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 ISOLATO/ Il leader di Alleanza nazionale Gianfranco Fini ... di giuseppe
 
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"...Contro tutto questo voi non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare...”.

Pier Paolo Pasolini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 11/02/2014 @ 10:13:03, in blog, linkato 1537 volte)
UNA LETTERA DA TARANTO ______________________________ Si viaggia nello spazio, certo, ma ci sono altre dimensioni meno evidenti, ma più profonde in cui a volte ci si muove. Da Lecce e a Taranto ci sono nemmeno ottanta chilometri, per quanto amplificati da un itinerario rimasto assurdo, che ne dilata la percorrenza, o da un altro più veloce, che però ne aumenta la portata; ma nella mia geografia dell'anima, per arrivarci è necessario percorrere a ritroso distanze che mi sembravano infinite e quindi impossibili, fino a quando, ieri, sono riuscito a colmarle. Ne ho riportato comunque una grande fatica, un vero e proprio malessere fisico, perché quando si viaggia nel tempo se ne ricava una strana sensazione di spaesamento, come il così detto jet lag di un fuso orario estremo, e quando poi, oltre che nel tempo, pure nella memoria, si aprono inevitabilmente i graffi e le ferite che non si cicatrizzano mai, per questo riposte nell'intimo più profondo, ma che riprendono a sanguinare, appena, in un modo o nell'altro, le si ritorna a sfiorare. Affranto, spossato, ho viaggiato nel tempo e nella memoria, ieri, piuttosto che nello spazio, a Taranto, città bella e sfortunata e anziché al presente, ho pensato al futuro. Ho visto stormi di rondini fra le campagne del Salento. Nei paesi lungo la strada ho visto anche gli anziani felici. Però adesso andiamo dal “privato” al “pubblico”, dal “personale” al “politico”. Ho ritrovato, nell'ordine, rimasti pressoché uguali dopo quaranta anni: il segnale di indicazione stradale tutto rattrappito con le lettere fatte a puntini al vero ingresso della città; il Salinella; il Ponte Punta Penna Pizzuta; il Ponte Girevole unico al mondo; i presidi della Marina Militare; la birra Raffo e l'amaro San Marzano; i due mari, uno aperto e immenso, l'altro placido e concluso; il vento fortissimo che scuote quel che rimane ancora, specie in cima, delle alte palme. Ho trovato invece aggravato un degrado che non è una maledizione, una condanna biblica, una nemesi divina, bensì l'accumulo dell'incuria degli uomini che a vario titolo, ma con uguali responsabilità, avrebbero dovuto e dovrebbero occuparsene, e non l'hanno fatto, né lo fanno, in tutt'altre faccende, dalle beghe di partito, ai privilegi della casta, affaccendati. Le buche sulle strade, tanto per fare un esempio, sono quelle di un percorso di guerra, ma questo è niente, in confronto alla città vecchia, che si estende appena passato il Ponte Girevole. Sembra ancora il 1950, gli Americani sono appena andati via, hanno lasciato l'economia di sopravvivenza, le palazzine tetre ammaccate dai bombardamenti, il ricordo della nostra Pearl Harbor del 1940, e oramai sono passati decenni. Però ancora adesso, oggi più di ieri, le case sono nere, “sgarrupate”, invivibili. Soltanto un cartello di un'agenzia immobiliare, con su scritto “vendesi”, che si regge per miracolo sui calcinacci di un balcone del primo piano, fra le finestre diroccate e le persiane a pezzi, riesce a far sorridere, sia pure solo per un attimo. Poi, ho avuto paura. Nei volti degli astanti sui marciapiedi che costeggia il percorso automobilistico a senso unico, davanti alle palazzine perdute, ho letto la rabbia, in quelli dei ragazzini che scarrozzavano sui loro motorini di fortuna controsenso in rapide gincane, la disperazione. Quanto già si profilava davanti il disastro del quartiere Tamburi e il mostro dell' Ilva, che questa città ha corrotto in tutte le sfere di responsabilità, dai politici, ai sindacalisti, dai preti, ai giornalisti, per poter allargare il profitto di una sola famiglia, sulla pelle delle famiglie tarantine; che questa città ha condannato all'atto finale del degrado supremo; che pesa come la nostra Hiroshima, io ho avuto una paura irresistibile, che mi ha impedito di procedere oltre, e sono rapidamente tornato indietro, non vedendo l'ora di riguadagnare il Ponte Girevole. Io che da cronista andavo più o meno tranquillamente a Scampia a Napoli, oppure senza patemi eccessivi giravo a Torino nel peggiore San Salvario, io a Taranto alla città vecchia non sono riuscito a rimanere più di tanto. Mi ha consolato più tardi la lettura del vecchio e glorioso “Corriere del giorno”, che, ho appurato, è vivo e lotta insieme a noi, certo, grazie ai finanziamenti pubblici, va bene, rattrappito e malconcio in cooperativa di fortuna, ma esiste e resiste. Come può, denuncia. Ho appreso che il giorno prima c'era stato un convegno, una delle solite tavole quadrate dei blà-blà-blà, un altro famigerato “tavolo” di concertazione con cui in Italia si risolvono i problemi soltanto a parole, questo appunto sul risanamento ambientale e sull'importanza anche economica della cultura, organizzato da alcuni imprenditori di buona volontà, in collaborazione proprio con il quotidiano locale, che giustamente ne riferiva in dettaglio su tre pagine, per cui si era scomodato pure il ministro sinistro Massimo Bray, in cui però la sinistra amministrazione comunale era rimasta in silenzio assordante, e il sindaco si era fatto rappresentare da un oscuro funzionario. Eppure il museo e unico al mondo c'è, il Museo della Magna Grecia, o “Marta”, come l'hanno chiamato adesso, dopo averlo riordinato e organizzato. ed è uno splendore. Gioielli, statue, masserizie e suppellettili, le maschere, dai, del teatro, tali e quali, dopo due millenni. Una meraviglia, tout court, sottolineo, unica al mondo. La struttura è accogliente, la visita favorita e assistita da personale gentile e competente, lo spettacolo unico e ineguagliabile. Certo, manca ancora una parte intera, fra l'altro proprio quella attinente la città originaria dei coloni, che sfidò la potenza imperiale e ne fu sottomessa, per quanto ci vorranno ancora soltanto pochi mesi, così assicurano, per avere il percorso completo, ma quanto c'è già basta e avanza per ricavarne una ricchezza anche economica per la collettività locale intera, per smantellare l'intera Ilva e dare pane senza morte alla comunità su tutti e due i mari. Se fosse da un'altra parte, e non a Taranto bella e sfortunata, città martire dell'egoismo del capitalismo e dei politici camerieri degli affaristi. Ieri, in una tranquilla mattinata domenicale, c'erano due visitatori. Così l'incuria e l'incapacità dei politici, che pensano a ben altro, diventa una maledizione, una condanna biblica, una nemesi divina. Andando via, due volti nella memoria del telefonino, le La giovane signora, che io che do sempre a tutti i nomi più strampalati e mai il loro giusto, ho battezzato Marta, che sta (a Taranto e provincia, ognuno e ogni cosa sempre e comunque sta) alla biglietteria del Museo: sorridente, partecipe, preparatissima, accogliente, competente, innamorata del suo lavoro e della sua città. La signora anziana – appellata invece Paola -che passava, fuori, davanti al Museo, per piazza Garibaldi, per andare a messa con il suo decoro borghese del trucco garbato e del cappotto buono di pelliccia della festa, evidentemente sopravvissuta alla scomparsa del ceto medio, garbato, onesto, alacre e fattivo: sapeva di orari e parcheggi, di accoglienza e ospitalità, e che alla fine del breve e occasionale colloquio ha augurato “buona visita” e ha regalato un sorriso, per quanto aggravato di fatica, ma sincero. Ciao Marta. Ciao Paola. Non mollate. Credo quia absurdum, credo in Taranto e nella sua impossibile rinascita, che come quella dell'Italia intera passa soltanto attraverso il vostro garbo, la vostra sensibilità, e i vostri sorrisi che sono l'ultima speranza per tutti noi.
