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 RIMBALZATO/ agli onori delle cronache, il liceo classico "Cavour" di Torino... di giuseppe
 
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Sandro Giovannini
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Di giuseppe (del 11/02/2014 @ 10:13:03, in blog, linkato 1191 volte)
UNA LETTERA DA TARANTO ______________________________ Si viaggia nello spazio, certo, ma ci sono altre dimensioni meno evidenti, ma più profonde in cui a volte ci si muove. Da Lecce e a Taranto ci sono nemmeno ottanta chilometri, per quanto amplificati da un itinerario rimasto assurdo, che ne dilata la percorrenza, o da un altro più veloce, che però ne aumenta la portata; ma nella mia geografia dell'anima, per arrivarci è necessario percorrere a ritroso distanze che mi sembravano infinite e quindi impossibili, fino a quando, ieri, sono riuscito a colmarle. Ne ho riportato comunque una grande fatica, un vero e proprio malessere fisico, perché quando si viaggia nel tempo se ne ricava una strana sensazione di spaesamento, come il così detto jet lag di un fuso orario estremo, e quando poi, oltre che nel tempo, pure nella memoria, si aprono inevitabilmente i graffi e le ferite che non si cicatrizzano mai, per questo riposte nell'intimo più profondo, ma che riprendono a sanguinare, appena, in un modo o nell'altro, le si ritorna a sfiorare. Affranto, spossato, ho viaggiato nel tempo e nella memoria, ieri, piuttosto che nello spazio, a Taranto, città bella e sfortunata e anziché al presente, ho pensato al futuro. Ho visto stormi di rondini fra le campagne del Salento. Nei paesi lungo la strada ho visto anche gli anziani felici. Però adesso andiamo dal “privato” al “pubblico”, dal “personale” al “politico”. Ho ritrovato, nell'ordine, rimasti pressoché uguali dopo quaranta anni: il segnale di indicazione stradale tutto rattrappito con le lettere fatte a puntini al vero ingresso della città; il Salinella; il Ponte Punta Penna Pizzuta; il Ponte Girevole unico al mondo; i presidi della Marina Militare; la birra Raffo e l'amaro San Marzano; i due mari, uno aperto e immenso, l'altro placido e concluso; il vento fortissimo che scuote quel che rimane ancora, specie in cima, delle alte palme. Ho trovato invece aggravato un degrado che non è una maledizione, una condanna biblica, una nemesi divina, bensì l'accumulo dell'incuria degli uomini che a vario titolo, ma con uguali responsabilità, avrebbero dovuto e dovrebbero occuparsene, e non l'hanno fatto, né lo fanno, in tutt'altre faccende, dalle beghe di partito, ai privilegi della casta, affaccendati. Le buche sulle strade, tanto per fare un esempio, sono quelle di un percorso di guerra, ma questo è niente, in confronto alla città vecchia, che si estende appena passato il Ponte Girevole. Sembra ancora il 1950, gli Americani sono appena andati via, hanno lasciato l'economia di sopravvivenza, le palazzine tetre ammaccate dai bombardamenti, il ricordo della nostra Pearl Harbor del 1940, e oramai sono passati decenni. Però ancora adesso, oggi più di ieri, le case sono nere, “sgarrupate”, invivibili. Soltanto un cartello di un'agenzia immobiliare, con su scritto “vendesi”, che si regge per miracolo sui calcinacci di un balcone del primo piano, fra le finestre diroccate e le persiane a pezzi, riesce a far sorridere, sia pure solo per un attimo. Poi, ho avuto paura. Nei volti degli astanti sui marciapiedi che costeggia il percorso automobilistico a senso unico, davanti alle palazzine perdute, ho letto la rabbia, in quelli dei ragazzini che scarrozzavano sui loro motorini di fortuna controsenso in rapide gincane, la disperazione. Quanto già si profilava davanti il disastro del quartiere Tamburi e il mostro dell' Ilva, che questa città ha corrotto in tutte le sfere di responsabilità, dai politici, ai sindacalisti, dai preti, ai giornalisti, per poter allargare il profitto di una sola famiglia, sulla