vari altri trovatori passano in Italia e intrattengono relazioni, oltre che con il Monferrato, con le corti di Savoia e di Saluzzo e poi, spingendosi verso est, con i Malaspina e gli Este e con altre, di minore peso politico ma ugualmente attive nella promozione della poesia, come quelle dei Carretto e dei Romano. Il passaggio dei trovatori in Italia fu poi accresciuto dagli effetti della cosiddetta crociata contro gli albigesi (1209-1229), con il conseguente ridimensionamento della potenza e della ricchezza dei potentati occitanici.

Le caratteristiche originarie del fenomeno letterario trobadorico – poesia di origine e di diffusione aristocratica, prodotto dell’ambiente della corte, eminentemente sociale e ‘pubblica’ nelle sue manifestazioni – si adattavano molto bene alle condizioni socio-culturali del Norditalia, dove erano presenti corti sostanzialmente assimilabili a quelle dell’Occitania.

I trovatori che giungevano in Italia trovavano dunque un terreno molto favorevole per la prosecuzione della loro attività artistica, che risulta infatti quantitativamente ragguardevole per la parte prodotta al di qua delle Alpi (intorno a 400 componimenti sicuramente datati e collocati, ma è probabile che siano molti di più). Il successo italiano della lirica trobadorica lascerà poi, come vedremo, vistose tracce nella sua tradizione manoscritta e provocò da subito il fiorire di numerosi trovatori di nascita italiana ma poetanti in lingua d’oc (27 secondo l’inventario di Giulio Bertoni), attivi anch’essi dall’ultimo decennio del sec. XII, se non addirittura prima, se si tiene conto di un anonimo «veilletz lombartz» (un ‘lombardo [cioè un italiano del Nord] anzianotto’) che compare in una celebre poesia del trovatore Peire d’Alvergne composta prima del 1173.

La superiore cultura poetica degli occitani si cimenta anche con i nostri dialetti, allora ancora piuttosto lontani dall’espressione letteraria. Raimbaut de Vaqueiras, il trovatore provenzale già ricordato fra i primi a stabilirsi in Italia, ci ha lasciato un interessante contrasto in lingua d’oc e in dialetto genovese fra un giullare provenzale e una dama genovese, composto probabilmente poco prima della fine del sec. XII e che va contato fra i più antichi documenti di uso letterario di un dialetto italiano.

Non è d’altra parte un caso che un contatto così ravvicinato avvenga fra un provenzale (in senso stretto, come era Raimbaut) e una genovese, giacché almeno da quegli anni i rapporti politici ed economici che la Repubblica di Genova intratteneva con la Contea di Provenza erano particolarmente intensi. Questo spiega anche come, all’interno del gruppo ‘occidentale’ dei trovatori italiani, la maggioranza spetti ai genovesi, con almeno 9 poeti, che da soli costituiscono un terzo della citata raccolta di Bertoni. Gianfranco Folena ha parlato a questo proposito di un’«Occitania poetica genovese».

Il passaggio di poeti e di musicisti dall’Occitania verso l’Italia fu dunque cospicuo e continuo, almeno per circa un cinquantennio. In questo periodo non sono però mancati i percorsi inversi, come quello del celebre Sordello (attivo 1220-1269), trovatore nativo del mantovano ma che, dopo un periodo piuttosto travagliato passato nel Trevigiano al servizio dei Romano, passò al di là delle Alpi per arrivare infine a mettersi al servizio di Carlo d’Angiò, conte di Provenza e futuro re di Napoli, e rientrare con lui in Italia all’epoca della spedizione italiana di Carlo.

Una parte importante della comunicazione letteraria fra Occitania e Italia del Nord, anche qui nei due sensi, è quella che riguarda i testi e i libri dove sono stati raccolti e trasmessi fino a noi i testi dei trovatori. Dei circa 30 grandi manoscritti antologici che raccolgono la loro poesia (chiamati canzonieri), più della metà sono stati scritti in Italia, e specialmente in Italia settentrionale, in una porzione di territorio che va dalla Lombardia orientale fino a Venezia.

Bisogna infatti osservare che, anche se la presenza più antica dei trovatori al di qua delle Alpi si riscontra nell’Italia nord-occidentale (sostanzialmente, come abbiamo visto, in Piemonte e Liguria) e anche se qui il numero dei poeti di nascita italiana supera quello dei loro colleghi del Veneto e delle aree nord-orientali vicine, è però nel Veneto (o, come si diceva nel Medioevo, nella Marca Trevigiana) dove la cultura trobadorica si stabilizza e produce i suoi frutti maggiori.

È dunque dal Veneto e dai territori vicini che provengono la maggior parte dei canzonieri che ci hanno trasmesso la poesia dei trovatori.

Si tratta di manoscritti a volte molto ampi (fino a più di 850 componimenti), la cui redazione presuppone un costante e corposo approvvigionamento di testi, dall’Occitania verso l’Italia.