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Di giuseppe (del 08/02/2014 @ 20:10:57, in blog, linkato 1294 volte)
Fioca. L'alba è ancora scura, ma squarciata dalla neve che continua a venire giù, per quanto le strade siano ancora abbastanza sgombre e il traffico del mattino, lentamente, faticosamente, ma pure regolarmente sta montando dalle periferie sconfinate, verso il centro – città. Ancora buio. C'è quasi un'ora di luce in meno all'alba a nord – ovest, rispetto al mio sud -est e un'ora in più al tramonto. Non me l'ero dimenticato. Arrancano gli studenti e gli operai, le impiegate e le commesse, ognuno protetto a modo suo, nel freddo pungente, ma vanno avanti, immersi nei propri pensieri, ognuno verso la sua metà, ognuno nella sua storia, grande, o piccola che sia, comunque importante, perché importante comunque è la nostra esistenza. Il pullman, la metro, i marciapiedi che le portinaie spazzano imperterrite, i portici ali e spaziosi come un riparo permanente, sotto cui camminare comunque. C'è tanto di eroico, in tutto questo, tanto di lucida determinazione, di dignitosa ostentazione di una sofferta, ma partecipata normalità, nonostante tutto. Me lo ricordavo. L'ho ritrovata, quasi intatta, appena senza tanti fronzoli, che già prima erano ben pochi, ora senza nemmeno più quella speranza, in un futuro migliore, che gli ultimi anni ci hanno tolto di brutto e che qui hanno lasciato uno scenario ancora più cupo all'orizzonte. La Torino della difficile integrazione, degli Italiani, prima, che ne compongono l'identità un insieme formato da venti regioni cento province, di cui riconosci le inflessioni; e dell'integrazione impossibile degli extracomunitari poi, che ne hanno irrimediabilmente segnato la sofferenza. La Torino del tutto è difficile, e costa fatica; delle opportunità e delle possibilità; dell'alza il culo e muoviti, del non è mai troppo tardi e del puoi sempre ricominciare dove sei; delle grandi strade piene e delle vecchie fabbriche trasformate; dell'identità smarrita e non più ritrovata, della capacità di uscire dal proprio spazio e dal proprio tempo, muovendo dalla dimensione locale e contingente, per arrivare al generale e all'universale, anticipandolo. Ma questa sua ostinata rassegnazione di adesso, questa sua disperata e disperante angoscia del futuro che colgo negli sguardi bassi e spenti, non le riesco a sopportare, mi bruciano sulla pelle più dell'aria gelida. La fioca. Pazienza, mi faccio coraggio, devo stare in giro tutto il giorno, ma l'ho fatto tante volte, lo rifarò ancora. All'uscita della metropolitana, mi sorprendo a pensare che anche questa linea, l'unica, di Torino, ha la direzione Fermi, esattamente come quella B di Roma, ma ancora peggio penso prima ad un'indicazione di stato in luogo, finito il percorso, che non allo scienziato, e va beh. Il caffè costa un euro e dieci, ma in compenso adesso in tutti i bar ti danno un assaggino di acqua, alla di un estenuante interrogatorio: normale il caffè? Liscia o gasata? Frigo, o fuori frigo? E a proposito di coincidenze significative, oggi del mio breve ritorno è pure il giorno del definito addio della Fiat alla sua Torino. Torinocronaca, anzi Cronacaqui come si chiama adesso, ci fa la prima pagina, ovvia, concedendo appena un po' di spazio ad una scazzottata di un immigrato extracomunitario senza biglietto ai controllori del pullman, che in un' altra circostanza avrebbe preso tutto lo spazio, con truculenti resoconti e sdegnati commenti. Ma oggi, tutto questo, che vuoi commentare? Solo rassegnata sopportazione, la stessa dello spirito della città. E la globalizzazione, bellezza! E' il definitivo fallimento della politica, diventata schiava dell'alta finanza internazionale. Ma tanto già da tempo non c'era più la Torino operaia, che viveva in simbiosi con la sua fabbrica, regolando intorno ad essa tempi e modi delle sue famiglie, degli usi e dei costumi, degli ingorghi a Mirafiori all'orario di cambio – turno, delle tute blu stese ad asciugare il sabato sui balconi dei sobborghi di periferia, o sui ballatoi dei vecchi cortili. La città della cultura, e del turismo, con cui avrebbe voluto reinventarsi un'altra vita, non c'è mai stata, nonostante le risorse pubbliche fagocitate per questo e finite nella ristretta cerchia dell'azienda, delle sue risorse umane ed economiche, in una specie di sistema concluso, mafioso, se le parole hanno un senso, che continua imperterrito a prosperare, quello sì, in quello che appunto in un bel saggio di documentazione e denuncia un giornalista lucidamente acuto quanto socialmente coraggioso come Augusto Grandi chiamò appunto anni fa “Sistema Torino”. C'è la Torino travolta non dagli scandali della casta politica e dalle beghe elettoralistiche, ma dal fallimento stesso della politica, del centro – sinistra, che dalle rivolte operaie è finita a trastullarsi nelle fondazioni bancarie, e del centro – destra, che dalle rivolte sociali è finita a farsi rimborsare coi soldi pubblici finanche le spese per le guantiere di dolci, e per la biancheria intima. Fioca. Con rassegnata sopportazione si tira avanti. La mezza. Il tempo di mangiare un boccone, come si dice qua, con schiva e modesta ritrosia elevata a sistema per tutto, anche nei modi di dire. Il cielo è livido, il grigio – Torino profondo, i sogni sono come il capolinea della metropolitana, le speranze gelate e sepolte sotto la fanghiglia di neve sporca.
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Di giuseppe (del 08/02/2014 @ 17:32:26, in blog, linkato 1286 volte)
Come al solito, ma questa volta con ancora più vergognosa opera di disinformazione sistematica, quasi tutti i mass – media, asserviti al sistema, di cui sono parte integrante, a spese dei cittadini, si sono limitati a rappresentazioni folkloristiche, variamente colorate, degli avvenimenti politici di questi ultimi giorni. Essendo in viaggio e trovandomi dunque ad assistere in diverse circostanze ai vari telegiornali, allibito, ho dovuto spiegare io ai miei commensali che le reazioni dei nostri portavoce in Parlamento (perché il M5S sono io, perché il M5S siamo noi tutti che abbiamo aderito e come possiamo, per le nostre capacità e possibilità, lo sosteniamo) erano la sacrosanta reazione ai provvedimenti, gli ultimi di una lunga serie, che il Pd e il Pdl, con le loro aggregazioni, hanno architettato, ai danni di tutti gli Italiani: una legge elettorale ancora più porcata della precedente dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale; un decreto che ha regalato miliardi alle banche; e la continua opera di sostegno e di intervento politico diretto di un presidente della repubblica che uccide i limiti del proprio mandato e ravviva il sistema di potere dei partiti. E’ vero, ha ragione Beppe, così come sono, sono già morti, ma nel frattempo si sono trasformati in zombi che camminano e provocano continuamente, con i loro sussulti cadaverici, tesi ad occupare il potere, servire i potenti e uccidere la speranza. Speranza poi– che ne è l’icastica rappresentazione, pure nella disperata e disperante opera di mascheramento nella versione renziana – sarà evidentemente l’ultimo a morire. *** Da solo, invece, tornato a Lecce, questa mattina ho letto il commento più meschino di tutti, in cui Ezio Mauro accusa il M5S di disprezzare la democrazia e di produrre cenere politica. Vale la pena ricordare al direttore de “La Repubblica” e a tutti i mestatori professionisti della disinformazione di regime, che ancora credono che questo sistema possa produrre “un cambiamento autentico che restituisca legittimità alla politica e fiducia ai cittadini” ( il tentativo di Renzie, insomma) che le cose stanno in maniera ben diversa. Il M5S – e posso parlare con cognizione di causa, per aver studiato e per aver frequentato, prima di poter così affermare – è contro questa democrazia, così come l’hanno ridotta i partiti zombie e i loro politici camerieri dei potenti. IL M5S è a favore della democrazia partecipativa, organica e rappresentativa dal basso in cui ognuno lavora e vota per sé stesso e per gli altri del bene comune e delle giovani generazioni. Il M5S è contro questa politica che alimenta il potere economico e finanziario; che ha distrutto il ceto medio del decoro e della dignità e che fa diventare i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri; che ha prodotto disastri e non sa come porvi rimedio; che ha bruciato l’entusiasmo, la creatività, l’orgoglio e la dignità. Ma non tutto è perduto. Abbiamo archiviato un movimento dei forconi che, come era facilmente prevedibile, si è dimostrato velleitario e inconsistente. Ma l’opposizione c’è. C’è l’alternativa, vera e globale, nelle proposte concrete in cui si articolano le idee del M5S, portate avanti con coerenza e articolate con concretezza, soprattutto per le giovani generazioni. *** Si parva licet componere magnis, ma giusto per offrire un altro esempio della disinformazione fraudolenta e della sistematica denigrazione operata dai mass – media contro il M5S, a tutti i livelli, dopo il fondo di sabato del direttore de “La Repubblica” analizzato