pelle delle famiglie tarantine; che questa città ha condannato all'atto finale del degrado supremo; che pesa come la nostra Hiroshima, io ho avuto una paura irresistibile, che mi ha impedito di procedere oltre, e sono rapidamente tornato indietro, non vedendo l'ora di riguadagnare il Ponte Girevole. Io che da cronista andavo più o meno tranquillamente a Scampia a Napoli, oppure senza patemi eccessivi giravo a Torino nel peggiore San Salvario, io a Taranto alla città vecchia non sono riuscito a rimanere più di tanto. Mi ha consolato più tardi la lettura del vecchio e glorioso “Corriere del giorno”, che, ho appurato, è vivo e lotta insieme a noi, certo, grazie ai finanziamenti pubblici, va bene, rattrappito e malconcio in cooperativa di fortuna, ma esiste e resiste. Come può, denuncia. Ho appreso che il giorno prima c'era stato un convegno, una delle solite tavole quadrate dei blà-blà-blà, un altro famigerato “tavolo” di concertazione con cui in Italia si risolvono i problemi soltanto a parole, questo appunto sul risanamento ambientale e sull'importanza anche economica della cultura, organizzato da alcuni imprenditori di buona volontà, in collaborazione proprio con il quotidiano locale, che giustamente ne riferiva in dettaglio su tre pagine, per cui si era scomodato pure il ministro sinistro Massimo Bray, in cui però la sinistra amministrazione comunale era rimasta in silenzio assordante, e il sindaco si era fatto rappresentare da un oscuro funzionario. Eppure il museo e unico al mondo c'è, il Museo della Magna Grecia, o “Marta”, come l'hanno chiamato adesso, dopo averlo riordinato e organizzato. ed è uno splendore. Gioielli, statue, masserizie e suppellettili, le maschere, dai, del teatro, tali e quali, dopo due millenni. Una meraviglia, tout court, sottolineo, unica al mondo. La struttura è accogliente, la visita favorita e assistita da personale gentile e competente, lo spettacolo unico e ineguagliabile. Certo, manca ancora una parte intera, fra l'altro proprio quella attinente la città originaria dei coloni, che sfidò la potenza imperiale e ne fu sottomessa, per quanto ci vorranno ancora soltanto pochi mesi, così assicurano, per avere il percorso completo, ma quanto c'è già basta e avanza per ricavarne una ricchezza anche economica per la collettività locale intera, per smantellare l'intera Ilva e dare pane senza morte alla comunità su tutti e due i mari. Se fosse da un'altra parte, e non a Taranto bella e sfortunata, città martire dell'egoismo del capitalismo e dei politici camerieri degli affaristi. Ieri, in una tranquilla mattinata domenicale, c'erano due visitatori. Così l'incuria e l'incapacità dei politici, che pensano a ben altro, diventa una maledizione, una condanna biblica, una nemesi divina. Andando via, due volti nella memoria del telefonino, le La giovane signora, che io che do sempre a tutti i nomi più strampalati e mai il loro giusto, ho battezzato Marta, che sta (a Taranto e provincia, ognuno e ogni cosa sempre e comunque sta) alla biglietteria del Museo: sorridente, partecipe, preparatissima, accogliente, competente, innamorata del suo lavoro e della sua città. La signora anziana – appellata invece Paola -che passava, fuori, davanti al Museo, per piazza Garibaldi, per andare a messa con il suo decoro borghese del trucco garbato e del cappotto buono di pelliccia della festa, evidentemente sopravvissuta alla scomparsa del ceto medio, garbato, onesto, alacre e fattivo: sapeva di orari e parcheggi, di accoglienza e ospitalità, e che alla fine del breve e occasionale colloquio ha augurato “buona visita” e ha regalato un sorriso, per quanto aggravato di fatica, ma sincero. Ciao Marta. Ciao Paola. Non mollate. Credo quia absurdum, credo in Taranto e nella sua impossibile rinascita, che come quella dell'Italia intera passa soltanto attraverso il vostro garbo, la vostra sensibilità, e i vostri sorrisi che sono l'ultima speranza per tutti noi.