La ricerca filologica ha da tempo individuato alcuni di questi canali di trasmissione, che generalmente hanno nel Nord-Est la loro destinazione finale. Insieme ai componimenti poetici, il Veneto è anche il punto di arrivo e di risistemazione editoriale di una serie di prose connesse con le poesie, le cosiddette vidas e razos1, di grande importanza anche per la conoscenza della cultura cortese veicolata dalla lirica dei trovatori. Qui possiamo con buona certezza individuare in un trovatore del Quercy, Uc de Saint Circ, stabilitosi a Treviso nella corte dei Romano verso il 1220, il revisore di questi testi e il loro diffusore in forma libraria. Ma anche nel caso dei testi e dei libri il percorso non è a una sola direzione, giacché vidas e razos si ritrovano in canzonieri sicuramente esemplati in Occitania e poesie di trovatori di nascita e di dimora italiana sono trasmesse da quegli stessi manoscritti.

La circolazione doveva dunque essere nei due sensi, anche se per quanto riguarda l’Italia il ricevuto è certamente maggiore del dato. Il passaggio in Occitania di testi prodotti in Italia e soprattutto le comunicazioni piuttosto intense fra Liguria e Provenza sono probabilmente in grado di spiegare anche un fatto piuttosto curioso, e cioè l’assenza di manoscritti o di raccolte poetiche di produzione italiana occidentale, piemontese o ligure, soprattutto se messa in relazione con il numero ragguardevole di trovatori genovesi. Se però osserviamo la tradizione manoscritta di questi trovatori, noi scopriamo che sono per lo più assenti i canzonieri italiani (salvo due, i codici siglati dai provenzalisti I e K, scritti e miniati forse a Venezia, sui quali ritorneremo subito) mentre è rilevante la presenza del cosiddetto canzoniere di Bernart Amoros, prodotto in Provenza fra XIII e XIV secolo2. In altri termini, la produzione dei trovatori genovesi, una volta divulgata, non prendeva la via verso est, verso la Lombardia e il Veneto, ma quella della Provenza, conformemente alla direzione dei rapporti economici e politici di Genova e del territorio ligure.

Fra i manoscritti veneti, come detto, I e K raccolgono questi poeti, ma solo all’interno di un apporto testuale più ampio che viene, secondo ogni probabilità, proprio dalla Provenza e dal libro di Bernart Amoros. Se poi osserviamo che – esclusi i poeti genovesi e uno o due signori (Manfredi Lancia e Tommaso di Savoia, fratello del conte Amedeo IV) che si dilettavano di poesia – quasi tutti i trovatori italiani non sono di nascita piemontese o comunque nord-occidentale, dovremo concludere che qui il collegamento con le regioni transalpine ha in qualche modo fermato lo sviluppo di un gruppo autoctono di poeti. Inoltre, proprio la mancanza di canzonieri trobadorici prodotti in Piemonte e in Liguria ci testimonia ancora dello stretto legame che vi era con quelle stesse regioni, la Provenza prima di tutte. Nelle corti feudali del Piemonte erano certamente gli occitani a farla da padroni.

Note:

1 Le vidas sono biografie dedicate ai trovatori che mescolano notizie storiche o verosimili con vicende ricavate dai componimenti poetici o del tutto immaginarie. Le razos sono testi che espongono in forma narrativa i motivi o le circostanze che avrebbero condotto alla composizione dei componimenti e dove sono spesso identificati fatti e personaggi storici.

2 Il canzoniere di Bernart Amoros (così detto dal nome del chierico che lo ha compilato) è attualmente perduto e noto solo attraverso una copia incompleta della fine del Cinquecento.

Bibliografia: Notizie e testi sui trovatori italiani si raccolgono ancora da G. Bertoni, I Trovatori d’Italia (Biografie, testi, traduzioni, note), Modena, Orlandini, 1915. Su tutto il movimento poetico si segnalano: M. De Riquer, Los trovadores. Historia literaria y textos, Barcelona, Planeta, 1975 (la più ricca e informata di tutte le antologie trobadoriche); C. Di Girolamo, I trovatori, Torino, Bollati Boringhieri, 1989 (eccellente introduzione di uno dei migliori specialisti italiani).

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Di giuseppe (del 03/05/2006 @ 18:38:19, in blog, linkato 1422 volte)

E' stato bello il titolo del "Manifesto" che commentava le prime votazioni per l'elezione del Presidente del Senato. Poichè il suo direttore l'aveva preannunciato nel corso di un dibattito televisivo, qui a Torino "La stampa" ha fatto in tempo a copiarlo per un suo articolo di prima pagina. Quando si dice: è difficile essere originali...

Io ci provo in questa sede per evidenziare le ultime "uscite" dei partiti che compongono la Casa delle Libertà, improponibili, inacettabili e impresentabili.

Come si fa a volere Giulio Andreotti a capo del Senato? Andreotti, il boss della prima repubblica, contro cui nacque quella che doveva essere la rivoluzione del 1994?

Si fa, evidentemente le rivoluzioni finiscono sempre per mordersi la coda e in questo almeno un senso ce l'ha: che davvero la Casa delle Libertà, con questa scelta, ha sancito la sua fine, almeno di quello che ha rappresentto, o avrebbe dovuto rappresentare.

Qui a Torino poi quale candidato a sindaco, dopo un vergognoso tira e molla, ha proposto Rocco Buttiglione, a meno di un mese dal voto... Un candidato che ha il merito di aver studiato qui negli anni del liceo classico, ecco perchè... Ma il modo di più ancor m'offende: senza una preparazione, senza un senso, senza un progetto. Poi dice che perdono le elezioni...

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19/11/2017 @ 03:55:14
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