nella precedente nota, mi piace riflettere insieme a voi su un articolo, sempre di prima pagina, ospitato il giorno dopo dal quotidiano locale, a firma Rosanna Indiveri, con l’altisonante titolo “L’indecente spettacolo offerto in Parlamento”. Va da sé, tanto che non c’è nemmeno bisogno di dirlo: tutta colpa del M5S! L’autrice nemmeno non lo dice apertamente, infatti, anzi, bontà sua, abbozza pure qualche timido motivo di comprensione, per quanto fraudolento, ma tutto ciò rientrerebbe nel sacrosanto diritto di opinione, diritto inalienabile, se corretto dalla onestà d’animo e se sorretto dalla veridicità dei fatti. Invece…Sempre senza nemmeno dirlo apertamente, la Indiveri si avventura in spiegazioni sociologiche, facendosi forza di citazioni involute, di uno dei tanti mestieranti della così detta informazione elevati a “maitre a penser” dal sistema televisivo del buonismo e dalla cultura di regime del renzismo, ruminate a fatica ed evidentemente pure mal digerite. Sostiene Indiveri, pertanto, che la politica non sia per chiunque voglia intraprenderla, ma debba essere riservata a chi possiede “merito, capacità, saperi, sensibilità” per esercitarla: ne consegue implicitamente, che la colpa dello “spettacolo indecente” è del M5S che ha fatto entrare alla Camera e al Senato politici non professionisti, se non manipoli al bivacco. Ecco, ecco un perfetto esempio – perché spesso le cose grandi si capiscono partendo proprio dalle piccole – di sedicente informazione che maschera il calcolo politico, del neo Pd in versione Renzi, e che poi nemmeno conosce ciò di cui parla a vanvera, soltanto per denigrare. Ora, a parte che i “portavoce” dei cittadini in Parlamento eletti nel M5S hanno tutti quanti “merito, capacità, saperi, sensibilità” in abbondanza e nessuno di essi è quella sorta di discolo impenitente, o cattiva ragazza, come vengono comunemente considerati dalla disinformazione di regime. A parte, ancora, che il Parlamento italiano ha visto vere e proprie gazzarre indegne e anzi vere e proprie battaglie campali, scatenate in passato dai politici di professione, la maggiore delle quali fu “combattuta” dal PCI nel 1953. A parte che le proteste in aula di questi giorni sono state fin troppo civili, a mio modo di intendere, se paragonate al metodo con cui è stato impedita l’opposizione a provvedimenti veramente truffa, come la legge elettorale, o alla sostanza dei provvedimenti adottati, per cui sono stati regalati miliardi di euro alle banche, mentre gli Italiani muoiono di fame e si suicidano per disperazione, a parte tutto questo c’è un discorso di fondo, che mi piace spiegare alla Indiveri, o chi per essa, e che io ho capito, non ruminando, ma frequentando, non sproloquiando, ma confrontandomi. Vale la pena spiegare che alla base della vera e propria rivoluzione che il M5S sta operando c’è proprio una diversa concezione della politica, intesa come interesse di ognuno in prima persona, come coinvolgimento di tutti per il bene comune, come partecipazione attiva e sensibile, tutto il contrario insomma della politica dei notabili professionisti, della casta del Palazzo, rivoluzione che parte dall’intimo privato. Il M5S non chiede un semplice voto individuale: chiede una rivoluzione interiore personale. Ed ecco l’entusiasmo, vivaddio la passione, che anima tutti gli aderenti, i militanti, gli elettori del M5S. Se no, continueremo ad avere a rappresentarci carrieristi, trasformisti, lobbisti, servi dei banchieri, schiavi degli usurai. Vogliamo invece avere a rappresentarci cittadini, moralmente integri e decorosamente partecipi come noi. Se del M5S non si è capito questo, che è la cosa sua più bella, insieme al superamento delle vecchie ideologie e delle logiche stantie, del M5S non si è capito niente. Poi, certo, uno può anche non interessarsi di politica…Ma tanto la politica si interessa di lui. Mettendogli nuove tasse, mentre finge di levarle, o abbassandogli lo stipendio, o negandogli la pensione, mentre regala miliardi ai mercanti di armi e agli speculatori della finanza internazionale.
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Di giuseppe (del 19/12/2013 @ 19:57:58, in blog, linkato 1345 volte)
Quello che temevo, dal primo giorno, come impatto immediato, si è oramai materializzato, me ne sono convinto. E' una protesta autentica, quanto sacrosanta, ma guidata, o comunque sollecitata, da chi non sa offrire mete tangibili, con sbocchi concreti, né idee alternative effettivamente realizzabili, strumenti cioè che possano trovare lo sbocco nel 'politico'. Sono quelli che non si interessano di politica, senza sapere che tanto la politica si interessa di loro; quelli che non vanno a votare, senza capire che tanto gli altri, gli apparati dei partiti del regime, a votare ci vanno e le elezioni sono valide, qualunque sia la percentuale dei votanti; quelli che non si sono resi conto che invece una possibilità, autentica, da pochi mesi, dal nulla, invece adesso c'è e si sta articolando, pronta per quando, prima o poi, con qualsivoglia sistema, si tornerà a votare. A cominciare dall'Europa, per dire basta, a primavera, con questo comitato di affari dei banchieri dell'alta finanza internazionale e dei politicanti degli apparati secondari loro camerieri. Ecco, in pratica un referendum, per far crollare dal tetto alle fondamenta una costruzione sovranazionale che non ha senso, per riprendersi la sovranità; e per uscire da una moneta comune, per riprendersi pure la sovranità monetaria: tanto per cominciare, rinegoziando il debito; rilanciando l'economia reale con interventi mirati, dirottando su di essa la liquidità creata ad hoc, a ciò finalizzata, ed eliminando al tempo stesso i costi della politica, degli apparati dei partiti, cioè, dei finanziamenti pubblici diretti, o indiretti, con effetto immediato e totale, non le finzioni maldestre, quanto apparentemente compunte, del Letta nipote; delle risorse improduttive, delle agevolazioni per le banche e gli speculatori finanziari e, last but not least, come dicono quelli che parlano bene l'italiano, delle spese militari. In Italia, diceva quel genio inesauribile di Leo Longanesi, le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola. Già fatto, o quasi. La rivoluzione di questi giorni è cominciata sulle tangenziali e si sta dirigendo da Eataly di Oscar Farinetti, questo imprenditore radical chic, sedicente filosofo, che si perse Walter Veltroni, a suo tempo mutatis mutandis la stessa operazione di maquillage politico, ma che è stato pronto per Matteo Renzie: o almeno, questo è il pericolo che avverto, con quasi tutti i mass media tradizionali che eruttano bisogno, già adesso, per quando l'abusivo ci farà sostituire il parlamento delegittimato che ci ritroviamo.
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Di giuseppe (del 09/12/2013 @ 17:58:42, in blog, linkato 1368 volte)
C'è una vecchia foto che segna emblematicamente il passato e il presente – forse lo farà anche con il suo futuro – politico di Matteo Renzi. Testimonia un'amicizia, è proprio il caso di dirlo, nel preciso senso democristiano, antica, risalente ai primi anni Novanta, quando il giovane, allora davvero, ventenne, andava a lezione e grato imparava – come egli stesso ricorderà - ai congressi della Dc prima e dei Popolari poi, come si chiamerà in seguito, un partito che era per lui quello di casa, ereditato dall'impegno paterno, e pendeva dalle labbra di un intellettuale della Grande Irpinia finissimo quale Ciriaco De Mita, artefice primo dei fatti e dei misfatti della ultima parte della prima repubblica. Un sodalizio mai dimenticato. Se ne ricorderà infatti ancora più di dieci anni dopo, quando, da presidente della provincia di Firenze, invitò il suo Maestro di vita e di politica a tenere una manifestazione pubblica e nell'occasione si fece immortalare a braccetto del suo idolo. Certo, ognuno può avere i Maestri e gli ispiratori che vuole e forse ognuno ha quelli che si merita: ma certo c'è molto di ironicamente tragico in questo legame ideale fra il simbolo, giusto, del vecchio e dello sporco e il simbolo, sbagliato, del nuovo e del pulito. In ogni caso fa capire molto di quanto poco di vero ci sia nella “campagna di rottamazione” avviata a parole e diventata il suo “cavallo di battaglia” che lo ha reso famoso. Nuovo? C'è un' altra vecchia foto, anch'essa emblematica, sempre dell'anno di grazia 1994, che segna il destino di Matteo Renzi. Lo ritrae in compagnia di Mike Bongiorno durante una puntata del programma televisivo “La ruota della fortuna” cui partecipò come concorrente, vincendo fra l'altro una buona somma di denaro: un beneficiato del sistema televisivo berlusconiano, che si accredita poi come la risposta al “berlusconismo” risulta poco credibile. In realtà, del berlusconismo Matteo Renzi – oltre che utilizzatore iniziale – è un sostanziale continuatore, comunque ne è un prodotto, una produzione anzi, per usare più appropriato nella fattispecie, mal riuscita. Ne è la sintesi perfetta, ecco, dal lessico televisivo e spesso calcistico, all'approssimazione ondivaga su