 
Di giuseppe (del 08/02/2014 @ 20:10:57, in blog, linkato 899 volte)
Fioca. L'alba è ancora scura, ma squarciata dalla neve che continua a venire giù, per quanto le strade siano ancora abbastanza sgombre e il traffico del mattino, lentamente, faticosamente, ma pure regolarmente sta montando dalle periferie sconfinate, verso il centro – città. Ancora buio. C'è quasi un'ora di luce in meno all'alba a nord – ovest, rispetto al mio sud -est e un'ora in più al tramonto. Non me l'ero dimenticato. Arrancano gli studenti e gli operai, le impiegate e le commesse, ognuno protetto a modo suo, nel freddo pungente, ma vanno avanti, immersi nei propri pensieri, ognuno verso la sua metà, ognuno nella sua storia, grande, o piccola che sia, comunque importante, perché importante comunque è la nostra esistenza. Il pullman, la metro, i marciapiedi che le portinaie spazzano imperterrite, i portici ali e spaziosi come un riparo permanente, sotto cui camminare comunque. C'è tanto di eroico, in tutto questo, tanto di lucida determinazione, di dignitosa ostentazione di una sofferta, ma partecipata normalità, nonostante tutto. Me lo ricordavo. L'ho ritrovata, quasi intatta, appena senza tanti fronzoli, che già prima erano ben pochi, ora senza nemmeno più quella speranza, in un futuro migliore, che gli ultimi anni ci hanno tolto di brutto e che qui hanno lasciato uno scenario ancora più cupo all'orizzonte. La Torino della difficile integrazione, degli Italiani, prima, che ne compongono l'identità un insieme formato da venti regioni cento province, di cui riconosci le inflessioni; e dell'integrazione impossibile degli extracomunitari poi, che ne hanno irrimediabilmente segnato la sofferenza. La Torino del tutto è difficile, e costa fatica; delle opportunità e delle possibilità; dell'alza il culo e muoviti, del non è mai troppo tardi e del puoi sempre ricominciare dove sei; delle grandi strade piene e delle vecchie fabbriche trasformate; dell'identità smarrita e non più ritrovata, della capacità di uscire dal proprio spazio e dal proprio tempo, muovendo dalla dimensione locale e contingente, per arrivare al generale e all'universale, anticipandolo. Ma questa sua ostinata rassegnazione di adesso, questa sua disperata e disperante angoscia del futuro che colgo negli sguardi bassi e spenti, non le riesco a sopportare, mi bruciano sulla pelle più dell'aria gelida. La fioca. Pazienza, mi faccio coraggio, devo stare in giro tutto il giorno, ma l'ho fatto tante volte, lo rifarò ancora. All'uscita della metropolitana, mi sorprendo a pensare che anche questa linea, l'unica, di Torino, ha la direzione Fermi, esattamente come quella B di Roma, ma ancora peggio penso prima ad un'indicazione di stato in luogo, finito il percorso, che non allo scienziato, e va beh. Il caffè costa un euro e dieci, ma in compenso adesso in tutti i bar ti danno un assaggino di acqua, alla di un estenuante interrogatorio: normale il caffè? Liscia o gasata? Frigo, o fuori frigo? E a proposito di coincidenze significative, oggi del mio breve ritorno è pure il giorno del definito addio della Fiat alla sua Torino. Torinocronaca, anzi Cronacaqui come si chiama adesso, ci fa la prima pagina, ovvia, concedendo appena un po' di spazio ad una scazzottata di un immigrato extracomunitario senza biglietto ai controllori del pullman, che in un' altra circostanza avrebbe preso tutto lo spazio, con truculenti resoconti e sdegnati commenti. Ma oggi, tutto questo, che vuoi commentare? Solo rassegnata sopportazione, la stessa dello spirito della città. E la globalizzazione, bellezza! E' il definitivo fallimento della politica, diventata schiava dell'alta finanza internazionale. Ma tanto già da tempo non c'era più la Torino operaia, che viveva in simbiosi con la sua fabbrica, regolando intorno ad essa tempi e modi delle sue famiglie, degli usi e dei costumi, degli ingorghi a Mirafiori all'orario di cambio – turno, delle