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Torino, 30 gennaio 2014
Di giuseppe (del 08/02/2014 @ 20:10:57, in blog, linkato 1228 volte)
Fioca. L'alba è ancora scura, ma squarciata dalla neve che continua a venire giù, per quanto le strade siano ancora abbastanza sgombre e il traffico del mattino, lentamente, faticosamente, ma pure regolarmente sta montando dalle periferie sconfinate, verso il centro – città. Ancora buio. C'è quasi un'ora di luce in meno all'alba a nord – ovest, rispetto al mio sud -est e un'ora in più al tramonto. Non me l'ero dimenticato. Arrancano gli studenti e gli operai, le impiegate e le commesse, ognuno protetto a modo suo, nel freddo pungente, ma vanno avanti, immersi nei propri pensieri, ognuno verso la sua metà, ognuno nella sua storia, grande, o piccola che sia, comunque importante, perché importante comunque è la nostra esistenza. Il pullman, la metro, i marciapiedi che le portinaie spazzano imperterrite, i portici ali e spaziosi come un riparo permanente, sotto cui camminare comunque. C'è tanto di eroico, in tutto questo, tanto di lucida determinazione, di dignitosa ostentazione di una sofferta, ma partecipata normalità, nonostante tutto. Me lo ricordavo. L'ho ritrovata, quasi intatta, appena senza tanti fronzoli, che già prima erano ben pochi, ora senza nemmeno più quella speranza, in un futuro migliore, che gli ultimi anni ci hanno tolto di brutto e che qui hanno lasciato uno scenario ancora più cupo all'orizzonte. La Torino della difficile integrazione, degli Italiani, prima, che ne compongono l'identità un insieme formato da venti regioni cento province, di cui riconosci le inflessioni; e dell'integrazione impossibile degli extracomunitari poi, che ne hanno irrimediabilmente segnato la sofferenza. La Torino del tutto è difficile, e costa fatica; delle opportunità e delle possibilità; dell'alza il culo e muoviti, del non è mai troppo tardi e del puoi sempre ricominciare dove sei; delle grandi strade piene e delle vecchie fabbriche trasformate; dell'identità smarrita e non più ritrovata, della capacità di uscire dal proprio spazio e dal proprio tempo, muovendo dalla dimensione locale e contingente, per arrivare al generale e all'universale, anticipandolo. Ma questa sua ostinata rassegnazione di adesso, questa sua disperata e disperante angoscia del futuro che colgo negli sguardi bassi e spenti, non le riesco a sopportare, mi bruciano sulla pelle più dell'aria gelida. La fioca. Pazienza, mi faccio coraggio, devo stare in giro tutto il giorno, ma l'ho fatto tante volte, lo rifarò ancora. All'uscita della metropolitana, mi sorprendo a pensare che anche questa linea, l'unica, di Torino, ha la direzione Fermi, esattamente come quella B di Roma, ma ancora peggio penso prima ad un'indicazione di stato in luogo, finito il percorso, che non allo scienziato, e va beh. Il caffè costa un euro e dieci, ma in compenso adesso in tutti i bar ti danno un assaggino di acqua, alla di un estenuante interrogatorio: normale il caffè? Liscia o gasata? Frigo, o fuori frigo? E a proposito di coincidenze significative, oggi del mio breve ritorno è pure il giorno del definito addio della Fiat alla sua Torino. Torinocronaca, anzi Cronacaqui come si chiama adesso, ci fa la prima pagina, ovvia, concedendo appena un po' di spazio ad una scazzottata di un immigrato extracomunitario senza biglietto ai controllori del pullman, che in un' altra circostanza avrebbe preso tutto lo spazio, con truculenti resoconti e sdegnati commenti. Ma oggi, tutto questo, che vuoi commentare? Solo rassegnata sopportazione, la stessa dello spirito della città. E la globalizzazione, bellezza! E' il definitivo fallimento della politica, diventata schiava dell'alta finanza internazionale. Ma tanto già da tempo non c'era più la Torino operaia, che viveva in simbiosi con la sua fabbrica, regolando intorno ad essa tempi e modi delle sue famiglie, degli usi e dei costumi, degli ingorghi a Mirafiori all'orario di cambio – turno, delle tute blu stese ad asciugare il sabato sui balconi dei sobborghi di periferia, o sui ballatoi dei vecchi cortili. La città della cultura, e del turismo, con cui avrebbe voluto reinventarsi un'altra vita, non c'è mai stata, nonostante le risorse pubbliche fagocitate per questo e finite nella ristretta cerchia dell'azienda, delle sue risorse umane ed economiche, in una specie di sistema concluso, mafioso, se le parole hanno un senso, che continua imperterrito a prosperare, quello sì, in quello che appunto in un bel saggio di documentazione e denuncia un giornalista lucidamente acuto quanto socialmente coraggioso come Augusto Grandi chiamò appunto anni fa “Sistema Torino”. C'è la Torino travolta non dagli scandali della casta politica e dalle beghe elettoralistiche, ma dal fallimento stesso della politica, del centro – sinistra, che dalle rivolte operaie è finita a trastullarsi nelle fondazioni bancarie, e del centro – destra, che dalle rivolte sociali è finita a farsi rimborsare coi soldi pubblici finanche le spese per le guantiere di dolci, e per la biancheria intima. Fioca. Con rassegnata sopportazione si tira avanti. La mezza. Il tempo di mangiare un boccone, come si dice qua, con schiva e modesta ritrosia elevata a sistema per tutto, anche nei modi di dire. Il cielo è livido, il grigio – Torino profondo, i sogni sono come il capolinea della metropolitana, le speranze gelate e sepolte sotto la fanghiglia di neve sporca.