motivi e personaggi, dalla personalizzazione televisiva, alla falsa contrapposizione di due apparenti contrasti che in realtà si sostengono e si alimentano l'un l'altro. Lo aveva capito Silvio stesso, quando, già al declinare della sua parabola politica, lo invitò a casa sua, nella villa di Arcore, per una cena, non allietata come tante altre da Olgettine varie ed eventuali, perché quella era una riunione seria, per sondare il terreno davanti a un'idea che da tempo gli frullava nel cervello, di affidare a lui, cioè, la propria eredità politica, essendosi invaghito, come gli succede periodicamente, di tanto in tanto, per questo, o quello. Non se ne fece niente e per tanti motivi, però la circostanza rimane, significativa. Come la successiva apparizione del Nostro al programma televisivo di maggior impatto emotivo del berlusconismo, rivolto alle giovani generazioni, che, nella preparazione, nella gestione, del senso stesso, condotte da un'attenta regia politica, sembrò un'incoronazione, sia pur poi smentita dai fatti. Già, le cose sono andate diversamente, in questo senso, così, come nella prima impostazione, quella originaria, il sindaco di Firenze si ritrova a capo del Pd un partito del resto nato vecchio, con la fusione a freddo e perciò dilaniante fra le due anime dei due vecchi partiti un tempo di massa democristiano e comunista, e che continua a muoversi nelle vecchie logiche dei professionisti della politica, delle tessere, dell’'ordinaria amministrazione, per di più travolto e per primo dalla crisi dei vecchi partiti e in crisi di identità, di credibilità e di consensi. Non è un caso che, con l'abile operazione di marketing politico delle “primarie”, sia stato affidato a Renzi la “mission” disperata del “restyling”, in virtù del “nuovo che avanza” di nuovo. Nuovo? Ma no, lavato con Perlana. Tutto qui. Infatti, a ben guardare, a riflettere, a indagare, è la solita operazione, che periodicamente il Pci/ Pds/ Pd attua e consolida, soltanto questa volta un po' più radicale e più profonda. E poi, via, diciamocela tutta quanta, è un'operazione bacata fin dall'inizio, fin dal primo slogan, quello della rottamazione, di un pressapochismo micidiale, perché si rottamano le automobili e gli elettrodomestici, non si rottamano gli uomini e le idee: insomma, se proprio non ti ci ritrovi più, te ne va da un'altra parte, fai una nuova semina, ma non rimani per tagliare le radici, ché in politica, le radici, sono sempre importanti e uno le può coltivare, innestare, potare, ma mai recidere. Per il resto, con Renzi siamo al trionfo della melassa post comunista, post democristiana, post tutto, nel senso del peggio di tutto, già mangiata, bevuta, ma mai digerita, ché dà il voltastomaco, risultando praticamente intollerabile. In particolare, per quel che riguarda quel che rimane della sinistra, e del centro – sinistra, quarantacinque anni dopo, Renzi interpreta la solita storia dei figli dei padri vecchi e borghesi, che dicevano di voler rovesciare quel sistema, salvo poi soltanto volersi mettere al posto loro, sedendosi sulle poltrone di aziende, banche e giornali. Fa l'amico più grande, a metà strada fra il Garrone del libro “Cuore” e il Fonzie del telefilm “Happy day”; in un deja vù sofisticato, fa il compagnuccio di sagrestia, quello che sapeva tutte le canzoni di De Gregori, portava l'eskimo e la barba lunga, leggeva il Vangelo e Il Manifesto. Poi, sempre la stessa storia, è l'amico di Fabio Fazio, nelle reti pubbliche, di Maria De Filippi, in quelle private, come il suo predecessore Walter Veltroni, la medesima insostenibile pesantezza dell'essere. L'uguale insopportabile inconsistenza dell'avere, speriamo pure la stessa fine politica, con diverso soltanto l'ultimo epilogo rinnegato, di andarsene di Africa. E' l'erede di Donat Cattin, della sinistra di base, di forze sedicenti nuove, che sono poi le vecchie forze delle industrie, del grande capitale, delle banche, degli affaristi degli speculatori finanziari. E' la solita soia dei grandi gruppi, che coccolano il nuovo pupazzo, questo pure belloccio e cicciobomboso, lo allevano, lo svezzano, lo tutelano, con i loro grandi gruppi, grandi giornali, grandi servi e grandi schiavi, Carlo De Benedetti in primis, tanto per fare nomi e cognomi. Sono gli affaristi della vecchia politica, che al solito finanziano il nuovo e, ove non sembri che io dica le cose tanto per dire, basti andare a vedere (per quelli pubblici, è possibile consultarli su internet, soltanto di altri non è ato sapere, ma è possibile immaginare) chi sono i finanziatori della fondazione( già, proprio i vecchio modo di fare politica) che sostiene le attività di Matteo Renzi, con contributi in denaro richiesti, forse sarebbe meglio dire pretesi, e graditi: condannati in secondo grado per corruzione politica, affaristi, banchieri. E' un film già visto e anzi venuto proprio a noia, altro che nuovo, Matteo Renzi, che gronda di marmellata post - ideologica raccogliticcia e appiccicaticcia, alla fine consolidatasi: è il sommo sacerdote di quella chiesa che cantava il profeta Jovanotti nel 1994 - attenzione alle date, cioè all'alba del berlusconismo - “la grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, passando da Malcom X”. E' il sistema che cerca di difendersi cambiando, affinché nulla cambi, Matteo Renzi: per favore, cerchiamo tutti di capirlo e di non dimenticarcelo, quando, presto, arriveranno momenti decisivi per la nostra grande Storia.
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Di giuseppe (del 30/11/2013 @ 23:21:49, in blog, linkato 1113 volte)
Intellettuali antichi e moderni pc IO E LUI Eccolo, è qui di fronte a me, domato, almeno per ora, sia pur parzialmente, nonché a costo di lunghi ed estenuanti tentativi, che si sono protratti con alterne vicende per tutti questi ultimi cinque giorni, tanto è vero che lo sto usando, ci sono riuscito, almeno a scrivere, perché – vedete? - sto scrivendo, sono ritornato a scrivere, che è come dire che son ritornato a vivere, perché scrivere è la mia vita. Causa anche cattive condizioni di salute, ho passato soltanto con lui tutto questo tempo, ingaggiando un formidabile duello per riuscire a farlo funzionare, almeno nelle funzioni essenziali. Credo di avercela fatta: e se, come spero, poi leggerete questo “pezzo” in cui voglio raccontarvi cosa è successo, per condividere con voi, anche per capire qualche cosa in più, grazie al vostro aiuto, allora ne avrò la conferma. Per ora mi pare di sì, di esserci riuscito, per quanto lui ora se ne stia apparentemente docile, ma altero e quindi pure minaccioso, in tutto lo splendore dei suoi non so quanti e nemmeno che cosa di potenza, vagamente sinistro in altri tasti che mi guardo bene anche soltanto dallo sfiorare, perché non appena lo sfiori soltanto, parte con tutta una serie di funzioni che solamente lui conosce e riconosce, ma soprattutto perché ho imparato – e sorrido - che nella vita non bisogna mai toccare i tasti sbagliati, se no son sempre guai. Era successo che per tanti motivi che non sto adesso qui a specificare, ho dovuto e ho potuto comprarmi, e finalmente, un mio pc. Così, dopo una mezza giornata verifiche e confronti, presso i rivenditori specializzati, scarsamente aiutato dai commessi che, come tutti gli esperti di informatica, sono particolarmente odiosi, con quell'aria di superiorità che hanno e con il loro linguaggio tecnico che si ostinano ad adoperare per confonderti ancor più le idee, facendoti sentire un ignorante analfabeta, alla fine, anche per sfinimento, ho optato per un prodotto dell'ultima generazione, per quanto dal costo tutto sottratto accettabile, almeno così mi han detto, nel rapporto qualità/prezzo, anzi decisamente buono, se non per le mie povere finanze, alle quali, appunto, ho dovuto sottrarre quattrocento euro, azzerandole di brutto, e insomma, “tutto sottratto” è proprio l'espressione giusta, visto che il mio budget si è così esaurito, come me. Infatti, falsamente rassicurato, non pensavo certo di esaurirmi, nel poterlo far funzionare. “Vedrà” - mi aveva detto il giovane esperto della rivendita, rispondendo alle mie perplessità, con le sue ipocrite rassicurazioni con i congiuntivi rigorosamente fantozziani - “E' facilissimo da usare...Che ci vuole? Collega la spina, accende, segui le istruzioni ed è subito pronto...”