tute blu stese ad asciugare il sabato sui balconi dei sobborghi di periferia, o sui ballatoi dei vecchi cortili. La città della cultura, e del turismo, con cui avrebbe voluto reinventarsi un'altra vita, non c'è mai stata, nonostante le risorse pubbliche fagocitate per questo e finite nella ristretta cerchia dell'azienda, delle sue risorse umane ed economiche, in una specie di sistema concluso, mafioso, se le parole hanno un senso, che continua imperterrito a prosperare, quello sì, in quello che appunto in un bel saggio di documentazione e denuncia un giornalista lucidamente acuto quanto socialmente coraggioso come Augusto Grandi chiamò appunto anni fa “Sistema Torino”. C'è la Torino travolta non dagli scandali della casta politica e dalle beghe elettoralistiche, ma dal fallimento stesso della politica, del centro – sinistra, che dalle rivolte operaie è finita a trastullarsi nelle fondazioni bancarie, e del centro – destra, che dalle rivolte sociali è finita a farsi rimborsare coi soldi pubblici finanche le spese per le guantiere di dolci, e per la biancheria intima. Fioca. Con rassegnata sopportazione si tira avanti. La mezza. Il tempo di mangiare un boccone, come si dice qua, con schiva e modesta ritrosia elevata a sistema per tutto, anche nei modi di dire. Il cielo è livido, il grigio – Torino profondo, i sogni sono come il capolinea della metropolitana, le speranze gelate e sepolte sotto la fanghiglia di neve sporca.
 
Di giuseppe (del 08/02/2014 @ 17:32:26, in blog, linkato 848 volte)
Come al solito, ma questa volta con ancora più vergognosa opera di disinformazione sistematica, quasi tutti i mass – media, asserviti al sistema, di cui sono parte integrante, a spese dei cittadini, si sono limitati a rappresentazioni folkloristiche, variamente colorate, degli avvenimenti politici di questi ultimi giorni. Essendo in viaggio e trovandomi dunque ad assistere in diverse circostanze ai vari telegiornali, allibito, ho dovuto spiegare io ai miei commensali che le reazioni dei nostri portavoce in Parlamento (perché il M5S sono io, perché il M5S siamo noi tutti che abbiamo aderito e come possiamo, per le nostre capacità e possibilità, lo sosteniamo) erano la sacrosanta reazione ai provvedimenti, gli ultimi di una lunga serie, che il Pd e il Pdl, con le loro aggregazioni, hanno architettato, ai danni di tutti gli Italiani: una legge elettorale ancora più porcata della precedente dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale; un decreto che ha regalato miliardi alle banche; e la continua opera di sostegno e di intervento politico diretto di un presidente della repubblica che uccide i limiti del proprio mandato e ravviva il sistema di potere dei partiti. E’ vero, ha ragione Beppe, così come sono, sono già morti, ma nel frattempo si sono trasformati in zombi che camminano e provocano continuamente, con i loro sussulti cadaverici, tesi ad occupare il potere, servire i potenti e uccidere la speranza. Speranza poi– che ne è l’icastica rappresentazione, pure nella disperata e disperante opera di mascheramento nella versione renziana – sarà evidentemente l’ultimo a morire. *** Da solo, invece, tornato a Lecce, questa mattina ho letto il commento più meschino di tutti, in cui Ezio Mauro accusa il M5S di disprezzare la democrazia e di produrre cenere politica. Vale la pena ricordare al direttore de “La Repubblica” e a tutti i mestatori professionisti della disinformazione di regime, che ancora credono che questo sistema possa produrre “un cambiamento autentico che restituisca legittimità alla politica e fiducia ai cittadini” ( il tentativo di Renzie, insomma) che le cose stanno in maniera ben diversa. Il M5S – e posso parlare con cognizione di causa, per aver studiato e per aver frequentato, prima di poter così affermare – è contro questa democrazia, così come l’hanno ridotta i partiti zombie e i loro politici camerieri dei potenti. IL M5S è a favore