. E invece...Adesso vi racconto che cosa è successo durante questi giorni, fra me e lui, il Mostro. *** Con tutta la mia buona volontà, ma vigile perché memore di tutte le precedenti esperienze in materia sempre tragicamente sconfortanti, soltanto ripetendo nella mia mente“E' facilissimo” di tanto in tanto, ho cominciato con lo scartare lo scatolo e trovare le istruzioni. Mi aspettavo un manuale, che so? Un depliant riccamente illustrato. Ma ho trovato una paginetta tipo i bugiardini dei medicinali, scritto in una decina di lingue, per cui le istruzioni per l'uso in italiano si riducevano a poche righe, giusto per descrivere dove collocare le prese, con figure stilizzate. Ma tanto, mi son ripetuto “E' facilissimo...E che ci vuole?”, se non hanno ritenuto di dare tante spiegazioni, è perché sarebbero state inutili, mi son detto, mettendomi all'opera di buzzo buono. La prima difficoltà è stata nel collocare la pila nell'apposito vano. Sarà che era difettosa, sarà che era nuova e quindi originale, almeno rispetto alle altre collocazioni abituali, standard, sarà che la prima volta è sempre la più difficile – e sorrido di nuovo – sarà che sono imbranato io, che pure avevo chiesto ripetutamene, m inutilmente aiuto alla figura stilizzata, comunque è successo che nel riuscire a mettere la pila al posto giusto avevo già esaurito la dose di pazienza che mi ero auto – imposto, di certo non aiutato dall'andirivieni in postazione dei gatti di casa, irresistibilmente attratti dal nuovo oggetto, con cui parevano voler prendere immediata confidenza. Poi, ho cominciato a mettere le prese nei buchi, perché è sempre una questione di buchi da colmare, ma anche in questo me la sono cavata, aiutato dai colori e dalle rappresentazioni grafiche, compresa la spina del mouse, che non sapevo dove mettere, forse perché il Mostro il mouse non lo voleva, perché costruito per farne a meno, ignaro del fatto che io, antico, erede della lettera 22, delle linotype, della carta carbone, senza mouse non so scrivere, dal momento che non saprei dove posizionarmi, ma insomma, alla fine, puro lo spinotto del mouse, di cui mi ero ovviamente munito, in un modo o nell'altro, da qualche parte è entrato. Trattenendo il fiato, ho acceso. Il Mostro si è illuminato d'immenso. Scegli la lingua che devo parlare, m'ha scritto in sovrimpressione per prima cosa, l'italiano? Sì, scriviamoci in italiano, mio caro. Clic. Musichetta. Colori. Ora ti dico che fare, segui con ordine, mi ha aggiunto, con tono perentorio e già qui mi sono sentito lievemente alterato. Non sei collegato a internet, collegarsi a internet, ha proseguito subito dopo in tono perentorio. Come, non sono collegato? Ma se c'è internet libero per tutta la casa, quello senza limiti e senza fili, avrei voluto stupidamente scrivere per rispondergli, ma il Mostro ha fatto prima, come sempre fa prima lui e devi fare come dice lui, tanto per mettere in chiaro le cose, per cui ho imparato subito l'amara verità e difatti ha specificato con supponenza, “Ci sono connessioni disponibili” facendomele vedere e aggiungendo “Scegliere una connessione disponibile”. Grazie al mio buon mouse, ho scelto, la mia Telecom senza limiti e senza fili, con tutte le telefonate verso fissi e pure verso i cellulari, tutto compreso, pure la bolletta che ti tramortisce quando arriva, ovvio. Ma qui sono cominciati i guai seri. *** E' cominciato il dialogo silente, che nemmeno Samuel Beckett sarebbe riuscito ad articolare talmente assurdo e surreale, durato alcuni giorni. E' cominciata la sfida, il duello, l'assurda lotta senza esclusione di colpi, l'arma letale, la missione impossibile. Metti il codice di autenticazione, ha intimato il Mostro. Ma quale codice di autenticazione? Inserire password, ha cominciato a lampeggiare, ogni volta che a me scattava un pensiero, per quanto, appunto, assurdo e surreale, nel dialogo silente, ancora civile, iniziato con lui. Ma quale password? Internet qui è già autenticato nella centralina! Funziona già libero. L'Alessandra accende e si collega col suo computer, pure con il telefonino, infatti, perché tu vuoi l'autenticazione? Ma non c'è stato verso. Forse voleva sapere che tipo di connessione c'era? “Telecom”, ho scritto. E lui: “codice errato”. “Alice” ho riscritto. E lui sempre: “codice errato”. Poi mi è venuto in mente un'operazione che il tecnico della Telecom fece la prima volta, quando venne a installare l'impianto, trascrivendo un'assurda serie di lettere e numeri, che, dopo alcuni tentativi a tentoni, ho ritrovato dietro l'apparecchietto e, dopo altri tentativi infruttuosi di ricopiarla e digitarla correttamente, sono riuscito a replicare davanti al Mostro, che a questo punto, tutto soddisfatto, finalmente è andato avanti, incurante delle mie prime imprecazioni nei suoi confronti, per la sua supponenza, alterigia e stupida avidità. Inserire un indirizzo e-mail, mi ha scritto il Mostro dopo pochi secondi. Ma perché ti devo dire il mio indirizzo di posta? - ho pensato, ma non mi faceva andare avanti senza. Va beh, 'mo ti frego io- e ho inserito il mio indirizzo farlocco, mica quello buono, il vero, con il mio nome e cognome, no, ma quello inutile, con lo pseudonimo, che tengo buono per le notifiche inutili, tipo quelle di Facebook e lo spam collegato: professore.to@hotmail.it, tiè, beccati questo! Il Mostro non ha battuto ciglio. Ha recepito e si è congratulato. Si è colorato, ha aumentato la musichetta e ha scritto: “BENVENUTO GIUSEPPE PUPPO”, non solo, m'ha messo pure la mia foto, una delle mie foto, in tutta evidenza, sul monitor. Sono rimasto basito. Che cazzo ne sai tu come mi chiamo? E chi ti ha dato la mia foto? Ma lui è rimasto indifferente, e ha proseguito imperterrito, con l'identificazione: bisognava dare la foto, cioè faceva tutto lui, io dovevo solamente stare fermo davanti all'obiettivo, con tanto di freccette, che intanto erano uscite sul deskop. Mi sono sentito come un criminale davanti alla Polizia che ti fa le foto segnaletiche prima di sbatterti in galera, ma tant'era. Avrei scoperto nei giorni seguenti a che cosa serviva. Infatti, ogni volta, appena lo accendi, il Mostro ti inquadra e ti identifica. Se no non c'è modo di andare avanti. Se provi a fare il furbo, che so? Mettendoti di traverso, chinando il capo, abbassando gli occhi, non si apre. Procede solamente se ti vede bene e ti riconosce completamente, il bastardo. *** Difatti, appena acceso, espletate le formalità di rito, BENVENUTO, ha ripetuto il Mostro compito e compunto il giorno dopo, con tutte le informazioni su data, ora, condizioni meteo e pure il numero delle mail che nel frattempo si erano accumulate. Beh, vediamo chi ha scritto, ho pensato io. Già...Facile a dirsi. Come si fa? Dove sta il sistema operativo? Come si usa sto Windows 8, che nessuno gli aveva chiesto e che a me la metà bastava? Per non dire la soddisfazione di continuare ad arrichire gli eredi di Bill Gates. Così - Come cazzo si avvia?- gli ho intimato col pensiero. Niente, sordo. Ho passato ore e ore a esplorare col mo mouse triste e sconsolato tutta una serie di punti oscuri, ognuno dei quali rimandava ad altre funzioni, chiamate app, ognuna delle quali, a sua volta, apriva modi nuovi, ma per me sconosciuti e irraggiungibili, quanto indesiderati e inutili. Telefonare, comprare e vendere, giocare, fare conversazioni più o meno amichevoli, girare video, guardare film, ascoltare musica, di tutto, di più, con altre cose che nemmeno riuscivo a capire che cosa fossero, tranne l'unica cosa che a me interessava, scrivere, con un normalissimo, fottutissimo programma di scrittura che già esisteva vent'anni fa, all'alba dei computer, la prima cosa che imparai a usare e che invece il Mostro, fra l'altro sempre occupato a mandare nuovi aggiornamenti, non richiesti e non graditi, del tutto e del di più sembrava non avere. L'aveva, l'aveva, naturalmente. Proprio quando non sapevo più come insultarlo, me l' ha fatto scoprire, il giorno dopo ancora. *** Ma bisognava pagare, ovvio, arricchendo ancor di più i fortunati eredi e i famelici azionisti. Bontà sua, mi metteva a disposizione il programma per un breve periodo, visto che mi ero categoricamente rifiutato di sottoscrivere alcunché e tanto meno di indicare la mia carta di credito, del resto da tempo ampiamente screditata. None, nienzi ( avevo scoperto che il Mostro capiva pure il dialetto leccese), perché mi voglio mettere di nuovo Libre Office, il programma gratuito e perfettamente funzionante come quello a pagamento, di cui mi aveva detto Michele. Bastava scaricarlo, un'operazione all'altezza delle mie capacità tecniche. Detto fatto. Ma il Mostro evidentemente sapeva difendersi: per quanto correttamente scaricato, non mi faceva ritrovare il programma gratuito e ogni volta che volevo scrivere o leggere qualunque cosa, mi riproponeva invece il suo maledettissimo Microsoft office. Non solo, aveva ripreso a propormi in modalità analoghe l'anti - virus, accessorio indispensabile e sempre a caro prezzo. Ma l'ho fregato. Possibile che una macchina dovesse avere la meglio su di un essere umano? Oppure che per farla funzionare ci fosse bisogno di un tecnico specializzato? No, non era possibile. Mi sono attrezzato, ho dato fondo a tutte le più remote capacità di pazienza e di sopportazione, e sono riuscito un giorno a far funzionare l'anti - virus senza pagare niente. Almeno per ora. Il giorno dopo, sono riuscito a ritrovar pure il mio programma di scrittura gratuito. L'aveva nascosto fra i file scaricati, il bastardo. Bastava adesso applicarlo al sistema operativo, e sarei stato apposta. Ma come si usa il sistema operativo, insomma, come si fa ad aprire la posta? Bastava pigiare sulla figurina della busta che appariva eloquente sulla schermata iniziale? Sì? E vai... Ma no, ti pareva, troppo facile. Aperta la posta, perché allora il famigerato windows 