della democrazia partecipativa, organica e rappresentativa dal basso in cui ognuno lavora e vota per sé stesso e per gli altri del bene comune e delle giovani generazioni. Il M5S è contro questa politica che alimenta il potere economico e finanziario; che ha distrutto il ceto medio del decoro e della dignità e che fa diventare i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri; che ha prodotto disastri e non sa come porvi rimedio; che ha bruciato l’entusiasmo, la creatività, l’orgoglio e la dignità. Ma non tutto è perduto. Abbiamo archiviato un movimento dei forconi che, come era facilmente prevedibile, si è dimostrato velleitario e inconsistente. Ma l’opposizione c’è. C’è l’alternativa, vera e globale, nelle proposte concrete in cui si articolano le idee del M5S, portate avanti con coerenza e articolate con concretezza, soprattutto per le giovani generazioni. *** Si parva licet componere magnis, ma giusto per offrire un altro esempio della disinformazione fraudolenta e della sistematica denigrazione operata dai mass – media contro il M5S, a tutti i livelli, dopo il fondo di sabato del direttore de “La Repubblica” analizzato nella precedente nota, mi piace riflettere insieme a voi su un articolo, sempre di prima pagina, ospitato il giorno dopo dal quotidiano locale, a firma Rosanna Indiveri, con l’altisonante titolo “L’indecente spettacolo offerto in Parlamento”. Va da sé, tanto che non c’è nemmeno bisogno di dirlo: tutta colpa del M5S! L’autrice nemmeno non lo dice apertamente, infatti, anzi, bontà sua, abbozza pure qualche timido motivo di comprensione, per quanto fraudolento, ma tutto ciò rientrerebbe nel sacrosanto diritto di opinione, diritto inalienabile, se corretto dalla onestà d’animo e se sorretto dalla veridicità dei fatti. Invece…Sempre senza nemmeno dirlo apertamente, la Indiveri si avventura in spiegazioni sociologiche, facendosi forza di citazioni involute, di uno dei tanti mestieranti della così detta informazione elevati a “maitre a penser” dal sistema televisivo del buonismo e dalla cultura di regime del renzismo, ruminate a fatica ed evidentemente pure mal digerite. Sostiene Indiveri, pertanto, che la politica non sia per chiunque voglia intraprenderla, ma debba essere riservata a chi possiede “merito, capacità, saperi, sensibilità” per esercitarla: ne consegue implicitamente, che la colpa dello “spettacolo indecente” è del M5S che ha fatto entrare alla Camera e al Senato politici non professionisti, se non manipoli al bivacco. Ecco, ecco un perfetto esempio – perché spesso le cose grandi si capiscono partendo proprio dalle piccole – di sedicente informazione che maschera il calcolo politico, del neo Pd in versione Renzi, e che poi nemmeno conosce ciò di cui parla a vanvera, soltanto per denigrare. Ora, a parte che i “portavoce” dei cittadini in Parlamento eletti nel M5S hanno tutti quanti “merito, capacità, saperi, sensibilità” in abbondanza e nessuno di essi è quella sorta di discolo impenitente, o cattiva ragazza, come vengono comunemente considerati dalla disinformazione di regime. A parte, ancora, che il Parlamento italiano ha visto vere e proprie gazzarre indegne e anzi vere e proprie battaglie campali, scatenate in passato dai politici di professione, la maggiore delle quali fu “combattuta” dal PCI nel 1953. A parte che le proteste in aula di questi giorni sono state fin troppo civili, a mio modo di intendere, se paragonate al metodo con cui è stato impedita l’opposizione a provvedimenti veramente truffa, come la legge elettorale, o alla sostanza dei provvedimenti adottati, per cui sono stati regalati miliardi di euro alle banche, mentre gli Italiani muoiono di fame e si suicidano per disperazione, a parte tutto questo c’è un discorso di fondo, che mi piace spiegare alla Indiveri, o chi per essa, e che io ho capito, non ruminando, ma frequentando, non sproloquiando, ma confrontandomi. Vale la pena spiegare che