8 aveva cominciato a funzionare, il Mostro ci ha messo del suo. Ah, ti devi prima accreditare, “devo verificare che sei attendibile”, una semplice formalità, come dicono nei film i Poliziotti prima di sbatterti in galera, il Mostro voleva ulteriori rassicurazioni, insomma, come la legge sulla privacy, che, partita per tutelare, agevolare e difendere i cittadini, si è trasformata in uno strumento ulteriore per colpire, ostacolare e offendere i cittadini: ad un certo punto mi ha imposto di andare a recuperare un codice segreto di protezione dei dati, da inserire per poter accedere alla mia casella. Ma c'era qualcosa che non quadrava, dal momento che era appunto per poter accedere alla casella di posta che il codice mi serviva. Come se m'avesse letto nel pensiero, il Mostro però è venuto subito in mio soccorso: se non sai come fare, cambia le impostazioni iniziali di accredito. Sfinito, senza più insulti, né bestemmie da lanciargli contro, ho spento, stremato. *** Affranto, il giorno successivo ho scoperto però che non potevo modificare le impostazioni iniziali di accredito, dal momento che il Mostro mi aveva nominato amministratore unico, unico, appunto. Sospettoso e guardingo, alla faccia della privacy, ha preso pure ad informarmi tempestivamente ogni volta che l'Alessandra si collega ad internet da un'altra stanza, ovviamente con il suo pc o con il suo telefonino. Mi aspetto da un momento all'altro che adesso mi mandi un' app (a pagamento, ovvio) che mi consenta di scoprire che cosa ella faccia per fatti suoi. Già adesso, sulla schermata iniziale, del resto lui mi aggiorna costantemente, secondo dopo secondo, che cosa stiano facendo alcuni suoi amici, così, senza collegarsi a Facebook, o altri social network: il Mostro sapeva chi sono i miei amici e si è messo di impegno a dirmi subito, all'inizio, in quali faccende essi siano affaccendati. Ma figurati, Mostro. Piuttosto aiutami a capire sto maledetto windows 8. Di nuovo, come se m'avesse letto nel pensiero, ha deciso di aiutarmi facendomi trovare la guida apposita, on line, da compulsare al bisogno. Beh, non ci potevo credere, le prime cose che mi ha detto sulla guida delle istruzioni per l'uso, sono state di non fumare, come invece io faccio sempre quando scrivo, perché la cenere cadendo può danneggiare la tastiera, e poi di non pigiare troppo sui tasti, che invece io percuoto con forza, come se zappassi, retaggio della mia mitica “lettera 22” dei tempi che furono. Insomma, sapeva tutto di me. *** Come si fa a combattere con un Mostro? Vincere non si può, ma si può convivere. Adesso credo che il sistema funzioni, almeno per quello che serve a me, perché mi fa scrivere nel modo che ho scelto io, e tanto mi basta. Per il resto, mi devo autenticare con la faccia da ebete ogni volta che lo apro, e ho dovuto fare tutto il resto, pure per poter accedere alla mia posta, come ha detto lui. Ma le app no, eh?!? Le app, no, va bene? Va bene, cazzi tuoi se non le vuoi usare, sembra sorridermi adesso, con la sua aria di strafottenza. Basta non sfiorarlo, perché se no ci riprova e mi rimanda da attivare questo o quello indicibile trastullo, o questa o quella fenomenale funzionalità, che io però con altrettanta tenacia mi ostino a rifiutare. Abbiamo raggiunto un precario equilibrio. Non ci amiamo, anzi, ci detestiamo cordialmente, conviviamo forzatamente, ecco tutto, ma abbiamo imparato a tollerarci a vicenda e ci sopportiamo nelle rispettive aspettative del tutto divergenti. Ma sono passati appena pochi giorni, chissà come si evolverà il nostro rapporto però pure necessariamente indissolubile, mi sorprendo a pensare preoccupato, trattenendo il fiato ogni volta che l'accendo. Giuseppe Puppo
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Di giuseppe (del 20/11/2013 @ 20:29:48, in blog, linkato 3824 volte)
CHI E' L'ARTEFICE DEL PRIMO SUCCESSO PER “LECCE CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2019” - AIRAN BERG, L'UOMO CHE NON PARLA NEANCHE BENE L'ITALIANO (ma si vede che si fa capire bene quando vuole) (g.p.) ..E bravo Airan! Nu te facia cussì spiertu! E se i tuoi traduttori avranno le loro difficoltà a renderti l'espressione dialettale, insomma: t'avevo sottovalutato! Sfinito dagli incontri, a metà strada fra una convention aziendale da venditori di catene di sant'antonio e un'assemblea studentesca sessantottina, che, nel caldo asfissiante dell'estate leccese, avevi convocato fra “gli operatori culturali” della città e che erano piaciuti soltanto al Caro Sindaco, in cui avevi ascoltato tutto e tutti, senza capire nulla e nessuno, per poi finire con le tue performance personali, quegli esercizi motivazionali da incantatore di serpenti, anche io, come quasi tutti, non credevo di poter arrivare in Europa. E invece... Siamo nel girone finale, abbiamo superato la fase delle qualificazioni e ora, in poco meno di un anno, ci giochiamo con altre cinque la champion league, che vale tanti soldi; tantissime opportunità per gli artisti e gli operatori culturali salentini (se vorrai, adesso, come speriamo di cuore, coinvolgerli non soltanto con i tuoi astrusi questionari da sondaggi di marketing, ma rendendoli effettivamente protagonisti di iniziative reali) e un enorme prestigio per tutti i Leccesi, qualsiasi cosa essi facciano nella vita. Eravamo partiti in ritardo, rispetto alle altre ben più agguerrite candidate; avevamo pochissimi mezzi, e c'era da inventare davvero un'utopia, più che un sogno. Ma poi, in virtù del successo ottenuto in Austria con la città di Linz nell'analoga competizione del 2009, di cui eri il direttore artistico, sei stato chiamato qui da noi a ricoprire lo stesso ruolo e il risultato si è già visto! E bravo ancora! Sant'Oronzo sa soltanto come e perché, (basta dare un'occhiata alle reazioni incredule e stizzite dei rappresentanti delle quindici città escluse) invece ce l'abbiamo fatta. La commissione dei “saggi” (ma tu, c'è da credere, conoscevi i tuoi polli: sapevi insomma come avrebbero gradito una presentazione e così l'hai preparata; sai farti capire da chi vuoi tu) europei ci ha inserito fra le sei finaliste. Per quanto il risultato ultimo sia ancora lontano, perché una sola sarà la prescelta, adesso è più vicino. Poi, senti, va già bene così: adesso c'è quasi un anno di tempo per concretizzare ed è legittimo ipotizzare che comunque, al di là di quella che sarà la decisione finale, tutto ciò si tradurrà in opere e giorni destinate a restare e ad arricchire il finora tutto sommato grigio e ripetitivo panorama culturale leccese, rinnovandolo e ravvivandolo. Insomma, ora bando alle ciance e facciamo cultura, non parliamone e basta! Diamo spazio agli artisti, e a tutti gli artisti, non solamente a quelli amici degli amici. Usciamo dalla logica degli orticelli e delle torri d'avorio; dei finanziamenti (quei pochi rimasti) indiscriminati e scriteriati; del particolarismo, dell'improvvisazione, del contingente, del fatalismo, della rassegnazione, i mali atavici della nostra terra, che tu non hai fatto in tempo a conoscere, ma che noi leccesi teniamo nel nostro portato geneticvo; del borghese piccolo piccolo, dell' aspettando Godot. A proposito, tu (scusami: uso per comodità tua il tu della lingua inglese) sei un uomo di teatro: e come è possibile trascurare, come è stato fatto colpevolmente finora, nella fattispecie, l'eredità del nostro genio di Carmelo Bene? Sempre a proposito, non rimaniamo chiusi nemmeno nel localismo, nel particolarismo e apriamoci alle realtà nazionali ed internazionali, riflettici, perché il Salento non è e non vuol essere la Padania. Ancora, lascia stare i politici, credimi. Va bene la tua idea dell'utopia da infondere in quello che abbiamo imparato a chiamare l'immaginario collettivo, va benissimo il coinvolgimento di tutti, ma...Altro che lasciare decidere i politici. Tutto il contrario: bisogna liberare la cultura dalla politica! E deve essere la cultura a dirigere la politica, a sua volta diretta dall'economia, non viceversa, come purtroppo accade qui da noi. I pochi mesi che hai passato qui probabilmente non sono bastati a farti fare un'idea chiara della situazione, quelli che passerai ti servano ad affinare questa fondamentale indicazione strategica. Ora, butta giù dal carrozzone, pardon, dal carro, su cui sono saliti, i vari assessori, sulla cui capacità di discernimento culturale e di criticità operativa esistono serie e comprovate riserve, e vai avanti per la tua strada. Sei un uomo di buone letture, tu, Airan. Avrai letto Eduardo Galeano, che non è un calciatore extracomunitario, come, sentendoselo citare, da uno dei relatori di una manifestazione pubblica di qualche anno fa, credeva il nostro Silvio, in una delle sue terrificanti gaffe, bensì lo scrittore uruguaiano, che ha scritto: “Lei è all'orizzonte. [...] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare. (Finestra sull'utopia)” Manca l'ultimo tratto, una decina di mesi di tempo, Airan Berg! Andiamo, e non soltanto per camminare, ma per arrivare diritti al traguardo. Così sarai riuscito davvero, come volevi tu, a reinventare l'utopia.