alla base della vera e propria rivoluzione che il M5S sta operando c’è proprio una diversa concezione della politica, intesa come interesse di ognuno in prima persona, come coinvolgimento di tutti per il bene comune, come partecipazione attiva e sensibile, tutto il contrario insomma della politica dei notabili professionisti, della casta del Palazzo, rivoluzione che parte dall’intimo privato. Il M5S non chiede un semplice voto individuale: chiede una rivoluzione interiore personale. Ed ecco l’entusiasmo, vivaddio la passione, che anima tutti gli aderenti, i militanti, gli elettori del M5S. Se no, continueremo ad avere a rappresentarci carrieristi, trasformisti, lobbisti, servi dei banchieri, schiavi degli usurai. Vogliamo invece avere a rappresentarci cittadini, moralmente integri e decorosamente partecipi come noi. Se del M5S non si è capito questo, che è la cosa sua più bella, insieme al superamento delle vecchie ideologie e delle logiche stantie, del M5S non si è capito niente. Poi, certo, uno può anche non interessarsi di politica…Ma tanto la politica si interessa di lui. Mettendogli nuove tasse, mentre finge di levarle, o abbassandogli lo stipendio, o negandogli la pensione, mentre regala miliardi ai mercanti di armi e agli speculatori della finanza internazionale.
 
Di giuseppe (del 19/12/2013 @ 19:57:58, in blog, linkato 898 volte)
Quello che temevo, dal primo giorno, come impatto immediato, si è oramai materializzato, me ne sono convinto. E' una protesta autentica, quanto sacrosanta, ma guidata, o comunque sollecitata, da chi non sa offrire mete tangibili, con sbocchi concreti, né idee alternative effettivamente realizzabili, strumenti cioè che possano trovare lo sbocco nel 'politico'. Sono quelli che non si interessano di politica, senza sapere che tanto la politica si interessa di loro; quelli che non vanno a votare, senza capire che tanto gli altri, gli apparati dei partiti del regime, a votare ci vanno e le elezioni sono valide, qualunque sia la percentuale dei votanti; quelli che non si sono resi conto che invece una possibilità, autentica, da pochi mesi, dal nulla, invece adesso c'è e si sta articolando, pronta per quando, prima o poi, con qualsivoglia sistema, si tornerà a votare. A cominciare dall'Europa, per dire basta, a primavera, con questo comitato di affari dei banchieri dell'alta finanza internazionale e dei politicanti degli apparati secondari loro camerieri. Ecco, in pratica un referendum, per far crollare dal tetto alle fondamenta una costruzione sovranazionale che non ha senso, per riprendersi la sovranità; e per uscire da una moneta comune, per riprendersi pure la sovranità monetaria: tanto per cominciare, rinegoziando il debito; rilanciando l'economia reale con interventi mirati, dirottando su di essa la liquidità creata ad hoc, a ciò finalizzata, ed eliminando al tempo stesso i costi della politica, degli apparati dei partiti, cioè, dei finanziamenti pubblici diretti, o indiretti, con effetto immediato e totale, non le finzioni maldestre, quanto apparentemente compunte, del Letta nipote; delle risorse improduttive, delle agevolazioni per le banche e gli speculatori finanziari e, last but not least, come dicono quelli che parlano bene l'italiano, delle spese militari. In Italia, diceva quel genio inesauribile di Leo Longanesi, le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola. Già fatto, o quasi. La rivoluzione di questi giorni è cominciata sulle tangenziali e si sta dirigendo da Eataly di Oscar Farinetti, questo imprenditore radical chic, sedicente filosofo, che si perse Walter Veltroni, a suo tempo mutatis mutandis la stessa operazione di maquillage politico, ma che è stato pronto per Matteo Renzie: o almeno, questo è il pericolo che avverto, con quasi tutti i mass media tradizionali che eruttano bisogno, già adesso, per quando l'abusivo ci farà sostituire il parlamento delegittimato che ci ritroviamo.