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Di giuseppe (del 11/11/2013 @ 20:25:47, in blog, linkato 3101 volte)
I NUOVI SCENARI DELL’ECONOMIA E DELLA POLITICA – Connessi al futuro – La lezione di Derrick de Kerckhove Ho letto ieri un nuovo saggio – un bell’articolo su “Repubblica”, titolato “Mercato social club”, che si riferisce alla sua partecipazione al “Future forum” , una rassegna sull’innovazione, in corso a Udine - di Derrick de Kerckhove. Considero l’autore un vero e proprio maestro dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, capace di indicarne potenzialità, pericoli, istruzioni per l’uso e, soprattutto, il che è ancora più difficile, una vera e propria rarità, prospettive future. Insomma, una specie di “Duca mio”, dopo che lo fu – feci in tempo – anche per me Marshall Mc Luhan. Lo è stato anche dopo di lui e per primo per quanto riguarda internet, il professore inglese Stephen Coleman, ex consulente del governo di Tony Blair, docente a Oxford, il quale, sempre per primo, individuò nelle innovazioni tecnologiche (in particolare gli strumenti dell’elettronica) la capacità di produrre un effetto sicuramente positivo e propositivo, in termini di partecipazione popolare, alla politica. Era ancora il 2004. Beppe Grillo – sorrido – si occupava ancora di altro. Io all’epoca dirigevo per la Regione Piemonte il progetto multimediale “Obiettivo minori” per l’educazione all’ uso delle nuove tecnologie. Incuriosito dalle vaghe notizie che giungevano sugli insegnamenti del professore, anche per fargli valutare il nostro lavoro, gli chiedemmo un intervento. Nel corso di quell’intervista, realizzata a Londra da Fatima Moliardo, -per chi voglia leggere il testo completo: http://obiettivominori.org/be/main.php?page=fe_std&id_page=notizie&id=224 - Coleman parlò da lucido profeta, preconizzando scenari che si stanno pian piano avverando, dalla politica, all’informazione. Poi, dopo di lui, a livello di capacità di sintesi, analisi e progettualità futuro, ecco imporsi l’astro nascente di un altro, come Mc Luhan, sociologo, il canadese Derrick de Kerckhove, il quale, proseguendo i discorsi avviati da Coleman, da alcuni anni insegna e scrive dei nuovi mass media e delle loro potenzialità e che io cerco di seguire, come sempre affascinato da chi è capace non solo di spiegare il passato, che è già difficile, e pure capire il presente, che è più difficile ancora, non solo, ma pure di anticipare il futuro, che è davvero di pochissimi al mondo. Intervenendo pochi giorni fa al seminario di Udine, Derrick de Kerckhove ha analizzato le nuove frontiere dell’economia ( ma pure della politica, che sempre di più e purtroppo dell’economia è marxisticamente sovrastruttura) al tempo di internet, ha prefigurato scenari inediti, comunque in fase di realizzazione e ha detto poi tante altre cose ancora assai degne di note, su cui è proficuo riflettere. Vorrei farlo sui miei mezzi, dal mio sito, a leccecronaca.it e, naturalmente, insieme a tutti voi. Certo, non a tutti interessano questi argomenti, invece, a mio modo di intendere, affascinanti, non tutti avranno la pazienza di seguirli, però io ci provo, anche perché almeno al mio amico Valerio Melcore – e sorrido di nuovo – interesseranno moltissimo. E allora, cercherò qui di seguito di fare una buona sintesi delle cose che ho imparato e delle riflessioni che me ne sono venute. *** Il fenomeno compiuto dei giorni nostri che Derrick de Kerckhove chiama “condizione digitale” ha reso vicini tutto e tutti, permettendo accesso simultaneo a persone, cose e attività, il che, a sua volta, ha generato quella che il sociologo definisce “cultura partecipativa”, cioè il desiderio di essere partecipi e coinvolti, connessi, insomma, come soprattutto i così detti social media testimoniano ampiamente. L’ economia sta cominciando a essere generata, o rigenerata, come la politica (in tal senso già più avanti, e senz’altro per la politica va meglio impiegato quest’ultimo verbo) dalla “cultura partecipativa, con spinte che partono dal basso, dalla base, dal popolo riunito in forme partecipative di analisi e decisioni condivise, senza imposizioni dall’alto e anzi con spinte che dal basso verso l’alto salgono e si impongono. Sta nascendo, così caratterizzato, il così detto “mercato intelligente”, anch’esso ancorato nel mare di internet dove navigano le persone trasferendo e condividendo in tempo reale informazioni ed emozioni attraverso i confini geografici, oltre le barriere sociali e vecchi e oramai superati confini ideologici. Come muoversi nella economia intelligente? Derrick de Kerckhove fissa tre regole, che valgono benissimo, aggiungo io, per la politica, per lo stare bene insomma al mondo d’oggi nella nostra società contemporanea, ma soprattutto in prospettiva futura. Le tre regole sono: essere presenti on line; riuscire a stimolare il coinvolgimento; creare comunità. Quale – lo chiama proprio così – “debole segnale del futuro”, a conferma della prima regola, il sociologo segnala che da San Paolo del Brasile sono spariti tutti i cartelloni della pubblicità stradale; negli Stati Uniti d’America, la città di Houston, nel Texas, ha già seguito l’esempio della metropoli brasiliana, ed altre si stanno attrezzando. Insomma, gli investimenti della pubblicità si stanno dirigendo verso nuovi mezzi di comunicazione, così come, per fare un altro esempio, i giornali cartacei stanno diventando minoritari rispetto a quelli on line Per quanto riguarda il coinvolgimento, la politica insegna meglio dell’economia, in cui sempre meno, comunque, uno vuole che gli o le si dica come fare e come comportarsi, ma vuole esprimere direttamente i propri contenuti emozionali. Per fare un altro esempio, io non vi sto dicendo che cosa fare, vi sto proponendo delle idee: e se voi metterete “mi piace “ di Facebook sotto questo mio pezzo, condividendolo sui vostri profili, esprimendo riflessione, partecipazione, promozione ideale, avremo tutti insieme realizzato il “coinvolgimento” dal basso, nella fattispecie sugli scenari di un futuro che è già cominciato. Infine, il fare comunità, in cui discutere e scambiare idee ed emozioni, è il modo migliore oggi per realizzare sé stessi e le proprie idee, come pure, in campo economico, per promuovere i propri prodotti e servizi. Considero tutti questi scenari futuri affascinanti. Vi prego di riflettere su di esse e di condividerli. Un’ altra lezione a cui tengo molto è quella di un altro mio Maestro, Filippo Tommaso Marinetti, il quale alle figlie ripeteva: “Non bisogna pensare al passato, neanche al presente, e nemmeno al domani, bensì al dopodomani”: Pensiamoci, dunque, già adesso, concretamente, al nostro dopodomani. E forse lo stiamo già facendo. Insieme, naturalmente. Giuseppe Puppo
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Di giuseppe (del 07/11/2013 @ 08:33:29, in blog, linkato 869 volte)
Proseguono i provvedimenti anche concreti della magistratura contro l’ Ilva, che, sostanzialmente ancora agevolata, se non protetta, dal governo bi –Letta, continua ad essere inadempiente sul fronte del reale risanamento, della radicale ristrutturazione della produzione, della tutela dell’ambiente e della salute delle persone. Insomma, il disastro continua. Fino a quando? Fino a quando la volontà popolare non troverà uno sbocco politico reale, per avviare lo smantellamento dell’attuale sistema, in una profonda rigenerazione della produzione, su criteri moderni ed efficienti, sotto l’egida dello Stato, che dovrebbe riprendersi il controllo di questo settore, strategico, senza lasciarlo agli approfittatori e agli avventurieri senza scrupoli, come ha fatto in passato. Le occasioni offerte dal risanamento ambientale, quello ancora possibile, e le nuove prospettive imprenditoriali, faranno poi cadere e finalmente il ricatto occupazionale, su cui ambiguamente si è puntellato il sistema di interessi stratosferici e di corruzione totale, di cui ho scritto qualche giorno fa, commentando il coinvolgimento giudiziario del governatore della Regione Puglia Nichi Vendola. Ora, come è stato giustamente rilevato, il pericolo è che l’attenzione sociale si appiattisca sugli aspetti giuridici e legali, mentre si distolga dalla politica. Francamente, da intellettuale, mi interessa poco e punto l’esito delle inchieste dei magistrati, perché quello che mi sta a cuore è il giudizio politico. Al di là degli aspetti penali, al netto delle bucoliche prese di posizione retoriche, oltre i quadretti idilliaci a lungo dipinti, in concreto la Regione Puglia oggettivamente non si è mossa contro il sistema dell’Ilva, anzi, implicitamente, così facendo, l’ha agevolato. Vale pure per la sanità, perché, vicende giudiziarie a parte, la sanità pugliese costa troppo e funziona male, il tutto sulla pelle e nelle tasche dei Pugliesi. Questa è la verità