 
Di giuseppe (del 09/12/2013 @ 17:58:42, in blog, linkato 1038 volte)
C'è una vecchia foto che segna emblematicamente il passato e il presente – forse lo farà anche con il suo futuro – politico di Matteo Renzi. Testimonia un'amicizia, è proprio il caso di dirlo, nel preciso senso democristiano, antica, risalente ai primi anni Novanta, quando il giovane, allora davvero, ventenne, andava a lezione e grato imparava – come egli stesso ricorderà - ai congressi della Dc prima e dei Popolari poi, come si chiamerà in seguito, un partito che era per lui quello di casa, ereditato dall'impegno paterno, e pendeva dalle labbra di un intellettuale della Grande Irpinia finissimo quale Ciriaco De Mita, artefice primo dei fatti e dei misfatti della ultima parte della prima repubblica. Un sodalizio mai dimenticato. Se ne ricorderà infatti ancora più di dieci anni dopo, quando, da presidente della provincia di Firenze, invitò il suo Maestro di vita e di politica a tenere una manifestazione pubblica e nell'occasione si fece immortalare a braccetto del suo idolo. Certo, ognuno può avere i Maestri e gli ispiratori che vuole e forse ognuno ha quelli che si merita: ma certo c'è molto di ironicamente tragico in questo legame ideale fra il simbolo, giusto, del vecchio e dello sporco e il simbolo, sbagliato, del nuovo e del pulito. In ogni caso fa capire molto di quanto poco di vero ci sia nella “campagna di rottamazione” avviata a parole e diventata il suo “cavallo di battaglia” che lo ha reso famoso. Nuovo? C'è un' altra vecchia foto, anch'essa emblematica, sempre dell'anno di grazia 1994, che segna il destino di Matteo Renzi. Lo ritrae in compagnia di Mike Bongiorno durante una puntata del programma televisivo “La ruota della fortuna” cui partecipò come concorrente, vincendo fra l'altro una buona somma di denaro: un beneficiato del sistema televisivo berlusconiano, che si accredita poi come la risposta al “berlusconismo” risulta poco credibile. In realtà, del berlusconismo Matteo Renzi – oltre che utilizzatore iniziale – è un sostanziale continuatore, comunque ne è un prodotto, una produzione anzi, per usare più appropriato nella fattispecie, mal riuscita. Ne è la sintesi perfetta, ecco, dal lessico televisivo e spesso calcistico, all'approssimazione ondivaga su motivi e personaggi, dalla personalizzazione televisiva, alla falsa contrapposizione di due apparenti contrasti che in realtà si sostengono e si alimentano l'un l'altro. Lo aveva capito Silvio stesso, quando, già al declinare della sua parabola politica, lo invitò a casa sua, nella villa di Arcore, per una cena, non allietata come tante altre da Olgettine varie ed eventuali, perché quella era una riunione seria, per sondare il terreno davanti a un'idea che da tempo gli frullava nel cervello, di affidare a lui, cioè, la propria eredità politica, essendosi invaghito, come gli succede periodicamente, di tanto in tanto, per questo, o quello. Non se ne fece niente e per tanti motivi, però la circostanza rimane, significativa. Come la successiva apparizione del Nostro al programma televisivo di maggior impatto emotivo del berlusconismo, rivolto alle giovani generazioni, che, nella preparazione, nella gestione, del senso stesso, condotte da un'attenta regia politica, sembrò un'incoronazione, sia pur poi smentita dai fatti. Già, le cose sono andate diversamente, in questo senso, così, come nella prima impostazione, quella originaria, il sindaco di Firenze si ritrova a capo del Pd un partito del resto nato vecchio, con la fusione a freddo e perciò dilaniante fra le due anime dei due vecchi partiti un tempo di massa democristiano e comunista, e che continua a muoversi nelle vecchie logiche dei professionisti della politica, delle tessere, dell’'ordinaria amministrazione, per di più travolto e per primo dalla crisi dei vecchi partiti e in crisi di identità, di credibilità e di consensi. Non è un caso che, con l'abile operazione di marketing politico delle “primarie”, sia stato affidato a Renzi la “mission” disperata del “restyling”, in virtù del “nuovo che avanza” di nuovo. Nuovo? Ma no, lavato con Perlana. Tutto qui. Infatti, a ben guardare, a riflettere, a indagare, è la solita operazione, che periodicamente il Pci/ Pds/ Pd attua e consolida, soltanto questa volta un po' più radicale e più profonda. E poi, via, diciamocela tutta quanta, è un'operazione bacata fin dall'inizio, fin dal primo slogan, quello della rottamazione, di un pressapochismo micidiale, perché si rottamano le automobili e gli elettrodomestici, non si rottamano gli uomini e le idee: insomma, se proprio non ti ci ritrovi più, te ne va da un'altra parte, fai una nuova semina, ma non rimani per tagliare le radici, ché in politica, le radici, sono sempre importanti e uno le può coltivare, innestare, potare, ma mai recidere. Per il resto, con Renzi siamo al trionfo della melassa post comunista, post democristiana, post tutto, nel senso del peggio di tutto, già mangiata, bevuta, ma mai digerita, ché dà il voltastomaco, risultando praticamente intollerabile. In particolare, per quel che riguarda quel che rimane della sinistra, e del centro – sinistra, quarantacinque anni dopo, Renzi interpreta la solita storia dei figli dei padri vecchi e borghesi, che dicevano di voler rovesciare quel sistema, salvo poi soltanto volersi mettere al posto loro, sedendosi sulle poltrone di aziende, banche e giornali. Fa l'amico più grande, a metà strada fra il Garrone del libro “Cuore” e il Fonzie del telefilm “Happy day”; in un deja vù sofisticato, fa il compagnuccio di sagrestia, quello che sapeva tutte le canzoni di De Gregori, portava l'eskimo e la barba lunga, leggeva il Vangelo e Il Manifesto. Poi, sempre la stessa storia, è l'amico di Fabio Fazio, nelle reti pubbliche, di Maria De Filippi, in quelle private, come il suo predecessore Walter Veltroni, la medesima insostenibile pesantezza dell'essere. L'uguale insopportabile inconsistenza dell'avere, speriamo pure la stessa fine politica, con diverso soltanto l'ultimo epilogo rinnegato, di andarsene di Africa. E' l'erede di Donat Cattin, della sinistra di base, di forze sedicenti nuove, che sono poi le vecchie forze delle industrie, del grande capitale, delle banche, degli affaristi degli speculatori finanziari. E' la solita soia dei grandi gruppi, che coccolano il nuovo pupazzo, questo pure belloccio e cicciobomboso, lo allevano, lo svezzano, lo tutelano, con i loro grandi gruppi, grandi giornali, grandi servi e grandi schiavi, Carlo De Benedetti in primis, tanto per fare nomi e cognomi. Sono gli affaristi della vecchia politica, che al solito finanziano il nuovo e, ove non sembri che io dica le cose tanto per dire, basti andare a vedere (per quelli pubblici, è possibile consultarli su internet, soltanto di altri non è ato sapere, ma è possibile immaginare) chi sono i finanziatori della fondazione( già, proprio i vecchio modo di fare politica) che sostiene le attività di Matteo Renzi, con contributi in denaro richiesti, forse sarebbe meglio dire pretesi, e graditi: condannati in secondo grado per corruzione politica, affaristi, banchieri. E' un film già visto e anzi venuto proprio a noia, altro che nuovo, Matteo Renzi, che gronda di marmellata post - ideologica raccogliticcia e appiccicaticcia, alla fine consolidatasi: è il sommo sacerdote di quella chiesa che cantava il profeta Jovanotti nel 1994 - attenzione alle date, cioè all'alba del berlusconismo - “la grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, passando da Malcom X”. E' il sistema che cerca di difendersi cambiando, affinché nulla cambi, Matteo Renzi: per favore, cerchiamo tutti di capirlo e di non dimenticarcelo, quando, presto, arriveranno momenti decisivi per la nostra grande Storia.
 
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