della cronaca dei fatti, e pure – vale per tutte le amministrazioni nel frattempo succedutesi – la verità storica: chi ha ereditato la situazione preesistente, di cui certo non era responsabile, comunque non ha fatto nulla di concreto, nei fatti, per invertire la tendenza, quanto meno per avviare il risanamento. Tutti zitti e buoni sotto la gigantesca cappa di interessi montati dall’Ilva sopra il cielo di Taranto, e pure delle zone del Salento, raggiunte dai miasmi mortiferi per effetto della circolazione dei venti. *** Geograficamente colpito a morte dall’inizio alla fine, lungo le coste dei due mari, all’inizio dalla pestilenziale centrale di Cerano, alla fine dal disastroso stabilimento dell’Ilva, il Salento proiettato sull’economia contadina, sulla cultura, sul turismo, vacilla. Il colpo definitivo sul suo equilibrio naturale sta per arrivare, se qualcuno, se qualcosa, non farà in tempo a fermarlo, prima che sia realizzato, prima che si abbatta rovinoso, e anzi mortale, sulle genti salentine. Si tratta del gasdotto trans – adriatico (TAP) il cui sbocco finale, come è noto, è previsto sulla spiaggia di San Foca. Basta studiare un po’ le carte, leggere gli atti burocratici ed amministrativi, confrontare le dichiarazioni politiche, approfondire un minimo, per capire facilmente che si tratta di un’opera utile solamente alle società multinazionali che la costruiscono e la gestiscono; che in termini gestionali se ne potrebbe fare totalmente a meno; che nel Salento non porterà nessun tornaconto economico; che agli Italiani tutti non darà beneficio alcuno, come invece promette mentendo e sapendo di mentire il Letta nipote. E allora, per favore, muoviamoci prima, non dopo. Perché poi, quando sarà fatto, con l’ecosistema sconvolto, darà ben misera soddisfazione andare ad individuare le responsabilità. Qui torniamo a Nichi, massimo esponente istituzionale del territorio, pure leader di un partito che nel nome porta il richiamo preciso all’ecologia e teorico di politica e di letteratura. Sulla Tap Sel e Pd continuano a fare solamente fumo, senza arrosto, in un gioco delle parti, fra piani nazionali e locali, sovrapposti e incastrati in un sostanziale nulla di fatto. La realtà è che nei fatti i progetti delle multinazionali sono in avanzata fase di realizzazione. Nichi Vendola ne è responsabile, sia detto, comunque vada a finire, a futura memoria. Intendo essere preciso. Ho scoperto che la Regione Puglia aveva trenta giorni di tempo per bloccare il progetto del Tap presentato presso i suoi uffici e non l’ha fatto, quindi ha fatto scattare il meccanismo del silenzio – assenso e cioè ha di fatto autorizzato i lavori. Quindi, poi Nichi Vendola potrà pure mettersi a scrivere poesie e a rilasciare affascinanti dichiarazioni in merito, ma questo è, questo lo inchioda, ‘stavolta ab origine, non come per l’ Ilva a posteriori, ‘stavolta a monte, prima, fin dalle origini, alle sue responsabilità precise. Cos’, alla luce della scelta compiuta, al buio dell’autorizzazione concessa, questo tardo romanticismo risulta francamente insopportabile, come il buonismo di maniera, il politicamente corretto ostentato formalmente, a coprire la verità dei fatti. Di questo Vendola dovrebbe preoccuparsi, se non fosse troppo occupato a rincorrere i suoi pur legittimi sogni di gloria, su scala nazionale, e a dichiarare sempre e comunque, a ogni proposito e sproposito, su motivi e personaggi mille miglia distanti dagli interessi della Puglia e dei Pugliesi. Continua invece imperterrito a perpetuare la propria immagine naif, ingenua, disincantata, fanciullesca, tardo giovanilistica, che copre i fallimenti della sostanza, e l’occupazione sistematica del potere, che ha scientificamente attuato, dall’energia, alla cultura. Nicchi Vendola, che ha una sfasatura infantile della politica, ridotta ad affabulazione trasognante, tutta giocata sulle capacità straordinarie nella comunicazione e nella costruzione dell’immagine e quindi del consenso, piena di suggestioni, da incantatore di serpenti, che incanta, appunto, grazie alle sue capacità e così facendo fa dimenticare – in codesta versione post comunista del nuovo secolo e del nuovo millennio – i fallimenti di governo, nei fatti concreti che interessano realmente i popoli e le persone.
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Di giuseppe (del 06/11/2013 @ 11:16:03, in blog, linkato 1026 volte)
All’estero evidentemente hanno un’altra considerazione della politica e i politici si adeguano: al minimo sospetto, al primo peccato veniale da cui a torto, o a ragione, sono coinvolti, danno serenamente le dimissioni, e vanno a casa. In Italia non si dimette mai nessuno. Le eccezioni sono pochissime e fra di esse, le pochissime, sono pure quasi tutte estorte, per così dire, obbligate, anziché spontanee, per ragioni di opportunismo, o ragion di Stato addirittura. Di solito, non bastano condanne penali e civili di ogni ordine e grado, e, aspetti giudiziari a parte, comportamenti di pessimo gusto e di infimo livello morale, anche dal semplice punto di vista sociale, niente: tutto continua come prima, tanto gli Italiani hanno la memoria corta e sono facili alla sottovalutazione, alla giustificazione e alla dimenticanza. Ora, sapete bene che cosa ha fatto e che cosa non ha fatto la ministro Anna Maria Cancellieri, dopo i dialoghi telefonici, preoccupati e affranti, con il suo amico e confidente Antonino Ligresti, il quale le chiedeva di intercedere a favore della liberazione della figlia Giulia, finita come lui in guai giudiziari grossi come montagne, ancora in carcere per una truffa di centinaia di milioni (di euro, ovvio) ai danni di assicurati, azionisti e piccoli risparmiatori: e naturalmente messa agli arresti domiciliari dopo pochi giorni. La sventurata rispose. Così rispose, chiarissima e rassicurante, lapidaria e accomodante: “Ho fatto la segnalazione”. Così disse, memore certo di quanto a sua volta Antonino aveva fatto in tempi passati e recenti, a favore del proprio rampollo, Pier Giorgio Peluso, assunto dalla Sai di Ligresti per poco più di un anno e retribuito con quattro milioni di euro circa, prima di passare ad altro incarico in Telecom Italia, certo per propri meriti indubbi e senza nessun favoritismo, nessuna “segnalazione”, fin dagli sfolgoranti inizi di carriera in UniCredit. Ci vorrebbe la voce di Mario Merola per sottolineare questo italico intreccio di preoccupazioni diuturne per i propri figli, sì, perché, è vero, “I figl so piezz e core e nu sanna lassà”. Purtroppo, nella concezione della Cancellieri, questo vale solamente per i figli suoi, e per quelli dei suoi amici, non per quelli degli altri, perché, sempre da ministro, sia pur dell’Interno, nel precedente governo – Monti, ebbe a dichiarare quanto segue, nel commentare la dilagante, drammatica, disoccupazione giovanile: “Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà", giustificando il dramma del precariato, avallando la tragedia della parcellizzazione del lavoro, “just in time”, quando pure c’è, ignorando cinicamente e sostanzialmente disprezzando tutti gli altri genitori, incapaci di ascendenti forti come il suo e alle sue stesse segnalazioni impossibilitati. Forse perché con le parole ci lavoro, ma delle parole io ho un grande rispetto. Le parole sono importanti, a volte pesano come macigni. Credo che la ministro Cancellieri avrebbe dovuto già dimettersi un anno fa, quando pronunciò inopinatamente una frase come quella che le uscì di bocca. Poi, so che cosa avrebbe dovuto fare, adesso: negarsi, come minimo, non scambiare nemmeno una parola con il suo amico e sodale Antonino, buttare il telefono via non appena avesse udito la sua voce. E invece… Così, so che cosa dovrebbe fare adesso: dimettersi, così, subito, senza tentennamenti, e andare a casa, certo confortata da una di quelle pensioni d’oro che competono a tutti gli esponenti della casta come Lei. E invece… Invece racconta barzellette, a mo’ di insistenza per restare al suo posto, come quella per cui avrebbe fatto centinaia di segnalazioni come per la figlia di Antonino, come se tutte le decine di migliaia di poveracci che a torto o a ragione languiscono in galera avessero il suo numero di telefono e potessero rivolgersi a Lei chiedendole di fare qualcosa. Almeno le barzellette di Silvio facevano ridere. Questa del telefono della Cancellieri invece no, fa piangere. Ma non capisce – eppure, non dovrebbe essere difficile – che con il suo comportamento la Guardasigilli ha rafforzato il sospetto che in Italia in carcere ci stiano solamente i poveracci e che i ricchi riescano sempre, in un modo o nell’altro, a cavarsela? Il sospetto cioè che mina il fondamentale assetto teorico che la legge è uguale per tutti? E purtroppo il sospetto è l’anticamera della verità.
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